Tag - Federico Giusti

Il disimpegno di Leonardo nella produzione civile e l’accelerazione su quella bellica
La divisione aereonautica di Leonardo SpA ha raggiunto risultati che vanno oltre le migliori aspettative, gli ordini passano da meno 3,4 miliardi di euro a oltre 5,8. Le intese commerciali con il Kuwait sono quelle che hanno permesso il grande salto in avanti fino ai ricavi cresciuti dell’11% dal 2024 al 2025. Stando agli indicatori economici e finanziari Leonardo abbatte il debito e aumenta i ricavi e gli utili, spinti dalle guerre e dalle crescenti ordinazioni. Le principali aziende produttrici di armi beneficiano della guerra e sono tra loro in competizione per offrire al mercato prodotti tecnologicamente sempre più moderni. Leonardo ha presentato i dati relativi al 2025 con ricavi cresciuti dell’11%, i dividendi attorno al 20 per cento, sono questi i risultati della straordinaria crescita degli ordini; pur in presenza di un lieve calo del titolo nelle ultime settimane dell’anno dopo gli aumenti vigorosi del passato. I profitti di guerra lievitano e gli scenari internazionali tradotti in campi di battaglia sono l’occasione propizia per testare la efficacia delle nuove armi, il circolo vizioso vende la vendita dei prodotti come occasione propizia per sperimentare ulteriori e innovativi sistemi di arma che si avvarranno di tecnologie all’avanguardia e della intelligenza artificiale. Fonte https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/leonardo-fy-preliminary-results-2025 Un aspetto importante va sottolineato ossia il prossimo acquisto, grazie agli utili ottenuti, da parte di Leonardo della divisione militare Idv di Iveco anche se la parte della azienda dedicata alla produzione di cingolati dovrebbe essere ulteriormente spacchettata e venduta ad altri marchi tenendosi invece stretta la produzione di sistemi di artiglieria. Il comparto militare, contrariamente a quanto detto, non salva dalla crisi i settori della meccanica ma fagocita solo parte della stessa, quelli funzionali alla produzione di nuovi sistemi di arma, nel caso di Leonardo poi ci sono le alleanze strategiche con alcuni marchi, ad esempio la tedesca Rheinmetall, a determinare le scelte industriali. La crisi del settore meccanico e dell’automotive sta portando a ridimensionamenti produttivi e a diminuzioni della forza lavoro, a processi di delocalizzazioni con produzioni frammentate e divise ulteriormente che provocheranno a loro volta la crisi dell’indotto specie se in mono committenza. Il settore militare appare come quello più avvezzo a lanciare operazioni spregiudicate per attrarre solo parte della produzione lasciando tutto il resto in balia del cosiddetto mercato (senza acquirenti non resterà che la lunga agonia degli ammortizzatori sociali fino alla chiusura dei siti produttivi). L’amministratore delegato di Leonardo Cingolani annuncia, per la prossima primavera, la realizzazione del drone costruito con la Turca Baykar che ha acquistato la divisione militare della Piaggio. Le mega commesse arrivate dal Golfo Persico per il settore aeronautico ci parlano della vendita degli Eurofighter e dei droni. E il fatto che a presentare i conti migliori sia la parte militare rispetto a quella civile fa capire che questa ultima subirà un certo ridimensionamento nonostante l’arrivo del fondo statale saudita Pif che dovrebbe portare grande liquidità in cambio dei dividendi e della promessa di aprire uno stabilimento anche nel loro Paese. Il ridimensionamento di Leonardo nel settore civile a vantaggio del militare arriva dopo quasi 40 anni di politiche mirate a questo scopo tanto che i sindacati del settore meccanico si mostrano preoccupati dopo anni di silenzio e di rinuncia alla riconversione a fini civili della produzione. I prestiti accordati dalla UE, i fiumi di denaro verso la produzione di armi anche in deroga ai tetti di spesa, il grande Riarmo europeo favoriscono i processi di militarizzazione di ampi settori della manifattura e di conseguenza i principali marchi nel settore bellico si adeguano agli atti di indirizzo comunitari. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Uno sguardo analitico verso la Germania militarizzata (e non solo)
I recenti dati economici (caduta della produzione e del fatturato industriale) nei Paesi europei dovrebbero indurre a riflettere sull’effettivo stato di salute della Unione Europea. E, per quanto concerne l’Italia, non è sufficiente ai fini degli investimenti l’adozione dell’IRES o gli ennesimi sconti fiscali sui nuovi assunti quando viene meno proprio il rischio di impresa che poi si traduce in investimenti tecnologici e produttivi. Se non vogliamo arrenderci a un futuro di precarietà (inutile anche ai fini del rilancio industriale con la riduzione delle ore lavorate e con la bassa produttività), le scelte da operare in Italia dovrebbero essere ben diverse da quelle del Governo Meloni sempre che l’obiettivo non sia quello di pensare a un futuro del nostro paese nel ruolo di colonia USA. E qualche fondata preoccupazione arriva perfino da Confindustria che prevede un 2025, sulla base di una ricerca, che vede in grande sofferenza l’industria, specie quella meccanica, e il welfare: Che 2025 sarà? I pronostici di 110 esperti: bene la finanza, male crescita e industria metalmeccanica – Il Sole 24 ORE. Perfino analisti dei principali giornali italiani iniziano a dubitare della efficacia di tutte le politiche fino ad oggi intraprese, preoccupati dal declino industriale del nostro paese: https://www.corriere.it/frammenti-ferruccio-de-bortoli/25_gennaio_17/l-industria-va-male-ma-non-preoccupa-nessuno Se l’Italia si trova in serie condizioni di recessione, ancor più grave è la situazione in Germania con l’economia da due anni in ferma, una crisi investe direttamente la campagna elettorale con le elezioni politiche di febbraio. La crisi tedesca ha immediate ripercussioni, come avvenuto negli ultimi Paesi, sul made in Italy. Le esportazioni italiane sono in grande crisi soprattutto nel settore auto: La crisi della Germania manda in rosso il made in Italy – Il Sole 24 ORE E il rincaro dei generi elettrici ha avuto un ruolo dirimente in questa caduta. L’intrusione di Musk e il suo sostegno all’estrema destra tedesca confermano la volontà di Trump di utilizzare strumentalmente le difficoltà crescenti della Ue per ridimensionare l’unione politica e monetaria del vecchio, la sua stessa economia (attraverso il prolungamento della guerra in Ucraina) gettando discredito sul vecchio continente delegittimando la classe politica che la guida. Sullo sfondo delle elezioni politiche lo scontro tra i fautori della economia verde e i sostenitori delle energie non rinnovabili che poi sono state determinanti nella elezione di Trump insieme all’apparato tecnologico ed industriale che opera in campo militare. Ma la crisi della manifattura tedesca e in particolare dell’industria meccanica è confermata non solo dai ridimensionamenti produttivi in VW ma anche dalle vendite contenute delle auto elettrice soppiantante da quelle a diesel: “Solo 380.600 veicoli elettrici sono stati immatricolati di recente. Ciò corrisponde a un calo del 27,5% rispetto all’anno precedente” Le nuove immatricolazioni di auto elettriche in Germania sono diminuite del 27,5% nel 2024. Siamo davanti a un insolito connubio tra sostenitori delle energie non rinnovabili, apparato industrial militare e settori attivi nella ricerca e produzione delle tecnologie duali insieme alle multinazionali che controllano la informazione, è questo l’insieme degli interessi che sostiene Trump. I ritardi della UE in campo tecnologico producono la supremazia dei satelliti di Musk ma anche il dominio di Usa e Cina nella produzione delle auto elettriche. A fine 2024 le auto elettriche in circolazione in Germania erano solo 1,4 milioni, a fronte di un obiettivo, entro il 2030, di 15 milioni di auto elettriche, obiettivo ormai impossibile da raggiungere Torniamo alle elezioni tedesche, dai sondaggi si evince il probabile vincitore ossia la conservatrice CDU/CSU in testa nei sondaggi (29%) con il crollo dei verdi, della Spd e due partiti attorno al 20 per cento, il BWS e la AfD definita da Musk “l’ultima speranza della Germania”. Le spese militari renane sono in costante crescita come le esportazioni di armi, la industria di armi tedesca sta acquisendo patnership con analoghe aziende di mezzo mondo, quelle con maggiore tasso tecnologico: La Germania approva l’acquisto dell’artiglieria missilistica israeliana PULS. Ed è di poche settimane fa la notizia di istituire una nuova divisione militare dedicata alla difesa del territorio: La Germania istituisce una divisione militare dedicata alla difesa territoriale | Reuters. La crisi tedesca è confermata dalla perdita di posti di lavoro e dalla crescita dei disoccupati: Germania: numero di disoccupati al massimo, tasso di disoccupazione ancora stabile. Andrea Vento e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dopo il potenziamento di Camp Darby arriva COMFOSE: unità strategica dell’esercito italiano
