L’Ilva di Tarantodi LIDIA GRAZIELLA MARINO.
Come direbbe Henri Lefebvre, seguendo il pensiero di Marx, in Hegel Marx
Nietzsche o il regno delle ombre (1975), là dove vi è una statualità, che
predetermina una realtà economica, in base a determinati saperi, sarebbero
questi stessi saperi che andrebbero verificati nei suoi elementi basici, da
parte della comunità di riferimento presente in quel territorio. Questo sarebbe
da applicarsi anche nel caso dell’ex-Ilva di Taranto, una realtà che ha avuto
nella sua evoluzione storica e nella sua determinazione socio-economica
contraddizioni rilevanti, date dal contesto in cui essa è situata. Questa
fabbrica, infatti, è stata collocata in una realtà del Sud e sorse come
tentativo di rendere questa parte di territorio italico, e specificatamente
Taranto, una realtà industriale globale e protratta nel futuro, favorita da quel
porto, considerato elemento imprescindibile per ogni «fabbrica siderurgica e
petrolchimica».
Taranto, città plurimillenaria, si è vista infatti determinare la propria storia
in gran parte attraverso questa sua peculiare posizione strategica sul
territorio e attraverso il tramite delle proprie rotte marittime e di terra.
Questo luogo di stazionamento gli aveva consentito infatti di diventare crocevia
di culture, le quali incontrandosi e intersecandosi, avevano determinato
un’evoluzione di questa città, anche a livello architettonico e urbanistico, di
grande interesse, con una pluralità di stili architettonici veramente peculiari,
che rendeva e rende questa città di mirabile interesse. Di grande interesse sono
anche le periferie, formatesi successivamente ad un’urbanizzazione prorompente,
dettata da un’immigrazione forzata. Esse sembrano detenere, al loro interno, per
come sono state pensate e per come sono state costruite, «un’intelligenza
collettiva» non indifferente, una capacità tutta tarantina, di progettare
modalità di organizzazione delle esistenze singole, accompagnandole e
accompagnandoli nella loro quotidianità. Sembrano sintomatiche, queste
periferie, di un intelletto collettivo presente, che ha consentito la formazione
di squarci di realtà urbani «stilisticamente» di grande interesse. Costituisce
quello che Marx definirebbe la “fissazione della differenza [che] rappresenta
[…] il punto di svolta, il quale è definito dalla diversità essenziale, ossia da
ciò che è storicamente determinato” (Zanini 2025, 139). In questo senso vi sono
interessanti pagine sulla modalità di estensione di questa città, in L’acciaio
in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, di Salvatore Romeo, che descrisse,
storicamente, l’organizzazione di questa estensione della città di Taranto sul
suo attuale territorio.
Alessandro Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, descrisse, inoltre, come
l’espansione sul territorio della città di Taranto fosse stato caratterizzato da
un’urbanizzazione «selvaggia», conseguente ad una repentina crescita della
popolazione, che provenne da luoghi adiacenti alla città di Taranto. Questa
popolazione pervenne come manovalanza, prima dell’Arsenale, che costituì, in
questa città, un rilevante complesso militare-industriale, fino alla fine della
seconda guerra mondiale, accogliendo esigenze di politiche statali.
Successivamente, sopravvenne l’industria siderurgica, che assieme alle industrie
petrolifere, furono considerate nuova panacea produttiva di questa realtà
cittadina. Nella maggior parte, questa popolazione immigrata era caratterizzata
da singoli individui, aventi storie e culture folkloristiche diverse, senza una
storia collettiva, ed erano prevalentemente contadini, sottoproletari, o persone
che avevano sempre svolto mansioni considerate umili. Provenivano da diversi
territori quali quelli della Basilicata, del Salento e della Calabria. Leogrande
definì questa popolazione tarantina come “composta da un magma denso ed
eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé
irrazionale e illogico, distribuito e compresso sul territorio”. La
caratterizzava inoltre con: “Assenza di legami storici. Assenza di legami
sociali, esistenziali. Assenza di legami politici” (Leogrande 2013, 112-113).
Questo favorì la formazione di una mentalità piccolo borghese consumistica, a
cui non fu data l’opportunità di dover convergere in un substrato comunitario,
che potesse accomunare questa popolazione in un destino collettivo. L’analisi di
Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, risulta essere interessante, inoltre, in
quanto tale analisi è indicativa di un elemento culturale che caratterizzava
questa città, definito come compreso all’interno di un continuo dualismo tra
ricerca di realtà di assistenzialismo e ricerca di una parvenza di
costruttivismo: “Le crisi al Sud non mettono in crisi la conservazione: la
rafforzano, estendendo le sue maglie ideali. Più una società appare instabile,
più è stabile il consenso verso lo status quo” (Leogrande 2013, 116).
