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Comune-info.net: Il sogno del guerriero
DI RENATA PULEO SU WWW.COMUNE-INFO.NET DELL’11 GENNAIO 2026 ANVER È UN ADOLESCENTE INQUIETO, NATO IN BELGIO DA MADRE EBREA, CHE DA GIOVANISSIMO, SIAMO NEGLI ANNI QUARANTA, SI SPOSTA IN ISRAELE E SI FA TRAVOLGERE DALLA LOTTA ARMATA. RENATA PULEO, CHE SI OCCUPA DA MOLTO TEMPO DI QUESTIONI EDUCATIVE, IN QUESTA RECENSIONE DI MEMORIE DI UN TERRORISTA, LIBRO SCRITTO DA ANVER, RAGIONA SU COME QUEL TESTO OBBLIGA A CONSIDERARE L’ATTUALE CONTESTO STORICO E POLITICO, E SEGNALA ALTRI QUATTRO PREZIOSI LIBRI (DI AMOS OZ, ROSARIO BENTIVEGNA, ALESSANDRO PORTELLI, CARL SCHMITT) CHE SAREBBE IMPORTANTE OGGI LEGGERE E DISCUTERE CON STUDENTI E STUDENTESSE Un libro su cui riflettere in questi giorni di tempesta è Memorie di un terrorista, firmato con il solo nome, Avner. Pubblicato alla fine degli anni ’50 in inglese è stato tradotto in italiano da Mondadori nel 1960, se ne trovano varie edizioni nel mercato on line, segno di un successo piuttosto lungo, quanto insolito. Difficile è stabilire se si tratta di una testimonianza autentica, per quanto molto verosimile, così come rimane l’incertezza sull’identità dell’autore. Alcune notizie si possono ricavare, digitando il suo nome, dal sito ebraico dell’Organizzazione Lechi (lechi.org.il). La Lechi (Lohamei Herut Israel, Combattenti per la Libertà di Israele), si legge nella scarna introduzione al racconto, era una frazione del potente Irgun, gruppo nato nel 1936 per combattere sia contro l’occupazione inglese, sia contro gli arabi di Palestina. L’Irgun fu subito favorevole alla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, e si integrò nelle forze militari israeliane. La Lechi, spostata a sinistra, visceralmente anti-inglese e antimperialista (si direbbe ancora esistente nella memoria collettiva), reclutò, secondo le fonti disponibili, Avner nel 1940, quando aveva 17 anni. Il sito citato fornisce anche alcune scarse note biografiche. Avner Grushow (cognome variamente trasposto dai caratteri ebraici), nome di battaglia Yoav, nasce in Belgio da madre ebrea, si sposta giovanissimo in Israele fuggendo dal collegio. Dopo una breve reclusione alla frontiera belga che aveva provato a superare senza documenti, riesce fortunosamente ad arrivare nella Palestina ancora occupata dagli Inglesi. Avner nasce 1923 come si ricava da un’altra fonte. Digitando il titolo del libro, appare sul sito la foto della sua lapide nel Cimitero di Montparnasse a Parigi, dove morì nel 2010 (it.findagrave.com). L’anno di nascita è compatibile con quanto narrato dall’autore. Provo a spiegare l’interesse che suscita questo libro per chi come me si occupa di questioni educative e pedagogiche. Un adolescente inquieto, in fuga da un sistema scolastico oppressivo, spesso vittima dei compagni, in cerca di un riscatto personale, si fa travolgere dal fascino della lotta armata, dai confusi echi provenienti dalla guerra civile spagnola. Non andrà in Spagna, ma sbarcherà in Palestina intorno al 1939. Entrato in un kibbutz, non riesce a condividerne l’utopia, si annoia, il lavoro è duro, la piccola comunità gli appare priva di fascino, conformista, pettegola, senza futuro. Una storia simile la racconta anche lo scrittore israeliano Amos Oz. L’iniziazione all’età adulta avviene abbracciando un fucile, credendo ciecamente nel diritto a conquistare uno spazio in cui realizzare i propri ideali di attaccamento alla terra dei Padri. Il sacrificio della vita, la morte eroica, l’azzardo della lotta avventurosa, durano fintanto che, in Oz, non si affina un ragionamento politico pragmatico: la spartizione del territorio fra due popoli, soluzione che non verrà mai presa sul serio dai vertici del potere israeliano. (Una storia di amore e di tenebra, 2015). Il pensiero corre ai nostri adolescenti, perfino ai