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“PROBLEMA COMUNE DELLE PIAZZE EUROPEE È TRADURRE IL DESIDERIO DI RIVOLTA IN ORGANIZZAZIONE E ALTERNATIVA POLITICA”, DA PARIGI INTERVISTA A DAVIDE GRASSO
Radio Onda d’Urto ha intervistato Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi sulle mobilitazioni studentesche, ma anche contro il carovita e le conseguenze della crisi del capitalismo, che hanno riempito le strade e le piazze delle città di tutta la Francia nelle ultime settimane. Davide Grasso si trova a Parigi per lavoro durante questo anno accademico. In passato ha già vissuto nella capitale francese, durante altri periodi e potendo osservare altre grandi mobilitazioni. Gli abbiamo chiesto, quindi, che idea si sia fatto di queste settimane di mobilitazione generale in Francia anche guardando a possibili confronti con cicli di lotte e movimenti sociali precedenti. A questo proposito il nostro ospite ipotizza che in Francia si stia assistendo all’espressione di una sorta di potente sintesi delle mobilitazioni degli anni scorsi, ma anche a un accumulo, non solo di esperienze, rivendicazioni e pratiche ma anche, in una certa misura, di frustrazioni. “Anche perché i cicli di lotte precedenti in molti casi non hanno avuto successo”, spiega Davide Grasso ai nostri microfoni. “Si è trattato di movimenti molto ampi che però sono stati frustrati anche da alcune sconfitte. Probabilmente sta emergendo anche una forma di frustrazione rispetto all’impermeabilità del sistema politico istituzionale a riuscire a rispondere alle richieste di movimenti sociali molto radicati nel paese”. La mobilitazione intanto prosegue, anche oltre la giornata “campale” di sabato 17 ottobre. Questo accade nonostante una repressione molto dura da parte del governo, della polizia e degli apparati dello stato. Nei prossimi giorni e settimane, avverte Grasso, potremmo assistere a una situazione di forte tensione in cui il movimento potrebbe crescere, anche attraverso date già annunciate come quella dello sciopero generale chiamato dalla Cgt per il 5 novembre, mentre il governo non sembra intenzionato a offrire risposte diverse da quella repressiva. “La prospettiva – continua il ricercatore – è quella di una sorta di assenza di vie d’uscita dal momento che da un lato Macron ha fondamentalmente detto che le manifestazioni devono fermarsi, annunciando che lo stato farà di tutto per impedirle; dall’altro lato c’è un movimento che non si è formato contro una singola legge che può essere ritirata, ma chiede scuole migliori, più insegnanti, una qualità della vita diversa, maggiore uguaglianza, e che quindi prevederebbe una risposta molto impegnativa da parte di un governo che però ha davanti pochi mesi, per via delle imminenti elezioni presidenziali, e si trova a fare i conti con una serie di correzioni di bilancio, sempre nel segno dell’austerità, che sono previsti dagli impegni internazionali della Francia”. Insomma, “ci sono un esecutivo e un presidente che sono considerati inadeguati e lontani dalla realtà e che, da un punto di vista molto pragmatico, non hanno nessuna carta da giocare se non quella repressiva, che stanno cercando di giocare ma che è molto pericolosa”. A partire dalla situazione della Francia e di Parigi, abbiamo chiesto a Davide Grasso come si può leggere, dal suo punto di vista, quanto accaduto lo scorso fine settimana in Italia, in particolare a Milano, con le rivolte e sommosse urbane agite da giovani e giovanissimi, con ogni probabilità provenienti dalle classi popolari. In