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Organizzare: Sciopero e contropotere oltre l’Occidente
di ROBERTA POMPILI. La congiuntura attuale — segnata da guerra permanente, autoritarismo diffuso, militarizzazione delle economie e governo algoritmico della vita — non può essere interpretata come una semplice deviazione patologica dell’ordine occidentale. Essa rappresenta piuttosto la verità storica di una forma di universalismo che ha sempre prodotto unità attraverso la violenza, l’esclusione e la gerarchia. In questo senso, la “crisi dell’Occidente” non è una perdita da rimpiangere, ma un punto di non ritorno teorico e politico. Come mostra con precisione Sandro Mezzadra, l’Occidente non va inteso come entità geografica, bensì come macchina storica di universalizzazione: un dispositivo che ha prodotto l’universale come norma armata, inseparabile dal colonialismo, dallo Stato-nazione e dal capitalismo globale. Separare l’idea di universale dalla sua forma occidentale diventa allora il compito centrale della teoria politica contemporanea. Un compito che non è solo teorico, ma eminentemente organizzativo. La domanda decisiva non è più “quale soggetto?” o “quale identità?”, ma: come organizzare la convergenza di soggettività eterogenee senza ricadere nella sintesi sovrana o nella frammentazione impotente? Una risposta decisiva si trova, sorprendentemente attuale, nella teoria dello sciopero di massa di Rosa Luxemburg. Nel suo scritto del 1906, Luxemburg rompe con ogni concezione strumentale dello sciopero, che per lei non è un atto delimitato deciso dall’alto, ma un processo storico vivo che emerge dalle contraddizioni materiali. La sua celebre metafora del fiume è centrale: lo sciopero raccoglie acque diverse — economiche, politiche, spontanee, organizzate — senza ridurle a un’origine unica. La sua forza sta nella composizione instabile. L’organizzazione non ne è la causa, ma un effetto secondario e sempre provvisorio. Questa intuizione consente di ripensare radicalmente l’organizzazione oggi: non come sorgente del conflitto, ma come pratica di manutenzione della sua continuità, contro i tentativi di arginamento messi in atto dal potere. Nella fase contemporanea, segnata da regimi di guerra e autoritarismo, l’organizzazione politica non nasce più da identità pre-costituite — classe, popolo, nazione — ma da eventi di rottura che rendono intollerabile la normalità dominante. Questi eventi producono fratture nel senso comune, aprendo uno spazio di politicizzazione. Lo sciopero politico in Italia per la Palestina è esemplare in questo senso. Non è nato da una piattaforma ideologica condivisa, ma dalla visibilità insopportabile della violenza coloniale e genocidaria. L’organizzazione è emersa dopo, come tentativo di dare durata a una rottura che precedeva ogni identità collettiva. La lezione di Luxemburg si intreccia con quella di Gramsci: la crisi è il momento in cui il vecchio non regge più, ma il nuovo non ha ancora forma stabile. L’organizzazione non serve a chiudere la crisi, ma a impedirne la normalizzazione. In questo caso, la Palestina non ha funzionato come “causa esterna”, ma come punto di condensazione: un nodo in cui contraddizioni diverse — guerra globale, sfruttamento del lavoro, razzializzazione dei confini, repressione del dissenso — si sono rese simultaneamente leggibili. Questa funzione evita due errori speculari: la gerarchizzazione delle lotte e la loro dispersione. Una lotta diventa centrale non per decreto, ma perché altre lotte vi riconoscono qualcosa di proprio. L’universale emerge qui non come principio astratto, ma come esperienza condivisa di intollerabilità. È precisamente questo il punto in cui la critica di Mezzadra all’Occidente diventa organizzativamente decisiva: l’universale non cancella i confini, ma li rende politicamente attraversabili. Non unifica, ma mette in relazione. Lo sciopero per la Palestina ha prodotto una convergenza reale tra sindacalismo conflittuale, movimenti studenteschi, femminismi, reti migranti e attivismo anticoloniale. Tuttavia, questa convergenza non ha generato una fusione delle soggettività, né un programma unitario. Ciò che ha reso possibile l’azione comune è stato un processo continuo di traduzione: le differenze non sono state eliminate, ma rese operabili l’una per l’altra. La nozione di traduzione sostituisce definitivamente quella di rappresentanza. L’organizzazione non è il luogo della sintesi, ma lo spazio in cui le differenze vengono continuamente ritradotte, in un equilibrio instabile tra conflitto e cooperazione. Questa instabilità non è un limite: è la condizione stessa della potenza politica. Per dare fondamento teorico a questa pratica, utilizziamo il lavoro dell’antropologia di Marilyn Strathern. In Strathern, le relazioni non connettono entità già date: le costituiscono. Il sociale è un pieno relazionale fatto di connessioni parziali. Applicata alla teoria politica, questa ontologia implica che l’universalismo non possa essere fondativo. L’universale non precede le differenze, ma emerge dalle loro relazioni. È un effetto, non un principio. Questo consente di pensare un altro universalismo: pratico, conflittuale, non occidentale. Un universalismo che non unisce cancellando, ma rende condivisibile senza equivalere. La tradizione post-operaista ha mostrato come il capitalismo contemporaneo catturi direttamente cooperazione, linguaggio e affetti. Il comune è una produzione sociale. Tuttavia, senza una critica dell’Occidente, il comune rischia di essere reificato come sfondo ontologico neutro. L’approccio qui sviluppato, intrecciando post-operaismo e critica postcoloniale, restituisce al comune il suo carattere conflittuale e situato. Il comune non precede il conflitto: si produce dentro di esso. Il sostegno alla Sumud Flotilla rappresenta un momento ulteriore di questo processo. Non si tratta di solidarietà umanitaria, ma di pratica politica universale non occidentale. La sumud — la perseveranza palestinese — diventa universalizzabile solo attraverso la relazione, non come valore astratto. Qui l’universale non parla per la Palestina, ma si produce con essa. È un universalismo che nasce dalla condivisione del rischio, dalla diserzione della neutralità occidentale, dalla messa in crisi del doppio standard imperiale. Da queste pratiche emerge un elemento decisivo riguardo alla decisione. Non vi è stata rappresentanza permanente, né centro sovrano. Le decisioni sono state situate, parziali, reversibili. La legittimità non è derivata dalla delega, ma dalla responsabilità condivisa. Tuttavia, l’esperienza mostra anche un limite chiaro: senza infrastrutture autonome, la convergenza rischia di restare episodica. Organizzare significa dunque costruire le condizioni materiali della durata: strumenti di comunicazione non estrattivi, reti di mutuo soccorso, continuità tra eventi e processi. La crisi dell’Occidente apre, dunque, una possibilità politica radicale: liberare l’universale dalla sua forma armata. Lo sciopero politico per la Palestina e il sostegno alla Sumud Flotilla mostrano che questo è possibile non come progetto astratto, ma come pratica concreta di convergenza. Organizzare oggi non significa produrre unità, ma sostenere processi-fiume; non significa rappresentare, ma tradurre; non significa fondare l’universale, ma produrlo relazionalmente. In tempi di guerra e autoritarismo, questa non è una posizione teorica neutra. È una presa di parte: per un contropotere capace di abitare il pieno delle differenze senza ricadere nell’Uno occidentale. Bibliografia Sandro Mezzadra, Brett Neilson The rest and the west. Per la critica al multipolarismo, Meltemi, 2025. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito e sindacati, Editori Riuniti, 1970. Marilyn Strathern,Partial Connections, Rowman & Littlefield, 1991. Verónica Gago, La potenza femminista,O il desiderio di cambiare tutto, Meltemi, 2022. L'articolo Organizzare: Sciopero e contropotere oltre l’Occidente proviene da EuroNomade.