bambini, oggi oggetto di simili fascinazioni, la Patria, la creazione del Nemico, la Difesa, indotte dalla pervasiva presenza dei militari di ogni arma nelle aule scolastiche. Addestramento alla disciplina, obbedienza, abitudine alla guerra, come documentato dall’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. Le proposte pedagogico-didattiche centrate sul sapere militare, l’arte della guerra, vanno dal brivido del volo su un elicottero dell’esercito, al funzionamento di una mitraglietta, fino al ventilare la prospettiva di un lavoro sicuro, aggettivo ossimorico per un soldato, formato per dare e ricevere la morte. Questo libro ci obbliga a considerare l’attuale contesto storico e politico, in un momento di brutale lotta al terrorismo di Hamas a Gaza, da parte dell’esercito israeliano. Chi è il terrorista? La definizione che conosciamo è, nel libro di cui scrivo, soggetta a numerose accezioni: lotta di liberazione con qualsiasi mezzo, indifferenza nelle azioni dei commandos alla morte di civili, omicidio come dovere, “calcolo del sangue” come inevitabile variabile a cui ci si abitua, tanto che, confessa Avner, si finisce per diventarne dipendenti. Avner ci parla di subdole, quanto labili, alleanze fra arabi palestinesi e membri delle organizzazioni paramilitari, della diffidenza verso i sabra (i nati in Israele) da parte degli immigrati della Shoa, delle lotte intestine fra i vari gruppi armati. Qualche commentatore, in questi tragici giorni in cui si consuma il genocidio a Gaza, ha arrischiato un parallelismo fra azione terroristica e azione partigiana, con riferimento alla Resistenza Italiana. Commento improprio, visto che dal libro di Avner sembra che sparisca, man mano che le azioni continuano, fino al tentativo di minare la sede del Parlamento inglese, ogni scopo politico. Qualsiasi formazione partigiana in Italia portava con sé idealità e azione politica, insieme, come praxis. Ne scrive Rosario Bentivegna, organizzatore e protagonista dell’azione dei GAP (gruppi di azione patriottica) in Via Rasella, nel 1944 a Roma, contro una colonna tirolese arruolata nell’esercito nazista, attentato di cui assumerà sempre, anche nel giudizio postbellico, ogni responsabilità, nel tragico orgoglio di una scelta rivendicata come necessaria, etica, (con Cesare De Simone Operazione Via Rasella, 1996). Nel dialogo con l’ex camicia nera Mazzantini, condotto da Dino Messina, emerge la trama del percorso politico intrapreso da entrambi, ancora adolescenti (Rosario Bentivegna; Carlo Mazzantini C’eravamo tanto odiati, 1997). Una ricostruzione del carattere organizzativo e politico dei GAP, dell’attentato e della sproporzione della vendetta dei tedeschi, si deve a un libro sempre attuale di Alessandro Portelli (L’ordine è già stato eseguito, 2005). Un esempio emblematico della logica militare dell’occupante che, di nuovo, impone di guardare verso Israele: si scombinano le fasi di qualsiasi logica temporale fra attacco, risposta, responsabilità, e conseguente dramma dei civili coinvolti. Del partigiano, della vis spesso anarchica verso tutto ciò che è istituito e, nello stesso tempo, dell’utopia volta a fondare una libera comunità di uguali, ne scrisse Carl Schmitt, il pensatore che più ha analizzato il rapporto fra Stato, dittatura, rivolta (Teoria del partigiano, 2005). Un tema, che qui non posso approfondire data la sua complessità, è la questione dello Stato Sovrano, della sua nascita e della sua eventuale dissoluzione. La vocazione imperialista degli stati, la facilità con cui le regole della convivenza si mutano in anomia, e la democrazia diventa svuotata retorica, sono oggetto di riflessione, su queste pagine di Comune, sia da parte di Giorgio Agamben che di Rául Zibechi, analisi utili a inquadrare il problema delle istituzioni e della loro fragilità. Avner considera la fondazione