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Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni
Se un alieno atterrasse domani sulla terra, non troverebbe abitanti ma extra-terrestri, alienati come lui. Vedrebbe un ambiente sofferente, dominato dalla violenza, dall’abuso e dall’umiliazione. Proviamo a immaginarcelo. Alberto Boatto, già nel 1992, descriveva la terra come “oggetto disponibile … Leggi tutto L'articolo Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
“LE CLASSI POPOLARI TRADITE DALLA SINISTRA, COSÌ IN EUROPA TRIONFANO I POSTFASCISTI”, INTERVISTA A DAVIDE CONTI
Le classi popolari tradite dalla sinistra, così in Europa trionfano i postfascisti è il titolo di un articolo pubblicato sul quotidiano Il Domani di martedì 13 ottobre 2026 a firma dello storico Davide Conti. Nel suo contributo, Conti affronta il tema dell’avanzata delle destre reazionarie e fasciste cui assistiamo a livello globale guardando alla storia degli ultimi decenni, dalla fine del compromesso socialdemocratico che aveva caratterizzato lo stato sociale tra il 1945 e il 1975 per arrivare all’odierna crisi del modello liberale dentro il reflusso della globalizzazione capitalista in seguito alla crisi del 2008. In questo processo di trasformazione del capitalismo, e nello spostamento dei consensi della classe lavoratrice (e in generale delle classi popolari) verso proposte politiche di estrema destra, la sinistra socialdemocratica ha le proprie responsabilità. Per approfondire questi temi, Radio Onda d’Urto ha intervistato lo storico Davide Conti, consulente della procura di Bologna per l’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980, già consulente della procura di Brescia per l’inchiesta sulla strage del 28 maggio 1974, autore di diversi volumi tra cui Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della destra italiana 1946-1976 (Einaudi, 2023). “Con la fine della Guerra Fredda – spiega Davide Conti su Radio Onda d’Urto – si è sviluppata quella fase di espansione e libertà di movimento dei capitali che non aveva più bisogno dei costrutti fondamentali del compromesso socialdemocratico che, tra il 1945 e il 1975, aveva redistribuito la ricchezza e ‘orizzontalizzato’ il sistema decisionale del potere attraverso le democrazie rappresentative. La globalizzazione ha spostato la dimensione della produzione della ricchezza dal profitto alla rendita“. “Negli ultimi decenni – prosegue Conti – anche la sinistra socialdemocratica ha spostato il proprio baricentro dal lavoro alla rendita: da un lato ha abbandonato la rappresentanza del lavoro, dall’altro è passata alla promozione di altri impianti ideologici, sostitutivi dei paradigmi precedenti, occupandosi di diritti civili e di quegli interventi, anche giusti, che esulano dalla vita materiale, recidendo alla radice il senso della sinistra nella società“. “La destra, invece, ha raccontato che la ‘mondializzazione’ dell’economia, del costume e della cultura ha prodotto l’impoverimento generalizzato delle classi popolari, e che quindi è necessario ripristinare il primato del profitto, dell’economia corporativa, che ha bisogno dei confini, dei dazi e dell’omogeneità etnica delle comunità nazionali. Questi elementi hanno fatto breccia, anche culturalmente, nei ceti popolari“, continua lo storico nell’intervista rilasciata alla nostra emittente. Tutto questo, in Italia, è rappresentato dal governo Meloni e dall’avanzata di Futuro Nazionale guidato da Vannacci. L’esecutivo ha fatto approvare la legge elettorale con la quale, nel 2027, proverà a confermarsi al governo del Paese e ora si appresta a licenziare l’ennesima manovra economica nelle quali sono chiari gli interessi che intende perseguire ancora una volta, a partire dalle spese militari. Secondo Davide Conti, “oggi la partita si gioca sulla scelta politica dirimente del riarmo. Avallarla significa non solo riempire gli arsenali, ma determinare una misura strategica che riconverte l’economia civile in economia militare che produce, in termini di accumulazione primaria, una concentrazione densissima di capitali che sono appannaggio esclusivo di poche componenti e classi proprietarie, possidenti e dirigenti della nostra società, a discapito della larga maggioranza delle restanti classi sociali”. “Se la sinistra non sarà in grado di opporsi in maniera radicale di fronte alla questione del riarmo, finiremo per consegnare arsenali piene e diseguaglianze sociali strutturate nelle mani di governi di estrema destra“, conclude Conti. L’intervista di Radio Onda d’Urto allo storico Davide Conti. Ascolta o scarica.