L’Ilva di Taranto
di LIDIA GRAZIELLA MARINO. Come direbbe Henri Lefebvre, seguendo il pensiero di Marx, in Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre (1975), là dove vi è una statualità, che predetermina una realtà economica, in base a determinati saperi, sarebbero questi stessi saperi che andrebbero verificati nei suoi elementi basici, da parte della comunità di riferimento presente in quel territorio. Questo sarebbe da applicarsi anche nel caso dell’ex-Ilva di Taranto, una realtà che ha avuto nella sua evoluzione storica e nella sua determinazione socio-economica contraddizioni rilevanti, date dal contesto in cui essa è situata. Questa fabbrica, infatti, è stata collocata in una realtà del Sud e sorse come tentativo di rendere questa parte di territorio italico, e specificatamente Taranto, una realtà industriale globale e protratta nel futuro, favorita da quel porto, considerato elemento imprescindibile per ogni «fabbrica siderurgica e petrolchimica». Taranto, città plurimillenaria, si è vista infatti determinare la propria storia in gran parte attraverso questa sua peculiare posizione strategica sul territorio e attraverso il tramite delle proprie rotte marittime e di terra. Questo luogo di stazionamento gli aveva consentito infatti di diventare crocevia di culture, le quali incontrandosi e intersecandosi, avevano determinato un’evoluzione di questa città, anche a livello architettonico e urbanistico, di grande interesse, con una pluralità di stili architettonici veramente peculiari, che rendeva e rende questa città di mirabile interesse. Di grande interesse sono anche le periferie, formatesi successivamente ad un’urbanizzazione prorompente, dettata da un’immigrazione forzata. Esse sembrano detenere, al loro interno, per come sono state pensate e per come sono state costruite, «un’intelligenza collettiva» non indifferente, una capacità tutta tarantina, di progettare modalità di organizzazione delle esistenze singole, accompagnandole e accompagnandoli nella loro quotidianità. Sembrano sintomatiche, queste periferie, di un intelletto collettivo presente, che ha consentito la formazione di squarci di realtà urbani «stilisticamente» di grande interesse. Costituisce quello che Marx definirebbe la “fissazione della differenza [che] rappresenta […] il punto di svolta, il quale è definito dalla diversità essenziale, ossia da ciò che è storicamente determinato” (Zanini 2025, 139). In questo senso vi sono interessanti pagine sulla modalità di estensione di questa città, in L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, di Salvatore Romeo, che descrisse, storicamente, l’organizzazione di questa estensione della città di Taranto sul suo attuale territorio. Alessandro Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, descrisse, inoltre, come l’espansione sul territorio della città di Taranto fosse stato caratterizzato da un’urbanizzazione «selvaggia», conseguente ad una repentina crescita della popolazione, che provenne da luoghi adiacenti alla città di Taranto. Questa popolazione pervenne come manovalanza, prima dell’Arsenale, che costituì, in questa città, un rilevante complesso militare-industriale, fino alla fine della seconda guerra mondiale, accogliendo esigenze di politiche statali. Successivamente, sopravvenne l’industria siderurgica, che assieme alle industrie petrolifere, furono considerate nuova panacea produttiva di questa realtà cittadina. Nella maggior parte, questa popolazione immigrata era caratterizzata da singoli individui, aventi storie e culture folkloristiche diverse, senza una storia collettiva, ed erano prevalentemente contadini, sottoproletari, o persone che avevano sempre svolto mansioni considerate umili. Provenivano da diversi territori quali quelli della Basilicata, del Salento e della Calabria. Leogrande definì questa popolazione tarantina come “composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale e illogico, distribuito e compresso sul territorio”. La caratterizzava inoltre con: “Assenza di legami storici. Assenza di legami sociali, esistenziali. Assenza di legami politici” (Leogrande 2013, 112-113). Questo favorì la formazione di una mentalità piccolo borghese consumistica, a cui non fu data l’opportunità di dover convergere in un substrato comunitario, che potesse accomunare questa popolazione in un destino collettivo. L’analisi di Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, risulta essere interessante, inoltre, in quanto tale analisi è indicativa di un elemento culturale che caratterizzava questa città, definito come compreso all’interno di un continuo dualismo tra ricerca di realtà di assistenzialismo e ricerca di una parvenza di costruttivismo: “Le crisi al Sud non mettono in crisi la conservazione: la rafforzano, estendendo le sue maglie ideali. Più una società appare instabile, più è stabile il consenso verso lo status quo” (Leogrande 2013, 116). In L’acciaio in fumo di Salvatore Romeo, l’autore svolse un’attenta analisi sulla storia della fabbrica, facendo convergere la storia della fabbrica e la storia della città e facendo confluire, queste due realtà descritte, in un mirabile affresco rappresentativo di una storia contradittoria, sospesa tra un dover essere ed un poter essere: “Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai nostri giorni. D’altra parte, proprio sulla sua «necessarietà» in rapporto alle esigenze del paese Taranto aveva fondato la sua identità fino a quel momento. Una condizione che, nella crisi, si ribaltava in provvisorietà, cioè in radicale mancanza di senso. Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai giorni nostri. Il presupposto di tutto questo è un modello di sviluppo che in diversi momenti si dimostra estremamente aperto all’orizzonte nazionale, ma altrettanto separato dalla dimensione territoriale. L’identità della Taranto moderna è un corollario di quello che il paese assume nelle diverse fasi della sua trasformazione, mentre resta sullo sfondo il rapporto col contesto locale, in particolare con le campagne circostanti” (Romeo 2019, 32). In La forma Stato – Per la critica dell’economia politica della Costituzione, Toni Negri ha ben chiara questa convergenza tra realtà statuale ed economica, rilevando il limite di tale organizzazione, avendo egli la consapevolezza della sua necessaria trasformazione attraverso la formazione di un contropotere reale interno alla società: “La produzione capitalistica si sussume la società intera, le impone la forma d’impresa – e con ciò nega e distrugge tutte le condizioni formali della conflittualità fra le classi” (Negri 2012, 25). Pur tuttavia nella crisi degli anni Ottanta una nuova narrazione prese piede quale quella per la quale “l’insediamento dell’Arsenale, prima, e del siderurgico dopo, non erano più considerati momenti attraverso i quali Taranto aveva rafforzato il suo legame, con lo Stato unitario e con l’economia nazionale, traendo una potente spinta propulsiva, bensì episodio di una sottomissione rispetto alla quale le classi dirigenti locali erano state accondiscendenti” (Romeo 2019, 226). Era dunque una forma peculiare di sussunzione della forza lavoro al capitale, attuata dalla classe politica e manageriale: “All’interno di questo processo di produzione capitalistico, la relazione tra cose si scioglie e si mostra per ciò che è, un rapporto di sfruttamento di lavoro vivo da parte del lavoro morto: forma capitalistica della produzione di merci” (Zanini 2025, 166). Il lavoro morto del capitale costante sembra infatti aver preso il sopravvento sul lavoro vivo in questa parte di realtà tarantina, una realtà che sembra non riesca ancora a rendersi artefice del proprio futuro: ““La proprietà del lavoro morto di essere mezzo di comando sul lavoro vivo appare non solo come inerente in sé e per sé ai mezzi di produzione, ma addirittura come proprietà che a essi compete in quanto cose” (Zanini 2025, 181)” Inoltre, oltre a quello che si definirebbe una sussunzione del lavoro vivo al lavoro morto del capitale, l’astrazione dell’attività lavorativa renderebbe capitale morto anche “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, […] nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio” (Zanini 2025, 185). Il lavoro vivo della manovalanza risulta essere quindi totalmente messo in subordine “venendo ridotti […] a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale” per il quale “l’abilità parziale dell’operato individuale scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza e al lavoro sociale di massa” (Zanini 2025, 187-190). Questa analisi risulta essere rilevante dal momento in cui tale rappresentazione della realtà economica e della sua evoluzione, metterebbe in rilievo le motivazioni, che determinerebbero la continuazione di questa produzione industriale, anche là dove non ve ne sarebbe assolutamente bisogno come merce, non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale. Inoltre, vi sarebbe da chiedersi come possa effettivamente sopravvivere una popolazione di quasi duecento mila abitanti, che abbia una popolazione