di Israele, il cui mito fondativo riposa nei Libri Sacri (Eretz Yisrael, la Terra dei Padri), un vero tradimento, emblematico del rapporto fra soggetto libero e potere istituito. Della atipicità, allo stesso tempo esemplare dello Stato di Israele, scrive anche Donatella Di Cesare analizzando il tema della terra come patria elettiva, sognata nell’esilio, mentre è in atto la diaspora. (Israele Terra, ritorno, anarchia, 2014; Marrani. L’altro dell’altro, 2018). Che ogni Stato abbia relazione con i confini e con la guerra per segnarli, di come l’esercito sia uno dei primi istituti fondativi della città e, nello stesso tempo, paradigma del lavoro regolato al millimetro, diviso gerarchicamente, è fatto storicamente acclarato. (Lewis Mumford La città nella storia, 1998). Ma di questo delicatissimo rapporto fra soggetto politico e istituzione non si parla a scuola. È un sapere interdetto, semmai spalmato nella rete come educazione civica, fatto di contenuti volgari, convenzionali, per menti che, per esser obbedienti, devono essere povere. Sempre più numerosi sono i corsi su generici diritti del cittadino impartiti da poliziotti, mentre gli insegnanti stanno fuori dalle aule, così come la partecipazione degli alunni alle performanti esibizioni nei poligoni militari. Tornando al nostro autore, Avner scrive come, nel 1948, Israele diventa per lui l’emblema di una dolorosa sconfitta, è una realtà a cui non si conforma e, come altri compagni della Lechi, abbandona la lotta. Annota enigmaticamente: Non che si dovesse proseguire la lotta sovversiva all’interno dello stato […] ma quando, in nome di una morale eretta a vocazione divina, si sono commessi delitti assolti in anticipo, e senza alcun vantaggio personale, ciò implica l’appartenenza a un sacerdozio. Non si può rinnegarlo (pp 129/130). Elat, città appena fondata all’estremo confine del Neghev, sul Mar Rosso, fronteggiata sullo stretto di Tiran dal porto giordano di Aqaba e dalla costa egiziana, sarà la meta di un nuovo esilio. La seconda parte del libro racconta il ritmo quasi estatico di una vita da pescatore, cercatore di conchiglie e pietre preziose, esistenza disincantata, senza futuro. E seguiranno altri luoghi in cui consumare la propria amarezza. Concludendo, un romanzo di formazione da leggere con gli studenti, così come i libri citati. I saperi sono ancora custoditi nelle pagine di carta, non sono solo informazione liquida, algoritmica. Fonte: www.comune-info.net -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lasciare casa per Gaza
SULLA CONSIDERAZIONE FEMMINISTA CHE “TRADIZIONALMENTE GLI UOMINI HANNO LASCIATO CASA PER FARE LA GUERRA; È TEMPO CHE LE DONNE ESCANO DALLA CASA PER COSTRUIRE LA PACE”, È STATO MESSO SU A BRUXELLES UN CAMPO DI DONNE CONTRO IL GENOCIDIO IN PALESTINA. UNA SETTIMANA DI ASSEMBLEE, DIBATTITI, VITA COMUNITARIA E INIZIATIVE IN TRE LINGUE DIVERSE: SPAGNOLO, INGLESE E FRANCESE. PER POTER FARE CIÒ SI È PENSATO INNANZITUTTO A UN ACCAMPAMENTO, CON UNA VENTINA DI TENDE, CHE VISIVAMENTE RAPPRESENTASSE LA SITUAZIONE ABITATIVA DI GAZA RISTRETTA IN UN IMMENSO CAMPO PROFUGHI, PIENO DI TENDE E DI INSEDIAMENTI PRECARI. DUE COSE SONO CERTE: LA QUESTIONE PALESTINESE È ENTRATA FORTEMENTE NEI MOVIMENTI FEMMINISTI. IL PACIFISMO FEMMINISTA HA UN ENORME PATRIMONIO DI PRINCIPI E PRATICHE PER CONTRIBUIRE ALLE POLITICHE DI DISARMO E AL RIPRISTINO DEL DIRITTO Per gentile concessione di Silvia Benacchio Questo articolo fa parte di Voci di pace (a cura di Bruna Bianchi) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 10 al 18 ottobre scorso si è tenuta a Bruxelles l’iniziativa Lasciare casa per Gaza, un evento promosso da Wilpf Spagna che ha visto la partecipazione di donne della Wilpf1 e delle Donne in Nero di diverse località spagnole e di altri stati europei. Oltre al campo di pace montato in prossimità del Parlamento