Tag - Federico Giusti

Crescita dell’industria delle armi in Italia: speculazione e riarmo
MIRE SPECULATIVE ATTORNO AL RIARMO Oggigiorno a chi voglia investire nel mercato azionario viene vivamente consigliato un pacchetto di titoli, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in crescita da almeno quattro anni. Il potenziale risultato per queste imprese sarebbe un incremento dei backlog (nuovi ordinativi), specie se proverranno dagli eserciti NATO. L’Alleanza Atlantica è infatti una garanzia di affari per i titoli azionari del comparto Difesa, sebbene nei prossimi due anni la loro crescita non dovrebbe essere uniforme: verranno premiate soprattutto le aziende che hanno investito maggiormente in tecnologie innovative e si sono specializzate in specifici settori (droni, AI, sensoristica). Ergo, a beneficiare di questa situazione potrebbero essere soprattutto imprese, anche di piccole dimensioni, che hanno optato per le specializzazioni produttive indotte dalle nuove tecniche di guerra. Specializzazioni capaci di attrarre finanziamenti pubblici e privati e tali da poter essere utilizzate anche in ambito civile, almeno in parte (non casualmente, sempre più spesso sulla stampa economica si parla della necessità di potenziare le tecnologie duali). Prendiamo come esempio il programma Golden Dome, che nel corso degli ultimi due anni ha ricevuto sempre maggiori finanziamenti: dai 25 miliardi iniziali siamo arrivati, a fine 2025, a quasi 180. Tale scudo missilistico rappresenta un sistema bellico complesso, una sorta di architettura della guerra che mette insieme radar, intercettori, software, l’intero ambito della cyber-resilience. Se le commesse aumentano, di conseguenza anche il peso specifico di queste componenti crescerà e ciò non riguarderà soltanto il settore della Difesa: i benefici in termini di fatturato saranno a vantaggio di tutte quelle aziende che, a vari livelli, partecipano alla realizzazione di questi sistemi. Per esemplificare: si va dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’Intelligence ai satelliti, e poi alla sensoristica e a una miriade di altri ambiti. Il punto è che il successo di un sistema di guerra avvantaggia tutte le aziende – spesso invisibili e microscopiche – che si nascondono dietro alle grandi multinazionali: a esse vengono affidate ricerche e produzioni relative a piccole parti dell’intero sistema, nel contesto di una complessa e variegata filiera di guerra che sfugge ai nostri occhi. Ipotizziamo ora un investimento in Borsa su titoli in crescita, sia chiaramente legati alla produzione di armi, sia su aziende apparentemente neutre che risultino però cruciali per la progettazione o la produzione di sistemi bellici. All’investitore le banche potrebbero ad esempio consigliare un pacchetto già definito con fondi di investimento ad alto rischio, quotati in una borsa europea e tra loro diversificati, ma potrebbe anche arrivare direttamente un’offerta da parte di un broker o di istituti finanziari interessati al successo di titoli azionari legati alle armi. E allora la nostra – sia pur parziale e sintetica – descrizione delle mire speculative che vi sono attorno al Riarmo può esser forse d’aiuto per comprendere il rapido riposizionamento degli investimenti occorso a partire dalla guerra in Ucraina in poi: si tratta di un processo che ha visto l’ascesa di alcune imprese a discapito di altre, e in cui complessivamente si segnala un maggior successo in Borsa dei titoli legati alle multinazionali di guerra europee rispetto a quelle statunitensi. LA DIFESA IN ITALIA Per quanto concerne l’Italia, la Difesa è trainata dall’industria aeronautica, aerospaziale e, in parte, navale. Fa invece scalpore che, come sostenuto dallo studioso Giorgio Beretta in un saggio del 2023,[1] il peso dell’industria delle armi nell’economia italiana vada ridimensionato. Riferendosi ai dati dell’Anpam,[2] egli ha precisato che il giro d’affari di armi e munizioni comuni equivale a quello dell’industria del giocattolo. Di più, la stessa produzione di armi a scopo militare, ritenuta indispensabile da tanti commentatori economici, anche considerata assieme al suo indotto impiega “solo il 3,8% di tutti gli occupati nel settore manifatturiero”[3]. E, cosa ancor più importante, non produce che lo 0,6% del Pil italiano. Tuttavia, pur senza assumere il carattere determinante che, in modo interessato, già gli attribuiscono certi opinionisti, nell’arco di qualche anno le dimensioni di questo controverso settore potrebbero aumentare, e in modi significativi. Peraltro, visti i processi su cui abbiamo già insistito, la filiera militare potrebbe darsi un’articolazione inedita, collocando in una sorta di invisibilità diversi suoi settori. Intanto, negli ultimi cinque anni l’Europa ha raddoppiato la spesa per la difesa. O, volendo essere fiscali – e tenendo quindi conto dell’inflazione –, si è registrato quasi il 70% di spesa in più, con un rapporto spesa/Pil per la prima volta sopra il 2%. Si tratta di un continuo finanziamento pubblico alle imprese di guerra che non produce vera crescita nei paesi interessati, avvantaggiando solo specifiche frazioni capitalistiche. Può sembrare un paradosso, ma molti degli odierni cantori del Riarmo sono quelli che, in altre fasi, sostenevano il più rigido controllo del debito pubblico in tutti gli Stati europei. Ora, invece, propugnano una politica virtualmente in grado di accrescerlo in modo esponenziale. Invero, non tutti gli economisti condividono il dogma del contenimento del debito a qualsiasi costo. Ma colpisce che il suo superamento avvenga per il settore militare e non a sostegno delle spese sociali. F. Giusti, S. Macera, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] G. Beretta, Il paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata, Altreconomia, 2023. [2] Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni sportive e civili. [3] Redazione «la Difesa del Popolo», In Italia, la produzione di armi vale quanto quella dei giocattoli, 8 Marzo 2023, in https://www.difesapopolo.it/in-italia-la-produzione-di-armi-vale-quanto-quella-dei-giocattoli/. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
USA: in un anno spese militari in aumento del 50% raggiungendo la cifra di $1500 miliardi
Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento. Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari, assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli USA e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidente Trump strizza l’occhio alle multinazionali della guerra, dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura USA sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial-militare è evidente e foriera di guerra con un Paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli USA, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo USA che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi. Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l’interventismo armato per dedicarti ai problemi dell’America, ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli USA spenderanno non solo per il riarmo, ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea. L’aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell’ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazione\criminalizzazione del dissenso. Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli USA spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40% a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50% della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale. Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l’elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere Paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei BRICS e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia USA senza pensare che proprio dai BRICS arrivi una alternativa di sistema. Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli USA il neoautoritarismo trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all’azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto. Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell’immediato futuro si presentano tutt’altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l’inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti. Le difficoltà dell’industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti. E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli USA, ma anche per i Paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni. Federico Giusto, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Recensione: V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La Costituzione dei poveri
IL DEPAUPERAMENTO DEI SISTEMI EDUCATIVI È FUNZIONALE ALL’IDEOLOGIA MILITARISTA. E PIÙ LA SCUOLA DEPERISCE, PIÙ DEPERISCE LA DEMOCRAZIA. Ha ragione da vendere il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel ritenere il primo scandalo la guerra, giudicando disertori e renitenti gli eroi che, in virtù delle loro scelte, pagano con la perdita della libertà e, pur sottoposti al pubblico ludibrio, non abiurano alla costruzione della pace. Queste osservazioni sono contenute in un libro frutto del dialogo tra l’uomo di legge, Gustavo Zagrebelsky appunto, e il sacerdote Virgilio Colmegna da decenni impegnato socialmente a fianco degli ultimi. Un dialogo tra credenti e laici attorno al concetto di giustizia, alla difesa della Carta costituzionale, alla lettura del Vangelo da cui trarre un messaggio ben diverso da quello che anima neoconservatori, Maga e fautori della guerra. A pochi giorni dal seminario organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con Scuola e società, sulla Diserzione come forma di Resistenza alla Pace, cerchiamo di sviluppare qualche ragionamento attorno alla guerra, al senso di giustizia, alle responsabilità anche individuali dinanzi alla dilagante cultura di guerra che imperversa nella società. E per guerra non intendiamo il conflitto sociale, fondamentale motore mosso dal desiderio di equità e giustizia. Dopo l’intervento militare USA e la prigionia del Presidente Maduro in molti hanno chiesto cosa resti del diritto internazionale e soprattutto se sia lecito oggi sperare in un insieme di regole rispettate da dominanti e dominati, governanti e governati, a fronte del genocidio del popolo palestinese e del rifiuto sistematico da parte USA di trattati e convenzioni internazionali. Gli ultimi anni e le modalità con le quali sono state condotte le guerre non sono la plastica dimostrazione del fallimento del diritto internazionale e il rifiuto di regole condivise e confini invalicabili? Mentre l’Occidente accusa la Resistenza palestinese di terrorismo, tutte le regole scritte, o tacitamente accettate, vengono violate e dismesse dai dominanti per affermare il potere del più forte e la criminalizzazione del soccombente e di quanti non si piegano alla normalità della barbarie. La Carta costituzionale italiana non è servita a fermare la guerra, il ripudio dei conflitti è stato facilmente aggirato fin dal 1999, quando un governo di centro sinistra intervenne nella guerra nei Balcani e allora le cosiddette ragioni umanitarie erano la motivazione etica addotta per giustificare l’interventismo. Capimmo da subito che lo sgretolamento della ex Jugoslavia e il fuoco nazionalista nell’area balcanica erano frutto di una lunga pianificazione, tutto fu palese guardando i nuovi corridoi energetici, il ritorno degli eroi di guerra che avevano combattuto a fianco dei neonazisti, la riscrittura (revisionistica) della storia, la rapida nascita di distretti industriali collegati a importanti multinazionali USA e UE, l’adesione di qualche Paese alla NATO, il dispiegamento di basi militari e la nascita a tavolino di nuove entità nazionali che ci riportarono indietro nel tempo ossia quando i Paesi colonialisti decidevano i confini e gli assetti territoriali. Il tempo in cui dominavano le ideologie razziste, fasciste, colonialiste non è morto e sepolto, prova ne sia il bagaglio culturale dei dominanti, la riscoperta di teorie vecchie costruite, al loro tempo, per conquistare il Mondo (ad esempio la dottrina Monroe di cui si parla a proposito del continente americano) e piegarlo ai propri interessi. E proviamo a riportare queste argomentazioni in campo educativo e scolastico, non prima di cogliere la critica feroce alla nozione di merito proveniente da Zagrebesky e Colmegna e ancora una volta il punto di partenza, e di arrivo, è rappresentato dagli scritti di don Milani, il prete che si oppose ai cappellani militari e animò un feroce dibattito nel mondo cattolico sui temi della guerra e della obbedienza. La cultura del merito, di origine anglosassone, è stata ben utilizzata in Italia come arma ideologica contro l’egualitarismo e un corpo legislativo garantista verso gli ultimi e i dominati, se vogliamo è servita anche a disinnescare le parti avanzate della Carta costituzionale, modificando le relazioni sindacali e perfino il ruolo degli insegnanti attraverso la nascita della scuola azienda con i suoi rapporti gerarchici, la competizione, la marcata distinzione tra licei e scuole tecniche. Il merito implica guadagno e potere, l’esatto contrario di una trasmissione orizzontale e democratica dei saperi. E, come in una azienda, ove i principi e le pratiche del profitto e della gerarchia sono fattori dirimenti per governare l’impresa, anche nella scuola del Merito si cerca la cieca obbedienza degli studenti