un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul sito de Il Fatto Quotidiano il ricercatore ipotizzava che i fatti accaduti nel capoluogo lombardo potrebbero annunciare alcune novità per i prossimi anni. Quel che si è visto, per altro, era già stato in qualche modo anticipato da altre piazze italiane dell’ultimo anno: “penso ai disordini che c’erano stati a Milano in occasione delle manifestazioni per la Palestina e per Gaza; penso anche alla risposta alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna alcuni mesi fa. Fenomeni che avevano lasciato intendere l’emergere di soggetti e gruppi di persone che si vogliono rendere protagoniste all’interno dello spazio urbano e che sembrano non essere riconducibili ai raggruppamenti, alle organizzazioni, ai soggetti, ai codici e agli appelli che in Italia sono stati tradizionalmente egemoni in forma abbastanza continuativa per decenni“, osserva Grasso nell’intervento sulla nostra emittente. “Dal punto di vista dell’iniziativa e della decisione di mobilitarsi, in parte anche delle modalità – continua – sembrano essere autonomi, originali, nuovi e lo scorso weekend, forse, determina un salto di qualità, magari non tanto nei numeri ma nel carattere estemporaneo e imprevisto di questo tipo di azioni, nella loro radicalità e nell’impatto che hanno avuto”. A conclusione dell’intervista abbiamo chiesto al nostro interlocutore di provare a tracciare alcune analogie e sottolineare, dall’altra parte, le differenze, tra quanto sta accadendo in Francia e tra quanto accaduto a Milano e – in misura minore – in altre città italiane, tenendo conto anche del fatto che nel frattempo movimenti significativi in termini di partecipazione stanno riempiendo le piazze anche di altri stati europei, come la Spagna, il Belgio o l’Albania. “Forse l’analogia più importante è il desiderio di transnazionalità, di internazionalismo, o comunque di connessione al di là delle frontiere e degli stati”, risponde Davide Grasso. “Qua in Francia – racconta – si percepisce nel fatto che molte persone chiedono cosa succede in Italia e ne sono molto contente, sono consapevoli del fatto che qualcosa avviene anche in Spagna e si menziona spesso l’Albania. In qualche modo c’è come la sensazione che sia necessario riuscire finalmente a far circolare gli appelli e la voglia di manifestare nei diversi paesi, almeno europei”. “Per il resto – osserva però Grasso – tra Francia e Italia prevalgono le differenze, come quella dell’estensione sociale e numerica delle proteste. C’è anche una differenza nel portato degli anni precedenti. Infatti, per quanto anche l’Italia abbia visto dei movimenti in questi anni, quelli francesi sono stati maggiormente di massa e hanno avuto una dialettica più diretta con le istituzioni, ma questo è caratteristico dello spazio francese”. “Quello che invece credo sia la cosa che accomuna davvero i due contesti – conclude lo studioso – è il problema, la domanda su come questo desiderio di rivolta, mobilitazione, rifiuto ma anche richiesta concreta possa da un lato tradursi in una dimensione più organizzata e che sia in grado di sedimentare e prendere una dimensione politica che non si esaurisca nel giro di qualche mese con una sconfitta o con una vittoria parziale, ma che possa essere invece qualcosa che costruisca alternativa attraverso gli anni e le diverse generazioni; dall’altro su come evitare che la destra e l’estrema destra si rafforzino in reazione a queste mobilitazioni“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, in collegamento dalla capitale francese. Ascolta o scarica.