A confermare il ruolo nevralgico del territorio pisano per il settore militare, ammesso che avessimo bisogno di conferme, arrivano ulteriori notizie di cronaca come l’articolo pubblicato sulla cronaca di Pisa del quotidiano “Il Tirreno” lo scorso 17 febbraio. E già un anno fa, in occasione della visita del sottosegretario alla difesa Isabella Rauti, avevamo colto la rilevanza ricoperta da queste unità speciali negli scenari di guerra presenti e futuri https://www.difesa.it/assets/allegati/64990/2025_01_21_comfose.pdf Ma, prima di ragionare insieme ai lettori e alle lettrici, facciamo un passo indietro di alcuni anni: giugno 2020 quando venne inaugurata la nuova sede del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE), alla presenza dell’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini. I più vecchi ricorderanno quando a inizio secolo il consiglio comunale di Pisa prese posizione per riconvertire la base militare USA di Camp Darby a uso civile, i partiti che si espressero favorevolmente, a distanza di pochi anni, hanno oggi cambiato posizione. E resta innegabile l’attiva collaborazione resa dagli enti locali al dragaggio del Fosso dei Navicelli e alla costruzione di una apposita stazione ferroviaria in prossimità della Base, infrastrutture decisive per il trasporto di armi via acqua e per rotaia. Il COMFOSE venne dislocato nell’area nord della base che si trova a metà tra Pisa e Livorno, in mezzo alla macchia mediterranea e a pochissima distanza dal mare. Sei anni or sono il trasferimento dopo la decisione USA di ripensare spazi e modalità organizzative all’interno di Camp Darby, al contempo non dovrebbe sfuggirci la vicinanza tra truppe Usa e le unità dell’esercito italiano. E mentre si dimenticava, anche a sinistra e nelle realtà antagoniste, il ruolo nevralgico di Camp Darby le forse di élite destinate alle guerre non convenzionali, oggi tristemente famose, trovavano una sede per tutte le attività di addestramento, formazione di queste unità speciali in una area della vecchia base utilizzata per gli alloggi dei soldati a stelle e strisce. Erroneamente qualcuno ritenne, in quegli anni, l’abbandono di una area da tempo inutilizzata come il segno tangibile del depotenziamento da parte statunitense della base di Camp Darby, i fatti dimostrano invece ben altro. Già nel 2015 gli USA volevano restituire parte della base in cui erano stati ospitati alloggi e uffici per i loro militari, contenere il numero del personale talvolta non è sinonimo di disimpegno quanto invece di riorganizzazione complessiva. Allora si parlava di milioni di euro (tra i 40 e i 50) per realizzare gli interventi richiesti dall’esercito italiano e in quella occasione apprendemmo della costruzione di “caserme verdi” ossia un piano di ammodernamento delle strutture per ridurre sprechi energetici e di acqua Il Comando di COMFOSE ha avuto il suo quartier generale prima nella Caserma “Gamerra” a Pisa per poi essere dislocato nel Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari (CISAM) di San Piero a Grado, a un paio di chilometri da Camp Darby come ci hanno ricordato in alcuni articoli allora pubblicati da Manlio Dinucci e Antonio Mazzeo. La presenza di militari italiani accanto a quelli statunitensi non era casuale perché entrambi erano impegnati in operazioni speciali in Medio Oriente. Dal COMFOSE dipende anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, una delle unità d’élite dell’esercito italiano che proprio in questi giorni si trasferisce da Livorno al comprensorio militare “Dario Vitali” di Pisa, sede operativa del Comando delle forze speciali dell’Esercito (COMFOSE) ossia l’area dentro Camp Darby di cui abbiamo parlato poco sopra. E anche questo trasferimento, come quelli del 2020, non sarà a costo zero, pensiamo a quasi 6 milioni di euro di spesa per adeguare le strutture alle nuove necessità. E nell’arco di pochi anni l’area già occupata da Camp Darby ospiterà i reggimenti coordinati dal Comfose (il Col Moschin, l’85° reggimento paracadutisti Rao “Folgore” il 4° reggimento Alpini paracadutisti facenti parte del comando operativo da una dozzina di anni) E nell’arco di pochi chilometri incontriamo a Boccadarno, dove il fiume Arno si unisce al mar Tirreno, la “Bai”, base di addestramento degli incursori e specializzata nelle attività anfibie e subacquee e per l’addestramento del personale. Il piano di riqualificazione prevede il rifacimento totale dell’immobile e degli impianti, oltre ad interventi di miglioramento in base alle richieste del comando che occuperà l’edificio. A queste presenze di militari bisogna aggiungere la caserma di addestramento dei Parà nel quartiere di Porta a Lucca a poca distanza dallo stadio, il territorio Pisano ha un aeroporto militare di grandi dimensioni nel quartiere di San Giusto ove troviamo anche un hub da cui dovrebbero partire equipaggiato migliaia di militari nell’arco di pochissimi giorni. Altre caserme dell’esercito e una ulteriore base, quella del Tuscania che dovrebbe estendersi tra i Comuni di Pisa e Pontedera. Se aggiungiamo la base Usa di Camp Darby, il COMFOSE e la Bai Pisa diventa un territorio attraversato da basi logistiche militari di primaria importanza. I cantieri saranno operativi nel tardo autunno 2026 per completare i lavori nell’arco di 250 giorni. L’intera operazione viene presentata come una sorta di piano di rigenerazione urbana, nel frattempo se pensavate che almeno a Livorno la militarizzazione sarebbe stata alleggerita sappiate che la vecchia caserma livornese Vannucci. ove era ospitato il Col Moschin, sarà restituita in toto alla Folgore per ospitare il reparto “comando” dell’unità aviotrasportata. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Intervista a Federico Giusti per Radio Onda d’Urto sulle vicende del Liceo “Dini” di Pisa
Una decisione inusitata a poche ore dalla presenza nelle aule del Liceo “Dini” di Pisa dove sono passate intere generazioni: l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non è ospite gradito o almeno non lo è uno dei due rappresentanti. L’intento del nodo pisano dell’Osservatorio era quello di portare dei contributi diversificati, rendere la relazione (richiesta dagli studenti e dalle studentesse) vivace e stimolante, ci avevano chiesto di parlare del riarmo e delle iniziative intraprese. L’esclusione di un attivista dell’Osservatorio dalla scuola non è accompagnata da motivazioni plausibili, per questo continueremo a chiedere una spiegazione formale al consiglio di Istituto, al Dirigente scolastico perché si tratta di una censura preventiva, frutto (vista l’esclusione anche dei Sanitari per Gaza) del clima avvelenato nelle scuole costruito in questi mesi dal Ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara. In questa intervista per Radio Onda d’Urto viene analizzata la situazione nel paese inquadrando il diniego all’Osservatorio dentro una campagna politica mirante alla normalizzazione della guerra nelle scuole. In basso l’audio dell’intervista. Clicca qui per l’intervista a Federico Giusti per Radio Onda d’Urto. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Castelnuovo Berardenga (SI), 21 febbraio: Addio alle armi con Osservatorio contro la militarizzazione
SABATO, 21 FEBBRAIO, ORE 18:00 CASTELNUOVO BERARDENGA (SI), LIBRERIA DEL MONDO OFFESO L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sarà a Castelnuovo Berardenga in provincia di Siena per parlare di Riarmo con Federico Giusti. E lo faremo a partire dagli ultimi fatti di cronaca pur taciuti dalla stampa mainstream. Sono anni che si susseguono audizioni in Parlamento e girando per i siti governativi esce fuori la notizia che da quasi dieci anni il caccia di nuova generazione è oggetto di discussione (clicca qui per info). Il potenziamento e l’ammodernamento dell’esercito italiano parte ben da prima del Governo Meloni e con particolare impegno bellicista del centro sinistra perfino in anni come quelli pandemici, anni nei quali si parlava pubblicamente di investimenti economici a sostegno dell’economia e delle famiglie colpite dalla erosione del potere di acquisto e dalla perdita di posti di lavoro salvo poi scoprire che l’attenzione maggiore era rivolta al settore militare (clicca qui e qui per maggiori informazioni). Nel corso del tempo l’aumento esponenziale della spesa è stato via via certificato a conferma che l’intelligenza artificiale e il suo utilizzo in ambito militare non sono una novità degli ultimissimi anni, già tre anni fa, nel Documento programmatico Pluriennale della Difesa, erano documentati gli aumenti di spesa. E sempre guardando ai documenti ufficiali si evince un impegno dell’Italia su più fronti. In relazione ai velivoli Eurofighter, si ricorda che il 3 luglio 2024 il Governo ha presentato alle Camere lo Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 1/2024, relativo all’acquisizione di n. 24 velivoli F-2000 e al supporto tecnico-logistico dell’intera flotta” (Atto del Governo n.176). Il provvedimento ha ricevuto parere favorevole dalla Commissione difesa della Camera e dalla Commissione esteri e difesa del Senato (clicca qui per leggere il report). La discussione in atto conferma che stanno da anni lavorando all’utilizzo della intelligenza artificiale a fini militari, alla crescita della filiera aerospaziale nazionale settore trainante delle spese belliche nazionali e comunitarie; a dimostrare che il complesso militare sarebbe più conveniente e utile per l’economia degli altri settori anche quando (lo documenta Roberto Romano) risulta con utili e ritorni occupazionali inferiori a creare un polo produttivo militare con tanto di indotto ad alta tecnologia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Antidiplomatico: Se Leonardo entra a scuola…