In L’acciaio in fumo di Salvatore Romeo, l’autore svolse un’attenta analisi
sulla storia della fabbrica, facendo convergere la storia della fabbrica e la
storia della città e facendo confluire, queste due realtà descritte, in un
mirabile affresco rappresentativo di una storia contradittoria, sospesa tra un
dover essere ed un poter essere: “Necessità e provvisorietà sono in definitiva i
poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai
nostri giorni. D’altra parte, proprio sulla sua «necessarietà» in rapporto alle
esigenze del paese Taranto aveva fondato la sua identità fino a quel momento.
Una condizione che, nella crisi, si ribaltava in provvisorietà, cioè in radicale
mancanza di senso. Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una
dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai giorni
nostri. Il presupposto di tutto questo è un modello di sviluppo che in diversi
momenti si dimostra estremamente aperto all’orizzonte nazionale, ma altrettanto
separato dalla dimensione territoriale. L’identità della Taranto moderna è un
corollario di quello che il paese assume nelle diverse fasi della sua
trasformazione, mentre resta sullo sfondo il rapporto col contesto locale, in
particolare con le campagne circostanti” (Romeo 2019, 32).
In La forma Stato – Per la critica dell’economia politica della Costituzione,
Toni Negri ha ben chiara questa convergenza tra realtà statuale ed economica,
rilevando il limite di tale organizzazione, avendo egli la consapevolezza della
sua necessaria trasformazione attraverso la formazione di un contropotere reale
interno alla società: “La produzione capitalistica si sussume la società intera,
le impone la forma d’impresa – e con ciò nega e distrugge tutte le condizioni
formali della conflittualità fra le classi” (Negri 2012, 25).
Pur tuttavia nella crisi degli anni Ottanta una nuova narrazione prese piede
quale quella per la quale “l’insediamento dell’Arsenale, prima, e del
siderurgico dopo, non erano più considerati momenti attraverso i quali Taranto
aveva rafforzato il suo legame, con lo Stato unitario e con l’economia
nazionale, traendo una potente spinta propulsiva, bensì episodio di una
sottomissione rispetto alla quale le classi dirigenti locali erano state
accondiscendenti” (Romeo 2019, 226). Era dunque una forma peculiare di
sussunzione della forza lavoro al capitale, attuata dalla classe politica e
manageriale: “All’interno di questo processo di produzione capitalistico, la
relazione tra cose si scioglie e si mostra per ciò che è, un rapporto di
sfruttamento di lavoro vivo da parte del lavoro morto: forma capitalistica della
produzione di merci” (Zanini 2025, 166).
Il lavoro morto del capitale costante sembra infatti aver preso il sopravvento
sul lavoro vivo in questa parte di realtà tarantina, una realtà che sembra non
riesca ancora a rendersi artefice del proprio futuro: ““La proprietà del lavoro
morto di essere mezzo di comando sul lavoro vivo appare non solo come inerente
in sé e per sé ai mezzi di produzione, ma addirittura come proprietà che a essi
compete in quanto cose” (Zanini 2025, 181)”
Inoltre, oltre a quello che si definirebbe una sussunzione del lavoro vivo al
lavoro morto del capitale, l’astrazione dell’attività lavorativa renderebbe
capitale morto anche “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze
produttive generali del cervello sociale, […] nella misura in cui esso entra nel
processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio” (Zanini 2025, 185).
Il lavoro vivo della manovalanza risulta essere quindi totalmente messo in
subordine “venendo ridotti […] a momento certamente indispensabile, ma
subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale” per il quale “l’abilità
parziale dell’operato individuale scompare come un infimo accessorio dinanzi
alla scienza e al lavoro sociale di massa” (Zanini 2025, 187-190).
Questa analisi risulta essere rilevante dal momento in cui tale rappresentazione
della realtà economica e della sua evoluzione, metterebbe in rilievo le
motivazioni, che determinerebbero la continuazione di questa produzione
industriale, anche là dove non ve ne sarebbe assolutamente bisogno come merce,
non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale. Inoltre, vi
sarebbe da chiedersi come possa effettivamente sopravvivere una popolazione di
quasi duecento mila abitanti, che abbia una popolazione attiva di
ottomila/diecimila lavoratori, nel settore della siderurgia, senza che parte di
tale popolazione debba migrare, considerando anche il fatto che investire, in
una popolazione ammalata, sarebbe difficile per qualsiasi imprenditore, che
avesse consapevolezza del proprio ruolo.