attiva di ottomila/diecimila lavoratori, nel settore della siderurgia, senza che parte di tale popolazione debba migrare, considerando anche il fatto che investire, in una popolazione ammalata, sarebbe difficile per qualsiasi imprenditore, che avesse consapevolezza del proprio ruolo. Ulteriormente, questa perduranza di questa fabbrica, – nonostante questa realtà estremamente problematica, poiché risulterebbe responsabile dell’20% di anidride carbonica dispersa in Italia, del 62% di mercurio italiano disperso nel mare di Taranto e dell’8% della diossina emessa in tutta Europa (Leogrande 2013) – incrocia diverse cause quali: l’assenza di opportunità lavorative alternative, che abbiano medesimi diritti retributivi, riconosciuti in ambito lavorativo; l’assenza di una classe sindacale, che si immedesimasse maggiormente nella classe operaia, e non in quella della dirigenza politica e industriale; la presenza di una ricchezza fortemente sperequata distribuita, con presenza di importanti realtà nobiliari anche imprenditrice; la presenza di una classe politica che aveva e ha difficoltà a gestire una realtà così complessa come quella di Taranto. Inoltre, questa strutturazione dell’economia cittadina, con «la monocultura siderurgica» ha determinato l’affermarsi di aziende locali, prevalentemente, in tre settori: l’edilizia, le attività che erano connesse in funzione tecnica-funzionale alla siderurgia; le attività della meccanica che erano legati anch’essi al settore della siderurgia. I settori tradizionali, quali l’abbigliamento, il tessile, il mobilio, le calzature erano invece «sottodimensionate». Infatti, quello che contraddistinse l’evoluzione di questa città, dirà Romeo, fu una “propensione alla speculazione immobiliare e il carattere parassitario dell’impresa” (Romeo 2019, 117). Questa fabbrica apparirebbe oggi come un destino ineluttabile di questa città: prima Italser, poi Ilva, nel 1989, successivamente privatizzata prima con i Riva, nel 1995, e poi con ArcelorMittal, nel 2015, dopo essere stata commissariata, nel 2013. Con questa nuova «nazionalizzazione» attuale della fabbrica e con una «parallela ricerca» di nuovi proprietari, farebbe pensare ad una storia infinita, che non trova alcun precedente nelle storie delle fabbriche siderurgiche. Tuttavia, ciò è stato reso possibile attraverso continue reiterazioni di AIE, Autorizzazione Integrata Ambientale, compiute da parte dei vari governi e con il tramite di «decreti leggi» ad hoc, concepiti sempre dai diversi governi, anche là dove esistevano grossi limiti di opportunità, sia dal punto di vista ambientale e sia dal punto di vista delle opportunità di vivere in un ambiente salubre, da parte della popolazione tarantina. Anche dal punto di vista occupazionale, questo settore produttivo non sembra dare quelle stesse opportunità lavorative durature e reali, come in passato. Molto efficaci sono le parole che trova Rondinelli, nell’introduzione del libro Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto di Raffaele Cataldi, in cui egli afferma: “[…]viviamo lo sgomento di scelte di Stato reiteratamente irresponsabili, come posizionare ai vertici del commissariamento delle fabbriche dirigenti coinvolti in infortuni mortali e per essi condannati, chi in via definitiva chi in primo grado; come pianificare impianti ulteriormente impattanti, rigassificatori e dissalatori, pur di tenere legato alla canna del gas un impianto giunto da tempo a fine corsa ma ancora in grado di consentire larghi profitti” (Rondinelli 2025, 10). Interessante è anche il recente film, Palazzina Laf, di Michele Riondino, del 2023, che costituirebbe una rappresentazione adeguata di quello che avveniva in quella fabbrica, in termini di mobbing, nei riguardi dei lavoratori. In, Malesangue, è stato dato rilievo, inoltre, ad una figura importante, ancora ricordata nei diversi momenti di raduno di questa città, che è quella di Massimo Battista, lavoratore Ilva, che aveva subito forme di disumanizzazione in ambito lavorativo, come vien ben descritto in un documentario, Conta le Barche di Cardellicchio e Giusto. L’assenza della politica, e il suo più totale silenzio su quello che avveniva e avviene in questa fabbrica e nella città di Taranto, costituisce una delle grandi responsabilità di questa parte della politica, che si è conclusa con diverse condanne da parte della «Corte di Giustizia dell’Unione Europea» (CGUE) e della «Corte Europea dei Diritti dell’Uomo» (CEDU), per «disastro ambientale» della città di Taranto e per le «condizioni di salute» della popolazione tarantina e questo nonostante il «colpevole silenzio» della politica nostrana. Inoltre, a dare rilevanza mediatica alla situazione epidemiologica della popolazione tarantina e sul livello di inquinamento ambientale presente a Taranto, vi fu una sentenza della magistratura, del 26 luglio 2012, in cui il giudice per le indagini preliminari, di Taranto, decise di emettere «un’ordinanza di sequestro» agli impianti dell’area a caldo, considerati come quelli maggiormente inquinanti. Inoltre, vennero anche sequestrate due tonnellate di laminati pronti ad essere commerciati, in quanto prodotti da un impianto inquinante. Parallelamente, vi fu l’inchiesta della procura chiamata Ambiente svenduto, che si occupava di indagare i «livelli d’inquinamento» prodotti da questa fabbrica siderurgica. Queste azioni della magistratura furono rilevanti anche solo nel rendere consapevole alla popolazione tarantina di quanto la presenza di questa fabbrica fosse pericolosa per «essa stessa» e di cosa volesse dire avere una fabbrica siderurgica nella propria città, con questa «classe aziendale e politica». Alla sentenza del 2012, seguirono grandi manifestazioni di protesta, da parte degli operai della fabbrica, che scesero nelle strade a manifestare il loro diritto al mantenimento di questa attività lavorativa, e parimenti manifestarono il loro diritto a lavorare in un ambiente salubre. Questa sentenza si inseriva infatti in un contesto che conosceva: la disoccupazione del sud, con un tasso effettivo del 25,6%; una contrazione del Pil del 6,1%, tra il 2007 e il 2011, e con una conseguente riduzione dell’occupazione dell’11% nello stesso periodo (Rapporto Svimez: Le sfide del Mezzogiorno: industria, città, ambiente, 2012, (Leogrande 2013)). Sulla legittimità nel proseguo di questa produzione si pronuncerà anche la corte costituzionale, nel 2013, decretando come l’ennesimo decreto «salva Ilva» non fosse anti-costituzionale, derogando dalla sentenza del tribunale di Taranto, poiché rientrava nella possibilità del legislatore legiferare su tale materia, purché venissero recepite le indicazioni dell’Aia, del 2012. Nel 2015, fu introdotto, nel decreto «salva Ilva», lo «scudo penale», abrogato nel 2019, e, nel 2017, fu ceduta ad ArcelorMittal società italo-indiana. Sarà questa fabbrica nuovamente commissariata, nel 2024. Interessante fu come dopo la sentenza del 2012, vi fossero state, da parte della cittadinanza, una loro propria organizzazione, con la formazione di «collettivi e associazioni», che avevano la finalità di cogliere e organizzare prospettive diverse e maggiormente salubre per questa «città tarantina»: in quel periodo nacque Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. Nei decenni successivi vi furono, da parte della popolazione tarantina, tramite manifestazioni e convegni, predisposti da diverse associazioni e collettivi, molti sforzi nel cercare di dichiarare l’urgenza nel rendersi indipendenti, a livello produttivo, da l’«infausta realtà industriale siderurgica». Tra questi si può ricordare: Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Peacelink, FLMUniti – CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira, TuttaMiaLaCittà, Acli Taranto, Associazione GiorgioForever, Comitato Legamjomic, Collettivo Morricella, Comito Niobe, ISDE Medici per l’ambiente Massafra, Movimento TuttaMiaLaCittà, singole e singoli cittadine/i. Inoltre, questi stessi gruppi hanno elaborato un primo Piano Taranto, che incontra ancora riguardevoli continuazioni programmatiche, da parte di cittadini e cittadine, che cercano ancora di rintracciare destini di possibile evoluzione di questa città, rendendosi consapevoli e protagonisti di un «cambiamento necessario e rilevante della struttura socio-economica» della città tarantina. Tra questi si può ricordare: T.R.A.C.C.E. – Taranto Rigenerata Attraverso Cultura, Comunità ed Ecologia di Gladys Spiliopoulos, Giada Marossi, Giuseppe Barbalinardo; Exit – La via d’uscita di Antonello Cafagna e Stefania Semitaio. Bibliografia: Cataldi R. 2025, Malesangue – Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre, Roma; Leogrande A., 2013, Fumo nella città, Fandango Libri, Roma; Lefebvre H, 2025, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna Romeo S., 2019, L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli Editore, Roma; Zanini A, 2024, Filosofia economica – Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, DeriveAprodi, Bologna. L'articolo L’Ilva di Taranto proviene da EuroNomade.