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Come valutare un politico dal punto di vista della pace, della nonviolenza, dei diritti umani e della democrazia: Caso di Abdul El-Sayed
Un metodo per non partire dalla conclusione. Negli ultimi due mesi Pressenza ha seguito la campagna elettorale di Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti in Michigan.¹ Fin dall’inizio ci è sembrato un politico meritevole di attenzione dal punto di vista della pace e della nonviolenza. Ma su quali criteri si fonda questa impressione? Valutare un politico è più difficile di quanto sembri. Se ci si chiede non soltanto se ne condividiamo le proposte, ma se la sua azione contribuisca alla pace, alla nonviolenza, ai diritti umani e alla democrazia, il programma non basta. Occorre osservare anche come reagisce alla violenza, se applica gli stessi criteri alla propria parte e a quella avversaria, se dialoga con chi lo contesta, riconosce sofferenze contrapposte, corregge i propri errori e mantiene coerenza tra mezzi e fini. Scegliendo opportunamente i fatti, però, dallo stesso politico si possono ricavare immagini quasi opposte. Nel caso di El-Sayed, sul conflitto israelo-palestinese convivono un linguaggio talvolta molto duro, l’ammissione «I made a mistake» dopo le polemiche seguite all’attacco alla sinagoga Temple Israel,² e il successivo sostegno di Sander Levin, storica figura democratica ebraica del Michigan, pur in presenza di un «significant disagreement» sulla questione israelo-palestinese.³ Come mettere insieme fatti di questo genere? Costruire un ritratto scegliendo quelli più congeniali sarebbe facile. Per ridurre l’arbitrarietà, si è scelto il percorso opposto: definire prima che cosa osservare, poi raccogliere i dati e soltanto alla fine tentare una valutazione. La prima versione del quadro comprendeva 14 indicatori. Ma quando si è cercato di disporli in una tabella, è emerso che la sezione «politiche e idee» era troppo concentrata su guerra, Israele e politica estera, mentre quasi scomparivano sanità, costo della vita, lavoro, denaro in politica, casa, istruzione, ambiente e diritti civili — temi centrali anche nel programma di El-Sayed.⁴ Inoltre la «radicalità del linguaggio» appartiene più correttamente allo stile politico. Il quadro è stato quindi ampliato a 20 indicatori di base, distribuiti in tre aree, più un indicatore di esito indipendente sulla capacità di superare le divisioni. È il primo risultato del test dello strumento stesso. Indicatori per valutare un politico — primo caso: Abdul El-Sayed Area N. Indicatore A  Politiche e idee 1 Distanza dall’ideologia socialista 2 Sanità e sistema di assicurazione sanitaria 3 Costo della vita, lavoro e distribuzione del reddito 4 Denaro in politica e riforme democratiche 5 Casa, istruzione e infrastrutture sociali 6 Ambiente, acqua e sostenibilità 7 Immigrazione, diritti civili e tutela delle minoranze 8 Posizione sulla politica del governo israeliano verso i palestinesi 9 Principi ed eccezioni riguardo agli interventi militari statunitensi B  Stile e condotta politica 10 Grado di radicalità del linguaggio 11 Capacità di dialogare con gli oppositori 12 Capacità di doppia empatia 13 Coerenza nella nonviolenza 14 Capacità di ridurre la tensione 15 Autocorrezione accompagnata da apprendimento 16 Coerenza tra mezzi e fini 17 Prudenza nell’accertamento dei fatti e nel giudizio C  Costruzione del sostegno 18 Radicamento dal basso (grassroots) 19 Rapporto con gli elettori ebrei 20 Sostegno organizzato oltre alle donazioni individuali D  Capacità di superare le divisioni — Capacità di includere gruppi contrapposti nella stessa coalizione politica I primi 20 sono indicatori di base. L’area D è un indicatore di esito indipendente: è collegata soprattutto alle aree B e C, ma non ne costituisce la semplice somma. Il cambiamento del quadro non è un difetto. Un criterio può sembrare sufficiente finché non viene applicato a un caso concreto. Il problema non è correggere il metro, ma cambiarlo perché il risultato ottenuto non piace. Prendiamo il «grado di radicalità del linguaggio». Due o tre dichiarazioni forti possono facilmente dipingere un politico come aggressivo o incendiario. Per ridurre questo rischio sono stati raccolti almeno una ventina di esempi, arrivando in una prima fase a ventiquattro