DI FEDERICO GIUSTI ED EMILIANO GENTILI SU L’ANTIDIPLOMATICO DEL 12 FEBBRAIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Emiliano Gentili e Federico Giusti attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pubblicato su L’Antidiplomatico il 12 febbraio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Ma Leonardo Ets entra nelle scuole anche attraverso iniziative estemporanee di una certa importanza, come quella di pochi giorni orsono[1] – organizzata presso lo spazio espositivo di Leonardo nel quartiere romano di Prati – rivolta agli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma e che ha visto la partecipazione del Ministro Roccella, di Isabella Rauti (Sottosegretario alla Difesa), dell’On. Schifone, dell’AD di Leonardo Cingolani e del famoso divulgatore scientifico Alberto Angela. Una passerella, dunque, probabilmente organizzata al fine di magnificare il ruolo dell’azienda nella formazione e nell’istruzione pubblica, nonché per promuovere il settore militare e la guerra fra i giovani. Come riportato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università, infatti, in tale occasione Cingolani ha detto che «La pace non è gratuita» e che davanti al «cattivo, che c’è sempre, bisogna esser pronti a sparare»...continua a leggere su www.lantidiplomatico.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Iniziativa a Siena contro la guerra con Stop Rearm Europe e Osservatorio
Il 30 gennaio 2026 si è svolta una iniziativa a Siena con attivisti contro la guerra, organizzata da Stop Rearm Europe, Non una di meno, Attac Italia, Sbilanciamoci e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università. Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è intervenuto Federico Giusti, che ha parlato delle campagne intraprese in questi mesi nelle scuole e nelle università, oltre ad affrontare parte del lavoro analitico redatto sulla filiera della difesa, la cui pubblicazione è imminente. Ma è stata anche l’occasione per mettere a confronto analisi, teorie e pratiche conseguenti per contrastare la corsa al riarmo, la trasformazione della manifattura civile in militare, per sostenere la ricerca in campo universitario a fini non di guerra (contro le cosiddette tecnologie duali). Qui il video di tutto l’incontro, contenente anche l’intervento di Federico Giusti per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il futuro del settore militare in Europa: la Germania ripristina la visita di leva
Alcuni servizi di Report spiegano come il progetto di costruire una sinergia tra aziende europee stia incontrando non poche difficoltà e allo stato attuale alcuni paesi della UE, tra i quali l’Italia sono impegnati in un gravoso, per le casse pubbliche, riarmo di cui beneficeranno le imprese USA. Sia ben chiaro: non esiste un Riarmo buono, se avviene con i sistemi di arma prodotti dalla UE e uno cattivo derivante dall’acquisto in altri Paesi, ma resta innegabile che la scommessa di rilanciare la economia del vecchio continente attraverso il complesso industrial militare sta trovano non pochi inciampi e difficoltà. Le previsioni del Piano Draghi sono in parte smentite da ritardi e contrasti interni ai Paesi UE e ai loro complessi industrial militari che hanno nel tempo concluso accordi commerciali e produttivi con multinazionali USA che alla fine intascheranno la stragrande maggioranza dei proventi di queste vendite. La UE si riarma con i sistemi USA e permette a quel paese di avere continue commesse per tenere in piedi il loro egemonico complesso industrial militare. Un altro servizio si occupa invece della Germania, del resto lo scorso 5 dicembre il Bundestag ha approvato la riforma della leva militare. Ad oggi l’arruolamento sarà su base volontaria, nel frattempo tutti i diciottenni tedeschi dovranno sottoporsi obbligatoriamente alla visita militare. La leva ancora obbligatoria non è, ma stando a politici e importanti esponenti delle forze armate e del Governo è solo questione di tempo se la Germania intende raggiungere un numero di effettivi pari ad almeno 260 mila soldati. Le telecamere di Report hanno documentato nei servizi la grande kermesse annuale che si tiene negli USA con tutti i produttori di armi (erano presenti tanti italiani dai vertici delle forze armate fino a imprenditori del settore) fino a un’esercitazione nelle foreste tedesche per invogliare i ragazzi ad arruolarsi. Il riarmo tedesco è una politica industriale a tutti gli effetti, è il classico esempio dell’economia di guerra con la produzione degli armamenti che include e coinvolge altri settori industriali fagocitandoli progressivamente, stiamo parlando dell’ingegneria meccanica ed elettronica, della robotica fino ai software militari e la cyber–sicurezza. Le commesse statali creano continuità produttiva e stabilità, il Riarmo assicura anni e anni di ordinazioni ma per raggiungere questi risultati devono prima superare la concorrenza statunitense. La Germania è forse il Paese più avanti nella UE nella costruzione di  una nuova piattaforma industrial militare, quella che era la locomotiva della manifattura europea potrebbe diventare il traino della produzione bellica. Il riarmo viene presentato come ammortizzatore contro la recessione e di conseguenza si cerca di attrarre giovani verso la carriera militare facendo loro credere che questa scelta presenta indubbi vantaggi che vanno dalla certezza del posto di lavoro, alla alta retribuzione, a misure di welfare appositamente pensate per il settore militare oltre al prestigio derivante dal ruolo sempre più centrale nella società del settore bellico. Se il riarmo viene presentato come una garanzia di stabilità economica, la scelta della carriera militare diventa la opzione lavorativa per eccellenza. E questa realtà in Germania si sta consolidando, è risaputo che Berlino punti a guidare la produzione militare come faceva fino a poco tempo fa con la manifattura meccanica e civile, per farlo ha bisogno di coesione sociale, di nuove narrazioni rassicuranti, di acquisire una tecnologia ancora più avanzata. E in questa strada dovranno superare alcune difficoltà derivanti dalle frizioni con altri paesi europei, dalla continua pressione esercitata dagli Usa, anche a tutela delle loro aziende belliche fino alla sostenibilità fiscale perché il fondo straordinario da 100 miliardi è stato creato al di fuori dei ordinari, ma presto arriveranno problemi per sanità, istruzione e welfare. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Difesa: la filiera militare in Europa e in Italia
L’obiettivo della nostra ricerca è quello di fornire una lettura agile e sintetica sullo stato della Difesa europea e italiana. Lo studio è orientato a comprendere la posizione dell’UE e dell’Italia nell’ambito del settore – con i vari punti di forza e le debolezze – e quali siano le strategie politiche di sviluppo militare prefigurate dai governi per il futuro. Perché il settore militare sarà sempre più al centro degli investimenti e dei processi di ricerca e sviluppo e anche perché dietro al Riarmo non c’è solo l’aumento delle spese militari, bensì un vero e proprio processo riorganizzativo dell’industria e delle Istituzioni – a partire dalle scuole e dall’Università, sempre più militarizzate e irregimentate. In questo articolo proveremo a sviluppare dei ragionamenti partendo, una volta tanto, non dalle conseguenze dei processi in atto ma dalle cause. Prima però proviamo a precisare un paio di nozioni: – la filiera della difesa è un complesso di attività imprenditoriali orientate all’ideazione, la produzione, la movimentazione e la commercializzazione di oggetti a uso militare o duale (sia bellico che civile), nonché delle loro componenti industriali; pertanto, ingloba segmenti di settori produttivi differenti, come ad esempio l’aerospazio, l’elettronica, la cantieristica navale e l’automotive; – il settore della difesa invece è una categoria più ampia, che oltre all’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare comprende l’assetto istituzionale (Ministero della Difesa, Esercito e forze di polizia, normativa di riferimento). LA FILIERA EUROPEA DELLA DIFESA «Il settore della difesa dell’UE è fondamentale per garantire l’autonomia strategica dell’Europa nell’affrontare le crescenti minacce alla sicurezza esterna, nonché per promuovere l’innovazione attraverso le ricadute sull’intera economia».