L’Ilva di Taranto

EuroNomade - Saturday, December 27, 2025

di LIDIA GRAZIELLA MARINO.

Come direbbe Henri Lefebvre, seguendo il pensiero di Marx, in Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre (1975), là dove vi è una statualità, che predetermina una realtà economica, in base a determinati saperi, sarebbero questi stessi saperi che andrebbero verificati nei suoi elementi basici, da parte della comunità di riferimento presente in quel territorio. Questo sarebbe da applicarsi anche nel caso dell’ex-Ilva di Taranto, una realtà che ha avuto nella sua evoluzione storica e nella sua determinazione socio-economica contraddizioni rilevanti, date dal contesto in cui essa è situata. Questa fabbrica, infatti, è stata collocata in una realtà del Sud e sorse come tentativo di rendere questa parte di territorio italico, e specificatamente Taranto, una realtà industriale globale e protratta nel futuro, favorita da quel porto, considerato elemento imprescindibile per ogni «fabbrica siderurgica e petrolchimica».

Taranto, città plurimillenaria, si è vista infatti determinare la propria storia in gran parte attraverso questa sua peculiare posizione strategica sul territorio e attraverso il tramite delle proprie rotte marittime e di terra. Questo luogo di stazionamento gli aveva consentito infatti di diventare crocevia di culture, le quali incontrandosi e intersecandosi, avevano determinato un’evoluzione di questa città, anche a livello architettonico e urbanistico, di grande interesse, con una pluralità di stili architettonici veramente peculiari, che rendeva e rende questa città di mirabile interesse. Di grande interesse sono anche le periferie, formatesi successivamente ad un’urbanizzazione prorompente, dettata da un’immigrazione forzata. Esse sembrano detenere, al loro interno, per come sono state pensate e per come sono state costruite, «un’intelligenza collettiva» non indifferente, una capacità tutta tarantina, di progettare modalità di organizzazione delle esistenze singole, accompagnandole e accompagnandoli nella loro quotidianità. Sembrano sintomatiche, queste periferie, di un intelletto collettivo presente, che ha consentito la formazione di squarci di realtà urbani «stilisticamente» di grande interesse. Costituisce quello che Marx definirebbe la “fissazione della differenza [che] rappresenta […] il punto di svolta, il quale è definito dalla diversità essenziale, ossia da ciò che è storicamente determinato” (Zanini 2025, 139). In questo senso vi sono interessanti pagine sulla modalità di estensione di questa città, in L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, di Salvatore Romeo, che descrisse, storicamente, l’organizzazione di questa estensione della città di Taranto sul suo attuale territorio.

Alessandro Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, descrisse, inoltre, come l’espansione sul territorio della città di Taranto fosse stato caratterizzato da un’urbanizzazione «selvaggia», conseguente ad una repentina crescita della popolazione, che provenne da luoghi adiacenti alla città di Taranto. Questa popolazione pervenne come manovalanza, prima dell’Arsenale, che costituì, in questa città, un rilevante complesso militare-industriale, fino alla fine della seconda guerra mondiale, accogliendo esigenze di politiche statali. Successivamente, sopravvenne l’industria siderurgica, che assieme alle industrie petrolifere, furono considerate nuova panacea produttiva di questa realtà cittadina. Nella maggior parte, questa popolazione immigrata era caratterizzata da singoli individui, aventi storie e culture folkloristiche diverse, senza una storia collettiva, ed erano prevalentemente contadini, sottoproletari, o persone che avevano sempre svolto mansioni considerate umili. Provenivano da diversi territori quali quelli della Basilicata, del Salento e della Calabria. Leogrande definì questa popolazione tarantina come “composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale e illogico, distribuito e compresso sul territorio”. La caratterizzava inoltre con: “Assenza di legami storici. Assenza di legami sociali, esistenziali. Assenza di legami politici” (Leogrande 2013, 112-113). Questo favorì la formazione di una mentalità piccolo borghese consumistica, a cui non fu data l’opportunità di dover convergere in un substrato comunitario, che potesse accomunare questa popolazione in un destino collettivo. L’analisi di Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, risulta essere interessante, inoltre, in quanto tale analisi è indicativa di un elemento culturale che caratterizzava questa città, definito come compreso all’interno di un continuo dualismo tra ricerca di realtà di assistenzialismo e ricerca di una parvenza di costruttivismo: “Le crisi al Sud non mettono in crisi la conservazione: la rafforzano, estendendo le sue maglie ideali. Più una società appare instabile, più è stabile il consenso verso lo status quo” (Leogrande 2013, 116).