dichiarazioni per ciascuno dei due politici messi a confronto, El-Sayed e Zohran Mamdani. Le dichiarazioni sono state classificate provvisoriamente in quattro gruppi: spiegazioni di principi o politiche; critiche politiche forti; espressioni che possono aumentare la contrapposizione; interventi orientati alla riparazione o alla riconciliazione. Il campione non è casuale e non consente precisione statistica, ma sposta la domanda da «Ha mai pronunciato una frase estrema?» a «Con quale frequenza compare questo linguaggio, in quali circostanze e contro quale bersaglio?» Anche un errore diventa così un dato più ricco. Interessa la sequenza: errore → critica → comprensione → correzione → apprendimento. Un semplice «mi scuso» non dimostra ancora che qualcosa sia stato imparato: bisogna vedere se lo stesso tipo di errore si ripete. Un secondo esempio riguarda il sostegno delle organizzazioni. Non basta sapere quali sindacati o associazioni sostengano un candidato: conta quando entrino nella coalizione. Esisteva fin dall’inizio una grande infrastruttura? Il sostegno si è ampliato gradualmente? I nuovi gruppi sono sempre più diversi? Alcuni sono arrivati soltanto dopo una vittoria? La politica va osservata non soltanto come una fotografia, ma come un film. Nel caso di El-Sayed, conta quindi anche il modo in cui organizzazioni di natura diversa sembrano aggiungersi nel tempo. Gli indicatori non servono a dare un’apparenza matematica a un giudizio politico, ma a impedire che si cambino inconsapevolmente le regole davanti a un fatto che piace o disturba. Anche il quadro deve poter cambiare: correggere uno strumento perché non misura bene ciò che intendiamo osservare è ricerca; modificarlo perché il risultato non piace è razionalizzazione. I 20 indicatori di base e l’indicatore di esito non costituiscono un modello universale: sono, per ora, strumenti costruiti per un primo caso, Abdul El-Sayed. Il lavoro suggerisce però una prospettiva più ampia: ricavare da casi concreti un nucleo generale di indicatori per osservare i politici dal punto di vista della democrazia, dei diritti umani, della nonviolenza e della sostenibilità, adattandolo a ruolo, contesto e domanda di ricerca. Per un senatore statunitense pesano guerra e politica estera; per un sindaco, polizia, casa, immigrazione e conflitti urbani; in un’analisi della sostenibilità, clima, energia e responsabilità verso le generazioni future. Ma sarebbe prematuro costruire ora un modello universale: prima bisogna verificare questi strumenti su un caso concreto. Il passo successivo non partirà quindi dalla domanda: «El-Sayed è un buon politico oppure no?» Ma da domande più limitate: che cosa mostrano i dati? Dove sono coerenti? Dove si contraddicono? Che cosa sappiamo con una certa sicurezza, e che cosa resta da verificare? Prima di giudicare una persona, vale la pena mettere alla prova il metro con cui intendiamo misurarla. È da qui che vorrei cominciare. Note 1. Pressenza ha pubblicato finora nove articoli che seguono direttamente o contestualizzano la campagna di El-Sayed: ① ② ③ ④ ⑤ ⑥ ⑦ ⑧ ⑨ 2. Andrew Lapin, “Abdul El-Sayed apologizes for Temple Israel comments in meeting with Michigan Jewish Dems”, Jewish Telegraphic Agency, 29 agosto 2026. Link 3. Andrew Lapin, “Sander Levin, storied Michigan Jewish Democrat, endorses Abdul El-Sayed in Senate race”, Jewish Telegraphic Agency, 16 settembre 2026; cfr. The Washington Post, 16 settembre 2026. JTA / Washington Post 4. La pagina ufficiale delle priorità della campagna pone al centro “Money Out of Politics”, “Money in Your Pocket” e “Medicare for All”, e include inoltre casa, istruzione, ambiente, acqua, immigrazione, diritti civili e politica estera. Priorities Kazuhiro Imamura
October 20, 2026
Pressenza
Echi di resistenza: un tributo alle vittime della violenza di Stato in Kenya
Scritto da Gathanga Ndung’u, organizzatrice di comunità ed attivista del Centro per la giustizia sociale di Mathare (CGSM) ed organizzatrice con la Lega Socialista Rivoluzionaria- Africa (RSL)­. Il Kenya ottenne l’indipendenza formale nel 1963. La sovranità tanto attesa, tuttavia, non arrivò mai, poiché i mezzi per l’emancipazione economica, come i terreni e le industrie, rimasero nelle mani delle forze coloniali e dei loro protegé in loco, i compradores, diretti dal primo presidente Kamau Wa...