Il ddl Delrio e il Partito del Progresso Moderato nei Limiti della Legge
di GISO AMENDOLA. Nella vicenda del ddl Delrio, qualcosa sembra essere andato molto storto, considerato il fatto che quello che veniva passato come un doveroso e insindacabile contributo alla lotta all’antisemitismo, sta sollevando proteste accese anche in buona parte dell’area progressista di cui l’operazione voleva captare il sostegno. L’avanzata sul ddl Delrio rientrava nell’operazione generale “tutti a casa” che era scattata subito dopo la “pax trumpiana” da una parte di liberali e progressisti. Si trattava di rispondere alla grande ondata di partecipazione intorno alla Fottilla, che rischiava di produrre una forte politicizzazione dell’intero campo politico, dividendolo senza mediazioni tra sostenitori delle destre globali, della destrutturazione del diritto internazionale e dell’imporsi della logica della pura forza, e in generale del “contraccolpo” autoritario da un lato, e dall’altro grande mobilitazione contro la deriva genocidaria delle democrazie occidentali, per la domanda di giustizia globale intorno alla solidarietà con la Palestina, in una parola per la radicalizzazione della questione democratica, sociale, ecofemminista. Quelle giornate avevano fatto vedere plasticamente che il conflitto decisivo si collocava lungo questa grande ridefinizione sovranazionale del classico “socialismo o barbarie”, nel segno della partecipazione diretta e della consapevolezza precisa, ormai definitivamente maturata, della fine delle mediazioni tradizionali. I “liberalprogressisti timidi” hanno provato allora a correre ai ripari, cercando di rimettere su un discorso “sul progresso moderato nei limiti della Legge”, avrebbe detto quel genio di Jaroslvav Hašek, fatto di condanna degli “eccessi” delle destre israeliane, ma di continuità di relazioni con lo Stato canaglia, di ribadito silenzio su occupazione e apartheid, e, quel che conta, della riaffermazione decisa della possibilità di essere “democratici” e “distinti” dalle destre globali, soffocando al tempo stesso però qualsiasi posizione radicale sulla crisi delle democrazie occidentali. In questo quadro, quindi, si è avuto l’attacco ai movimenti studenteschi con l’allineamento sostanziale alla destra sulla critica di boicottaggi e contestazioni, con l’uso ad hoc del “caso Fiano”, il passaggio dalle cittadinanze onorarie ad Albanese alla sua descrizione come estremista infrequentabile, e, in generale, la presentazione del movimento di solidarietà con la Palestina come motore di antisemitismo e fondamentalismo, nonostante l’apparenza umanitaria e civile. L’operazione Delrio sarebbe stata il coronamento del “tuttiacasa”: la lotta alle università, ai movimenti, a tutto il discorso critico post e decoloniale su Israele e sulle politiche occidentali, sarebbe stata certificata come antisemitismo, per via “antisionismo” (leggi pure: critica post e decoloniale all’origine coloniale dell'”unica democrazia occidentale”). Ma questo passo ha svelato il gioco: ha fatto vedere con chiarezza che la critica al movimento globale di solidarietà con la Palestina implica il sostanziale allineamento con le destre globali, non c’è ormai una terza collocazione sostenibile. L’attacco a quel movimento come antisemita comporta l’occultamento dell’antisemitismo delle destre estreme occidentali di governo e alleate di Israele. Invitare al “tuttiacasa” rispetto alla politicizzazione radicale in corso significa lasciare il campo al neoautoritarismo. Il “cortocircuito Delrio” riporta allora la questione ai suoi termini di base: o partecipare al movimento globale di radicalizzazione democratica sorto intorno alla Palestina globale e spingerlo sempre più ad allargarsi alla contestazione del regime di guerra globale, insomma verso una nuova “generaziona Vietnam”, se siete boomer, o verso una generazione “pirati dal Cappello di paglia”, se siete genZ, ditelo come vi pare; oppure schierarsi, in modo più o meno subalterno, con le forze del contraccolpo reazionario. Il Partito del Progresso Moderato nei Limiti della Legge non è cosa per i tempi della crisi permanente delle mediazioni diventata essa stessa modalita di governo. E chi prova ancora a spacciarsi per “moderato”, e a raffigurare come fondamentalista o antisemita la produzione di anticorpi contro la crisi genocidaria, comincia ad essere subito identificato come un reazionario camuffato anche da quelli che vorrebbe “riportare a casa”. Da questa polarizzazione, probabilmente, non si ritorna: dobbiamo lavorare e molto, per farle dare i migliori frutti di approfondimento e radicalizzazione democratica, e spazzare via il contraccolpo. L'articolo Il ddl Delrio e il Partito del Progresso Moderato nei Limiti della Legge proviene da EuroNomade.
New York, Mamdani e la città come campo di possibilità
di UGO ROSSI. L’ascesa di Zohran Mamdani a sindaco della città di New York ha rappresentato per molti una sorpresa perché si è abituati ad associare New York al dominio della finanza di Wall Street, alla gentrification senza limiti dei suoi quartieri più iconici, alle misure di tolleranza zero verso poveri e homeless e alle iniziative di rigenerazione urbana a beneficio delle classi alte sponsorizzate nei decenni scorsi da una sequela di sindaci senza scrupoli: in particolare, il sindaco conservatore Rudolph Giuliani negli anni Novanta, il magnate delle telecomunicazioni Michael Bloomberg negli anni Duemila e ancor prima il sindaco democratico Ed Koch negli anni Ottanta. Per circa mezzo secolo, dalla metà degli anni Settanta a oggi, New York è stata un avamposto della controrivoluzione neoliberale che ha investito le città di tutto l’Occidente e di larga parte del pianeta. L’ascesa politica di Mamdani non giunge però inattesa se si guarda agli avvenimenti degli ultimi anni. Anzi, tale ascesa non nasce dal nulla, ma può essere considerata l’esito di tre significativi momenti di protesta e insorgenza collettiva che hanno segnato la storia recente della città. La prima mobilitazione prende forma in risposta all’annuncio nel novembre 2018 da parte dei vertici di Amazon, il gigante del commercio online, di aver scelto un’area del distretto del Queens a New York come una delle due sedi dei suoi second headquarters. Amazon promette di portare con sé 25mila posti di lavoro nel settore tecnologico. Il sindaco di New York Bill De Blasio offre in cambio 3 milioni di dollari di incentivi ad Amazon. Sarà la fine della sua popolarità di sindaco vagamente progressista. In breve tempo, De Blasio deve tornare sui suoi passi, ritirando la proposta di incentivi, perché la società civile di New York reagisce senza esitazioni per fermare il progetto che avrebbe avuto un effetto devastante sulla vivibilità urbana, in particolare sul mercato delle abitazioni, già con prezzi alle stelle. Nel febbraio del 2019, Amazon annuncia il ritiro del progetto. La mobilitazione vincente contro Amazon del 2018-19 sancisce la priorità della housing crisis, ossia della crisi abitativa nella politica cittadina, un tema oggi ripreso con forza da Mamdani che nel suo programma ha proposto misure drastiche di regolamentazione degli affitti  e del mercato immobiliare, insieme ad altre misure di contenimento dell’aumento del costo della vita. La seconda mobilitazione che prepara il terreno all’ascesa politica di Mamdani avviene a fine maggio del 2020, nel mezzo della pandemia Covid che a New York si era fatta sentire con particolare intensità, generando un parziale spopolamento della città.  