europeo, le organizzatrici di Lasciare casa per Gaza hanno promosso una settimana di assemblee, dibattiti e iniziative aperte al pubblico, con l’obiettivo di esortare le istituzioni europee a promuovere interventi umanitari a Gaza e provvedimenti sanzionatori nei confronti di Israele. Le iniziative pubbliche realizzate hanno visto la partecipazione di parlamentari europee/i, giuriste/i, relatrici/relatori speciali Onu, nonché di donne palestinesi e israeliane. Il tutto culminato nella imponente catena umana che il 18 ottobre ha circondato il Parlamento e Place du Luxenburg, intonando slogan e canzoni. Particolarmente apprezzati sono stati gli interventi della ministra spagnola Yolanda Diaz – che ha lanciato l’idea di una conferenza internazionale di pace sulla Palestina per il 2026 – e del relatore speciale Onu Pedro Arrojo, che ha descritto gli effetti della privazione dell’acqua usata da Israele come arma genocidaria. Quando si è svolta l’iniziativa era stato da poco firmato l’accordo di Sharm el Sheikh, e non sono mancate le manifestazioni di criticità sui contenuti del documento, di cui si è ampiamente discusso nelle assemblee. Abbiamo chiesto a Silvia Benacchi (Donne in Nero di Padova), Enrica Lomazzi e Laura Marcheselli (Wilpf Italia) di raccontarci la loro partecipazione a Lasciare casa per Gaza.2 -------------------------------------------------------------------------------- Per gentile concessione di Silvia Benacchio -------------------------------------------------------------------------------- Come si è svolto l’evento? Quali sono state le vostre impressioni sull’atmosfera, gli scambi di idee e di esperienze durante quelle giornate? [SB] Lasciare casa per Gaza è l’iniziativa che si è tenuta dal 10 al 18 ottobre a Bruxelles e a cui ho partecipato, in rappresentanza delle Donne in Nero di Padova. L’evento, che ha visto la numerosa partecipazione di donne appartenenti alla Wilpf e alle Donne in Nero di alcune località spagnole, nonché di alcune rappresentanti delle stesse organizzazioni di altri stati europei, si è articolato in un “campo” di pace settimanale e altre iniziative pubbliche e aperte al pubblico, finalizzate a porre in essere azioni di sollecitazione e di invito alle istituzioni europee affinché assumessero provvedimenti di aiuto umanitario nei confronti della popolazione di Gaza e sanzionatori verso lo stato di Israele. [EL] L’evento è stato organizzato molto bene dalla Wilpf Spagna che ha ottenuto da una chiesa di Bruxelles uno spazio esterno dove sono state montate una trentina di tende da campeggio. L’atmosfera è stata molto positiva, coinvolgente, anche gioiosa malgrado si dovesse parlare di un genocidio perpetuato dal governo israeliano a Gaza. Tutte le partecipanti avevano esperienze militanti sulla Palestina in termini di realizzazione di progetti in loco, organizzazione di manifestazioni nei paesi di provenienza, raccolta fondi, dibattiti sulla questione. [LM] L’evento si è svolto in uno spazio che consisteva in un’area esterna, dove sono state piantate le tende e in un’ampia biblioteca in cui si svolgevano le assemblee e gli incontri con ospiti esterni/e. C’era anche una caffetteria in cui si pranzava e dove si sono svolti diversi momenti conviviali come la cena dell’ultimo sabato, preparata da due ospiti, una palestinese e una israeliana. L’atmosfera, molto cordiale e rilassante, grazie alla bravura delle compagne spagnole, ha consentito un’interazione senza inibizioni: ci si ascoltava reciprocamente con attenzione e rispetto. La maggior parte delle partecipanti erano visibilmente attiviste di lungo corso che lavoravano sul tema della Palestina già da molto prima del 7 ottobre. Quali sono state le ragioni che hanno motivato la scelta di organizzare un campo di pace fuori dal Parlamento Europeo? E quali le specificità della prospettiva femminista