In L’acciaio in fumo di Salvatore Romeo, l’autore svolse un’attenta analisi sulla storia della fabbrica, facendo convergere la storia della fabbrica e la storia della città e facendo confluire, queste due realtà descritte, in un mirabile affresco rappresentativo di una storia contradittoria, sospesa tra un dover essere ed un poter essere: “Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai nostri giorni. D’altra parte, proprio sulla sua «necessarietà» in rapporto alle esigenze del paese Taranto aveva fondato la sua identità fino a quel momento. Una condizione che, nella crisi, si ribaltava in provvisorietà, cioè in radicale mancanza di senso. Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai giorni nostri. Il presupposto di tutto questo è un modello di sviluppo che in diversi momenti si dimostra estremamente aperto all’orizzonte nazionale, ma altrettanto separato dalla dimensione territoriale. L’identità della Taranto moderna è un corollario di quello che il paese assume nelle diverse fasi della sua trasformazione, mentre resta sullo sfondo il rapporto col contesto locale, in particolare con le campagne circostanti” (Romeo 2019, 32).

In La forma Stato – Per la critica dell’economia politica della Costituzione, Toni Negri ha ben chiara questa convergenza tra realtà statuale ed economica, rilevando il limite di tale organizzazione, avendo egli la consapevolezza della sua necessaria trasformazione attraverso la formazione di un contropotere reale interno alla società: “La produzione capitalistica si sussume la società intera, le impone la forma d’impresa – e con ciò nega e distrugge tutte le condizioni formali della conflittualità fra le classi” (Negri 2012, 25).

Pur tuttavia nella crisi degli anni Ottanta una nuova narrazione prese piede quale quella per la quale “l’insediamento dell’Arsenale, prima, e del siderurgico dopo, non erano più considerati momenti attraverso i quali Taranto aveva rafforzato il suo legame, con lo Stato unitario e con l’economia nazionale, traendo una potente spinta propulsiva, bensì episodio di una sottomissione rispetto alla quale le classi dirigenti locali erano state accondiscendenti” (Romeo 2019, 226). Era dunque una forma peculiare di sussunzione della forza lavoro al capitale, attuata dalla classe politica e manageriale: “All’interno di questo processo di produzione capitalistico, la relazione tra cose si scioglie e si mostra per ciò che è, un rapporto di sfruttamento di lavoro vivo da parte del lavoro morto: forma capitalistica della produzione di merci” (Zanini 2025, 166).

Il lavoro morto del capitale costante sembra infatti aver preso il sopravvento sul lavoro vivo in questa parte di realtà tarantina, una realtà che sembra non riesca ancora a rendersi artefice del proprio futuro: ““La proprietà del lavoro morto di essere mezzo di comando sul lavoro vivo appare non solo come inerente in sé e per sé ai mezzi di produzione, ma addirittura come proprietà che a essi compete in quanto cose” (Zanini 2025, 181)”

Inoltre, oltre a quello che si definirebbe una sussunzione del lavoro vivo al lavoro morto del capitale, l’astrazione dell’attività lavorativa renderebbe capitale morto anche “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, […] nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio” (Zanini 2025, 185).

Il lavoro vivo della manovalanza risulta essere quindi totalmente messo in subordine “venendo ridotti […] a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale” per il quale “l’abilità parziale dell’operato individuale scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza e al lavoro sociale di massa” (Zanini 2025, 187-190).

Questa analisi risulta essere rilevante dal momento in cui tale rappresentazione della realtà economica e della sua evoluzione, metterebbe in rilievo le motivazioni, che determinerebbero la continuazione di questa produzione industriale, anche là dove non ve ne sarebbe assolutamente bisogno come merce, non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale. Inoltre, vi sarebbe da chiedersi come possa effettivamente sopravvivere una popolazione di quasi duecento mila abitanti, che abbia una popolazione attiva di ottomila/diecimila lavoratori, nel settore della siderurgia, senza che parte di tale popolazione debba migrare, considerando anche il fatto che investire, in una popolazione ammalata, sarebbe difficile per qualsiasi imprenditore, che avesse consapevolezza del proprio ruolo.