July 3, 2026
Revista Lêgerîn
L'insurrezione permanente
Trasformare la mobilitazione in organizzazione attraverso la comune Émile Marti Insurrezione della gioventù a Antananarivo, Madgascar, 11 ottobre 2025 Settembre 2025, Nepal. Fumo, lacrimogeni, grida, pietre che volano, piccoli gruppi di giovani che si radunano e danno vita a una marea umana. Un’onda potente si dirige verso il palazzo presidenziale. I cancelli vengono rapidamente abbattuti; alcuni sventolano la bandiera di One Piece, altri fanno video per catturare questi momenti di gioia. A...
Cosa sta succedendo a Şengal?
Insieme agli attacchi contro il Rojava, sono moltiplicate le minacce ai territori autonomi di Şengal (Iraq settentrionale, Kurdistan meridionale), dove vive la maggior parte del popolo yazida. Lo stato iracheno, in collaborazione con lo stato turco, sta cercando di disarmare le forze di autodifesa delle YBŞ-YJŞ che hanno combattuto a fianco dei combattenti del PKK e delle YPJ-YPG per salvare Şengal dal genocidio e liberarla da Daesh. Dal 2014 fino ai nostri giorni le YBŞ-YJŞ difendono il...
April 21, 2026
Revista Lêgerîn
Contraddizioni finanziarie nella Chiesa: un’analisi critica degli investimenti dello IOR
Se solo pochi giorni fa rilanciavamo l’appello della CEI contro la speculazione finanziaria a favore delle imprese di armi Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione, oggi riprendiamo invece un articolo di Alessandro Volpi Ior e indici cattolici: nei portafogli spuntano Big Tech e fondi globali assai critico verso le scelte assunte dalla banca vaticana, l’Istituto per le opere religiose (IOR), da cui provengono consigli di investimento finanziario indirizzati al mondo cattolico. E sono proprio le società consigliate per gli investimenti (che dallo IOR passano a decine di istituzioni ed enti religiosi per arrivare a milioni di cattolici in ogni area del Globo) che hanno spinto Volpi a una inchiesta pubblicata dal periodico Valori.  È il caso di  Morningstar, i cui principali azionisti sono le Big Three BlackRock, Vanguard, T. Rowe Price e Baron Capital Management. Sul sito di Morningastar, oltre ad analisi sulla situazione internazionale e sugli effetti della guerra sui mercati troviamo anche alcuni interessati consigli di investimento con 500 fondi selezionati e offerti agli investitori: Borsa, Quotazioni Azioni, Fondi, ETF, Fondi Pensione | Morningstar. Tra le varie società consigliate da IOR troviamo anche multinazionali, titoli che investono direttamente in armi in antitesi a tanti messaggi che arrivano dalla CEI o dal Vaticano. Siamo davanti a un Giano bifronte che un giorno parla contro il Riarmo e l’indomani offre interessati consigli finanziari a beneficio dei produttori di morte? Si aprono problemi rilevanti di natura etica, tali da chiedersi se oltre al messaggio evangelico di pace non ci sia anche una pratica finanziaria che va in direzione diametralmente opposta da parte di qualche settore finanziario legato alla Chiesa. Il problema è annoso, si ripropone periodicamente, ma è stato sviscerato fin dagli anni sessanta del secolo scorso, a seguito del Concilio Vaticano II. Può essere utile fare riferimento all’opera MENSURAM BONAM (MB), che collega Vangelo e Dottrina Sociale Cattolica (DSC) al mondo dell’economia e della finanza con una serie di buoni precetti perché il cattolico operi coerentemente con il messaggio evangelico: mb_ita_final_14_11_22_ed+. Lo studio di Volpi porta alla luce il fatto che tra i beneficiari degli investimenti proposti dallo IOR troviamo titoli di aziende impegnate nella produzione di sistemi di guerra, nella speculazione sui metalli rari, nello sfruttamento dei riders e di altri lavoratori e lavoratrici anche attraverso un intricato sistema di investimenti diretti e indiretti. Il semplice investitore non ha contezza di dove stia mettendo i propri risparmi; se lo sapesse, allora capirebbe che i buoni precetti etici e morali vengono letteralmente contraddetti per disegni speculativi.  