emersa da quelle giornate in relazione alla situazione nella Striscia di Gaza? [SB] Sulla considerazione femminista che “tradizionalmente gli uomini hanno lasciato casa per fare la guerra; è tempo che le donne escano dalla casa per costruire la pace”, le donne delle Wilpf e delle Wib3 avevano deciso ancor prima dell’accordo di Sharm el Sheikh di portare all’attenzione dell’Unione europea la situazione della striscia di Gaza richiedendo, in primis, il cessate il fuoco permanente da parte dell’esercito israeliano e una giusta e duratura pace nella terra di Palestina, inoltre il rispetto del diritto internazionale e la fine della complicità nel genocidio, nei crimini e nella violazione dei diritti umani commessi da Israele. Per poter fare ciò si è pensato innanzitutto a un accampamento che visivamente rappresentasse la situazione abitativa della striscia ristretta in un grande campo profughi, pieno di tende e di insediamenti precari: di qui l’allestimento di un accampamento di oltre una ventina di tende dove hanno alloggiato le donne riunite, in prossimità del Parlamento Europeo. [EL] L’evento è stato concepito quando non vi era in prospettiva alcuna possibilità di cessate il fuoco. Quando si è realizzato vi era stato da pochi giorni l’accordo sulla tregua ma comunque si è ritenuto necessario mantenere l’attenzione sulle vicende di Gaza. L’obiettivo era di porre la questione con forza alle istituzioni europee e per questo si sono svolte numerose manifestazioni davanti al Parlamento europeo e alle sedi della UE. Ci siamo anche unite a una manifestazione organizzata da lavoratori della UE che si svolge una volta alla settimana. La pace è il mandato che la Wilpf porta in tutte le istanze, essendo un’associazione di donne nata nel corso della prima guerra mondiale, che si è sempre dichiarata contro tutte le guerre e per il disarmo generale e recentemente in particolare contro il nucleare sia bellico che civile. Gli attacchi di Israele inoltre colpiscono in modo particolare donne e bambini, e la preclusione al cibo è una pratica ignobile che colpisce la popolazione più fragile. [LM] L’atteggiamento pilatesco, anzi palesemente complice dell’Ue e della gran parte dell’Occidente nel genocidio a Gaza, ci ha spinto a chiedere con forza un cambio di rotta da parte delle istituzioni europee. D’altra parte la ragione d’essere di Wilpf è proprio quella di contrastare la guerra e agire per la risoluzione dei conflitti attraverso la mediazione e la diplomazia. Il ruolo delle donne è stato ben delineato nella risoluzione 1325 dell’ONU, intitolata Donne, pace e sicurezza, adottata il 31 ottobre 2000. È stata il primo documento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu a riconoscere l’impatto dei conflitti armati sulle donne. La risoluzione chiede: di coinvolgere le donne in modo paritario nella prevenzione dei conflitti, nei processi di pace e nella politica di sicurezza; di proteggere le donne durante e dopo i conflitti in particolare dalla violenza sessualizzata basata sul genere; di tenere conto della prospettiva di genere durante gli interventi umanitari; di formare chi opera nel mantenimento della pace, in particolare per quanto riguarda i diritti e le necessità specifiche delle donne. Molti soggetti hanno sostenuto e preso parte all’iniziativa, di cui purtroppo non si è quasi per nulla parlato in Italia. [SB] Nella settimana trascorsa si sono svolte assemblee pressoché quotidiane, che hanno visto anche la partecipazione di vari parlamentari europei, esperti, giuristi, relatori speciali ONU, nonché di donne palestinesi e israeliane. Infine vi sono state le manifestazioni esterne di sensibilizzazione territoriale davanti al Parlamento, culminate il giorno 18 con una grande catena umana che ha cinto la stessa istituzione e la prospiciente Place du Luxenburg, lanciando slogan e