[1] Così Draghi sintetizza l’importanza della Difesa per l’Unione Europea. Questa, infatti, oltre a garantire protezione militare degli interessi capitalistici nazionali, offre un mercato molto ampio e in continua evoluzione, all’interno del quale l’innovazione (sia di prodotto, che quella relativa ai processi produttivi) gioca un ruolo fondamentale, di traino per portare anche altri settori verso l’ammodernamento e il perfezionamento delle performance produttive. Storicamente, del resto, «il settore della difesa è stato all’origine di diverse innovazioni che ora sono state integrate nel mondo civile. Un esempio è l’uso della fibra di carbonio per i componenti strutturali, degli infrarossi per la sorveglianza, del lidar nelle automobili, di Internet, del posizionamento GPS, delle immagini satellitari, della cintura di sicurezza a tre punti (derivata dalle imbracature progettate per i piloti di jet militari). (…) Più di recente, l’innovazione e le scoperte tecnologiche nei settori civili sono sempre più applicate nel campo della difesa, soprattutto perché le soluzioni di difesa diventano sempre più dipendenti dagli strumenti digitali».[2] La scommessa di Draghi è legata alla nascita e allo sviluppo di un polo militar-industriale europeo in grado di competere con i prodotti statunitensi, colmando il deficit di innovazione e riducendo le dipendenze dalle importazioni.[3] Nel tempo, però, i principali paesi europei e le proprie imprese belliche di riferimento hanno concluso alleanze e affari con multinazionali statunitensi o hanno delocalizzato produzioni negli Usa stessi, contribuendo alla frammentazione del mercato interno europeo. Ciò, nel complesso, ha avvantaggiato il competitor Usa a discapito della filiera europea, pertanto questa annosa situazione rappresenta – per Draghi e la parte del capitale che lo sostiene – un ostacolo oggettivo alla crescita dell’UE. ENTITÀ DELLA DIFESA EUROPEA «L’Europa si trova ad affrontare una minaccia acuta e crescente. L’unico modo per garantire la pace è essere pronti a fermare coloro che vorrebbero farci del male».[4] Il contesto ideologico nel quale viene giustificato il riarmo europeo è esattamente questo. Per conseguire obiettivi di prontezza militare, però, occorre una filiera della difesa moderna ed efficiente. Nei piani del legislatore europeo questa sarebbe da svilupparsi in tre fasi: aumentare l’entità dei capitali nel settore della difesa; unificare e armonizzare il mercato militare interno; creare un unico comparto industriale della difesa comunitario.[5] La Difesa europea, invece, al momento è un settore composito e frammentato, in cui gli interessi nazionali dei singoli Stati a volte confliggono con quelli comuni: spesso infatti i Paesi membri concorrono fra loro per sviluppare e vendere lo stesso prodotto, oppure tentano di aumentare l’export militare sul mercato extra-UE – anziché su quello interno – perché risulta conveniente. Dal canto proprio l’Unione sta mettendo in campo una serie di misure di pressione volte a stimolare il coordinamento di una politica comunitaria di sviluppo del settore, l’armonizzazione delle differenti legislazioni nazionali e la facilitazione degli investimenti nella Difesa – posti, questi ultimi, sotto un sempre minore controllo. Complessivamente «Il settore europeo della difesa ha un fatturato annuo stimato di 135 miliardi di euro nel 2022 e un forte volume di esportazioni (oltre 52 miliardi di euro nel 2022); si stima che il settore impieghi circa mezzo milione di persone». Ciononostante la spesa per la Difesa è significativamente inferiore a quella dei principali contendenti sul piano “geo-politico”: «la spesa per la difesa degli Stati Uniti nel 2023 è stata stimata in 916 miliardi di dollari, mentre la spesa cumulativa degli Stati membri dell’UE è stata stimata in 313 miliardi di dollari (espressi a prezzi correnti) [326 nel 2024][6]. Il budget per la difesa della Cina è stato stimato in 296 miliardi di dollari».[7] Un primo problema della Difesa comunitaria è l’efficacia degli investimenti, che risultano disarticolati e relativamente poco redditizi, ma che soprattutto tendono a fuggire verso mercati più grandi e armonizzati (come ad esempio quello statunitense); questo avviene specie nel caso siano impiegati per lo sviluppo di una nuova tecnologia, che altrove trova un miglior contesto economico per poter essere perfezionata e commercializzata. Le istituzioni europee tentano di porre rimedio agendo prevalentemente su due direttrici: la facilitazione dell’accesso ai finanziamenti; la riduzione della frammentazione industriale. FACILITARE L’ACCESSO AI FINANZIAMENTI Per facilitare l’accesso ai finanziamenti l’Unione ha disposto varie misure: l’aumento dei budget nazionali per la Difesa, consentendo agli Stati membri di incrementare le spese militari in deroga al Patto di Stabilità[8] fino all’1,5% del Pil all’anno e sino al 2028; l’aumento del budget comunitario, con altri 150 miliardi[9] presi in prestito dall’Unione sui mercati internazionali; la possibilità di utilizzare i fondi di coesione europea e i capitali privati (ad esempio quelli dei fondi pensione) per spese militari; l’allentamento delle politiche anti-trust, di quelle prudenziali per gli investimenti bancari e di quelle per le fusioni societarie, in modo da favorire la concentrazione d’impresa nel settore militare; la rimozione dei vincoli d’investimento in ambito militare per la Banca Europea degli Investimenti, che si vorrebbe scevra da qualsivoglia tipo di controllo (in particolare, nel Maggio 2024 «il Gruppo BEI ha eliminato il precedente requisito secondo cui i progetti a duplice uso ammissibili al finanziamento nel settore della sicurezza e della difesa dovevano ricavare più del 50% delle entrate previste dall’uso civile»,[10] ma ancora non sono state operate modifiche all’elenco di ammissibilità delle tecnologie finanziabili).[11] Per facilitare l’accesso ai finanziamenti (privati) l’Unione fa pressioni anche per aggregare la domanda di merci militari e ridurre, così, i costi complessivi: «L’approvvigionamento collaborativo è il mezzo più efficiente per procurarsi grandi quantità di “materiali di consumo” come munizioni, missili e droni. Ma l’approvvigionamento collaborativo è fondamentale anche per la realizzazione di progetti più complessi, poiché l’aggregazione della domanda limita i costi, invia segnali di domanda più chiari agli operatori del mercato, riduce i tempi di consegna e garantisce interoperabilità e intercambiabilità».[12] È infine bene ricordare, sempre relativamente alla questione degli investimenti, che l’UE soffre un grosso problema di stanziamento dei fondi: questi vengono impegnati ma poi, per ragioni di conformità alle diverse legislazioni nazionali e/o di adeguamento al mercato nazionale di intervento, non vengono effettivamente stanziati: «144 miliardi di euro impegnati contro 77 miliardi di euro stanziati [nel 2022]».[13] In conclusione, per facilitare l’accesso ai finanziamenti nel settore militare l’UE intende aumentare le risorse a disposizione (sia pubbliche che private) e ridurre la frammentazione del mercato e i costi di conformità alla legislazione vigente sugli investimenti. Ciò «attraverso una sorta di percorso virtuoso che va dalla semplificazione delle procedure amministrative, l’eliminazione degli ostacoli interni al mercato unico, linee di finanziamento rapide ed efficienti fino a una sorta di unione dei risparmi e degli investimenti».[14] Come fatto notare a suo tempo anche dall’azienda Leonardo, però, i governi non dovranno dimenticare di rafforzare l’armonizzazione legislativa e amministrativa: attualmente nell’Unione Europea coesistono ventotto differenti Ministeri della Difesa, con normative e procedure differenti; «le duplicazioni, le sovraccapacità e gli ostacoli nel settore degli appalti pubblici conducono a uno spreco stimato di circa 26,4 miliardi di Euro all’anno [nel 2016]»;[15] Chiaramente tutto ciò andrà di pari passo con la maggior pianificazione della produzione industriale militare e con la coordinazione della logistica, sia inbound (relativa al trasporto di componenti e materie prime) che outbound (relativa al trasporto di truppe e prodotti finiti). A tal proposito giova riportare quanto dichiarato dalla Commissione Europea: «La mobilità militare è ostacolata dalla burocrazia, che spesso richiede sia l’autorizzazione diplomatica specifica per i trasporti militari sia il rispetto delle normali norme e procedure amministrative. (…) l’UE e gli Stati membri devono semplificare e snellire immediatamente regolamenti e procedure e garantire alle forze armate l’accesso prioritario alle infrastrutture, alle reti e ai mezzi di trasporto».[16] Questo comporterà, fra l’altro, non solo la militarizzazione delle infrastrutture (come le banchine dei porti) ma anche il rifiuto sul nascere a ogni richiesta dei cittadini di avere ad esempio notizia sul trasporto di armi attraverso i loro territori o sugli ampliamenti dei canali di scorrimento (come avvenuto con il Fosso dei Navicelli, che collega la base Usa di Camp Darby direttamente al mare e al porto di Livorno). A tal proposito vogliamo citare le significative proteste dei portuali, prevalentemente organizzati dall’Usb, dei Ferrovieri contro la guerra e della Cub trasporti, che hanno efficacemente denunciato e in vari casi ostacolato l’utilizzo delle infrastrutture civili per il trasporto di armi, nonché i diversi scioperi politici contro la guerra degli ultimi mesi.