Ulteriormente, questa perduranza di questa fabbrica, – nonostante questa realtà
estremamente problematica, poiché risulterebbe responsabile dell’20% di anidride
carbonica dispersa in Italia, del 62% di mercurio italiano disperso nel mare di
Taranto e dell’8% della diossina emessa in tutta Europa (Leogrande 2013) –
incrocia diverse cause quali: l’assenza di opportunità lavorative alternative,
che abbiano medesimi diritti retributivi, riconosciuti in ambito lavorativo;
l’assenza di una classe sindacale, che si immedesimasse maggiormente nella
classe operaia, e non in quella della dirigenza politica e industriale; la
presenza di una ricchezza fortemente sperequata distribuita, con presenza di
importanti realtà nobiliari anche imprenditrice; la presenza di una classe
politica che aveva e ha difficoltà a gestire una realtà così complessa come
quella di Taranto.
Inoltre, questa strutturazione dell’economia cittadina, con «la monocultura
siderurgica» ha determinato l’affermarsi di aziende locali, prevalentemente, in
tre settori: l’edilizia, le attività che erano connesse in funzione
tecnica-funzionale alla siderurgia; le attività della meccanica che erano legati
anch’essi al settore della siderurgia. I settori tradizionali, quali
l’abbigliamento, il tessile, il mobilio, le calzature erano invece
«sottodimensionate». Infatti, quello che contraddistinse l’evoluzione di questa
città, dirà Romeo, fu una “propensione alla speculazione immobiliare e il
carattere parassitario dell’impresa” (Romeo 2019, 117).
Questa fabbrica apparirebbe oggi come un destino ineluttabile di questa città:
prima Italser, poi Ilva, nel 1989, successivamente privatizzata prima con i
Riva, nel 1995, e poi con ArcelorMittal, nel 2015, dopo essere stata
commissariata, nel 2013.
Con questa nuova «nazionalizzazione» attuale della fabbrica e con una «parallela
ricerca» di nuovi proprietari, farebbe pensare ad una storia infinita, che non
trova alcun precedente nelle storie delle fabbriche siderurgiche.
Tuttavia, ciò è stato reso possibile attraverso continue reiterazioni di AIE,
Autorizzazione Integrata Ambientale, compiute da parte dei vari governi e con il
tramite di «decreti leggi» ad hoc, concepiti sempre dai diversi governi, anche
là dove esistevano grossi limiti di opportunità, sia dal punto di vista
ambientale e sia dal punto di vista delle opportunità di vivere in un ambiente
salubre, da parte della popolazione tarantina. Anche dal punto di vista
occupazionale, questo settore produttivo non sembra dare quelle stesse
opportunità lavorative durature e reali, come in passato.
Molto efficaci sono le parole che trova Rondinelli, nell’introduzione del libro
Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto di Raffaele Cataldi, in
cui egli afferma: “[…]viviamo lo sgomento di scelte di Stato reiteratamente
irresponsabili, come posizionare ai vertici del commissariamento delle fabbriche
dirigenti coinvolti in infortuni mortali e per essi condannati, chi in via
definitiva chi in primo grado; come pianificare impianti ulteriormente
impattanti, rigassificatori e dissalatori, pur di tenere legato alla canna del
gas un impianto giunto da tempo a fine corsa ma ancora in grado di consentire
larghi profitti” (Rondinelli 2025, 10).
Interessante è anche il recente film, Palazzina Laf, di Michele Riondino, del
2023, che costituirebbe una rappresentazione adeguata di quello che avveniva in
quella fabbrica, in termini di mobbing, nei riguardi dei lavoratori. In,
Malesangue, è stato dato rilievo, inoltre, ad una figura importante, ancora
ricordata nei diversi momenti di raduno di questa città, che è quella di Massimo
Battista, lavoratore Ilva, che aveva subito forme di disumanizzazione in ambito
lavorativo, come vien ben descritto in un documentario, Conta le Barche di
Cardellicchio e Giusto.
L’assenza della politica, e il suo più totale silenzio su quello che avveniva e
avviene in questa fabbrica e nella città di Taranto, costituisce una delle
grandi responsabilità di questa parte della politica, che si è conclusa con
diverse condanne da parte della «Corte di Giustizia dell’Unione Europea» (CGUE)
e della «Corte Europea dei Diritti dell’Uomo» (CEDU), per «disastro ambientale»
della città di Taranto e per le «condizioni di salute» della popolazione
tarantina e questo nonostante il «colpevole silenzio» della politica nostrana.