canzoni significative, immancabile la nostra Bella ciao. [EL] È stato nostro compito far circolare l’informazione nei movimenti pro palestinesi e in genere delle organizzazioni contro la guerra come Stop Rearm Europe e altre pacifiste. Naturalmente i media istituzionali si sono ben guardati dal segnalare l’evento. [LM] Non possiamo meravigliarci del fatto che i nostri media, sempre proni di fronte al potere, così come la politica italiana, ormai apertamente autoritaria e antidemocratica, cerchino di oscurare in ogni modo qualunque voce che vada contro la scelta bellicista del nostro paese che punta al riarmo e alla riconversione dell’economia in economia di guerra. Caso mai dobbiamo chiederci perché le voci di sinistra siano così flebili nel nostro paese. Forse perché il peso della propaganda filo-israeliana è molto forte anche all’interno del Partito Democratico. L’iniziativa di Bruxelles si inserisce all’interno di una costante attività di denuncia e mobilitazione della Wilpf su quanto sta accadendo in Palestina. Il campo di pace di ottobre aprirà nuove possibilità di sinergie con altre realtà impegnate nel sostegno al popolo palestinese? [SB] Un’altra cosa che ha fatto apprezzare l’iniziativa è stata la linea e il dialogo comune di tutte le donne presenti, che seppure provenienti da stati, realtà, percorsi e lingue diversi, erano tutte molto unite in comuni “parole d’ordine” e considerazioni condivise: sebbene nelle assemblee e incontri si parlassero normalmente tre lingue diverse – spagnolo, inglese e francese – dove finiva l’intervento di una partecipante iniziava quello dell’altra e tutte hanno concordato sulle stesse conclusioni. Ossia che era più che mai necessario fare unitamente pressione sugli stati di appartenenza affinché si attivassero fattivamente a porre fine al genocidio palestinese, a dare sostegno umanitario e porre fine alla carestia in atto, a sanzionare e interrompere i rapporti con Israele, compreso l’accordo di associazione europeo, sino al completo cessate il fuoco e all’instaurazione di una giusta pace, a dare impulso a una giustizia riparativa, dissuadendo Israele dal proseguire nella sua politica coloniale e di occupazione, in tutti i territori palestinesi. [EL] Ci adoperiamo sempre perché ciò avvenga e partecipiamo a tutti gli eventi che avvengono in Italia anche organizzati da altre realtà. Continuiamo, per quello che è possibile a implementare progetti nella striscia con l’aiuto della Chiesa valdese. [LM] Sicuramente sì. Wilpf partecipa sempre alle iniziative promosse da altre realtà che sui territori sono impegnate nel sostegno della causa palestinese. L’attuale situazione mondiale, il disprezzo per il diritto internazionale e il consenso generalizzato a un’idea di sicurezza armata lasciano presagire scenari foschi per il futuro. Quali sono gli spazi che il movimento pacifista femminista può aprire per proporre una politica di disarmo e ripristino del diritto umanitario? [SB] Di particolare rilievo sono state, a mio parere, alcune partecipazioni che si sono svolte nel corso dell’evento, quali: la visita al Parlamento con l’accoglienza da parte di alcuni parlamentari, per lo più parlamentari spagnole, e la conferenza stampa congiunta che ne è seguita; la visita all’accampamento e la partecipazione all’assemblea delle donne da parte di parlamentari europee e politiche spagnole, peraltro giuriste-avvocate (Estrella Galan, Ana Miranda, Irene Montero, parlamentari; Teresa Ribera, vice presidente esecutiva della commissione europea; Yolanda Diaz, vice presidente e ministra del governo spagnolo), che hanno trattato della situazione attuale di Gaza e di quanto si dovrebbe fare da parte europea per il ripristino della legalità e dei diritti umani del popolo palestinese; la partecipazione e gli interventi dei relatori/relatrici speciali Onu, che si occupano