Come in molte altre città degli Stati Uniti, a New York si insorge per protestare contro l’uccisione in strada da parte della polizia dell’afroamericano George Floyd avvenuta a Minneapolis, nello stato del Minnesota. All’indignazione per la brutale uccisione di un uomo inoffensivo si accompagna la proposta di un vero e proprio programma politico incentrato sulla demilitarizzazione delle città e sul definanziamento delle forze di polizia. Queste richieste assumono particolare valore in una città come New York dove la gestione securitaria dell’ordine pubblico è stata un tratto distintivo della sua controrivoluzione neoliberale. Infine, a partire dall’ottobre del 2023 New York diventa uno dei punti nevralgici negli Stati Uniti delle proteste contro il genocidio della popolazione palestinese e la distruzione di Gaza da parte del governo israeliano, in particolare con gli accampamenti studenteschi nel campus della Columbia University  situato nel cuore della città, tra Manhattan e Harlem. Nel marzo di quest’anno, l’arresto immotivato e la successiva detenzione con minaccia di espulsione all’estero di Mahmoud Khalil, studente di origini straniere della Columbia protagonista delle mobilitazioni dei mesi precedenti, sono diventate il simbolo della repressione che si è abbattuta sul movimento per la Palestina ad opera dell’amministrazione Trump. Le proteste contro la politica israeliana di aggressione coloniale assumono particolare significato in una città come New York dove le elite politiche cittadine sono tradizionalmente schierate in sostegno di Israele, al punto che tutti i sindaci che si sono succeduti nella città dal secondo dopoguerra a oggi si sono recati periodicamente in visita in Israele per esprimere il proprio sostegno al governo in carica. Di qui si spiega il livore dell’establishment newyorchese nei confronti di Mamdani, da sempre solidale con la causa palestinese. La successione di queste lotte mostra come sia stata possibile l’elezione di un sindaco socialista e multietnico come Zohran Mamdani, in una città segnata da decenni di inarrestabile gentrification e politica securitaria di “sanificazione” dello spazio pubblico urbano dalle sue componenti più irregolari e resistenti.  L’esperienza di New York ci consegna un messaggio che è importante raccogliere: nella sua complessità di organismo vivente, la città resta un campo sempre indeterminato di possibilità per una politica di rottura con l’ordine capitalistico e neoliberale.                    —– Tre libri per capire la storia recente di New York. Miriam Greenberg, Branding New York: How a City in Crisis Was Sold to the World. Routledge, Londra e New York, 2009. Ricostruisce la politica di marketing urbano che rese attraente l’immagine di New York agli occhi degli investitori immobiliari negli anni Ottanta, preparando il terreno ai processi di gentrification e ristrutturazione urbanistica degli anni successivi. Neil Smith, The New Urban Frontier Gentrification and the Revanchist City. Routledge, Londra e New York, 1996. Offre un’analisi critica dei processi di gentrification a New York e dei movimenti di protesta che si svilupparono per fermarne l’avanzata tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. Samuel Stein, Capital City. Gentrification and the Real Estate State. Verso, Londra, 2019. Esplora la penetrazione del potere immobiliare e finanziario nel funzionamento ordinario dell’amministrazione locale e in particolare nel settore della pianificazione urbana, avanzando la definizione di “stato immobiliarista”. Un’analisi che riecheggia le vicende di città italiane, come Milano travolta nei mesi scorsi dagli scandali sulla collusione dell’amministrazione comunale con gli investitori immobiliari. L'articolo New York, Mamdani e la città come campo di possibilità proviene da EuroNomade.
Organizzarsi nella crisi: i workshop su istituzioni europee, svolta autoritaria, congiuntura di guerra
Pubblichiamo le sintesi dei tre workshop tematici interni al seminario di Euronomade ORGANIZZARSI NELLA CRISI (Padova, 9-11 maggio 2025 Workshop 1: Infosfera, piattaforme digitali, comunicazione Il workshop ha approfondito la complessità del ruolo delle piattaforme digitali come luogo centrale dello scontro di classe contemporaneo. La discussione ha evidenziato come queste piattaforme siano autentiche architetture materiali e politiche che rimodellano profondamente ogni aspetto della vita quotidiana, ridefinendo la territorialità e ristrutturando le relazioni sociali e produttive. A partire dagli anni ’80 e ’90, l’informatizzazione ha generato una trasformazione radicale degli spazi e dei tempi, creando un intreccio caotico tra dimensione urbana e globale. Le piattaforme digitali hanno profondamente trasformato lo spazio digitale rendendolo sempre più simile allo spazio urbano reale, dominato da logiche di privatizzazione e frammentazione. Strumenti ampiamente utilizzati come Airbnb, Amazon e Google Maps non modificano soltanto le abitudini di consumo o gli stili di vita delle persone, ma intervengono concretamente sulla struttura delle città. Questo intervento genera contemporaneamente due effetti opposti: da un lato un’omogeneizzazione, ovvero una standardizzazione e uniformità degli spazi e delle esperienze urbane; dall’altro una frammentazione, ossia la divisione delle città in aree sempre più diseguali e separate tra loro. Queste dinamiche intensificano le tensioni sociali e amplificano nuove forme di conflitto urbano, riflettendo chiaramente le divisioni e le contrapposizioni delle classi sociali nella società contemporanea. Questa piattaformatizzazione si è rapidamente estesa al mondo del lavoro, configurandosi come un salto qualitativo nello sfruttamento e contribuendo a ridisegnare geografie globali della produzione e del consumo. Dai rider precari nelle metropoli occidentali alle click farm del Sud-Est asiatico, fino alla catena estrattiva del litio che unisce Congo e Cile, emerge chiaramente un sistema integrato che collega lavoro manuale e cognitivo, estrazione di risorse naturali e produzione di dati, rendendo la forza lavoro globale sempre più interconnessa e precaria. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, il capitalismo delle piattaforme si è imposto con forza egemonica, trasformando profondamente non solo le modalità di organizzazione del lavoro, ma anche la struttura sociale complessiva. Questo processo ha prodotto nuove soggettività che hanno ridefinito radicalmente il panorama politico contemporaneo, facilitando il ritorno prepotente delle destre. Alcune piattaforme hanno infatti alimentato una concezione specifica della libertà come autodifesa armata contro i cambiamenti sociali, sfruttando e amplificando la paura del disordine e proponendo il ritorno a un “naturale” rassicurante come risposta conservativa alle trasformazioni sociali. La pandemia, seguendo l’analisi critica fatta di recente da Veronica Gago, è stata definita come una grande occasione mancata: essa ha reso visibili le contraddizioni profonde del sistema, evidenziando l’importanza essenziale della riproduzione sociale e delle lotte per la casa, la logistica e la distribuzione. Tuttavia, le destre hanno saputo capitalizzare questa crisi meglio delle forze cosiddette progressiste, imprimendo alla piattaformatizzazione un’accelerazione inedita e facendo delle piattaforme un luogo di polarizzazione, accumulazione capitalistica e manipolazione cognitiva. In questo scenario, la governance algoritmica diventa un dispositivo di potere capace di sorvegliare e controllare, ma soprattutto di prevedere e orientare i comportamenti sociali, influenzando in modo capillare desideri, affetti e immaginari. In particolare, gli algoritmi di Intelligenza Artificiale operano attraverso un processo di riconoscimento e amplificazione di pattern già presenti nei dati storici, spesso intrisi di pregiudizi sociali, culturali e politici. Questo fenomeno genera una sorta di riproduzione automatica e invisibile delle dinamiche oppressive esistenti, aggravandole e rendendole sempre più pervasive. La governance algoritmica, dunque, oltre a rafforzare strutture sociali esistenti si configura come uno strumento di controllo sociale sofisticato, penetrante e difficilmente contestabile. Tale dinamica assume particolare rilevanza all’interno del cosiddetto “regime di guerra automatizzata”, che trasforma radicalmente la natura della guerra stessa, cancellando la tradizionale distinzione tra tempi di pace e tempi di conflitto. Gli esempi emblematici dell’ucraina e – soprattutto – della Palestina illustrano chiaramente come le piattaforme digitali e gli algoritmi siano ormai strumenti bellici a tutti gli effetti, impiegati per la sorveglianza, il controllo delle popolazioni e l’attuazione di attacchi militari precisi e automatizzati. L’utilizzo di