Volpi va ancora avanti nella sua disamina indicando nei membri del Consiglio di sovrintendenza dello IOR la presenza di importanti esponenti della finanza con incarichi precedenti in rilevanti multinazionali che da sempre investono in armi: «Jean-Baptiste de Franssu che, prima del suo incarico in Vaticano, è stato Ceo di Invesco Europe, società dove i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street. Poi c’è Elizabeth McCaul, con un passato nella società di consulenza Promontory Financial Group (di proprietà di Ibm), specializzata in compliance e gestione del rischio. Javier Marín Romano è già stato Ceo del Gruppo Santander, mentre Scott C. Malpas per oltre trent’anni è stato il chief investment officer dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, dove ha gestito uno dei fondi di dotazione più performanti al mondo». Tra i grandi clienti della Banca Vaticana poi troviamo grandi immobiliaristi che operano non proprio in sintonia con il messaggio evangelico, una buona parte del patrimonio IOR è affidato a Vanguard e Blackrock i cui investimenti non sono certo rivolti ad opere pie. Ora qualche domanda sorge spontanea: la CEI è al corrente di questi fatti documentati dal periodico Valori e come intende relazionarsi allo IOR? Di questo il mondo cattolico deve prendere atto e visione, chiedendo conto a chi di dovere della incoerenza tra il messaggio di pace e le spregiudicate operazioni della Finanza cattolica. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
MEDIO ORIENTE: INTERVISTA A ZAGROS HIWA, PORTAVOCE DELL’UNIONE DELLE COMUNITÀ DEL KURDISTAN (KCK)
Radio Onda d’Urto ha intervistato Zagros Hiwa, portavoce del KCK, l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico. Nell’intervista, Zagros Hiwa espone il punto di vista del movimento di liberazione del Kurdistan su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare in Siria del nord-est e Rojava, in Iran e all’interno dello stato turco con il processo di pace in corso. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK). Ascolta o scarica. Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista: Zagros Hiwa, iniziamo dalla situazione critica di attacco all’esperienza dell’autogoverno in Siria del nord-est e in Rojava. Cosa sta succedendo in Siria? Quali sono i piani e gli obiettivi delle potenze egemoniche? Qual è l’analisi e quali sono gli obiettivi del KCK in questo caso? Risposta: Quello che sta succedendo ora in Siria è un genocidio contro quasi tutti i cittadini, tutti i gruppi presenti in Siria. Come sapete, i drusi e gli alawiti sono stati vittime di genocidio e massacri lo scorso anno per mano di Al Jolani. Ora, l’esercito jihadista di Damasco si è rivolto contro i curdi, i cristiani, gli armeni e gli altri gruppi della Siria settentrionale, che hanno guidato la lotta contro Daesh. Possiamo dire che Daesh ora domina la Siria, e quei combattenti, uomini e donne, che hanno sconfitto Daesh nel nord della Siria sono ora sotto attacco, sotto pesanti attacchi sferrati dalla stessa mentalità di Daesh, che ha ricevuto legittimità politica ed economica dalle potenze egemoniche. Il popolo curdo sta affrontando una minaccia molto pericolosa alla propria esistenza. Il sistema libero e democratico è sotto pesanti attacchi, coordinati e finanziati da potenze regionali e internazionali. I curdi e altre entità religiose ed etniche in Siria stanno ora conducendo una resistenza esistenziale contro l’esercito jihadista di Al Joulani. Cento anni fa, le potenze egemoniche hanno diviso il Medio Oriente in molti stati nazionali diversi: arabi, turchi, persiani. Ora vogliono