Inoltre, a dare rilevanza mediatica alla situazione epidemiologica della
popolazione tarantina e sul livello di inquinamento ambientale presente a
Taranto, vi fu una sentenza della magistratura, del 26 luglio 2012, in cui il
giudice per le indagini preliminari, di Taranto, decise di emettere
«un’ordinanza di sequestro» agli impianti dell’area a caldo, considerati come
quelli maggiormente inquinanti. Inoltre, vennero anche sequestrate due
tonnellate di laminati pronti ad essere commerciati, in quanto prodotti da un
impianto inquinante. Parallelamente, vi fu l’inchiesta della procura chiamata
Ambiente svenduto, che si occupava di indagare i «livelli d’inquinamento»
prodotti da questa fabbrica siderurgica.
Queste azioni della magistratura furono rilevanti anche solo nel rendere
consapevole alla popolazione tarantina di quanto la presenza di questa fabbrica
fosse pericolosa per «essa stessa» e di cosa volesse dire avere una fabbrica
siderurgica nella propria città, con questa «classe aziendale e politica».
Alla sentenza del 2012, seguirono grandi manifestazioni di protesta, da parte
degli operai della fabbrica, che scesero nelle strade a manifestare il loro
diritto al mantenimento di questa attività lavorativa, e parimenti manifestarono
il loro diritto a lavorare in un ambiente salubre. Questa sentenza si inseriva
infatti in un contesto che conosceva: la disoccupazione del sud, con un tasso
effettivo del 25,6%; una contrazione del Pil del 6,1%, tra il 2007 e il 2011, e
con una conseguente riduzione dell’occupazione dell’11% nello stesso periodo
(Rapporto Svimez: Le sfide del Mezzogiorno: industria, città, ambiente, 2012,
(Leogrande 2013)).
Sulla legittimità nel proseguo di questa produzione si pronuncerà anche la corte
costituzionale, nel 2013, decretando come l’ennesimo decreto «salva Ilva» non
fosse anti-costituzionale, derogando dalla sentenza del tribunale di Taranto,
poiché rientrava nella possibilità del legislatore legiferare su tale materia,
purché venissero recepite le indicazioni dell’Aia, del 2012. Nel 2015, fu
introdotto, nel decreto «salva Ilva», lo «scudo penale», abrogato nel 2019, e,
nel 2017, fu ceduta ad ArcelorMittal società italo-indiana. Sarà questa fabbrica
nuovamente commissariata, nel 2024.
Interessante fu come dopo la sentenza del 2012, vi fossero state, da parte della
cittadinanza, una loro propria organizzazione, con la formazione di «collettivi
e associazioni», che avevano la finalità di cogliere e organizzare prospettive
diverse e maggiormente salubre per questa «città tarantina»: in quel periodo
nacque Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
Nei decenni successivi vi furono, da parte della popolazione tarantina, tramite
manifestazioni e convegni, predisposti da diverse associazioni e collettivi,
molti sforzi nel cercare di dichiarare l’urgenza nel rendersi indipendenti, a
livello produttivo, da l’«infausta realtà industriale siderurgica». Tra questi
si può ricordare: Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Peacelink,
FLMUniti – CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira,
TuttaMiaLaCittà, Acli Taranto, Associazione GiorgioForever, Comitato Legamjomic,
Collettivo Morricella, Comito Niobe, ISDE Medici per l’ambiente Massafra,
Movimento TuttaMiaLaCittà, singole e singoli cittadine/i.
Inoltre, questi stessi gruppi hanno elaborato un primo Piano Taranto, che
incontra ancora riguardevoli continuazioni programmatiche, da parte di cittadini
e cittadine, che cercano ancora di rintracciare destini di possibile evoluzione
di questa città, rendendosi consapevoli e protagonisti di un «cambiamento
necessario e rilevante della struttura socio-economica» della città tarantina.
Tra questi si può ricordare: T.R.A.C.C.E. – Taranto Rigenerata Attraverso
Cultura, Comunità ed Ecologia di Gladys Spiliopoulos, Giada Marossi, Giuseppe
Barbalinardo; Exit – La via d’uscita di Antonello Cafagna e Stefania Semitaio.
Bibliografia:
Cataldi R. 2025, Malesangue – Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre,
Roma;
Leogrande A., 2013, Fumo nella città, Fandango Libri, Roma;
Lefebvre H, 2025, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi,
Bologna
Romeo S., 2019, L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli
Editore, Roma;
Zanini A, 2024, Filosofia economica – Fondamenti economici, categorie politiche,
forme giuridiche, DeriveAprodi, Bologna.
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