di diritti umani e di crisi idrica e igienico sanitaria nella striscia di Gaza (Francesca Albanese, collegatasi on line e Pedro Arrojo intervenuto in presenza). [EL] Ritengo che iniziative come quella del campo siano molto importanti per mantenere viva l’attenzione su Gaza. Un’altra iniziativa che a mio avviso è stata assai determinante per l’avvio della tregua è stata quella della flottiglia. A questo proposito è stato molto interessante sentire il racconto che una femminista belga ci ha fatto sulla sua esperienza sia durante la navigazione che poi quando è stata fermata insieme ad altri ed altre con modi a dir poco bruschi dai soldati israeliani e incarcerata per alcuni giorni in un carcere nel deserto con pochissimi viveri a disposizione e molto affollamento. Ci ha raccontato della forte reazione delle donne arrestate che sono sempre state unite e non si sono perse d’animo. Dobbiamo anche insistere sulla partecipazione delle donne ai processi di pace, perché il nostro sguardo è senz’altro rivolto all’abbandono delle armi e alla creazione di un mondo senza più guerre. [LM] La domanda è davvero cruciale. Quello che possiamo notare è che la questione palestinese è entrata nell’agenda di altri movimenti femministi, come Nonunadimeno in Italia; inoltre, il protagonismo delle giovani palestinesi della diaspora, all’interno delle associazioni palestinesi, fa pensare che il discorso femminista avrà uno spazio di manovra sempre maggiore nel prossimo futuro. È ancora possibile immaginare una mobilitazione femminista globale in favore della pace al di là dei nazionalismi e del clima generale di paura generato dalla minaccia del ritorno del nucleare, mai come ora così vicina?    [SB] I lavori dell’iniziativa si sono conclusi il 18 ottobre con l’intento di mantenere alta la pressione popolare sui governi e sull’Ue per giungere a una “pace giusta”, accompagnata da un serio piano di ricostruzione e reinserimento dei palestinesi e da una giustizia riparativa che veda Israele e i suoi complici comparire davanti alla Corte Internazionale Penale, per rispondere dei crimini commessi e pagarne le dovute conseguenze personali e patrimoniali. Inoltre le donne presenti si sono lasciate con la promessa di contribuire ad attivare una conferenza internazionale di pace per la Palestina, al fine di far passare il messaggio che la pace per il popolo palestinese deve essere un obbiettivo di tutti i paesi (e non solo di quelli coinvolti nell’accordo di Sharm el Sheikh) perché il destino dei popoli deve vedere la partecipazione di tutti e la presa in carico di tutti. A chiusura dei lavori una lunga catena umana ha racchiuso il Parlamento europeo prima, e Place de Luxemburg poi, in una grande catena femminista che invocava una pace giusta per tutta la Palestina. [EL] Sarebbe bellissimo e credo non irrealizzabile. La Wilpf ha sezioni in quasi tutti i paesi del mondo e potrebbe essere motrice di una tale iniziativa. [LM] Con l’ottimismo della volontà risponderei decisamente di sì. Lo vediamo nelle discussioni anche all’interno di Wilpf Internazionale, dove donne russe e ucraine, azere e armene tengono aperta una disponibilità all’ascolto delle ragioni dell’altra, nonostante la torsione verso la guerra che sta oscurando molte coscienze nell’Europa del nord (Svezia, Finlandia, Paesi Baltici, tanto per citarne alcuni). -------------------------------------------------------------------------------- 1 Women International League for Peace and Freedom. 2 Le interviste sono state condotte fra il 31 ottobre e il 24 novembre 2025. A tutte e tre le intervistate va il nostro ringraziamento per il prezioso contributo e la disponibilità. 3 Women in Black. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di WILPF España: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lasciare casa per Gaza proviene da Comune-info.