dividere ulteriormente questi stati in piccole isole governate da jihadisti e le cosiddette “dittature benevole”. Come sapete, hanno consegnato l’Afghanistan ai talebani, hanno consegnato la Siria a Daesh e a Jolani, e ora sembra che abbiano tradito le rivolte del popolo iraniano e che stiano per lasciare l’Iran a una nuova versione degli ayatollah che hanno portato al potere 50 anni fa. Le potenze egemoniche, a quanto pare, si sono spartite la Siria tra loro. Il sud della Siria è stato lasciato a Israele e altre parti della Siria sono state lasciate in balia della Turchia e dei suoi alleati jihadisti del cosiddetto governo di transizione siriano. Qui, l’obiettivo è quello di sopprimere qualsiasi sistema democratico di autogoverno in Medio Oriente e di avviare una nuova forma di colonizzazione per altri cento anni. Nell’ambito di questo piano, ai curdi sono stati negati i loro diritti più fondamentali. Ciò che è stato pianificato contro i curdi è il proseguimento della campagna genocida contro di loro iniziata 100 anni fa. Insomma, per i curdi non è cambiato nulla. Quanto ho detto finora è la nostra analisi. Il KCK continuerà a lottare per l’esistenza e la libertà dei curdi. I risultati ottenuti finora sono stati raggiunti attraverso la lotta. E solo la lotta può proteggerli. Naturalmente, siamo determinati a portare avanti questa lotta attraverso la politica democratica nel quadro del nostro obiettivo più ampio di costruire una comunità democratica e una società democratica. Allo stesso tempo, daremo pieno sostegno alla resistenza dei nostri popoli contro gli attacchi genocidi di un gruppo jihadista e di regimi dittatoriali. Passiamo ora all’Iran: dal vostro punto di vista cosa sta succedendo? Qual è la posizione del KCK sulla rivolta popolare e le sue implicazioni regionali? Risposta: Beh, il regime iraniano è in rovina. I cinquant’anni di governo dell’Ayatollah, i cinquant’anni di governo dei mullah non hanno portato altro che esecuzioni, torture, pressioni, corruzione, povertà, disoccupazione all’interno del Paese e instabilità regionale all’esterno, a livello regionale. Sembra che il regime abbia perso la sua rilevanza ideologica e la sua legittimità politica. L’economia è crollata e la maggior parte delle persone non può permettersi nemmeno una vita povera. Non riescono ad arrivare a fine mese. Ecco perché la gente non vede alcun futuro per sé in questo sistema. Vuole un cambiamento. Un cambiamento reale, autentico, ma il regime è troppo corrotto per cambiare. Ecco perché la gente è scesa in piazza per rivendicare il proprio diritto più naturale. Purtroppo, il regime e le sue milizie hanno compiuto massacri nelle strade di Teheran, Mashhad, Isfahan e in tutte le città dell’Iran. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone. Questo è un massacro. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a tutto questo. Questa rivolta popolare è la continuazione della rivoluzione per la libertà delle donne, avvenuta nel 2022. Le rivolte in Iran tendono a seguire un andamento ascendente. Ogni rivolta supera la precedente in termini di portata, partecipazione e rivendicazioni. L’Iran tende a collegare queste rivolte all’intervento delle potenze straniere e le accusa di interferire negli affari iraniani. Queste affermazioni non sono di per sè prive di senso, ma negano il fatto che il popolo iraniano voglia libertà e democrazia. E non voglia essere governato da ideologie medievali. Naturalmente, le potenze internazionali vogliono investire in queste rivolte. Vorrebbero manipolare queste rivolte. Finché il regime iraniano continuerà a ignorare le legittime richieste dei popoli, queste rivolte saranno manipolate da potenze straniere che non hanno a cuore né il popolo iraniano né lo stesso regime. A loro interessano solo i propri