droni dotati di intelligenza artificiale, sistemi automatizzati per la creazione di liste di bersagli (kill lists), e piattaforme per la sorveglianza satellitare evidenziano un mutamento profondo e inquietante nella modalità di gestione della guerra. In questo contesto, il conflitto diventa simultaneamente visibile e invisibile, omnipervasivo e costantemente presente nella vita quotidiana, rappresentando una forma di controllo e di violenza diffusa e permanente. Il seminario ha posto inoltre l’accento sulla natura di queste piattaforme come strumenti di egemonia culturale e accumulazione di capitale che, come descritto anche da Srnicek, Zuboff, Jager e Terranova, alimentano deliberatamente la polarizzazione sociale e mediatica. Questa polarizzazione è parte integrante della strategia del regime di guerra globale contemporaneo: essa infatti tende a neutralizzare il conflitto reale trasformandolo in un incessante flusso comunicativo vuoto, in una continua produzione simbolica che esaurisce ogni potenzialità trasformativa. La discussione si è interrogata quindi sulla possibilità di immaginare e costruire nuove forme di organizzazione politica che vadano oltre il modello classico della fabbrica o del centro sociale e oltre lo stesso modello reticolare. È emersa l’esigenza di sviluppare “contro-infrastrutture” autonome, capaci di tanto di resistere alla logica estrattiva delle piattaforme quanto di creare ecologie comunicative nuove e autonome. Si è infatti sottolineata l’importanza di sabotare direttamente l’infrastruttura della polarizzazione algoritmica, rompendo il legame tra economia dell’attenzione, estrazione di valore e governo algoritmico. In conclusione, la discussione ha evidenziato il valore strategico della diserzione e del sabotaggio come pratiche di resistenza attiva e concreta contro le piattaforme dominanti. La proposta è quella di creare e sostenere pratiche di autoformazione, gestione autonoma di infrastrutture digitali, e forme comunicative autonome capaci di produrre spazi reali di relazione e confronto. L’attivismo mediatico emerge così come cruciale non solo per diffondere contenuti alternativi, ma per costruire contro-spazi di enunciazione e relazione, essenziali per quella nuova ecologia della comunicazione che sappia rilanciare, dentro e contro le piattaforme, una rinnovata e articolata lotta di classe contemporanea. Workshop 2: Crisi dello spazio europeo Nel secondo workshop di sabato, si è parlato di crisi dello spazio europeo, di come attraversarla e navigarla. Nella corrente fase di transizione, in cui poteri e forze produttive – i si riorganizzano, lo spazio europeo è messo in crisi. Sono stati messi in luce tre aspetti fondamentali della crisi dello spazio europeo: la crisi delle istituzioni europee, definita crisi di Maastricht e Shengen; la crisi dell’idea stessa di Europa, messa in discussione da riflessioni antirazziste e decoloniali; ed infine la crisi, ma anche l’apertura di possibilità, dello spazio minimo di movimento europeo. La crisi e fase di trasformazione attraversata dalle istituzioni europee, cosiddetta crisi di Maastricht e Shengen, si manifesta a più livelli: geopolitici, economici e valoriali. Il ritorno del protagonismo degli Stati, la difficoltà ad affermarsi come reale interlocutore economico In questo contesto, il piano per il riarmo, inizialmente Re-arm Europe e poi ribattezzato Readiness 2030, appare come tentativo da parte della governance europea di ristabilire l’ordine, proponendosi, o imponendosi, come depositaria legittima di valori universali, cercando di arginare la tendenza al ritorno del protagonismo degli Stati. è inoltre importante notare come il piano di riarmo non sia una vera ricerca di autonomia da altri attori internazionali, in quanto questo rafforzerà la dipendenza ad esempio dalla fornitura di armi statunitensi. Il riarmo, l’affermazione un’Europa guerriera, sono quindi sintomi della perdita di centralità e di profonda crisi dell’Occidente in uno scenario di guerra globale. A questa tendenza l’Europa risponde con la militarizzazione, appaiata a tagli al welfare e austerity da una parte, e rilassamento delle regole sul debito dall’altra, inedito per paesi come la Germania; con l’irrigidimento e l’ulteriore esternalizzazione dei confini, come esemplificato dal patto sulla migrazione e l’asilo e il sostegno della governance europea per il patto Italia-Albania. Questi aspetti esprimono un nazionalismo regionale, o regionalismo, che si autoafferma definendo con sempre più rigidità e violenza l’altro da sé, alimentando narrazioni genealogiche di se stessa e della propria storia che rievocano l’idea della bianchezza come dispositivo identitario, ignorando completamente l’eredità coloniale europea. La riflessione sul riarmo ci porta perciò a svelare come esso non sia solo sintomo della volontà di mantenimento dello status quo dettata dall’impreparazione europea agli imprevisti scenari globali, ma che la guerra, il riarmo, la militarizzazione siano i dispositivi che la governance europea mette in campo per rispondere a uno stato di emergenza, crisi e guerra globale e affermare con violenza la propria identità. la concezione del rapporto con le politiche internazionali che, se prima l’Europa mirava a cambiarle per renderle vicine alla politica domestica, adesso si adegua ad esse, ad esempio l’incapacità di opporsi ai dazi di Trump. Un altro asse centrale è quello della crisi dell’idea stessa di Europa, messo in luce in modo particolare dall’incapacità di intervenire contro il genocidio in Palestina, come riflesso delle fallimentari politiche della memoria tedesche, sostenendo lo Stato sionista nella sua guerra genocida, che ogni giorno forza i limiti del diritto internazionale. Per comprendere il rinnovato impulso bellico da parte della governance europea, che va a costituire un’idea di europa guerriera è stato proposto il concetto di “pace bianca”. Infatti, l’Europa ha avuto la tendenza di autoconcepirsi come spazio civile collettivo, la cui integrazione era guidata dalla volontà di mantenere la pace. ovvero della pace solo all’interno dello spazio europeo, che. In realtà, sin dalla sua nascita, il progetto di pace europeo riguardava soltanto al suo interno, e, anzi, non ha mai esitato a ricorrere all’uso delle armi, purchè al di fuori dei suoi confini, anche nell’ottica di mantenere uno status quo interno. In questo, la guerra in Ucraina ha senz’altro sconvolto gli equilibri, ma ha anche contribuito ad una definizione più chiara dei confini europei, con l’Ucraina dentro e la Russia fuori. Si può definire quindi il riarmo contro la Russia, non tanto una rottura dalla concezione di Europa come progetto di pace, ma come un ritorno agli equilibri della Guerra Fredda e di diffusione dei conflitti. Quello che sta cambiando sono le definizioni di chi appartiene a questo spazio e chi no, alimentando i processi di polarizzazione iniziati all’inizio degli anni 2000 e che si sono intensificati con il tempo. Emerge quindi la necessità di superare la concezione di Europa bianca come unico attore politico. Anche per un’idea più ampia di Europa, il processo di militarizzazione è specchio dell’identità europea, che in questo scenario si svela nella sua ambivalenza tra realtà e mito: se il mito è quello di un’Europa fondata su una storia lineare ed omogenea che l’ha resa civilizzata e quindi civilizzatrice, depositaria di valori universali e uno spazio di pace e dello stato di diritto, la realtà si manifesta molto diversamente. La mancata decostruzione coloniale delle istituzioni europee, la crisi dei rifugiati degli ultimi dieci anni e, non ultimi, i centri di detenzione amministrativa italiani in Albania, sono manifestazioni diverse dello stesso problema identitario europeo che vuole tornare, se ha mai smesso, ad applicare il dispositivo della bianchezza come collante. Lo spazio europeo, infatti, viene negato a chi non fa parte dell’idea di bianchezza attraverso l’applicazione di norme fallaci dell’arbitrarietà della loro applicazione. necessità di guardare all’Europa in ottica decoloniale e antirazzista, partendo dal presupposto che l’Europa è fondata sulla sua stessa