Ulteriormente, questa perduranza di questa fabbrica, – nonostante questa realtà estremamente problematica, poiché risulterebbe responsabile dell’20% di anidride carbonica dispersa in Italia, del 62% di mercurio italiano disperso nel mare di Taranto e dell’8% della diossina emessa in tutta Europa (Leogrande 2013) – incrocia diverse cause quali: l’assenza di opportunità lavorative alternative, che abbiano medesimi diritti retributivi, riconosciuti in ambito lavorativo; l’assenza di una classe sindacale, che si immedesimasse maggiormente nella classe operaia, e non in quella della dirigenza politica e industriale; la presenza di una ricchezza fortemente sperequata distribuita, con presenza di importanti realtà nobiliari anche imprenditrice; la presenza di una classe politica che aveva e ha difficoltà a gestire una realtà così complessa come quella di Taranto.

Inoltre, questa strutturazione dell’economia cittadina, con «la monocultura siderurgica» ha determinato l’affermarsi di aziende locali, prevalentemente, in tre settori: l’edilizia, le attività che erano connesse in funzione tecnica-funzionale alla siderurgia; le attività della meccanica che erano legati anch’essi al settore della siderurgia. I settori tradizionali, quali l’abbigliamento, il tessile, il mobilio, le calzature erano invece «sottodimensionate». Infatti, quello che contraddistinse l’evoluzione di questa città, dirà Romeo, fu una “propensione alla speculazione immobiliare e il carattere parassitario dell’impresa” (Romeo 2019, 117).

Questa fabbrica apparirebbe oggi come un destino ineluttabile di questa città: prima Italser, poi Ilva, nel 1989, successivamente privatizzata prima con i Riva, nel 1995, e poi con ArcelorMittal, nel 2015, dopo essere stata commissariata, nel 2013.

Con questa nuova «nazionalizzazione» attuale della fabbrica e con una «parallela ricerca» di nuovi proprietari, farebbe pensare ad una storia infinita, che non trova alcun precedente nelle storie delle fabbriche siderurgiche.

Tuttavia, ciò è stato reso possibile attraverso continue reiterazioni di AIE, Autorizzazione Integrata Ambientale, compiute da parte dei vari governi e con il tramite di «decreti leggi» ad hoc, concepiti sempre dai diversi governi, anche là dove esistevano grossi limiti di opportunità, sia dal punto di vista ambientale e sia dal punto di vista delle opportunità di vivere in un ambiente salubre, da parte della popolazione tarantina. Anche dal punto di vista occupazionale, questo settore produttivo non sembra dare quelle stesse opportunità lavorative durature e reali, come in passato.

Molto efficaci sono le parole che trova Rondinelli, nell’introduzione del libro Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto di Raffaele Cataldi, in cui egli afferma: “[…]viviamo lo sgomento di scelte di Stato reiteratamente irresponsabili, come posizionare ai vertici del commissariamento delle fabbriche dirigenti coinvolti in infortuni mortali e per essi condannati, chi in via definitiva chi in primo grado; come pianificare impianti ulteriormente impattanti, rigassificatori e dissalatori, pur di tenere legato alla canna del gas un impianto giunto da tempo a fine corsa ma ancora in grado di consentire larghi profitti” (Rondinelli 2025, 10).

Interessante è anche il recente film, Palazzina Laf, di Michele Riondino, del 2023, che costituirebbe una rappresentazione adeguata di quello che avveniva in quella fabbrica, in termini di mobbing, nei riguardi dei lavoratori. In, Malesangue, è stato dato rilievo, inoltre, ad una figura importante, ancora ricordata nei diversi momenti di raduno di questa città, che è quella di Massimo Battista, lavoratore Ilva, che aveva subito forme di disumanizzazione in ambito lavorativo, come vien ben descritto in un documentario, Conta le Barche di Cardellicchio e Giusto.

L’assenza della politica, e il suo più totale silenzio su quello che avveniva e avviene in questa fabbrica e nella città di Taranto, costituisce una delle grandi responsabilità di questa parte della politica, che si è conclusa con diverse condanne da parte della «Corte di Giustizia dell’Unione Europea» (CGUE) e della «Corte Europea dei Diritti dell’Uomo» (CEDU), per «disastro ambientale» della città di Taranto e per le «condizioni di salute» della popolazione tarantina e questo nonostante il «colpevole silenzio» della politica nostrana.