[17] RIDURRE LA FRAMMENTAZIONE INDUSTRIALE L’altro grande problema a cui facevamo riferimento è quello della frammentazione industriale esistente in Europa. Questa è rilevabile sia al livello delle difformità esistenti fra i vari Stati nazionali, relativamente alla produzione (non si produce ciò di cui c’è bisogno ma ciò che conviene al singolo Paese) e alla legislazione di riferimento, che al livello aziendale, soprattutto per via della presenza di una moltitudine di Piccole e Medie Imprese che rappresentano una buona quota del settore, rendendo difficile la coordinazione dei vari passaggi che compongono la filiera produttiva. Per essere chiari, «il costo associato alla frammentazione dei mercati della difesa in Europa è stato stimato in oltre 100 miliardi di euro all’anno».[18] Complessivamente la filiera della Difesa europea «è caratterizzata da attori principalmente nazionali che operano in mercati nazionali relativamente piccoli, producendo volumi relativamente ridotti»[19] e creando spesso duplicati e sovrapposizioni delle stesse merci. Questo impedisce all’industria militare di beneficiare dell’economia di scala[20] e determina una situazione in cui gli strumenti finanziari messi a disposizione dall’UE non vengono utilizzati: «Gli Stati membri non sfruttano sistematicamente i vantaggi del coordinamento a livello UE, della standardizzazione e dell’interoperabilità, degli appalti congiunti, dell’acquisizione e della manutenzione, o della messa in comune e condivisione delle risorse. Ciò si traduce in una spesa per la difesa inefficiente».[21] Un altro motivo per cui l’industria militare europea è frammentata consiste nella tendenza all’esportazione dei prodotti, che ha modellato l’intera filiera sulle necessità dei Paesi acquirenti e non sulle esigenze “interne”: «La percezione tra gli europei è che un mercato comune della difesa avvantaggi i paesi con una solida base industriale della difesa più di quelli che dipendono dalle importazioni. (…) Si teme che una maggiore concorrenza all’interno di un settore della difesa europeo più cooperativo e integrato possa portare a una perdita di quote di mercato».[22] Tuttavia questa situazione sta parzialmente mutando con il riarmo degli ultimi tre anni e lo stanziamento di ingenti forniture militari per l’Ucraina, che hanno portato un aumento della domanda “interna”. Ad ogni modo, l’alto grado di frammentazione industriale si è largamente manifestato proprio nell’operazione di sostegno a tale Paese: «per quanto riguarda l’artiglieria da 155 mm, gli Stati membri dell’UE hanno fornito all’Ucraina (dalle loro scorte) circa dieci tipi diversi di obici (senza contare altri quattro tipi forniti dai Paesi della NATO). Alcuni sono stati consegnati in diverse varianti, creando serie difficoltà logistiche alle forze armate ucraine. (…) Attualmente in Europa vengono prodotti cinque tipi diversi di obici, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno. Ci sono dodici tipi di carri armati europei, mentre negli Stati Uniti ce n’è solo uno»;[23] «Il parco europeo dei sistemi d’arma è composto da 178 tipi differenti, rispetto ai 30 negli USA».[24] Questa situazione ha reso penetrabile il mercato europeo agli attori esteri, poiché all’aumento della domanda non si è risposto in maniera coordinata ed efficiente e ciò ha accresciuto la concorrenza interna e indebolito ulteriormente il tessuto produttivo industriale. Per concludere questa breve analisi della Difesa europea, alcune parole sui suoi specifici settori. In particolare spicca un buon posizionamento industriale nell’aeronautica, con una filiera relativamente coordinata, investimenti efficaci e rendimenti alti.[25] Il settore navale e quello terrestre risentono invece della frammentazione industriale e, specie nel secondo dei due, questo potrebbe determinare presto uno svantaggio competitivo forte, in quanto i costi dell’avanzamento tecnologico (ad esempio per l’equipaggiamento di fanteria) sono previsti in forte crescita e richiederanno investimenti elevati, che difficilmente potranno essere sostenuti dalle Piccole e Medie Imprese. Il settore informatico e quello spaziale, infine, vedono l’UE in ritardo sui principali concorrenti “geo-politici” sia a livello tecnologico che nello sviluppo delle infrastrutture necessarie. LA FILIERA ITALIANA DELLA DIFESA L’Italia è un Paese militarmente attivo. Attualmente è impegnato con circa 8.000 soldati in quarantatré missioni internazionali svolte sotto l’egida ONU, NATO o UE, e nel mentre le esportazioni del settore si mantengono in crescita da anni e hanno raggiunto i 7,6 miliardi di € nel 2024. L’export militare è considerato importante non solo a livello di fatturato ma anche perché nel lungo termine può migliorare le relazioni politico-diplomatiche con i Paesi acquirenti e stimolare la nascita di contratti commerciali in altri settori industriali: in poche parole favorisce quella che oggi viene chiamata la “proiezione di potenza”. Tuttavia su questo il Governo italiano ha di fronte un problema politico serio: a differenza di come avviene di norma negli altri Paesi, fortunatamente la nostra giurisprudenza[26] ancora vieta allo Stato di costituirsi parte negoziale nelle trattative militari. Ciò comporta che esso non possa gestire le attività di vendita, logistica, consegna e post-vendita del prodotto direttamente col Paese acquirente e che, di conseguenza, non possa beneficiare appieno della “proiezione di potenza” che otterrebbe altrimenti. Inoltre nascono problemi sulla pianificazione delle esportazioni sul lungo periodo, finendo, queste, per dipendere dalla volontà e dalle opportunità delle singole imprese e non da una garanzia statale. D’altro canto, in alcuni ambiti ciò può aver favorito la diversificazione degli acquirenti e l’aumento della massa delle esportazioni, però in un’ottica prettamente liberista che non è votata alla pianificazione e alla collaborazione con gli alleati militari sparsi nel globo, a partire da quelli europei, bensì al soddisfacimento degli interessi imprenditoriali italiani. Un altro aspetto non secondario riguarda la presenza di gruppi industriali stranieri nella filiera produttiva bellica italiana, basti ricordare che «36 delle 100 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 25,1% del fatturato aggregato (di cui il 12,2% europeo e il 10,1% statunitense). Le aziende a controllo familiare italiano contano per il 15,6% del totale, sebbene siano più numerose (56) delle estere e quindi dimensionalmente più piccole. La filiera della Difesa vanta una lusinghiera quota di esportazioni, pari al 68,2% nel 2023 che, però, escludendo i due big player a forte vocazione internazionale scenderebbe al 49,4%».[27] Infine, un altro limite, capitalisticamente parlando, è rappresentato dagli investimenti in Ricerca e Sviluppo, che attestandosi al 6% dei ricavi risultano ancora troppo bassi. IL SETTORE AERONAUTICO ITALIANO Dal punto di vista dei singoli settori che compongono la filiera della Difesa l’Italia risulta competitiva e tecnologicamente evoluta prevalentemente in campo aeronautico. Fra i leader mondiali nel settore si trova infatti la nostrana Leonardo, impegnata nella produzione di velivoli militari come l’Eurofighter Typhoon o i moderni elicotteri AW139 ed esportatrice di questi e altri beni militari in tutto il mondo.[28] Leonardo è internamente strutturata in sette divisioni: Elicotteri; Velivoli; Aerostrutture; Sistemi Avionici e Spaziali; Elettronica per la Difesa Terrestre e Navale; Sistemi di Difesa; Sistemi per la Sicurezza e Informazioni. Tuttavia il fatturato è sostenuto dal comparto aeronautico, mentre la fornitura di componentistica, i sistemi di difesa e le tecnologie aerospaziali – che pure fanno parte a pieno titolo del business aziendale – rivestono un ruolo relativamente marginale, consentendo di stipulare contratti di fornitura dal valore limitato, in genere di qualche centinaio di milioni. Il predominio commerciale del settore aeronautico va compreso nel dettaglio se si vuole arguire meglio la statura effettiva della potenza militare italiana. L’aeronautica è una filiera complessa ed estremamente frammentata, in cui però al contempo è presente un’elevata concentrazione di capitali e in cui i rendimenti sono particolarmente alti. Una ragione di ciò sta nel fatto che si tratta di una filiera ad alta intensità di capitale nella quale spesso contano maggiormente le competenze nell’assemblaggio delle componenti tecnologiche che quelle nello sviluppo di prodotto, proprio perché i velivoli sono il risultato finale dell’assemblaggio di sistemi tecnologici complessi e fra loro generalmente indipendenti.