eredità coloniale: il razzismo sistemico è insito nelle sue radici. Anche in questo caso, la crisi si materializza come crisi della bianchezza coloniale costitutiva dell’idea di Europa, e nella fine dell’egemonia occidentale a livello globale. La costruzione materiale di un’Europa diversa deve necessariamente partire da queste riflessioni, assumendo la complessità e la molteplicità delle stesse critiche decoloniali, dove decolonialità significa continuare il processo già in corso di decostruzione delle colonie materiali e ideologiche europee. Alla luce di queste considerazioni, è fondamentale interrogare la nozione di Europa come spazio minimo di movimento. Si è evidenziato come questa situazione apra nuovi spazi di agentività. assunto sulla non riformabilità delle istituzioni europee, esperienza Blockupy. Quindi, come stare all’interno di questo spazio di transizione senza soccombere alla paura della stessa? Ridefinendo lo spazio di azione politica e la creazione di alleanze transnazionali, sottolineando l’importanza di guardare all’Europa nell’ottica di mettere le basi per una pratica di movimento internazionalista, che sappia imparare dalle recenti esperienze di mobilitazione, dalla Francia, alla Serbia, alla Germania e oltre. Ad esempio, i movimenti in solidarietà con la popolazione e la resistenza palestinese della gioventù europea degli ultimi mesi hanno immaginato dei nuovi spazi di decostruzione europea: un movimento che non incarna soltanto le grammatiche dell’internazionalismo, criticando quindi la colonialità europea nei confronti dell’altro da sé nel Medio Oriente, ma contro la colonialità che l’Europa esprime anche al suo interno. Interrogare lo spazio minimo europeo, quindi, significa instaurare legami transnazionali dentro e fuori di esso, anche con i paesi che subiscono le politiche migratorie europee, agendo in supporto alle persone migranti e/o razzializzate auto organizzate. Significa guardare alle politiche di riarmo come spazio di possibilità di costruzione di un movimento internazionale contro la guerra, che sia in grado di mettere insieme le diverse anime e riflessioni provenienti. È stata proposta, in continuità con la discussione del workshop precedente, la creazione di una piattaforma, tuttora inesistente, di organizzazione europea, che potrebbe diventare un piano di trattazione in ottica transnazionale. Workshop 3: Organizzazione Il terzo workshop è stato interamente dedicato al problema dell’organizzazione politica e della sua specifica declinazione nella contemporaneità. Gli interventi introduttivi hanno dunque tentato di fornire una panoramica dei nodi teorici e pratici che oggi non possono essere aggirati da chiunque voglia porsi tale questione con la radicalità che un’ottica di trasformazione dell’esistente necessariamente impone. Tra di essi è stata anzitutto individuata la crisi delle forme organizzative “novecentesche”, ovvero di quei corpi intermedi – principalmente partiti e sindacati – che fungevano da cinghia di trasmissione tra la totalità del sociale e le istituzioni della democrazia rappresentativa. Una crisi strutturale già lentamente in atto da decenni, alla quale il regime di guerra ha impresso una brusca e probabilmente irreversibile accelerazione. Al tempo stesso, e solo apparentemente in contraddizione con il punto precedente, un altro dato ineludibile ai fini della discussione è stato individuato nell’elevato tasso di politicizzazione e mobilitazione che caratterizza la fase attuale: da più di un decennio si riscontra un proliferare di grandi manifestazioni di piazza (transfemministe, climatiche, antirazziste, per la Palestina), vertenze, scioperi, blocchi stradali e altre forme di contestazione, che pur mobilitando nel complesso centinaia di migliaia di persone faticano, prima ancora che ad incidere materialmente, a sedimentare processi di soggettivazione duraturi, a costruire reti, alleanze e pratiche che permangano e preparino il terreno per i cicli di lotte successivi. Si è persa la capacità, in altre parole, di tenere assieme “guerra di posizione e guerra di movimento”, di connettere di volta in volta le grandi ondate di mobilitazione con quei processi di lotta caratterizzati invece da temporalità differenti, da un andamento non-lineare e dalla necessità di procedere per conquiste ed avanzamenti graduali. La sensazione è infatti di dover ogni volta ripartire da zero, nella frammentazione e nell’isolamento: in assenza di un orizzonte condiviso, di una capacità di costruire convergenze reali, i soggetti di volta in volta in mobilitazione tendono a ricadere in forme organizzative già note e tendenzialmente autoreferenziali. Il problema di cosa voglia dire fare militanza politica oggi, per chi e soprattutto in vista di che cosa – si è detto – deve necessariamente essere posto su questo terreno, che implica evidentemente una certa dose di autocritica e autoriflessione. A partire da queste considerazioni è emerso come ulteriore elemento decisivo il tema dell’identità, o meglio delle identità, in qualche modo interpretabile come croce e delizia di molte delle lotte che animano e hanno animato questa fase. Se infatti l’identificazione in determinate comunità o soggetti politici rappresenta evidentemente un potente vettore di soggettivazione e attivazione politica delle singole persone, essa esaurisce ben presto la sua spinta trasformativa proprio perché di per sé priva degli strumenti utili a costruire relazioni durature e concrete con soggetti altri, originando la circolarità viziosa precedentemente delineata. La mobilitazione delle identità, anche quando si presenta come plurale e inclusiva, rischia sempre di tradursi in una mera somma di parti eterogenee che non riescono, o addirittura si rifiutano, di ibridarsi per dare vita e respiro ad un orizzonte di lotta comune. Com’è possibile, allora, tenere insieme l’eterogeneità dei soggetti in lotta da un lato, senza pretendere di ridurla ad unità, e dall’altro la necessità di costruire alleanze e reti che non siano semplicemente addizioni di sigle, che rischiano di puntare in ultima analisi alla pura auto-affermazione? A questo riguardo, sin dall’apertura del workshop la riproduzione sociale è emersa nettamente come il terreno a cui guardare per cercare di uscire da questa impasse. Ancora in fase introduttiva si è infatti evidenziato come essa sia l’ambito che più duramente verrà colpito e trasformato dal regime di guerra, sia in termini di (ulteriore) definanziamento, che di disciplinamento sociale e inasprimento del controllo e delle gerarchie. Proprio per questo, tuttavia, la riproduzione sociale viene ad essere il terreno prediletto per pensare e praticare tanto un allargamento quanto un più profondo radicamento della mobilitazione, in nome di un’opposizione trasversale al regime di guerra e alla sua evidente insostenibilità rispetto ai bisogni materiali dell’enorme maggioranza della popolazione. La riproduzione sociale si presenta dunque come il luogo in cui la convergenza si dà materialmente, ma deve essere politicamente organizzata: una comune condizione di precarietà esistenziale legata alla distruzione del welfare, della sanità, dell’istruzione, ad un generale peggioramento della qualità della vita fuori e dentro il luogo di lavoro, alla gestione sempre più violenta e securitaria della marginalità e del disagio, è ciò che attraversa l’eterogeneità del sociale scavalcando ogni possibile identitarismo. A questa comune condizione e a questa eterogeneità la militanza di oggi deve imparare a guardare teoricamente e a rivolgersi praticamente. Per questo è stato sottolineato come le innumerevoli esperienze di mutualismo, solidarietà e cura da sempre ed in misura crescente negli ultimi anni attive sui territori – scuole di italiano, spazi di doposcuola, sportelli legali, ambulatori, cucine e palestre popolari – vengano ad occupare una posizione particolarmente privilegiata per dare vita a processi inediti di soggettivazione e costruzione di alleanze. Si tratta infatti di luoghi evidentemente distanti dalla sfera tradizionale della militanza politica e che tuttavia, in una fase di evidente attacco alle infrastrutture della