Inoltre, a dare rilevanza mediatica alla situazione epidemiologica della popolazione tarantina e sul livello di inquinamento ambientale presente a Taranto, vi fu una sentenza della magistratura, del 26 luglio 2012, in cui il giudice per le indagini preliminari, di Taranto, decise di emettere «un’ordinanza di sequestro» agli impianti dell’area a caldo, considerati come quelli maggiormente inquinanti. Inoltre, vennero anche sequestrate due tonnellate di laminati pronti ad essere commerciati, in quanto prodotti da un impianto inquinante. Parallelamente, vi fu l’inchiesta della procura chiamata Ambiente svenduto, che si occupava di indagare i «livelli d’inquinamento» prodotti da questa fabbrica siderurgica.

Queste azioni della magistratura furono rilevanti anche solo nel rendere consapevole alla popolazione tarantina di quanto la presenza di questa fabbrica fosse pericolosa per «essa stessa» e di cosa volesse dire avere una fabbrica siderurgica nella propria città, con questa «classe aziendale e politica».

Alla sentenza del 2012, seguirono grandi manifestazioni di protesta, da parte degli operai della fabbrica, che scesero nelle strade a manifestare il loro diritto al mantenimento di questa attività lavorativa, e parimenti manifestarono il loro diritto a lavorare in un ambiente salubre. Questa sentenza si inseriva infatti in un contesto che conosceva: la disoccupazione del sud, con un tasso effettivo del 25,6%; una contrazione del Pil del 6,1%, tra il 2007 e il 2011, e con una conseguente riduzione dell’occupazione dell’11% nello stesso periodo (Rapporto Svimez: Le sfide del Mezzogiorno: industria, città, ambiente, 2012, (Leogrande 2013)).

Sulla legittimità nel proseguo di questa produzione si pronuncerà anche la corte costituzionale, nel 2013, decretando come l’ennesimo decreto «salva Ilva» non fosse anti-costituzionale, derogando dalla sentenza del tribunale di Taranto, poiché rientrava nella possibilità del legislatore legiferare su tale materia, purché venissero recepite le indicazioni dell’Aia, del 2012. Nel 2015, fu introdotto, nel decreto «salva Ilva», lo «scudo penale», abrogato nel 2019, e, nel 2017, fu ceduta ad ArcelorMittal società italo-indiana. Sarà questa fabbrica nuovamente commissariata, nel 2024.

Interessante fu come dopo la sentenza del 2012, vi fossero state, da parte della cittadinanza, una loro propria organizzazione, con la formazione di «collettivi e associazioni», che avevano la finalità di cogliere e organizzare prospettive diverse e maggiormente salubre per questa «città tarantina»: in quel periodo nacque Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.

Nei decenni successivi vi furono, da parte della popolazione tarantina, tramite manifestazioni e convegni, predisposti da diverse associazioni e collettivi, molti sforzi nel cercare di dichiarare l’urgenza nel rendersi indipendenti, a livello produttivo, da l’«infausta realtà industriale siderurgica». Tra questi si può ricordare: Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Peacelink, FLMUniti – CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira, TuttaMiaLaCittà, Acli Taranto, Associazione GiorgioForever, Comitato Legamjomic, Collettivo Morricella, Comito Niobe, ISDE Medici per l’ambiente Massafra, Movimento TuttaMiaLaCittà, singole e singoli cittadine/i.

Inoltre, questi stessi gruppi hanno elaborato un primo Piano Taranto, che incontra ancora riguardevoli continuazioni programmatiche, da parte di cittadini e cittadine, che cercano ancora di rintracciare destini di possibile evoluzione di questa città, rendendosi consapevoli e protagonisti di un «cambiamento necessario e rilevante della struttura socio-economica» della città tarantina.

Tra questi si può ricordare: T.R.A.C.C.E. – Taranto Rigenerata Attraverso Cultura, Comunità ed Ecologia di Gladys Spiliopoulos, Giada Marossi, Giuseppe Barbalinardo; Exit – La via d’uscita di Antonello Cafagna e Stefania Semitaio.

Bibliografia:

Cataldi R. 2025, Malesangue – Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre, Roma;

Leogrande A., 2013, Fumo nella città, Fandango Libri, Roma;

Lefebvre H, 2025, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna

Romeo S., 2019, L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli Editore, Roma;

Zanini A, 2024, Filosofia economica – Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, DeriveAprodi, Bologna.

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