October 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Ha ancora senso parlare di lavoro? – di Andrea Fumagalli
Questo intervento è una elaborazione della postfazione al volume Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine a cura di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026. I contributi di Antonio Casano (“I processi di trasformazione del lavoro. Dal modello fordista alla società postindustriale”), di [...]
September 9, 2026
Effimera
Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA. «Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per «specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi «progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17 luglio2026 L'articolo Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti proviene da EuroNomade.
July 18, 2026
EuroNomade
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni). Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista  Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;  infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini. Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto. Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR). Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione. Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale. Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea. E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi. La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile. L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice. In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica. Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente, dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema. In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale. L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino. Centro Sereno Regis
July 6, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad
AVEVAMO RAGIONE SU TUTTO. MA VOI AVETE VISTO SOLO L’ESTINTORE Ci avevano raccontato che Genova era un incidente della storia. Venticinque anni dopo, tra crisi sociali, riarmo, genocidio e politiche sicuritarie, appare sempre più come l’anticipazione del presente. A Genova avevamo provato a dirvelo che quel modello economico avrebbe prodotto disuguaglianze sempre più profonde. Che la globalizzazione non stava universalizzando i diritti ma lo sfruttamento. Che il mercato globale non avrebbe unito il mondo, ma lo avrebbe gerarchizzato. E che la ricchezza si sarebbe concentrata sempre più in poche mani mentre la precarietà sarebbe diventata la condizione normale per milioni di persone. Avevamo provato a dirvelo che il problema non erano i migranti ma le guerre, il saccheggio delle risorse, il debito, le multinazionali, la finanziarizzazione dell’economia, la privatizzazione dei beni comuni, che il mercato senza limiti non avrebbe prodotto libertà ma nuove forme di dominio. Ma voi avete guardato l’estintore. Per venticinque anni il racconto di Genova è stato ridotto a poche immagini isolate. Un estintore. Una camionetta. Una vetrina rotta. Un passamontagna. Come se centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo fossero scese in piazza per quello. Come se il cuore di quella mobilitazione fosse la cronaca di uno scontro e non la critica radicale di un modello economico e politico che oggi mostra tutta la sua devastante attualità. Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- A distanza di un quarto di secolo possiamo dirlo senza esitazioni: avevamo ragione. Avevamo ragione quando denunciavamo la crescita delle disuguaglianze. Oggi poche decine di miliardari possiedono ricchezze superiori a quelle di miliardi di esseri umani. Avevamo ragione quando parlavamo di precarizzazione del lavoro. Intere generazioni vivono tra salari insufficienti, contratti temporanei, indebitamento e impossibilità di progettare il futuro. Avevamo ragione quando denunciavamo la distruzione ambientale. Oggi la crisi climatica non è più una previsione ma una realtà quotidiana fatta di alluvioni, incendi, siccità e migrazioni forzate. Avevamo ragione quando denunciavamo il dominio della finanza sull’economia reale. Oggi le guerre, il cibo, l’energia, l’acqua e perfino le abitazioni sono diventati oggetti di speculazione. Avevamo ragione quando mettevamo in guardia contro la trasformazione della sicurezza in strumento di governo. Oggi viviamo dentro società attraversate da sorveglianza digitale, riconoscimento biometrico, algoritmi predittivi, zone rosse, criminalizzazione del dissenso e stato di emergenza permanente. Avevamo ragione persino quando denunciavamo la guerra come strumento di organizzazione del mondo. Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo secolo si è aperto con Genova e con l’11 settembre. Da allora abbiamo assistito a una successione quasi ininterrotta di conflitti: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Palestina. Guerre presentate ogni volta come inevitabili, umanitarie, difensive o necessarie. Guerre che hanno prodotto milioni di morti, profughi, distruzione e nuovi autoritarismi. Oggi assistiamo persino a un genocidio trasmesso in diretta. Migliaia di palestinesi vengono uccisi, affamati, deportati sotto gli occhi del mondo. E mentre tutto questo accade, chi manifesta solidarietà è criminalizzato, schedato, perseguito. Anche questo era scritto nelle logiche della globalizzazione neoliberale. Perché quel sistema non aveva bisogno soltanto di merci che attraversassero le frontiere. Aveva bisogno di confini sempre più violenti per le persone. Aveva bisogno di eserciti, polizie, muri, centri di detenzione, deportazioni e dispositivi di controllo per governare le conseguenze delle proprie disuguaglianze. Ma avevamo ragione anche su un altro punto, forse il più scomodo da ammettere. Genova non fu soltanto la prova generale della globalizzazione neoliberale. Fu anche un laboratorio repressivo. Molti pensarono che la Diaz, Bolzaneto, le torture, i falsi verbali, le prove costruite, le violenze indiscriminate e l’uccisione di Carlo Giuliani rappresentassero una parentesi destinata a chiudersi con le sentenze. Non è andata così. Da Genova a oggi esiste una linea di continuità che attraversa la storia italiana degli ultimi venticinque anni. La ritroviamo nelle torture di Santa Maria Capua Vetere, nei pestaggi nelle carceri di Asti, San Gemignano, Torino e Foggia, nelle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Hasib Omerovic, nelle violenze contro detenuti, migranti e soggetti marginalizzati, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle cariche contro studenti, lavoratori, movimenti ambientalisti e manifestanti per la Palestina. La ritroviamo nell’espansione dei poteri di polizia, nelle zone rosse, nei Daspo urbani, nella sorveglianza digitale, nella criminalizzazione del dissenso e nei decreti sicurezza che negli ultimi anni hanno progressivamente ristretto gli spazi di agibilità democratica. Per anni ci è stato detto che si trattava di episodi isolati, di mele marce, di errori individuali. Ma osservando questi venticinque anni nel loro insieme emerge un’altra storia: quella di un progressivo rafforzamento dello Stato penale e di una crescente tolleranza istituzionale verso pratiche che comprimono diritti e libertà fondamentali in nome della sicurezza. Foto di Michele Ferraris – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- Anche su questo avevamo provato a mettere in guardia. Perché a Genova non era in gioco soltanto il diritto di manifestare. Era già visibile una trasformazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica dei conflitti sociali alla loro amministrazione poliziesca. Una trasformazione che oggi appare sotto gli occhi di tutti. Guardatevi attorno. Il pesce che mangiamo arriva da oceani lontani. I vestiti che indossiamo sono prodotti da lavoratori sottopagati dall’altra parte del pianeta. I nostri telefoni contengono minerali estratti in condizioni spesso disumane. L’energia che consumiamo alimenta guerre e conflitti geopolitici. Le merci possono attraversare il mondo senza ostacoli. Gli esseri umani no. Eppure continuano a raccontarci che il problema sono i migranti. Che il problema è chi fugge dalla fame, dalle guerre, dalle dittature o dalla devastazione climatica. Ci invitano a guardare verso il basso, contro chi sta peggio di noi, mentre la concentrazione della ricchezza e del potere raggiunge livelli senza precedenti. È la stessa logica che venticinque anni fa metteva in competizione lavoratori italiani e stranieri. La stessa che oggi alimenta nazionalismi, razzismo, remigrazione e guerre tra poveri. Perché il vero capolavoro del neoliberismo è stato proprio questo: convincere gli sfruttati che il loro nemico fosse un altro sfruttato. A Genova avevamo provato a dirvelo. Avevamo indicato la luna di un sistema che stava globalizzando il profitto, privatizzando i diritti e socializzando i costi delle proprie crisi. Ma avete preferito guardare il dito. Anzi, l’estintore. Embed from Getty Images Oggi quell’estintore continua a essere agitato ogni volta che si vuole evitare di discutere delle ragioni profonde di quel movimento. Serve ancora a rimuovere la domanda fondamentale che Genova poneva allora e continua a porre oggi: chi governa davvero il mondo e nell’interesse di chi? È una domanda che riguarda il lavoro, la guerra, la crisi climatica, il genocidio in Palestina, la repressione del dissenso, la concentrazione della ricchezza e la progressiva erosione della democrazia. Per questo Genova non appartiene al passato. Genova è il presente. E forse il modo migliore per ricordare Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto e le centinaia di migliaia di persone che attraversarono quelle giornate non è difendere una memoria. È riprendere quella domanda interrotta e tornare a guardare, finalmente, la luna. (3 – continua) di Italo Di Sabato Articolo originale: https://serenoregis.org/2026/06/25/2001-2026-genova-social-forum-reload-avevamo-ragione-su-tutto-ma-voi-avete-visto-solo-lestintore/ Redazione Torino
June 25, 2026
Pressenza