riproduzione sociale, rispondono a dei bisogni materiali che li portano ad incontrare proprio quell’eterogeneità sociale che la militanza tradizionalmente intesa faticherebbe ad intercettare. A riprova della bontà di questa intuizione, i contributi di esponenti del mondo sindacale hanno a loro volta evidenziato come la loro attività oggi giunga inevitabilmente ad interfacciarsi con problematiche non immediatamente riconducibili a quelle tradizionalmente appartenenti alla sfera delle lotte sul luogo di lavoro. Il modo in cui il collettivo di fabbrica GKN ha saputo riportare in primo piano la connessione strutturale tra lotta climatica e lotta operaia è in questo senso un esempio particolarmente noto e virtuoso, ma senz’altro non l’unico: nei territori, si è detto, l’attività sindacale si trova continuamente a dover fare i conti con i problemi della casa, dell’educazione, del razzismo, del patriarcato. La necessità di assumere questa ottica complessiva e di fare i conti con una crescente eterogeneità di questioni e soggetti interessati, del resto, non è altro che il sintomo di un mutamento radicale nella composizione di classe, determinato a sua volta dalle profonde trasformazioni dei meccanismi di estrazione di valore verificatesi negli ultimi decenni. Se in passato il primo passo da fare per disarticolare il comando e l’organizzazione capitalista del lavoro era individuare la figura specifica di volta in volta posta al centro dei processi di sfruttamento (operaio massa, operaio sociale, ecc.), tale gesto sembra oggi irripetibile poiché l’estrazione di valore si è estesa ben oltre i luoghi e i tempi di lavoro – di per sé già estremamente precarizzati e frammentati dopo decenni di attacco neoliberale –, proiettandosi altresì su ogni ambito della vita attraverso l’onnipresenza dei dispositivi digitali e delle relative piattaforme. Ogni tentativo di ricostruire un’organizzazione di classe all’altezza dei tempi deve dunque riuscire ad interpretare e riconnettere questa molteplicità frammentata di soggetti apparentemente diversi ma di fatto sottoposti ad un comune regime di lavoro povero, precarietà esistenziale e continua estrazione di valore. Il tema dell’identità è a questo punto tornato al centro della discussione, per essere esaminato nella sua connessione con i rapporti di produzione da un lato e con il discorso reazionario sulle guerre culturali dall’altro. Non è infatti più possibile ignorare l’efficacia e la pervasività con cui l’estrema destra ha saputo riqualificare il discorso sulle identità, trasformando queste ultime in vere e proprie armi con cui definire e rafforzare i blocchi contrapposti nel regime di guerra globale: nel discorso reazionario, le identità di genere, razza e classe vengono ipostatizzate come dati immediatamente naturali, privi di qualsivoglia rapporto con la sfera dei rapporti di produzione. La guerra delle identità così concepite satura lo spazio di ogni possibile conflitto, cancellando la possibilità stessa di praticare quello sociale e venendo a rappresentare, evidentemente, un enorme ostacolo teorico e pratico per ogni tentativo di articolare una ricomposizione di classe nell’ottica precedentemente descritto. Al tempo stesso, si è messo in luce un pericoloso equivoco in cui si potrebbe incorrere nel cercare di aggirare questo dispositivo retorico reazionario. Se è infatti imprescindibile, ai fini della ricostruzione di un’organizzazione materialista e di classe, tornare a gettare luce sui rapporti di produzione invisibilizzati, bisogna tuttavia guardarsi dal fare della classe un ulteriore feticcio identitario, da contrapporre gerarchicamente alle altre come identità più originaria e fondante. Questa tentazione “rossobruna” non coglie infatti il punto fondamentale di come la classe stessa sia internamente intersecata e attraversata dai processi di produzione delle identità, e rischia di tornare a concepirla come un insieme in sé omogeneo, finendo così per ricadere nel gioco di contrapposizioni identitarie su cui l’estrema destra costruisce la propria egemonia. La soluzione, allora, sta nell’adottare un’analisi intersezionale dei rapporti di produzione attuali che sappia mantenere bene in vista il loro nesso con la produzione delle identità. Che significa anche, si è detto, abolire ogni subordinazione gerarchica tra produzione e riproduzione sociale (o, si potrebbe forse dire, tra contraddizioni primarie e secondarie) ad ulteriore conferma dell’importanza cruciale che quest’ultima riveste nelle trasformazioni che caratterizzano la fase attuale. Infine, si è ricordato come ogni teoria materialista dell’organizzazione abbia dovuto storicamente fare i conti con il mutevole ruolo di volta in volta assunto dallo Stato nelle varie congiunture. Non potendoci esimere dal fare altrettanto oggi, si è cercato di delineare i mutamenti complessivi che stanno ridefinendo fisionomia e prerogative dell’istituzione statale soprattutto in rapporto ai processi di accumulazione di capitale. Se infatti da una parte assistiamo all’avanzata di retoriche nazionaliste e securitarie che fanno leva sul potere repressivo e disciplinante dello Stato, dall’altro appare evidente come l’autorità di quest’ultimo risulti fortemente limitata per quanto riguarda il governo dei flussi di capitale e della complessiva riconfigurazione degli equilibri economici e finanziari globali. La vicenda dei dazi voluti da Trump è forse l’esempio più significativo di questa tendenza: persino il presidente di uno dei maggiori attori economici mondiali, oltre che il massimo rappresentante dell’autoritarismo di destra oggi alla ribalta, ha dovuto rivedere le proprie draconiane misure protezionistiche e scendere a patti con i limiti oggettivi ed invalicabili imposti dalle catene di approvigionamento del commercio globale e dai relativi flussi finanziari. È anche e soprattutto dentro lo spazio europeo – si è quindi precisato, anche in riferimento al workshop svoltosi in mattinata – che bisogna mantenere lo sguardo su questo epocale riassestamento dei processi di accumulazione. L’Europa è infatti in primis uno spazio monetario continentale pienamente inserito in queste dinamiche di riorganizzazione globale, sulle quali essa ha, nonostante la sua conclamata crisi, un margine d’azione senz’altro maggiore rispetto ai singoli stati membri. Ogni prospettiva di mobilitazione tanto dentro questi ultimi, quanto nell’Europa come spazio complessivo, deve necessariamente confrontarsi anche con questa dimensione. Ulteriore condizione imprescindibile per comprendere il ruolo dello Stato oggi, infine, è rappresentata dalle grandi piattaforme digitali, in quanto oligarchie dotate di un crescente potere non solo economico ed infrastrutturale, ma sempre più scopertamente politico – il sodalizio di Musk con Trump, per quanto concluso, resta in questo senso paradigmatico. È infatti imperativo chiedersi che effetti abbia sul potere statale, e sul rapporto di quest’ultimo con le piattaforme stesse, il totale monopolio detenuto da queste ultime di gran parte delle infrastrutture divenute fondamentali per il sociale: servers, satelliti, data center e via dicendo. Se la conoscenza del territorio e della popolazione sono stati i perni su cui si è costruita e consolidata l’attività di governo dello Stato nell’epoca moderna, a che trasformazioni va incontro quest’ultimo nel momento in cui un tale sapere non è più prerogativa sua, ma di attori privati dotati di impareggiabili risorse economiche e tecnologiche? Da tutte queste considerazioni – si è concluso – non bisogna inferire che lo Stato sia scomparso o ridotto all’impotenza; conserva ancora, evidentemente, delle funzioni e degli ambiti di autonomia. Tuttavia, questi ultimi possono essere individuati e compresi solo mantenendo lo sguardo sulla dimensione globale ed epocale dei processi in atto, e sulla varietà di attori che li determinano – con evidenti conseguenze per quanto riguarda l’elaborazione teorica dei movimenti in merito alle loro prospettive organizzative e ai loro obiettivi. L'articolo Organizzarsi nella crisi: i workshop su istituzioni europee, svolta autoritaria, congiuntura di guerra proviene da EuroNomade.