[29] Ciò favorisce lo sviluppo di aziende leader nel campo dell’assemblaggio, più che in quello direttamente produttivo, e per queste aziende genera un maggior potere sulla moltitudine dei produttori/fornitori: Leonardo ha un notevole controllo della filiera produttiva dei propri velivoli[30] e nel 2016 ha assorbito una buona parte delle aziende controllate, «mantenendo inoltre il presidio su partecipate e joint venture che non sono rientrate nel processo di riorganizzazione divisionale».[31] Per tali motivi, nella filiera aeronautica l’elevata frammentazione proprietaria delle imprese che la compongono si unisce a una maggiore coordinazione di filiera (programmazione della produzione; riduzione dei tempi logistici di circolazione di merci e componenti; ottimizzazione tecnologica dei processi produttivi), dando luogo per l’Italia a un contesto economico in cui la compresenza di molte PMI e di un “campione nazionale” come Leonardo non è da ostacolo ma anzi, al contrario, rende più competitivi. GLI ALTRI SETTORI MILITARI L’Italia è legata a diverse grandi aziende leader nel settore militare, di cui Leonardo è solo la più importante. Spiccano Fincantieri (cantieristica navale), MBDA Italia (sistemi missilistici), Iveco Defence Vehicles (veicoli corazzati da combattimento), Thales Alenia Space Italia (comunicazione satellitare a orbita bassa)[32], Rheinmetall Italia (sistemi tecnologici di precisione) e Beretta (armi da fanteria). Tra le aziende di dimensioni ridotte che rivestono un ruolo chiave nella filiera citiamo, invece, Elettronica (guerra elettronica), Avio Aero (motori aerospaziali), Microtecnica (sistemi di controllo per piattaforme aeronautiche) e Mecaer Aviation Group (carrelli di atterraggio). Il settore più debole è probabilmente quello dell’equipaggiamento da fanteria, mentre un’attenzione particolare merita la filiera militare dell’aerospazio. Il contesto degli ultimi anni vede gli Stati Uniti accaparrarsi il 46% degli investimenti globali nella Space Economy, mentre l’Ue solo l’8,7%.[33] Dopo le leggi emanate nei primi anni 2000 in diversi paesi europei,[34] che rappresentavano il primo tentativo di fornire un quadro di sviluppo adeguato e un ecosistema favorevole agli investimenti, lo sviluppo della Space Economy europea si è parzialmente arenato. Probabilmente hanno pesato le difficoltà del settore delle telecomunicazioni (con il ridimensionamento di Nokia e degli altri ex-colossi nord-europei), che al pari delle tecnologie aerospaziali utilizza componenti semiconduttori per la trasmissione dati. Nonostante per la Space Economy l’Italia disponga di infrastrutture migliori che in altri campi e nonostante, pure, l’esistenza di un sistema di aziende attive da lungo tempo nel settore, il nostro Paese è ben lungi dal raggiungere posizioni avanzate e prodotti all’avanguardia. Mancano capacità di innovazione e investimenti privati (in aggiunta allo scarso peso del pubblico), e nel 2021 il settore ha raggiunto appena il valore di 2,9 miliardi di €.[35] La strategia del capitalismo italiano consiste nello sviluppare «la ricerca, la produzione e il commercio in orbita terrestre bassa»[36] attraendo nuovi capitali privati e favorendo le soluzioni di partnership pubblico-privato,[37] sulla base di uno stimolo iniziale fornito dalle finanze pubbliche. Tale “stimolo”, però, è quantificabile in poche centinaia di milioni, che principalmente provengono dai fondi per la crescita sostenibile e per il sostegno alle Piccole e Medie Imprese. Il settore dello spazio, dunque, ha un disperato bisogno di capitali privati e così si spiegano le aperture dello scorso anno da parte del Governo verso l’azienda di Elon Musk, Starlink, proprio per la fornitura di tecnologie satellitari moderne. Ciononostante l’Italia rimane fra i principali finanziatori dell’Agenzia Spaziale Europea ed è fra i Paesi più direttamente coinvolti nello sviluppo di una filiera europea della Space Economy. Non si tratta di schizofrenia ma di un difficile doppio-gioco – nel quale si resta “a galla” grazie al settore aeronautico –, votato al solo tentativo di non perdere d’importanza e aumentare i capitali a disposizione. Non per niente il Ministro della Difesa Guerini (2019-2022) ebbe a dire che «la relazione con gli Stati Uniti rimane parimenti strategica, in ottica complementare all’Europa, per assicurare il coinvolgimento nell’innovazione tecnologica che trova negli USA uno dei principali incubatori».[38] Infine un piccolo appunto: non è vero quanto dice Leonardo, ossia che l’Italia avrebbe «la capacità di presidiare l’intera catena del valore dell’industria spaziale»[39], come ha poi dimostrato la trattativa di Meloni con Starlink. A nostro parere si tratta di ideologia, utile soltanto a conoscere i desiderata dei capitalisti o, meglio, a indirizzare sempre maggiori risorse al settore militare e in particolare laddove i margini di profitto potenziale sono maggiori. Siamo altresì convinti che Ricerca e Sviluppo rappresentino un ambito privilegiato anche per il settore della Difesa, come si evince dalle note aggiuntive alla Legge di Bilancio del Ministero della Difesa: «In tutti questi nuovi terreni di scontro, emerge nettamente l’importanza che rivestono l’utilizzo e la pervasività delle nuove tecnologie emergenti e dirompenti. La corsa all’innovazione è un fattore determinante per acquisire e conservare un vantaggio strategico e, di conseguenza, la principale sfida per la Difesa sarà quella di evolvere di pari passo con l’evoluzione della tecnologia, prevedendone la portata. Ma il processo di anticipazione degli sviluppi scientifici e tecnologici dev’essere sostenuto e guidato, anche per le importanti ricadute sulle strutture e infrastrutture nazionali. È importante dare un forte impulso alla Ricerca e Sviluppo, militare e civile, che, in un contesto di scarsità di risorse finanziarie, occorre più che mai implementare in modo sinergico, individuando i campi di intervento, massimizzando gli investimenti, ottimizzando le risorse ed evitando gli sprechi.  La portata delle sfide presenti e future, e dei rischi e minacce ad esse correlati, ha un impatto potenzialmente dirompente in termini di sicurezza nazionale e travalica le competenze esclusive di un unico soggetto, richiedendo un approccio multidimensionale, che metta a sistema tutti gli strumenti nazionali: Diplomatico, Informativo, Militare ed Economico».[40] PROBLEMATICHE ECONOMICHE GENERALI DELLA DIFESA ITALIANA L’Italia contiene una notevole quantità di PMI che fanno produzione ad alto contenuto tecnologico, specie nei settori aeronautico e spaziale. La difficile sopravvivenza di alcune di queste – dovuta principalmente ai ridotti capitali aziendali – potrebbe però comportare «il rischio di perdita di know how e di cluster tecnologici pregiati e di indebolimento dell’intero sistema industriale nazionale».[41] Non essendovi la possibilità di favorire significativamente la concentrazione imprenditoriale (ossia la nascita di grandi imprese in luogo di tante PMI), la strategia dei nostri governi punta ad ampliare e meglio definire il legame tra filiera militare e istituzioni, andando gradualmente a creare una sorta di “Sistema Difesa” integrato ed efficiente. Del resto «la dimensione ridotta [delle PMI], i limiti organizzativi e finanziari, l’instabilità dell’assetto proprietario e la frammentazione territoriale rendono difficile instaurare e mantenere un rapporto diretto con la Difesa e con le stesse grandi aziende nazionali».[42] Alcune leggi recenti, come il Decreto Sicurezza o l’AI Act europeo, riducono le garanzie democratiche e lasciano alle istituzioni un maggior margine di manovra in ambito militare, in maniera da favorire i progetti di sviluppo e integrazione di filiera (come, per l’appunto, nel caso italiano). Tuttavia non è ancora abbastanza ed è perciò lecito aspettarsi un’evoluzione ulteriore della normativa sia italiana che europea, sempre in senso negativo, nel prossimo futuro. Un altro problema è riscontrabile al livello della catena di fornitura delle imprese militari, specie per quanto riguarda le materie prime rare e pregiate. Secondo Federico Sesler[43] «la dipendenza da pochi fornitori per componenti critici, spesso situati in regioni geopoliticamente instabili, rappresenta una minaccia per l’intero settore della difesa. Un’interruzione delle forniture può paralizzare segmenti produttivi essenziali».