e il rispetto, da parte dei docenti, di rigidi protocolli. Siamo lontani anni luce dalla idea di Scuola legata alla libertà di pensiero, alla costruzione della cittadinanza attiva e partecipe, al sapere diffuso e gratuito, alla trasmissione di alcuni valori fondanti come la solidarietà, il rispetto delle diversità, il rifiuto della guerra e delle discriminazioni. E nella scuola del merito, ove è obbligatorio esporre la Bandiera con tanto di rito propiziatorio ben conservando gli originali colori del Tricolore, la presenza della propaganda militarista è sempre ben accetta, chiedendo al militare di ergersi a docenti di innumerevoli materie, come se dietro alla divisa si celasse una forma onnicomprensiva di conoscenza. In una società basata sulla cieca obbedienza ogni fattore di crescita della personalità diventa arduo e anche a scuola, come nelle relazioni umane e sociali, arriva l’impoverimento delle idee, dei linguaggi, con la affermazione di un pensiero unico, omologato ai dominanti che oggi sostengono la guerra e i processi di militarizzazione. La suola e l’università sono i primi passaggi obbligati per ogni processo involutivo della democrazia, per i processi di omologazione e poi formare ed educare le giovani generazioni, ad esempio alla normalità della guerra, alla cieca obbedienza, alla ineluttabilità del riarmo, acquista grande valenza per la creazione di una cittadinanza passiva e omologata ai dominanti. A pensarci bene il ripristino del voto in condotta va in questa direzione, in carcere la buona condotta è la condizione per ottenere degli sconti di pena o condizioni detentive meno pesanti, a scuola come potremmo definire il ripristino della valutazione dei comportamenti? Il voto di condotta insufficiente è l’anticamera della bocciatura, è bene sapere che questa forma punitiva è stata adottata per gli studenti e le studentesse che avevano occupato le loro scuole dove poi si sono verificati atti di vandalismo per altro non riconducibili ai promotori delle proteste. Le ispezioni ministeriali nelle scuole si prefiggono un obiettivo molto chiaro: impedire che studenti e studentesse sviluppino uno sguardo critico verso il mondo, si aprano alla conoscenza dello stesso interessandosi ai drammi contemporanei e prendendo posizione come, ad esempio, è avvenuto con il sostegno del Popolo palestinese vittima di genocidio. Se l’educazione diventa sinonimo di emancipazione i dominanti iniziano a preoccuparsi, il desiderio di trasformare la scuola in caserma poi si manifesta con ogni forma e strumento possibile, anche attraverso la delegittimazione del ruolo e delle funzioni dei docenti, impedendo l’apertura delle scuole, delle palestre e dei laboratori ben oltre l’orario scolastico e motivando questa decisione con le solite carenze di fondi e i problemi di sicurezza dell’utenza (il rapporto tra giovani e scuola cambierebbe visibilmente se percepissero la scuola stessa in maniera diversa). Il prestigio della scuola, il prestigio sociale degli insegnanti è un disvalore nell’era della scuola azienda, per questo padre Virginio Colmegna esplicita il suo punto di vita con parole semplici e dirette, prendendo le distanze dalla cosiddetta democrazia del gregge basata sulla gerarchizzazione del corpo sociale e sulla cieca obbedienza ma anche, implicitamente, da una scuola chiusa e per questo alienata “LA SCUOLA DOVREBBE ESSERE UN LUOGO IN CUI COLTIVARE PACE E ACCOGLIENZA, DOVE IMPARARE A DIFFIDARE DEI LINGUAGGI NAZIONALISTI, RAZZISTI E SESSISTI CHE ALIMENTANO OGNI RETORICA DI GUERRA”. V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La costituzione dei poveri, Castelvecchi, Roma 2025. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Israele e ONG: la verità scomoda sul rifiuto umanitario
Se l’intero movimento di solidarietà con la Palestina viene accusato di estrema vicinanza al terrorismo, perfino gli interventi umanitari diventano scomode presenze per Israele come dimostra la cacciata delle ONG. Quanti di noi ricordano gli accordi di Abramo? Proprio in questi giorni sono tornati in auge guadagnandosi il sostegno di una entità nazionale non riconosciuta dall’ONU, ma dallo Stato di Israele che intanto si è guadagnato il biasimo e la condanna deI Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la sola, ma significativa, astensione degli Stati Uniti. Action Aid, Medici senza frontiere, Oxfam, Caritas, Weworld e Terre des hommes sono solo alcune delle 37 ONG umanitarie internazionali che Israele vuole cacciare dai territori occupati, alla scadenza dell’anno 2025 infatti sono decaduti i permessi per operare in Israele, nei Territori palestinesi e a Gaza. Altre ONG, mesi fa, erano state messe alla porta. Ma perché Israele non vuole le ONG e soprattutto perché la comunità internazionale usa due pesi e due misure, nel passato analoghe posizioni erano state bollate di autoritarismo, di rifiuto della democrazia e delle convenzioni internazionali, oggi invece sulla decisione di Israele cala un inspiegabile silenzio? Singolare è pensare che lo standard di sicurezza e trasparenza non sia rispettato dalle ONG, è sufficiente che un loro affiliato o dipendente venga accusato di terrorismo per giudicare non gradita la presenza di tutte le organizzazioni umanitarie? Per fortuna qualche voce dissenziente si manifesta, ad esempio il quotidiano Haaretz ha pubblicato sul suo sito un interessante articolo che condanna apertamente l’operato di buona parte dell’Esecutivo israeliano: Rule of Law or Rule of Criminals? Israel’s Far-right Leaders Bet Their Survival on Democracy’s Demise – Israel News. L’assistenza umanitaria non è accetta eccezion fatta per i casi in cui sia offerta da organizzazioni legate mani e piedi con Israele, USA e con i paesi europei mostratisi maggiormente sensibili alla criminalizzazione della resistenza palestinese. Perché è indubbio che oggi sia proprio il movimento di solidarietà ad essere sotto accusa, tra arresti in vari Paesi europei con accuse di terrorismo o di fiancheggiamento allo stesso, il silenzio sullo sciopero della fame intrapreso da settimane dagli attivisti inglesi. Questa criminalizzazione è parte integrante dell’economia di guerra, della lotta intrapresa contro i nemici interni ed esterni, la campagna repressiva si avvale di molteplici strumenti che vanno dagli attacchi alle scuole pubbliche alla messa al bando di Organismi nati per ragioni umanitarie e che, alla occorrenza, potrebbero essere anche dei testimoni scomodi, spettatori degli eventi capaci di rovesciare la classica narrazione di un Governo, quello Israeliano, legittimato a intervenire perché verrebbe minacciata la esistenza stessa della sua popolazione. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Politica di difesa italiana: analisi e fonti critiche
La cartina sotto riportata è stata estrapolata dal non-libello redatto dal Ministero della Difesa e intitolato: Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva. Non solo ne consigliamo vivamente la lettura, ma crediamo indispensabile andare direttamente alle fonti prima di addentrarsi in analisi internazionali e criticare o elogiare la politica estera del nostro Paese. E, dopo aver letto questo testo dedicato alle minacce ibride, sarebbe opportuno riprendere il documento strategico denominato Bussola Europea Bussola per la competitività – Consilium fino al testo licenziato dalla Casa Bianca sulla strategia di sicurezza nazionale di cui esiste una pubblicazione in lingua originale. E per chiudere dovremmo includere due documenti ufficiali del Governo italiano: l’atto di indirizzo triennale redatto dal Ministero della Difesa e la nota di accompagnamento alla Legge di bilancio da parte del Mef. Questa breve bibliografia, non esaustiva, deve indurre il lettore e le lettrice a uno sguardo critico verso le politiche della difesa, certi documenti possono essere letti anche solo in minima parte, ma conoscerli aiuta ad acquisire una visione di insieme, quella visione che oggi il ministro della difesa Guido Crosetto possiede al contrario della opposizione parlamentare, parte della quale sottoscrive documenti guerrafondai pensando di tutelare il diritto alla difesa dei popoli. E anche i movimenti contro la guerra dovrebbero prendere atto che un approccio ideologico o irenistico non sarà di alcun aiuto, come nocive restano le narrazioni a senso unico tanto care a certi settori antagonisti per i quali le comunità locali sarebbero tutte schierate contro le grandi opere e i processi di militarizzazione dei territori. Semplificare la realtà non aiuta a comprenderla. Del resto, i documenti sopra menzionati dovrebbero essere oggetto di discussione collettiva e non restare letture da addetti ai lavori. L’Italia gioca un ruolo marginale nello scenario internazionale, a rimorchio della NATO e degli USA, a rimorchio della Germania guadandosi in cagnesco con la Francia. Non siamo la grande potenza economica e militare auspicata dalle destre, la nostra economia è traballante con una crescita negli ultimi 40 anni assai inferiore alla media dei Paesi capitalisti avanzati. Ci sono settori nei quali giochiamo ancora un ruolo importante, ma non abbiamo mai fatto i conti con il nanismo produttivo e industriale, con i grandi, eccessivi, spazi accordati al lavoro autonomo. A lungo l’Italia ha pensato di recuperare competitività con i processi di delocalizzazione o con le esternalizzazioni, abbassando il costo del lavoro giudicando la contrazione dei salari elemento salvifico per l’intero sistema.  Nel corso degli anni ci siamo innamorati delle ricette neoliberiste senza rinunciare al generoso welfare che oggi proprio generoso, specie con i giovani, non è e basterebbe guardare al sostegno accordato a sanità privata e in convezione con il pubblico, alla previdenza integrativa per comprendere il depotenziamento dello stato sociale avviato da tempo con il sostegno perfino dei sindacati rappresentativi. Scontiamo una crisi strutturale, se eravamo alla avanguardia nella produzione di elettrodomestici e PC oggi quali saranno gli ambiti di eccellenza italici? E in questo scenario decadente, il Governo sta provando a uscire dall’angolo in cui ci siamo rinchiusi da soli e dal quale, alla stregua di un pugile sulla difensiva e ormai privo di energie, è sempre più arduo scappar via per riconquistare il centro del ring che, nel nostro caso, potremmo sintetizzare nel far parte della élite mondiale. L’Italia dovrà aumentare le spese militari ben oltre ai tetti, già elevati, raggiunti con la legge di Bilancio, solo in questo modo potrà risultare credibile ai suoi alleati – padroni ma la strada da percorrere è piena di buche e di intoppi. E le prime difficoltà incontrate sono palesate dagli scontri interni alla maggioranza per trovare, poche ore prima del voto, un equilibrio con le misure incluse nella Legge di Bilancio. Il ministro Crosetto, a detta dei leader moderati (fa quasi ridere la definizione) del centrosinistra, potrebbe ricoprire lo stesso ruolo in un Governo di opposto colore qualora la Meloni perdesse le elezioni, questo attestato di stima la dice lunga sul convitato di pietra esistente attorno al complesso industrial militare, attorno al quale  si giocano molteplici interessi. Urge prendere coscienza che da qui a pochi anni i cambiamenti saranno irreversibili specie se prevarrà una diffusa accettazione della normalità della guerra, si fa riferimento al Riarmo come grande opportunità economica e industriale, un trattamento diseguale tra civili e militari è ritenuto indispensabile. In qualunque modo si voglia guardare alla realtà pensiamo a una norma previdenziale che ritardi l’uscita dal mondo del lavoro per i civili mentre per i militari saranno previste regole assai migliori ed economicamente vantaggiose, per non parlare delle facilitazioni per accedere a incarichi civili, gli aiuti per favorire la mobilità del personale in divisa. In un Paese sempre meno solidale e in cui imperversano le battaglie tra poveri, pensare a un grande spirito solidaristico verso i militari sarà forse possibile? Sia sufficiente ricordare la sicurezza del Paese, far leva ogni giorno sui pericoli che corriamo (!) ad esempio gli attacchi cyber e quelli derivante dalla guerra non convenzionale, far leva sugli insindacabili principi ed obiettivi di sicurezza nazionale ed internazionale al cospetto dei quali anche la sospensione di certe libertà costituzionali diventa possibile per ragioni meramente eccezionali che il nostro sistema giudiziario già prevede (le leggi eccezionali degli anni settanta ed ottanta mai rimosse ma divenute ordinarie) per arrivare celermente all’obiettivo ossia far passare la ineluttabilità dei processi in atto, giustificare la chiusura di ospedali e scuole per investire nella difesa e nella sicurezza, riconvertire (anche se ad oggi siamo piuttosto indietro e lontani dal raggiungimento degli obiettivi) l’economia civile decotta al militare, puntare tutto sulle tecnologie duali o, se preferiamo il linguaggio tecnico e apparentemente neutro: > È essenziale ricercare una maggiore e rinnovata sinergia tra la Difesa e > l’Industria nazionale, per favorire l’innovazione tecnologica e garantire una > sempre più qualificata partecipazione italiana ai programmi di cooperazione > internazionale, nel contesto europeo e transatlantico, non trascurando la > cooperazione in ambito Paesi G7 e gli accordi bilaterali con altri Paesi. > Occorre che il rapporto tra le Forze Armate e l’Industria evolva verso la > realizzazione di un Sistema Difesa, inteso quale unicum, realmente integrato e > armonizzato, in cui l’industria della Difesa si possa sentire supportata e > incentivata, ma anche responsabilizzata, a diventare una leva ad alto > contenuto tecnologico in grado di abilitare le Forze Armate ad operare in modo > predittivo in tutti i futuri scenari di crisi. > È necessario maturare la consapevolezza che l’Industria rappresenta un asset > per il Paese, quale strumento di influenza geopolitica, fondamentale > moltiplicatore di valore e di occupazione nonché attore protagonista nella > salvaguardia della sovranità strategica. Per ottenere questo obiettivo, un > aspetto fondamentale è rappresentato dal raggiungimento e consolidamento di > una condizione di autonomia strategica già a partire dal settore della ricerca > scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema-Difesa quale > catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del > Paese. > L’industria della Difesa e della Sicurezza, infatti, costituisce un incubatore > di ricerca, sviluppo e > innovazione tecnologica che è necessario valorizzare al meglio. In > particolare, essa è in grado di coniugare gli essenziali aspetti di sicurezza > internazionale, con una dimensione industriale che rappresenta un > catalizzatore e un moltiplicatore di investimenti, con conseguente giovamento > della attrattività e competitività del Paese. > E, in tema di evoluzione tecnologica, la digitalizzazione sempre più rapida, > in ogni settore, comporta opportunità, ma anche sfide. Da una parte, infatti, > accelera la crescita economica, la condivisione di processi, informazioni, > idee e comportamenti. Dall’altra, rende ancor più difficoltoso il mantenimento > del tradizionale vantaggio tecnologico della Difesa, rendendo indispensabile > investire massicciamente nella ricerca, nelle nuove tecnologie e nella > dimensione digitale, per restare al passo con l’evoluzione tecnologica, > elaborare quantitativi sempre più rilevanti di informazioni ed essere, quindi, > capaci di prendere le “decisioni giuste”, con la “rapidità” richiesta. In tal > senso, è necessario promuovere lo sviluppo di strumenti predittivi avanzati, > basati su Intelligenza Artificiale, High Performance Computing e tecnologie > quantistiche, per supportare efficacemente le decisioni operative e politiche. > L’obiettivo è garantire una superiorità informativa nei cinque domini, > proteggere il know-how nazionale e assicurare la sicurezza dei dati. Questo lungo excursus tratto dalle note di accompagnamento del Mef alla Legge di bilancio ci restituiscono una visione complessiva degli obiettivi strategici del Governo tra aumento esponenziale delle spese militar piegando la ricerca a fini di guerra, con le tecnologie duali che diventano le più meritevoli di finanziamenti, fino a una narrazione ideologica per la quale la guerra e il Riarmo porteranno benessere sociale e processi di innovazione con grandi benefici sociali. E con questi fatti, non con le narrazioni auto elogiative, che dovremo fare i conti. Ci fermiamo qui, prossimamente parleremo del Piano Mattei per l’Africa analizzando lo schema iniziale costruito ad arte per trasformare le nuove avventure neocoloniali come una necessità insopprimibile per accaparrarsi metalli rari e quanto necessita alla economia occidentale. https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/formazione_e_gestione_del_bilancio/bilancio_di_previsione/note_integrative/2026-2028/ni_dlb/DLBNOT1C_120.pdf Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Attacco USA in Nigeria: quali interessi strategici e materiali ci sono dietro?
I giorni di Natale sono stati insanguinati dall’ennesimo raid USA, questa volta in un Paese apparentemente fuori dai tradizionali giochi strategici, parliamo della Nigeria nel continente africano a partire dal rifiuto della motivazione ufficiale secondo la quale i bombardamenti sono stati un avvertimento all’Isis e a tutela della minoranza cristiana. Questa romantica lettura della realtà stride con gli interessi materiali alla base di ogni intervento militare, persecuzioni a minoranze religiose ne troviamo a decine, ma non per questo hanno provocato interventi militari. Sempre, ovviamente, che non si voglia subire la narrazione umanitaria del passato come giustificazione di sanguinose guerre. Prima di parlare della Nigeria urge, tuttavia, un piccolo bilancio di quanto sta avvenendo attorno a noi, lo facciamo attraverso l’accordo politico raggiunto a metà dicembre da Parlamento Europeo e dal Consiglio per dare vita a un sistema potenziato di osservazione degli investimenti diretti esteri (IDE) dell’UE. In apparenza potremmo definire questo documento ripetitivo, ma attraverso mesi di negoziati siamo arrivati ad una intesa che da una parte tutela la sicurezza e l’ordine pubblico e dall’altra dovrebbe favorire investimenti stranieri nei paesi UE. Una premessa si rende necessaria per inquadrare il problema ossia la urgenza di ricomporre le divisioni interne alla UE proprio sui rischi derivanti dagli investimenti esteri, quali siano accettabili e utili e quali invece rappresentino un pericolo per la coesione politica ed economica del vecchio continente. Nulla di eclatante, ma una iniziativa atta a costruire un sistema univoco per valutare insieme i settori nei quali accettare investimenti esteri senza minare la sicurezza della UE. E questo screening unico riguarda anche le politiche industrial-militari, le scelte future, le possibili sinergie e alleanze industriali e commerciali La UE ha bisogno di attrarre finanziamenti ed investimenti se vuole sostenere lo sforzo economico del Riarmo che già sta producendo al suo interno conflitti tra Germania e Francia, per farlo necessita di criteri univoci e di controllare molte più transazioni di quanto abbia fatto fino ad oggi. Torniamo invece ai fatti nigeriani di Natale, riferendosi ad un Paese che spende tanto in armamenti e ancor di più incassa dalle esportazioni di petrolio, un autentico gigante nel continente africano che possiede materie prime ed energetiche rilevanti a un PIL ragguardevole. Da tempo in questa area c’è una guerra sotterranea, l’interesse per la Nigeria da parte USA non è tanto quello verso i cristiani, su spinta interna dei settori conservatori, quanto per le incredibili risorse possedute da questo Paese. Da inizio mandato ad oggi Donald Trump ci ha abituato a giustificazioni bizzarre per coprire interventi militari all’estero. Analizzando i rapporti commerciali tra Nigeria e paesi UE si capisce che sono in ballo innumerevoli interessi: l’acquisto da Leonardo SpA di 24 velivoli da combattimento M-346FA e dieci elicotteri AW-109 con tanto di hub di manutenzione annunciato in Africa. Poi ci sono i 12 aerei da addestramento Alpha Jet sostituiti nell’esercito francese da mezzi più moderni. Gli Alpha Jet sino acquisiti attraverso la società francese SOFEMA (Société Française d’Exportation de Matériel Militaire et Aéronautique), specializzata nell’acquisto e nell’ammodernamento di hardware militare francese. E, infine, l’acquisto da parte del governo nigeriano, un anno e mezzo or sono, di 43 UAV armati Bayraktar TB2, azienda turca all’avanguardia nei droni che recentemente ha acquistato anche la divisione militare della Piaggio. Alla luce di queste considerazioni è possibile ipotizzare un intervento, quello Usa, destinato a conquistare a prezzi stracciati i mercati delle materie prime nigeriane lanciando a quel Governo un messaggio chiaro sui futuri acquisti di armi da guerra? Fonti: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A32020D1502&qid=1618825633689 https://policy.trade.ec.europa.eu/enforcement-and-protection/investment-screening_en https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_3007 https://www.analisidifesa.it/?s=nigeria Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Riace-Gaza: questo gemellaggio non s’ha da fare, né domani né mai
Quale sia il pericolo che possa derivare dal gemellaggio tra Riace e Gaza non è dato saperlo, forse dovremmo porre la domanda direttamente a esponenti della destra di Governo come il ministro Calderoli. Si parla di “grave pregiudizio alla politica estera italiana” e di un legame esistente tra le istituzioni di Gaza e quella che fine definita a tutti gli effetti organizzazione terroristica ossia Hamas. Nel recente passato tra le organizzazioni terroristiche inserite nelle liste nere abbiamo ritrovato organizzazioni legittimamente votate dal popolo o gruppi politici schierati per la autodeterminazione. Anni or sono anche alcune organizzazione curde che combattevano l’Isis erano considerate alla stregua di gruppi terroristici. La discussione ci porterebbe lontano, dovremo prima o poi affrontare la nozione giuridica e internazionale di terrorismo, se tutte le organizzazioni messe al bando dall’Occidente possano essere ritenute tali o piuttosto espressione di lotte di liberazione. Che piaccia o no, che si condivida oppure no una lotta di liberazione e di autodeterminazione resta il problema di fondo: una organizzazione per essere definita terrorista quali caratteristiche possiede? E se viene sostenuta da centinaia di migliaia di uomini e donne anche i sostenitori sono da considerare, e bandire, come terroristi? Non spetta all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università addentrarsi in questa discussione, assumendo posizioni senza dubbio divisive (ma ormai anche la difesa della democrazia appare un gesto eversivo), è inaccettabile tuttavia che proprio nelle liste nere delle organizzazioni da bandire e perseguire si siano trovate realtà che esprimevano lotte di autodeterminazione, le istanze di libertà dei popoli presto potrebbero essere bollate come terroristiche per delegittimarne sul nascere ogni rivendicazione. Le sanzioni da parte dell’Unione europea andrebbero a loro volta studiate e sviscerate ammettendo il legittimo dubbio che parte delle stesse siano frutto di decisioni politiche legate a doppio filo con la guerra, con il Riarmo europeo, con le pressioni USA e NATO. Il gemellaggio sottoscritto, lo scorso agosto, da Mimmo Lucano in collegamento video con il sindaco di Gaza City Yahya Sarraj era un messaggio di pace, anche se nei mesi successivi è arrivato, a seguito di un atto istruttorio, il parere negativo proprio dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale per il quale «sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio in questione sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana. L’Italia, infatti, sostiene senza ambiguità la necessità di escludere Hamas da qualsivoglia futuro p politico e securitario nella Striscia»: https://www.rainews.it/tgr/calabria/articoli/2025/12/calderoli-no-al-gemellaggio-tra-riace-e-gaza-pericoloso-per-litalia-6527c8e6-435f-42c8-80d2-335835e8e2e3.html A questo punto non rimane che trarre alcune conclusioni, amare a dir poco. Il Governo italiano è sempre più schierato a sostegno di Israele, non nutre alcun dubbio sulla narrazione che vedrebbe una organizzazione terroristica tenere in ostaggio un intero popolo il che avrebbe autorizzato Israele a continui ed efferati bombardamenti che hanno portato alla morte decine e decine di migliaia di civili palestinesi ed arabi, alla totale distruzione di Gaza, alla cacciata di un popolo dalle proprie terre. Un popolo che non ha scuole dove inviare i propri figli od ospedali dove curarsi, privato di ogni fonte di sostentamento economico. Solo nei giorni scorsi giornali occidentali hanno parlato di bande filosioniste finanziate e armate da Israele, le stesse bande che si sono impossessate degli aiuti ONU lucrando sui generi di prima necessità. I membri di queste bande sono considerati nel mondo arabo dei terroristi al soldo di Israele, operano come polizia segreta contro i palestinesi. L’accusa di terrorismo si rivolge contro milizie filoisraeliane il cui agire è considerato, a prescindere, immune da ogni accusa di terrorismo.  Questo solo esempio ci aiuti a non semplificare la realtà accettando assurdi diktat il cui intento è solo quello di escludere le comunità locali da una azione pratica, spontanea e disinteressata a favore della pace, di dialogo tra popoli aiutando chi oggi ha bisogno di tutto: dall’acqua potabile alla energia elettrica. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Spese militari e strategie di bilancio: cosa aspettarsi da questo Governo
La discussione in Parlamento sulla Legge di Bilancio andrà avanti per giorni e, alla fine, a colpi di maggioranza ci sarà il voto del provvedimento, senza confronto alcuno sui contenuti, tra qualche giorno, tuttavia, qualche anticipazione degna di nota merita di essere commentata. Nelle prossime ore sono previsti gli emendamenti del Governo anche se il Ministro dell’Economia ha già precisato che non ci saranno aperture alle richieste di spesa avanzate da alcuni Ministeri. La vera manovra è stata scritta con il bilancino, cercando un sostanziale equilibrio tra le richieste NATO e quelle di Bruxelles, tra le promesse elettorali in vista delle Elezioni politiche e la credibilità di una manovra complessiva, resta insomma il solito lavoro finale di rifinitura, ma in sostanza i giochi sono fatti e l’auspicato confronto sulle aliquote fiscali, sugli aiuti alle imprese, sulle spese militari non ci sarà. Del resto, gran parte delle forze politiche, incluse molte di minoranza, si sono ben guardate dal portare il dibattito nelle