L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare
Come ricordiamo spesso, questo spazio “Interventi”è finalizzato ad ospitare contributi ed opinioni interessanti, utili per inquadrare la complessità del mondo in modo razionale. Anche e soprattutto quando le analisi ospitate non coincidono perfettamente con le nostre. Sulla mancata rapina degli “asset russi” depositati in Europa ci siamo espressi più volte, […] L'articolo L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare su Contropiano.
“Qui si fa l’Europa”? No, si muore…
Ventisette paesi riuniti per decidere come finanziare ancora la guerra in Ucraina, mettendo soldi per altre armi e stipendi subito e accantonandone altri per la futura ricostruzione del paese. C’è una certezza: il conto è quasi per intero sulle spalle della UE, visto che gli Usa di Trump hanno perso […] L'articolo “Qui si fa l’Europa”? No, si muore… su Contropiano.
Una rapina di guerra. La UE all’assalto dei “fondi russi”
L’Unione Europea – o meglio la sua attuale “direzione politica” – ha piazzato almeno tre bombe sotto il proprio stesso edificio. Ed il bello è che l’ha fatto con una mossa sola. Ieri sera 25 paesi su 27 hanno dato il loro “ok” al blocco senza scadenza degli asset russi […] L'articolo Una rapina di guerra. La UE all’assalto dei “fondi russi” su Contropiano.
Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…
L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli […] L'articolo Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno… su Contropiano.
Mo’ pure il Belgio è “filo-russo”
Il Belgio ha semplicemente fatto l’impensabile: ha detto la verità e per averla detta l’hanno accusato di far parte di un intrigo geopolitico. L’UE sta orchestrando il più grande furto di ricchezza sovrana sancito dallo Stato nella storia moderna, un’incursione diretta alle riserve della Banca Centrale Russa con tanto di […] L'articolo Mo’ pure il Belgio è “filo-russo” su Contropiano.
UNIONE EUROPEA: SOSPETTI DI FRODE AL COLLEGIO D’EUROPA, FERMATA LA RETTRICE FEDERICA MOGHERINI
Terremoto nelle Istituzioni Europee con il fermo della rettrice del Collegio d’Europa di Bruges, Federica Mogherini, ex alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea ed ex Ministra degli Esteri nel governo guidato da Matteo Renzi, nel 2014. Il fermo, che deve essere convalditato entro 48 ore, arriva per presunte irregolarità nell’assegnazione da parte del Servizio Europeo per l’Azione Esterna di un programma di formazione finanziato dall’Unione Europea. Insieme a lei fermati anche Stefano Sannino, 65emme, diplomatico italiano ex segretario generale del Servizio Europeo per l’Azione Esterna ed un manager del Collegio. I reati ipotizzati sono turbativa e frode in appalti pubblici, corruzione, conflitto di interessi e violazione del segreto professionale. Per il fermo di Mogherini e di Sannino, che potrebbe tramutarsi in arresto, la magistratura ha chiesto ed ottenuto la rimozione dell’immunità diplomatica. Da Buxelles il collegamento con Federico Baccini, corrispondente dalla capitale belga per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Ascolta o scarica
Comici spaventati guerrieri europei
Se non fosse che stanno comunque prendendo decisioni di terribile portata, sarebbero una compagnia di comici a tratti irresistibile. L’ultimo vertice europeo di giovedì aveva al centro, come previsto, il 19° pacchetto di sanzioni alla Russia – oggetto di esilaranti sfottò da parte di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli […] L'articolo Comici spaventati guerrieri europei su Contropiano.