[44] In questo caso l’Italia non ha la forza di muoversi autonomamente e per le forniture è sempre più dipendente dall’Unione Europea, che facilita accordi e induce ad acquisti collaborativi di più Paesi membri nei confronti del fornitore, il che riduce l’instabilità del rapporto commerciale. Infine, sempre a proposito delle strozzature delle catene di fornitura dobbiamo ricordare l’elevata dipendenza dall’estero dell’Italia in fatto di chip. Questi sono essenziali per la produzione di armamenti e sistemi tattici efficaci, per cui in senso militare la dipendenza dalle importazioni rappresenta un fattore di debolezza strategica. Per giunta, nella filiera dei semiconduttori il business italiano è prevalentemente orientato ad attività che procurano un valore aggiunto relativamente contenuto, come la produzione dei wafer in silicio (su cui poi verranno stampati i circuiti dei chip) o la fabbricazione di macchinari per i test produttivi e la riparazione, e non è in grado di produrre chip di qualità elevata (e in generale questo è vero per l’intera Europa, malgrado la prossima apertura di fonderie per chip di nuova generazione nell’area tedesca – che comunque non arriveranno ai livelli di quelli prodotti a Taiwan, che sono i più avanzati al mondo). Pertanto l’unica cosa che i governi italiani possono fare è continuare a integrarsi nella filiera produttiva europea dei semiconduttori e cercare, al contempo, di orientare le importazioni verso il mercato interno comunitario, man mano che la filiera europea della Difesa si sviluppi e diventi in grado di fornire prodotti adeguati. FINANZIAMENTO DELLA DIFESA ITALIANA Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare dell’aumento del budget militare sollecitato – per non dire “preteso” – da NATO e Unione Europea. Il Bilancio della Difesa italiana è molto al di sotto dei parametri richiesti dalla NATO, ma comunque aumenta di anno in anno. Nel 2025 è stato complessivamente di 31,3 miliardi di €, con un aumento di oltre 2 miliardi sull’anno precedente (considerando anche i fondi destinati a uso militare ma gestiti da altri Ministeri – MIMIT e MEF – si raggiungono addirittura i 3 miliardi di scarto). Si consideri che l’inflazione nel 2025 è stata dell’1,5/1,6%, mentre l’incremento di budget ha superato il 7%. A differenza di quanto avviene con i salari, quindi, l’inflazione è stata ampiamente recuperata. Il rapporto spesa/PIL invece rimane stabile o in leggero aumento: è previsto all’1,61% nel 2027.[45] Nonostante le risorse aggiuntive, però, il bilancio rimane orientato alle spese per il personale (74%) e a quelle correnti per l’esercizio (16%). Solo il 10% delle risorse è destinato agli investimenti[46] e, fra queste, oltre 9 miliardi vanno alle spese per “’Ammodernamento e Rinnovamento” e appena 86 milioni a “Ricerca e Sviluppo”. Si denota perciò una destinazione delle risorse poco votata all’innovazione, sintomo di una scarsa efficacia degli investimenti[47] e di una filiera militare poco coordinata. Questa però è una caratteristica generale del capitalismo italiano. Se si guarda in generale alla destinazione dei fondi per l’innovazione, infatti, appare chiaramente come l’orientamento politico dei governi attribuisca comunque una forte priorità alle spese militari: il Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, istituito con la Legge di Bilancio per il 2017, è destinato per il 25% alla Difesa. Aggiungendo alle spese per l’investimento anche i fondi assegnati agli altri Ministeri ma destinati sempre al settore militare, inoltre, si arriva a circa 12 miliardi, contro i 4,3 del 2019,[48] denotando un aumento considerevole. Infine va menzionata l’esistenza del NATO Innovation Fund che, seppur per il momento ancora esiguo (7,7 milioni di € annui), è politicamente rilevante e potrebbe assorbire una certa quota delle maggiori risorse destinate alla spesa militare in futuro. In conclusione… come si è potuto vedere leggendo questo articolo, “ci siamo dentro fino al collo”. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] M. Draghi,The future of European competitiveness, p. 159. [2] Ibidem. [3] Cfr. https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en?prefLang=it e https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/competitiveness-compass_it [4] Commissione Europea, Libro Bianco per la Difesa Europea – Readiness 2030, p. 2. [5] E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Analisi del nuovo piano per il riarmo dell’Unione Europea, https://diogenenotizie.com/analisi-del-nuovo-piano-per-il-riarmo-dellunione-europea/. [6] Commissione Europea, Libro Bianco per la Difesa Europea – Readiness 2030, p. 16. [7] Ivi, p. 160. Si consideri che la Cina può contare su un costo inferiore della produzione per via della struttura del proprio mercato interno, per cui la spesa di questo Paese ha un maggior valore d’acquisto. [8] La base giuridica è costituita dall’aggiunta di motivazioni di ordine militare a quelle circostanze eccezionali per le quali è prevista l’attivazione dell’art. 26 del Regolamento SGP n. 2024/1263 per singoli paesi membri (cd. “clausola di fuga nazionale”). L’art. 25 consentirebbe la deroga per l’intera Ue (cd. “clausola di fuga generale”) ed è stato utilizzato in passato per far fronte alla pandemia da Covid-19. [9] Cfr. https://quifinanza.it/economia/fondo-safe-italia-ue-difesa/922383/. [10] M. Draghi, op. cit., p. 161. [11] «I piani mirano a conferire alla BEI poteri significativi per sostenere attività legate alla difesa che vanno oltre l’attuale ambito dei progetti a duplice uso» (E. Letta, Much more than a market, Aprile 2014, p. 74). Già nel 2024 era stata ampliata la lista delle tecnologie a duplice uso, ossia di quelle ammissibili per finanziamenti della BEI (cfr. Banca Europea per gli Investimenti, Comunicato stampa: EU Finance Ministers set in motion EIB Group Action Plan to further step-up support for Europe’s security and defence industry, 12 Aprile 2024). [12] Commissione Europea, op. cit., p. 8. [13] E. Letta, op. cit., p. 70. [14] Commissione Europea, Bussola per la competitività, https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/competitiveness-compass_it. [15] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., La filiera italiana dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza. Rapporto finale, Settembre 2018, pp. 151-152. [16] Ivi, p. 8. [17] Cfr. https://www.pressenza.com/it/2025/11/armi-e-munizioni-su-tratte-ferroviarie-ordinarie-no-grazie/ e https://radioblackout.org/podcast/puntata-del-25-11-2025. [18] E. Letta, op. cit., p. 73. [19] M. Draghi, op. cit., p. 162. [20] Con “economia di scala” si intende la riduzione del costo del singolo prodotto causata dall’aumento della produzione complessiva. [21] M. Draghi, op. cit., p. 167. [22] E. Letta, op. cit., p. 72. [23] Ibidem. Va inoltre ricordato che «Di tutte le attrezzature militari inviate dai paesi europei all’Ucraina dall’inizio del conflitto, il 78% è stato acquistato da produttori extra-UE» (E. Letta, op. cit., p. 70). [24] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., pp. 151-152. [25] «I modelli Airbus e MBDA [molto probabilmente ci si riferisce a dei nuovi modelli di missili sviluppati dal consorzio MBDA], pur essendo di natura diversa, offrono spunti interessanti e best practice per l’approccio industriale militare europeo» (E. Letta, op. cit., p. 71). Negli ultimi anni il settore militare aeronautico si sta dimostrando molto dinamico e innovativo, con «un trend crescente [del numero di brevetti effettuati] soprattutto negli ambiti di ricerca legati alle famiglie brevettuali di aeroplani ed elicotteri (tasso medio annuo composto di crescita pari a +7,8%), equipaggiamenti per aeromobili (+7,7%)» (The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 26). [26] Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. Inoltre è fatto divieto allo Stato di vendere materiale militare nuovo, non in dismissione. [27] Cfr. https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/leonardo-fincantieri-e-non-solo-come-le-aziende-della-difesa-vanno-allattacco-negli-affari-report-mediobanca/?_gl=1*psg1w3*_up*MQ..*_ga*ODY4OTUxNjI0LjE3NjgzOTA0MDU.*_ga_9HD1K76044*czE3NjgzOTA0MDQkbzEkZzAkdDE3NjgzOTA0MDQkajYwJGwwJGgw. [28] Segnaliamo, fra i tanti contratti stipulati da Leonardo, la fornitura di ventotto Eurofighter al Kuwait per circa otto miliardi di € nel 2016 e quella di ventotto elicotteri NH90 al Qatar, nel 2018, per tre miliardi (valori convertiti in € al tasso di cambio alla data di firma dell’accordo). [29] Forniamo alcuni esempi di componenti aeronautiche complesse, che sono prodotte da aziende differenti: motori, cabine, aerostrutture, apparecchiature avioniche, carrelli di atterraggio, sistemi di monitoraggio per liquidi e combustibili, profili alari, sistemi idraulici per il controllo di volo, per il carrello di atterraggio o per il sistema di sterzo, sistemi di freno, hardware, cuscinetti, componenti elettrici, raccordi idraulici, elementi di fissaggio. [30] Cosiddette “relazioni industriali captive”, in cui l’azienda predominante gestisce diverse aziende controllate. [31] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 106. [32] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Cosa si nasconde dietro la legge italiana sulla Space Economy, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-cosa_si_nasconde_dietro_la_legge_italiana_sulla_space_economy/42819_59703/#google_vignette ed E. Gentili, F. Giusti, Accordo Starlink. Giù la MUSKera, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-accordo_starlink_gi_la_muskera/42819_58720/. [33] DdL 2026 “Disposizioni in materia di economia dello spazio”, 10 Settembre 2024, p. 7. [34] Per l’Italia segnaliamo il D. Lgs. 128/2003, che fra l’altro istituisce l’Agenzia Spaziale Italiana. [35] Fonte: Aiko, 2021. [36] DdL 2026, art. 24, c. 1. [37] DdL 2026, art. 24, c. 3. [38] Ministero della Difesa, Direttiva per la politica industriale della Difesa, Edizione 2021, p. 13. [39] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 153. [40] Cfr. https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/formazione_e_gestione_del_bilancio/bilancio_di_previsione/note_integrative/2026-2028/ni_dlb/DLBNOT1C_120.pdf [41] Ministero della Difesa, op. cit., p. 4. [42] Ivi, p. 9. [43] Presidente dell’Ente di ricerca “Centro Italiano di Strategia e Intelligence”. [44] In M. de Francesco, Moody’s: «Con la nostra piattaforma renderemo inviolabile la supply chain italiana della Difesa», https://www.industriaitaliana.it/moodys-piattaforma-supply-chain-difesa/. [45] Cfr. G. Martinelli, Il Bilancio 2025 della Difesa italiana, https://www.analisidifesa.it/2025/02/il-bilancio-2025-della-difesa-italiana/. [46] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 154. [47] Un indicatore utile per misurare l’efficacia degli investimenti è la Total Factor Productivity (TFP). [48] Cfr. G. Martinelli, op. cit. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Conversazioni con Vincenzo Scalia su repressione, scuola e deriva autoritaria a cura dell’Osservatorio
PUBBLICHIAMO IL TESTO DELL’INTERVISTA FATTA DA RENATA PULEO AL PROF. VINCENZO SCALIA, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DEL DIRITTO E DELLA DEVIANZA DIP. SCIENZE POLITICHE E SOCIALI UNIVERSITÀ DI FIRENZE SU ALCUNE QUESTIONI E PUNTI DI VISTA PROPOSTI PER CONTO DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. IN FONDO C’È ANCHE IL LINK A UN’INTERVISTA FATTA FEDERICO GIUSTI ALLO STESSO VICENZO SCALIA PER RADIODGRAD. R.P.: Il nostro Governo sembra oggi trarre ispirazione, per la sua agenda sicuritaria e repressiva, non tanto dal modello Orban, quanto dal trumpismo. Dall’omicidio di Stato a Minneapolis, ultimo atto, in ordine di tempo, della volontà di reprimere ogni dissenso attraverso una guerra federale condotta contro una parte di cittadini americani, fino al discorso del Presidente USA a Davos. Le politiche migratorie e i respingimenti con sequestri operati nelle strade e nelle case di cittadini stranieri, considerati legittimi come difesa della America grande e WASP, il negazionismo climatico, la politica estera fuori da ogni regola internazionale. La repressione appare come un micidiale ingranaggio culturale, razziale e di classe, fatto di dispositivi che hanno i corpi come bersaglio: donne, neri, latinos, proletariato urbano e sottoproletariato senza accesso al diritto, nemmeno come habeas corpus. Da noi, i fatti di La Spezia hanno rinforzato questa simbologia culturale e antropologica che, del resto, era già stata anticipata nei decreti e nel disegno di legge presentato dagli Interni. Un clima di guerra interna come preparazione a quella condotta dagli eserciti, nella diffusione dell’obbedienza come valore. V.S.: Ormai le politiche “legge e ordine” sono rimaste l’ultimo collante sociale che un governo può utilizzare per legittimarsi. Le risorse da redistribuire sono sempre più ristrette, le scelte in politica economica ed estera sono ridotte, la caduta del Muro di Berlino ha significato la fine di orizzonti progettuali diversi. Di conseguenza, una società debole, sfrangiata, priva di prospettive, avanza una domanda di protezione che i governi di destra offrono secondo maniere brutali ma esplicite. Individuare un nemico da combattere, combatterlo, sortisce un effetto pacificatore e risolutore. Per questo i linguaggi di guerra e di polizia si sovrappongono. L’ideologia e le narrazioni complottiste alimentano le paure e il senso di insicurezza. Siamo in preda a forze oscure, ci vuole una politica muscolare. Questo è il senso del discorso. R.P: La rappresentazione del pericolo come la cultura del coltello attribuita sprezzantemente alla cosiddetta maranza, gli sgomberi dei centri di aggregazione sociale (vedi il caso Askatasuna, inscenato come in un set di film americano), la mappatura delle città attraverso la definizione di zone rosse, sembra volta alla criminalizzazione dei giovani. Tutto ciò appare funzionale all’elaborazione del consenso basato sulla paura. V.S.: Siamo sempre all’interno della logica del nemico. Prima erano i migranti, poi i consumatori di sostanze, poi i no global, quindi gli LGBTQIA+, che hanno rimpiazzato i comunisti. Adesso tocca ai maranza, ai giovani delle periferie, che, se ci facciamo caso, cumulano gli stigmi delle altre categorie: migranti, marginali, sovversivi, magari anche perversi in quanto spacciatori e consumatori di sostanze. R.P.: Nella simbologia della destra anche la religione sembra giocare un ruolo negli USA, come rinforzo alle credenze, ai miti di fondazione del Paese, riprese dal discorso MAGA. In Italia un certo cattolicesimo (dalla Sentinelle in Piedi a Reggio Emilia, all’allarme per l’educazione al genere nelle scuole, all’isteria antiabortiste e contro l’eutanasia) può farsi complice delle politiche repressive. Per contro esiste anche un cristianesimo soccorrevole e antimilitarista, soprattutto in aree valdesi e in alcuni quartieri periferici delle grandi città, ma riceve scarsa risonanza sia sui media che presso le gerarchie vaticane. V.S.: Non è il problema del cattolicesimo. Oggi la chiesa è più a sinistra del PD. Vedo piuttosto affiorare un certo neopaganesimo, afferente ai miti nazifascisti. Oppure, il cristianesimo, se filtrato dall’ideologia della terra e del sangue, come quella del fascista romeno Cornelius Codreanu, a cui la premier e i suoi accoliti, in passato, hanno più volte dichiarato di ispirarsi. È una combinazione sinistra tra mito dell’origine e fondamentalismo cristiano che fa paura. R.P:: Il digitale, la comunicazione attraverso internet sta certamente favorendo la possibilità di diffondere informazioni utili a chi lotta nelle strade e nelle piazze, a chi resiste nella difesa dei territori, in Iran, in USA, a Gaza, In Rojava. Ma, l’uso dei social come moltiplicatori di bias e di esposizione violenta della parola e dei corpi, rappresenta una parte importante nel panorama della violenza di stato e dell’abbrutimento culturale del Paese.  V.S.: Certamente, viviamo in una società capitalistica, caratterizzata strutturalmente dalla disuguaglianza del possesso e del controllo di risorse materiali e simboliche. Noi magari abbiamo il cugino, la vicina o i compagni che ne capiscono, Trump ha al suo fianco Musk e tutto il suo apparato. Chi vince, secondo voi? La proporzione è presto fatta. Non a caso, Julian Assange, che aveva mostrato un uso alternativo dei media, è stato annichilito. Ma è quella la dimensione da coltivare. R.P.: La sottocultura della valutazione a test (e della tracciatura dei fragili venduta come misura di inclusione), il conformismo culturale basato sulle competenze, la marginalizzazione della conoscenza come ricerca e dubbio, la burocratizzazione del lavoro docente, possono contribuire secondo noi al rinforzo di una mentalità obbediente. V.S.: Certo, ma anche la logica binaria, quella legata alla performatività, l’ansia da prestazione, il successo a tutti i costi. Tutti aspetti deleteri, da combattere. Ma non come si fa oggi. Oggi ti offrono counselling, DSA…sacrosanto, ma a volte funzionale al neoliberismo. Che ci manda un messaggio esplicito: oggi si aiuta solo chi presenta disagi psicofisici. Non a caso, adesso, fioccano le dislessie e gli ADHD, per esempio. Ripeto, attenzione alta, ma, a volte, anche strategie sotterranee, però poco costruttive. Non è bello farsi prendere per uno che presenta un problema. O valorizziamo il problema come ricchezza, oppure alimentiamo la macchina dell’esclusione o del compatimento. R.P.: L’installazione dei metal detector nelle scuole è diventato un fattore di responsabilità diretta dei Dirigenti, qualora decidessero di sottrarsi alla progressiva trasformazione delle scuole in caserme e in check point. L’autonomia è sempre più fittizia, la catena di comando sempre più verticalizzata: piovono provvedimenti disciplinari, ispezioni sul controllo della didattica, intimidazione prodotta attraverso il profluvio quotidiano di note ministeriali e di indicazioni di comportamento. V.S.: Un neofascismo postmoderno, basato sul controllo sinottico e sulla riaffermazione dei ruoli apicali, a discapito della comunicazione orizzontale, della partecipazione, delle decisioni condivise. Bisogna resistere, opporsi, boicottare questo tipo di irregimentazione travestito da tecnicismi. R.P.: La scuola, l’educazione e l’istruzione nelle istituzioni scolastiche possono ancora svolgere un’azione di contrasto alla cultura  amico-nemico e alla guerra in tutte le sua forme? V.S.: Anche la mobilitazione sui luoghi di lavoro e la ripresa di slancio da parte della società civile e dei militanti, su questioni come i diritti dei detenuti e le libertà civili, possono e devono contribuire a invertire la tendenza. La scuola può dare molto. Purché sia mossa dal principio dell’uguaglianza ed operi in un contesto pubblico. E non accetti di farsi irregimentare nel reticolo di valutazioni, autovalutazioni, ispezioni, performatività orientata al mercato. Clicca qui per l’intervista a Vincenzo Scalia su Radiograd. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente