Naufragio di Cutro, il capitano Barbera: la Finanza non ha colpe. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link.
Il mancato intercetto in mare
Le domande del pm, così come quelle dell’avvocato Marilena Bonfiglio – difensore
del capitano di corvetta Francesca Perfido, ufficiale della Guardia Costiera in
servizio presso l’IMRCC di Roma – hanno provato a chiarire i motivi per i quali
le due unità della Guardia di Finanza, la motovedetta V5006 e il pattugliatore
d’altura Barbarisi, non fossero andate a intercettare il caicco. “L’obbligo di
dover raggiungere il target direttamente non c’è, perché non c’era una
situazione di pericolo”, ha ripetuto costantemente Barbera ogni volta che ha
potuto, anteponendo lunghe premesse alle sue risposte. “L’unico caso che obbliga
qualsiasi unità a dover raggiungere un’imbarcazione in difficoltà per operare è
se questa si trova in pericolo”.
L’ufficiale ha sostenuto che le comunicazioni della sala operativa del Roan di
Vibo Valentia – “opereremo sottocosta e mare permettendo” – alla sala operativa
della Direzione marittima di Reggio Calabria fossero state chiare e complete:
“Significa – ha specificato – che le altre amministrazioni erano a conoscenza
del fatto che la Guardia di Finanza non sarebbe mai andata con le proprie unità
a raggiungere il target, a intercettare il target. Sono due affermazioni chiare
e inequivoche.”
Incalzato dall’avvocato Bonfiglio e dal pubblico ministero sull’ipotesi in cui
l’imbarcazione a 40 miglia avesse trasportato droga, contrabbandieri o
terroristi, Barbera ha ribadito la sua posizione: “Confermo quello che vi ho
detto, è un’attività di polizia. Confermo che le procedure non cambiano nel
senso dell’attività di polizia giudiziaria”, per cui “non c’è sicuramente
l’obbligo di dover andare all’intercetto di un target, anche se segnalato per la
polizia”. Riguardo a precedenti simili attività l’ufficiale ha nuovamente
sottolineato: “Se non c’è una situazione di pericolo, non ho mai ordinato di
dover raggiungere il target a 24-40 miglia”.
Anche in merito all’assenza fisica dalla sala operativa del comandante del Roan
di Vibo Valentia, Antonino Lopresti (su domanda del difensore, l’avvocato
Tiziano Saporito), il teste ha giustificato la gestione da remoto affermando che
“non è obbligatorio essere in sala operativa; Lopresti non c’era”. Ha poi
specificato a domanda: “Ha in dotazione strumenti propri, personali, quindi può
usare il telefono, può usare il computer, si arrangia con i propri strumenti”.
Le procedure tattiche della Finanza
Il teste ha rivendicato la scelta tattica dell’osservazione occulta e persino
dello sbarco controllato: “Le investigazioni vengono fatte chiaramente
attraverso un’osservazione occulta, il cosiddetto monitoraggio, mediante
strumentazione sufficientemente adeguata della Finanza”, spiegando che nei casi
di stupefacenti “noi a volte la lasciamo spiaggiare e facciamo convergere sul
posto delle pattuglie proprio allo scopo di individuare e arrestare i sodali
dell’organizzazione che stanno aspettando a terra il carico”. Il problema anche
qui è che, come ha detto Barbera in udienza, il caicco è stato battuto dal radar
alle 3.50 “ma non era certo che fosse il nostro target, ne abbiamo avuto
certezza solo dopo la telefonata dei carabinieri che ci avvisava della richiesta
di aiuto in quella zona”.
A quel punto l’avvocato Marilena Bonfiglio ha chiesto perché la Finanza avesse
contattato la Direzione marittima se l’attività di polizia era autonoma: “È una
questione di opportunità, di rapporto – si è giustificato Barbera. Abbiamo
chiamato per sincerarci che la segnalazione di Frontex fosse arrivata anche alla
sala operativa della Direzione marittima di Reggio Calabria e per capire come
fosse stata considerata la segnalazione. Visto che anche per loro non c’erano
pericoli, è stato rappresentato che si sarebbe operato con i propri mezzi,
inizialmente con la V5006, sottocosta e mare permettendo. Sono stati comunicati
all’altra amministrazione dello Stato dati precisi”.
Non era obbligatorio andare all’intercetto
Sul rientro delle unità che erano partite per intercettare il caicco prima del
naufragio di Cutro, Barbera ha affermato: “In assenza di una segnalazione
certificata si evita di sottoporre a stress l’unità, con il rischio di rompere
gli apparati e di stressare il personale”. Un’affermazione che contrasta con
quanto avvenuto, ovvero l’uscita delle due unità alle 2.30: se non c’era
obbligo, perché sono andate in quelle condizioni meteo che avevano provocato
l’annullamento del pattugliamento del Barbarisi la mattina e il
ridimensionamento dell’attività della V5006?
Anche perché l’ufficiale, rispondendo alle domande riguardanti la partenza alle
2:30 delle unità della Finanza, ha confermato che era stato fatto il lavoro per
tracciare le rotte di intercetto: “Il target intorno alle 5 si sarebbe dovuto
trovare a 14 miglia da terra e, intorno alle 6, a 6 miglia da terra. Sia il
pattugliatore veloce Barbarisi sia la V5006 lo avrebbero intercettato, nella
peggiore delle ipotesi, intorno alle 5 il target, tra le 5 e le 6 al massimo”.
Una volta appreso del rientro in porto dei mezzi navali, Barbera ha confermato
di aver ordinato, alle 4:12, di predisporre delle pattuglie a terra. Nella chat
con il comandante della V5006 aveva scritto: “Non appena in porto, prendete le
autovetture e uscite di pattuglia; portati anche uno dei due piantoni, così da
formare due pattuglie da tre, comunicandolo alle due Salop, VV e KR, al fine di
dirigervi sul punto ove pensi che possano sbarcare, così da provare a prendere
gli scafisti”. Barbera ha specificato: “Io diedi ordine alle pattuglie di
intervenire per fermare gli scafisti, ma salvaguardando la vita”.
Le tensioni con la Guardia Costiera nelle chat
Sempre nella chat tra ufficiali, il capitano Barbera era stato protagonista di
un commento sull’attività della Capitaneria. È stata l’avvocato Bonfiglio a
chiedere all’ufficiale di chiarire perché quella notte avesse scritto in chat
“sono fulminati” riferendosi alla Guardia Costiera. Barbera ha spiegato che
l’espressione era legata a una richiesta del collega della Capitaneria,
Arcangeli, di inviare i gommoni veloci BSO da 9 metri quando il caicco era già
“a 40 metri dalla battigia”: “Impiegare un’unità navale così piccola – ha detto
il capitano della Finanza – in quel tratto di mare era impossibile, per cui ho
risposto di no”, definendo quel termine “riconducibile solo ed esclusivamente a
quella richiesta, che mi sembrava fuori luogo, e alla circostanza del momento”.
Si trattava dello stesso tratto di mare dove, secondo Barbera, il caicco sarebbe
potuto spiaggiare, ed era la stessa Guardia Costiera che, sempre per
l’ufficiale, aveva correttamente valutato di non dover considerare in pericolo
il caicco e quindi di non attivare il piano SAR. Inoltre, in una delle chat di
quella notte agli atti del processo, Barbera individuava proprio nell’inerzia
della Capitaneria la radice della crisi operativa, scrivendo ai colleghi: “Cmq,
mi pare di capire che il problema principale sia presso la Direzione
marittima…”, e contestando direttamente ad Arcangeli: “La vostra sala operativa
ha riferito che non avrebbe inviato alcuna unità perché non c’erano richieste di
soccorso; adesso che il target è prossimo a spiaggiare fate uscire l’unità,
mah”.
Scibona ridimensiona le dichiarazioni del teste
L’ultimo elemento di dibattito lo ha introdotto il presidente del collegio
penale Alfonso Scibona. Barbera, che ha confermato di non essere stato in
servizio quella notte, ha spiegato di “aver seguito le chat del gruppo OTC di
cui facevo parte in qualità di comandante di reparto fino a una certa ora,
intorno a mezzanotte, per poi riprendere la lettura delle chat intorno alle
due”. Il presidente Scibona ha fatto notare come gran parte degli elementi
tecnici riferiti da Barbera derivasse dalle indagini svolte successivamente ai
fatti: “Ho partecipato e sono stato delegato nell’ambito dell’altro procedimento
penale, quello sugli scafisti, e abbiamo fatto una ricostruzione dettagliata sui
fatti”, ha confermato il teste.
Proprio su questa sovrapposizione tra percezione diretta e studio successivo
delle carte, il giudice Scibona ha ridimensionato la portata testimoniale delle
valutazioni espresse dall’ufficiale: “Tutte le ricostruzioni e tutte le
informazioni che oggi ha fornito in quest’aula si fondano su una lettura
successiva degli atti. Quando lei dice ‘sulla base degli atti’, ‘documenti che
ho letto’, lei ha letto tutto successivamente; lei ha avuto contezza di quello
che è successo in quella data, come ha detto, alle ore 4:11. Quindi quello che è
successo prima – il Barbarisi, il bunkeraggio della V5006, se stessero
rientrando o verso dove fossero diretti e quant’altro – si basa sulla sua
interpretazione e sulla sua lettura degli atti che lei ha visto
successivamente”. In tutto questo l’operazione di polizia non è mai stata
portata a termine.
Redazione Italia