interessi. E al momento sembra esserci una sorta di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Vorrei che il regime iraniano avesse fatto concessioni al popolo invece di capitolare alle imposizioni delle potenze internazionali. Infine, come sta procedendo il processo di pace in Turchia? Quali sono gli obiettivi e le prospettive del movimento di liberazione a riguardo? Risposta: Il processo di pace è giunto allo stadio attuale grazie a tutte le misure unilaterali adottate dal Movimento di Liberazione del Kurdistan. Il PKK si è sciolto, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha bruciato le sue armi e ha ritirato le sue forze dalla Turchia. Tuttavia, lo Stato turco non ha ancora adottato misure concrete in risposta a tutte queste iniziative unilaterali. Lo Stato turco sembra riconoscere l’esistenza dei curdi solo a parole, solo a livello retorico. Non è stata intrapresa alcuna azione legale e non è stata ancora dimostrata la necessaria volontà politica. La stessa commissione istituita in parlamento per la risoluzione della questione curda non ha nemmeno permesso alle Madri per la Pace di parlare in curdo. Oltre a tutto ciò, il leader Apo (Abdullah Öcalan, ndr) è tenuto in ostaggio nella prigione di Imrali da 27 anni consecutivi e questa situazione continua ancora oggi. È ancora lì, in isolamento. Il suo diritto alla speranza non è stato riconosciuto dal sistema di giustizia turco. Più correttamente, dal sistema di ingiustizia turco. Gli viene negato il diritto di lavorare e vivere in condizioni di libertà. Ora, con gli attacchi al Rojava, in Kurdistan, il processo corre rischi vitali. Lo Stato turco parla di pace all’interno della Turchia, ma fa sì che il jihadista Al Jolani attacchi i curdi ad Aleppo e in altre parti della Siria. Quindi, l’obiettivo principale, diciamo, resta la soluzione democratica della questione curda in Turchia e in tutte le altre parti del Kurdistan. La soluzione democratica della questione curda richiede la democratizzazione di tutti gli Stati interessati. Intendo dire Iraq, Turchia, Iran e Siria. A tal fine, attribuiamo importanza prioritaria alla costruzione di una società democratica attraverso la politica democratica. In tal modo, attribuiamo un ruolo di primo piano alla lotta delle donne e alla lotta dei giovani, nonché alla protezione dell’ambiente naturale.
January 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Della guerra
Proponiamo alla lettura questo post di Pierluigi Fagan, secondo noi molto interessante e stimolante. Premettiamo queste poche righe solo per avvertire che lo stile conciso e polemico del testo potrebbe sorprendere lettori con scarse nozioni o addirittura completamente a digiuno di epistemologia, così come anche quanti abbiano una conoscenza solo […] L'articolo Della guerra su Contropiano.
January 19, 2026
Contropiano
E’ scomparso Guido Salerno Aletta
Abbiamo appreso con vero sconcerto l’improvvisa scomparsa di Guido Salerno Aletta, analista economico da cui abbiamo appreso molto e ripreso diversi giudizi. Non era ovviamente del “nostro giro”, ma certamente è stato uno dei pochi a ragionare in modo davvero indipendente e scientifico su molti dei passaggi più importanti degli […] L'articolo E’ scomparso Guido Salerno Aletta su Contropiano.
January 9, 2026
Contropiano
L'”incidente polacco”, un Tonchino in salsa europea
A 24 ore di distanza, con qualche elemento concreto in più (le dichiarazioni e la propaganda li lasciamo agli arruolati), possiamo provare a sintetizzare l’analisi dell’”incidente polacco” – i droni, forse russi, che hanno sconfinato sul confine orientale di Varsavia – e ipotizzare cosa è effettivamente accaduto. Dal che, come […] L'articolo L'”incidente polacco”, un Tonchino in salsa europea su Contropiano.
September 11, 2025
Contropiano