piazze e nei luoghi di lavoro, ma si limitano a scarni comunicati stampa addomesticati o pettinati al punto giusto da apparire in fondo condivisibili. E, alla fine, non mancherà l’assenso dell’ANCI, che ci ha abituato nel tempo a proteste, salvo poi allinearsi sulle posizioni del Governo di turno. Veniamo, invece, alle spese militari che potrebbero addirittura crescere destinando dei capitoli di bilancio a carico di altri ministeri: non è una certezza, ma un sospetto fondato. E nella giornata del 9 dicembre, a Palazzo Chigi, si è tenuto l’incontro tra i sindacati del comparto sicurezza e difesa e il Governo presente con i parlamentari che contano, quelli insomma maggiormente rappresentativi e di peso. Il confronto era stato rinviato di pochi giorni e il suo ordine del giorno era chiaro, cioè entrare nel merito delle richieste economiche per il comparto difesa dopo alcune aperture del Ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva ipotizzato un regime previdenziale agevolato, misure di welfare costruite ad hoc e in fondo stipendi più alti degli altri comparti della Pubblica amministrazione. E dal cappello fatato del Governo si sono trovati i soldi mancanti ad esempio per la perequazione dei salari degli enti locali rispetto al comparto ministeri, soldi invece disponibili da gennaio per gli straordinari arretrati, sotto forma di un decreto anticipi approvato in commissione Bilancio alla Camera. Parliamo di decine di milioni di euro a tutto il comparto sicurezza a cui aggiungere interventi sulle carceri fino al rinnovo contrattuale 2025/27, il rafforzamento del fondo di previdenza complementare, sarà invece spostato di qualche settimana. Per chi veste la divisa potrebbe venir meno l’aumento di tre mesi dei requisiti previdenziali valido per i civili, inizia a profilarsi quell’atteggiamento di miglior favore per il comparto militare che poi è uno degli elementi salienti dell’economia di guerra. Non ci resta che attendere qualche giorno e scopriremo quali altri privilegi saranno inventati per favorire l’ascesa del settore militare invogliando ad indossare la divisa numeri crescenti di giovani, carne da macello per le prossime guerre che si profilano all’orizzonte. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Ritorno della leva militare: Crosetto a sostegno di Forze armate più incisive
Sulla questione della leva il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, torna a parlare nella audizione in Commissione Difesa al Senato. Un intervento che tende a correggere il tiro dopo le polemiche degli ultimi giorni (leggi qui la notizia). Intanto apprendiamo che le missioni militari all’estero richiedono l’aumento degli organici delle Forze armate. Il Piano Mattei per l’Africa non è un aiuto disinteressato ai popoli del “continente nero”, ma un intervento indispensabile ove siano minacciati gli interessi economici e strategici o laddove ci sono metalli rari, insomma, per salvaguardare gli interessi nevralgici italiani ed europei, il Governo Italiano prevede interventi militari che richiederanno maggiori sforzi economici e una elevata specializzazione tra i professionisti della guerra. Significativo un passaggio dell’intervento di Crosetto: «Vanno aumentate le forze armate, la loro qualità che non si trovano nelle forze armate, ma sul mercato». All’esercito professionale, ai militari addestrati alla guerra si aggiungeranno i civili, tecnici specializzati, informatici, ingegneri e tutte le altre figure. Quanto poi alla attivazione della riserva, Crosetto spiega che sarà «selezionata per attirare le persone» e per questo prevederà incentivi economici, norme ad hoc per i militari in materia di previdenza (anticipo dell’età pensionistica e accrescimento dell’importo dell’assegno) e magari misure particolari di welfare. Un’attenzione spasmodica verso i militari che prevederà stipendi diversi e più alti del personale civile nel comparto Ministeriale. In attesa della proposta di Legge annunciata da Crosetto e il dibattito parlamentare per l’approvazione della stessa, la preoccupazione odierna del Ministro è quella di affermare che le regole in materia di previdenza, welfare, lavoro valide per il settore militare saranno diverse da quelle per i civili, maggiormente attenzionate in relazione al fatto che la carriera militare ha una durata limitata nel tempo.  Crosetto afferma poi il «bisogno di forze armate professionali che facciano le forze armate sempre di più anche perché stiamo pensando di aumentare le missioni all’estero». E ancora: «A cosa servono i nostri in Niger? Servono a creare le condizioni per cui magari da quella zona mi arrivino 500mila persone in meno in Italia da gestire, quindi la nostra presenza in Africa sarà sempre maggiore se noi vogliamo andare alla fonte per prevenire cose da gestire solo quando arrivano alla fine». La presenza di militari all’estero diventa indispensabile per bloccare flussi di migranti verso l’Europa e, scriviamo noi, all’occorrenza questo compito di gendarme potrebbe essere affidato a milizie locali che qualche problema in materia di diritti civili e umani possono averlo. Ma in quel caso, come insegna la Libia, non si andrà troppo per il sottile dovendo tutelare gli interessi primari, e imperialistici della nazione. E come, richiesto da importanti generali delle Forze armate, il pattugliamento delle strade tornerà a carabinieri e forze dell’ordine, «l’ho detto più volte che andava lentamente riaffiorato alle forze di polizia». E da qui la proposta di carabinieri ausiliari con ferma triennale, questo e altro lo troveremo nella imminente, ormai proposta di Legge del Ministro Crosetto. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Torino contro la militarizzazione e la repressione: pericolo di svolta autoritaria
Il monitoraggio dei processi di militarizzazione delle scuole e delle università condotto dall’Osservatorio, che per statuto si focalizza sull’ambito dell’istruzione e su quello accademico, non può prescindere dalla contestualizzazione di questo fenomeno nel più ampio quadro della normalizzazione della guerra nella società, come ben evidenziato da quell’articolato progetto di diffusione della “cultura della difesa” che è stato più volte analizzato su queste pagine. Chi conosce la storia è però perfettamente consapevole di come la preparazione di una società alla guerra e la costruzione di una logica amico/nemico – indispensabili per giustificare i conflitti “esterni” – abbiano come pendant la repressione del dissenso e la limitazione degli spazi di libertà e democrazia dei cittadini, cosa che negli ultimi mesi è evidente in un Paese che, come il nostro, è vittima di una gravissima deriva securitaria, sancita dalla recente entrata in vigore del Decreto Sicurezza. Gli strumenti della repressione si sono abbattuti su quanti hanno osato denunciare e contestare il genocidio in corso a Gaza, il ruolo e le complicità del nostro governo e la politica di riarmo tragicamente intrapresa dall’Unione Europea. La città di Torino è stata negli ultimi mesi involontaria protagonista di una serie di episodi di censura, come nei casi dei convegni Nello specchio di Gaza  e Russofobia, Russofilia, verità, ma anche di gravissimi casi di repressione delle proteste studentesche. Ben radicate nel movimento cittadino a sostegno della Palestina, esse sono cresciute attraverso una potente ondata di occupazioni (clicca qui)  per poi essere colpite da aggressioni da parte dei militanti di Gioventù nazionale e dall’arresto di uno studente liceale – casualmente di origine marocchina – in occasione del No Meloni Day del 14 novembre. É in questo quadro complesso che va analizzato il caso, gravissimo, di Mohamed Shahin, imam egiziano della moschea di via Saluzzo a Torino, raggiunto nei giorni scorsi da un decreto di espulsione firmato dal Ministro degli Interni Matteo Piantedosi su sollecitazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli. Repressione, islamofobia e sionismo rappresentano una sorta di “combinato disposto” nella cui rete è caduto un noto esponente della comunità musulmana cittadina, ben integrato nel quartiere multietnico di San Salvario e impegnato nel dialogo interreligioso. L’accusa è di aver giustificato pubblicamente, durante la manifestazione cittadina del 9 ottobre convocata a sostegno della Global Sumud Flotilla, gli attacchi del 7 ottobre come atto di resistenza del popolo palestinese all’occupazione israeliana. Questa posizione, condivisibile o no che sia (e teniamo a precisare che lo stesso Shahin è intervenuto più volte per contestualizzare e chiarire meglio le sue dichiarazioni) non giustifica il provvedimento adottato, che configura una grave violazione dei diritti umani. Mentre scuola e società sono destinatarie di un progetto di progressiva irreggimentazione e disciplinamento, che vorrebbe mettere a tacere le capacità critiche delle nostre e dei nostri student3, è evidente nel caso di Shahin la criminalizzazione di un’opinione politica, in violazione degli articoli 3 e 21 della nostra Costituzione. É oggi moralmente doveroso prendere posizione contro la caccia alle streghe determinata dal clima politico frutto del Decreto Sicurezza e del DdL Gasparri, esplicitamente volti a circoscrivere la libertà di opinione tramite misure repressive che colpiscono chiunque esprima posizioni critiche del Governo e della vulgata mainstream. Shahin è oggi detenuto, senza avere commesso alcun reato, nel CPR di Caltanissetta, a seguito della revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo, motivata da ragioni di “ordine pubblico”. La perversione del sistema dei CPR è un’altra vergogna del sistema italico: poiché si viene internati nei CPR a seguito di un provvedimento amministrativo e senza passare attraverso il sistema giudiziario, si tratta di fatto di una condanna preventiva ai danni dei migranti. Il sistema dei CPR, che nella sua essenza viola i cardini dei sistemi liberali (separazione dei poteri, libertà di espressione, habeas corpus) è tra l’altro uno strumento di controllo drammaticamente analogo al fermo amministrativo adottato dallo Stato di Israele contro i palestinesi, che trascorrono anni nelle carceri senza un regolare processo, nella totale indifferenza delle cosiddette democrazie liberali, impegnate anzi a riproporre all’interno dei confini nazionali strumenti che ben poco hanno a che fare con la tutela dei diritti dell’uomo. Su Shahin (i cui avvocati hanno presentato domanda di protezione internazionale) pende la minaccia di espulsione verso l’Egitto, paese responsabile di acclarate violazioni dei diritti umani nonché della morte di Giulio Regeni e della detenzione di Patrick Zaki. Siamo davanti all’ennesimo utilizzo dei decreti di espulsione per colpire attivisti politici e sociali, militanti di organizzazioni a tutela dei diritti umani, esponenti religiosi sovente rimpatriati in paesi nei quali i diritti civili sono letteralmente calpestati. A rendere ancora più inquietante la vicenda c’è il fatto che nel decreto di espulsione si legge che sarebbe in corso a carico dell’imam un procedimento penale successivo a una segnalazione della DIGOS dopo il discorso del 9 ottobre, che però archiviato dalla Procura, in quanto le parole contestate sono “espressione di pensiero che non integra estremi di reato” (https://www.unita.it/2025/12/04/caso-imam-shahin-ecco-le-domande-al-ministro-piantedosi/). In favore dell’imam si è da subito vivacemente espressa la società civile torinese nelle sue diverse articolazioni, dalla Chiesa Valdese alla Chiesa Cattolica, per arrivare alle e agli student3. Ma proprio il movimento studentesco, protagonista nel giorno di sciopero del 28 novembre di una simbolica irruzione nella sede del quotidiano “La Stampa”, è stato immediatamente stigmatizzato e accusato di squadrismo, con l’ intento di colpire e delegittimare anche il CSOA Askatasuna – da sempre nel mirino della Procura torinese – al quale alcun3 militanti fanno riferimento. Dobbiamo però sottolineare che «se è legittimo criticare le forme della protesta che ha coinvolto il quotidiano torinese, non va dimenticato il contesto del dibattito, con condanne sproporzionate usate per criminalizzare il movimento per la Palestina»  (https://jacobinitalia.it/lassalto-alla-stampa-e-la-guerra-informativa/). Un ennesimo episodio di questa “guerra informativa” è l’incredibile nuovo episodio di censura preventiva denunciato dai professori Alessandro Barbero e Angelo d’Orsi, il cui intervento previsto per il 9 dicembre presso il Teatro Salesiano Valdocco (sold out dopo pochi giorni dall’annuncio) è stato sospeso in quanto giudicato dagli ospiti (che pure avevano avuto evidentemente modo di visionare il programma prima della stipula del contratto) non in linea “con la vita e le finalità” dei Salesiani, benché il titolo, “Democrazia in tempo di guerra”, tocchi temi di strettissima attualità che la stessa CEI ritiene di fondamentale importanza (https://www.chiesacattolica.it/nota-pastorale-educare-a-una-pace-disarmata-e-disarmante/). Le ultime vicende torinesi sono sintomo eclatante dell’esacerbarsi di tendenze liberticide e belliciste e le portiamo all’attenzione delle lettrici e dei lettori perché l’impegno contro la militarizzazione è fondato sui valori, oggi sempre più minacciati, dell’antifascismo, dell’antifascismo e della democrazia, in difesa dei quali l’Osservatorio è nato e lavora. Irene Carnazza e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente