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Rizomatica 26-02-2026
Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà umana. Identificare un nemico e combatterlo è un modo per costruire una soggettività collettiva, non l'unico ma certamente uno dei più sperimentati. L'invito è di rivolgere il conflitto e la violenza, ineliminabili dalla natura umana, verso i ricchi e i potenti da cui siamo dominati, e non verso degli stranieri presentati come nemici. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Venezuela, il cortile di casa in fiamme
Non serve alcuna fantasia per vedere la continuità. Guatemala 1954: riforma agraria e interessi economici; colpo di Stato e restaurazione. Cile 1973: socialismo elettorale spazzato via e sostituito dal laboratorio del terrore e del neoliberismo. Panama 1989: l’ex alleato Noriega trasformato in “narco-dittatore” nel momento in cui non serve più, e poi catturato e processato negli Stati Uniti. Quel passaggio non è un ricordo marginale: è la prova che il “prelievo” del leader e la sua trasformazione in imputato in un tribunale statunitense è già stato usato come dispositivo politico. Caracas 2026 ne è l’evoluzione, più brutale e più simbolica. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
[2026-02-22] Cuba Resiste y Vencerá! @ Zazie nel metrò
CUBA RESISTE Y VENCERÁ! Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (domenica, 22 febbraio 16:00) CUBA RESISTE Y VENCERÁ! Rompiamo il blocco mediatico e la guerra cognitiva. Lottiamo contro le minacce di una aggressione militare dell' imperialismo a Cuba. DOMENICA 22 FEBBRAIO ORE 16.00 INIZIATIVE DI CONTROINFORMAZIONE, SIETE TUTTI INVITATI. Si connettono tra loro: CSOA Ipò Via Capo d'Acqua, 2 Marino. Baccelli Net via Orciano pisano 9 Trullo, Roma. Zazie nel metrò via Ettore Giovenale 16 Roma Ex Snia via Prenestina 173-175 Roma. Parteciperanno: un rappresentante dell' Ambascita della Repubblica di Cuba. In colegamento, dal Venezuela Geraldina Colotti, giornalista; da Cuba Michele, internazionalista.
February 18, 2026
Gancio de Roma
L’onda lunga del Venezuela può tracimare
In principio è stato il Venezuela. Dopo di che, nessuno può sapere fino a dove si può spingere la voracità unita alla totale mancanza di princìpi. La Groenlandia? Il Canada? Cuba? L’Iran? Forse il Brasile? In questa roulette russa non si può escludere nulla, salvo la certezza che fino alle elezioni di midterm, in novembre, si viaggia sulle montagne russe. E come si governa seduti sulla dinamite? Con le minacce, gli effetti annuncio, i rapimenti. E il dio denaro. Uno stile novecentesco, quello ripescato da Donald Trump, basato sulla destabilizzazione e su alcuni “buoni amici” disposti a tutto pur di saccheggiare, rapinare e godere della più assoluta impunità. A Minneapolis come in Italia, in Russia come in Israele. La mappa dei poteri disegna una nuova geografia a scala mondiale e il 2026 si è spalancato sull’inimmaginabile che diventa realtà. 3 gennaio, Operazione Absolute Resolve, il presidente venezuelano Nicolàs Maduro e sua moglie, Cilia Flores vengono catturati.e a Caracas al termine di una “operazione” durata 46 secondi. Un rapimento condotto dalla Cia e dalla Delta force concluso qualche ora più tardi negli Stati uniti. Il giorno dopo l’accusa per Maduro di narcoterrorismo. Fin qui la cronaca. Ma dietro quelle poche ore convulse c’è l’annichilimento di un Paese denso di contraddizioni e di appetiti. E c’è il vuoto che si è creato attorno: l’Europa resta muta, l’Italia balbetta illudendosi di essere l’ago di una inesistente bilancia e il mondo intero prova, senza riuscirci, a ipotizzare nuovi scenari. Un mutismo dimostrato dal nostro continente, e in particolare dall’Italia, nel corso dei 423 giorni di detenzione di Alberto Trentini, arrestato senza alcun capo di imputazione il 17 novembre del 2024. A “salvarlo”, è bene dirlo, non è stato il presidente degli Stati uniti ma i genitori del cooperante, qualche giornalista brava persona e una società civile già nauseata dal destino feroce e insensato toccato a Giulio Regeni. Tutto questo potrebbe essere “solo” il frutto della follia di un uomo ma, come diceva uno intelligente, «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia» [la citazione è di Franco Basaglia, ndr]. Ma può dirsi civile una società dove si compie impunemente un genocidio? O una in cui vengono ammazzati per strada una cittadine e un cittadino statunitensi? O deportato in un lager un bambino di cinque anni perché ha la pelle scura e un cappello con le orecchie di coniglio? Per trovare uno spiraglio oltre il ”cielo grigio su”, le “foglie gialle giù” a cercare “un po’ di blu dove il blu non c’è”, come cantavano i Dik Dik nel 1967 sognando la California, ci facciamo aiutare da Christophe Ventura, direttore di ricerca del programma America Latina e Caraibi presso l’Iris, il prestigioso istituto di relazioni internazionali e strategiche di Parigi. È laureato in storia del neoliberismo e dei movimenti di base del XIX secolo e docente di mondo multipolare, movimenti sociali e società civile, nonché giornalista de Le Monde Diplomatique. Sin dal 2001, data di nascita dei Forum sociali mondiali, ha contribuito alla loro realizzazione ed è proprio lì, a Porto Alegre, in Brasile, che è nata la nostra amicizia. Da allora ha viaggiato molto in Venezuela, Uruguay, Messico, Brasile e ha scritto «Géopolitique de l’Amérique latine» (Éditions Eyrolles/IRIS, 2022) ed è coautore, con Didier Billion, di «Désoccidentalisation. Repenser l’ordre du monde» (Agone, 2023). Partiamo dall’oggi, cosa sta succedendo in Venezuela a poco più di un mese dal rapimento di Maduro e Cilia Flores? Ufficialmente Maduro è ancora presidente, anche se il Paese è governato da Delcy Rodriguez che sta tentando una forma diciamo “sperimentale”, che si vorrebbe confrontare con Washington ma in realtà ne subisce la pressione totale, anche perché il segretario di stato Usa, Marco Rubio, ha il controllo totale sul Paese e minaccia che in caso di non obbedienza, le ripercussioni sarebbero gravi. Quanto al futuro prossimo, la situazione è totalmente incerta perché occorrerà verificare quanto possa tenere il legame tra l’apparato militare e la società civile e quanto siano disposti ad accettare i diktat degli Stati uniti. Un esempio? Gli Usa chiedono che il Venezuela interrompa ogni contatto con le Farc colombiane [l’intervistato fa riferimenti ai gruppi dissidenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia – Farc – che non hanno aderito al percorso di Pace firmato nel 2016 con il governo colombiano, ndr] e che si dia un giro di vite totale alle politiche migratorie per impedire i rapporti tra i due Paesi. Ma se venisse accettata questa condizione, cadrebbe uno dei presupposti dell’impianto chavista e si realizzerebbe una rottura insanabile tutta a favore della linea dura imposta da Rubbio. Torniamo per un momento sulla popolazione che, si dice, non ne poteva più di Maduro e ha accolto di buon grado la nuova situazione. È così? In realtà il sentimento prevalente è quello di aspettare, perché il futuro non è chiaro. Il chavismo è stata una grande ondata di cambiamento e di condivisione che è dentro le culture diffuse del Paese. Ora la destra sbanda perché il “madurismo” senza Maduro non tiene e comunque le articolazioni del potere sono ancora impregnate del chavismo. Possiamo dire che il 25 per cento della popolazione resta chavista. È chiaro però che c’è una paura diffusa e quindi la discussione si incentra su quale possa essere il male minore. Di fronte alla minaccia di essere bombardati, la società civile, che si sente debole e senza forti appoggi internazionali, oscilla tra accettare un compromesso con gli Stati uniti o rifiutare i diktat. Una discussione che avviene, anche avanzando la possibilità di dialogare con la destra per trovare un accettabile via di scampo. Poi c’è anche una parte della popolazione, molto spoliticizzata, che deve affrontare i problemi quotidiani del vivere, che accetterebbe qualsiasi cosa possa garantirgli una vita migliore. Ciò che è accaduto in Venezuela può cambiare la situazione in tutta l’America latina? E se sì, come? È evidente che l’aggressione militare ha avuto effetti pesanti in tutta l’America latina. Per la prima volta si è verificata una situazione impensabile. È vero che in passato gli Stati uniti solo intervenuti pesantemente nei Caraibi ma per la prima volta un Paese ha subito un bombardamento. È stato uno shock che ha avuto ripercussioni ovunque, ad esempio in Brasile, radicalizzando le posizioni. E si comincia a pensare a come reagire a questa aggressione, e soprattutto tra gli intellettuali, ma anche nelle fasce più avvertite del popolo si fa avanti una ipotesi, quella di rafforzare le alleanze capaci di contrapporsi. In fondo, Trump ha riproposto la politica dei cannoni del diciannovesimo secolo in cui le relazioni regionali e internazionali passavano attraverso la potenza dominante, che erano gli Stati uniti, che imponevano la propria influenza e i propri interessi. Con Trump la situazione sembra essere tornata a prima della seconda guerra mondiale. Ma ora le cose sono un po’ cambiate e i Paesi dell’America latina non sono disposti a subire le pretese degli Usa, perché mettono in discussione l’indipendenza internazionale. Lo shock di cui hai parlato ha in qualche misura annullato la grande stagione del chavismo oppure può ripresentarsi e rafforzarsi in forme nuove? In chavismo in Venezuela non è morto, così come non è morto il peronismo in Argentina. È una corrente sociologica e politica ma è anche la risposta a un bisogno sociale. Io penso che si riproporrà in nuove forme a partire dal sindacato e dalle comuni e troverà nuove strade perché, lo ripeto, è una necessità. E non può scomparire a causa dei cattivi dirigenti, non può perché è nella cultura profonda del popolo venezuelano. La copertina è di LuisCarlos Díaz (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’onda lunga del Venezuela può tracimare proviene da DINAMOpress.
February 3, 2026
DINAMOpress
[2026-02-01] Molte Guerre, Un Solo Sistema @ CIP Alessandrino
MOLTE GUERRE, UN SOLO SISTEMA CIP Alessandrino - Via delle Ciliegie, 42 (domenica, 1 febbraio 11:00) MOLTE GUERRE, UN SOLO SISTEMA Vieni a riflettere, a discutere, ad organizzarti, a resistere Domenica 1 Febbraio PROGRAMMA Mattina - ore 11:00 Dibattito: L'imperialismo risolve la crisi con la guerra, tutti gli scenari di guerra attuali sono collegati, discutiamone con Fabrizio Casari, giornalista direttore di altrenotizie.org Pranzo - ore 13:00 Pomeriggio - ore 15:00 Report da Palestina, Venezuela e gli altri scenari di guerra. La lotta e la solidarietà che possiamo sviluppare in Italia, con Unione Democratica Arabo-Palestinese, e Circ Internazionale. Aiutateci a sfamarvi prenotando al 3938619200
January 30, 2026
Gancio de Roma
Mezzadra: «La guerra è lo strumento con cui si stanno formando i nuovi blocchi imperialisti»
Venezuela, Groenlandia, Iran… Gli interventi militari, realizzati o minacciati, degli Stati uniti del secondo mandato Trump non sono soltanto una dimostrazione di potenza, ma piuttosto il sintomo di un nuovo corso imperialista che sta configurando nuovi blocchi contrapposti. In questo processo di formazione si scontrano delle diverse impostazioni ideologiche ma anche dei modelli economici e sociali, con i loro punti di forza e di debolezza, e le loro parabole. Di imperialismo, campismo, nuove politiche di potenza e movimenti abbiamo parlato insieme a Sandro Mezzadra, professore all’Università di Bologna e militante del collettivo Euronomade. GUARDA L’INTERVISTA INTEGRALE A SANDRO MEZZADRA Dopo due anni di genocidio in Palestina e ora con l’attacco USA al Venezuela e il rapimento del Presidente Maduro e della moglie Flores, l’esercizio della forza e della violenza sembra prevalere sul sistema di vincoli del diritto internazionale. Tuttavia, oltre a denunciare il non rispetto del diritto internazionale, in che modo possiamo interpretare questi atti come costituenti di una nuova realtà globale? E quali limiti è possibile vedere nell’espansione di questa politica di potenza? Comincerei con il dire che la situazione mondiale in cui ci troviamo ha davvero delle caratteristiche peculiari, che non possono essere ridotte alla crisi del diritto internazionale, tema su cui in un’intervista pubblicata su DinamoPress ha detto delle cose importanti Giso Amendola, a me sembra che ormai da diversi anni noi ci troviamo in una duplice crisi, che in sintesi può è la crisi del sistema internazionale e la crisi del sistema mondo.  Qual è la differenza? Il sistema internazionale si organizza attorno agli stati nazionali dalla fine della seconda guerra mondiale, in primo luogo attorno alle Nazioni unite. Il sistema mondo invece si organizza attorno al mercato mondiale capitalistico, e dunque è caratterizzato dal protagonismo di attori territoriali come gli Stati, ma anche dei grandi attori capitalistici. Sia il sistema internazionale sia il sistema mondo sono oggi evidentemente lacerati, bloccati, attraversati da profonde fratture. Insieme a Brett Nielson ho cercato di definire la congiuntura in cui ci troviamo, quantomeno a partire dalla crisi finanziaria 2007/2008, con alle spalle le due guerre statunitensi in Afghanistan e in Iraq, utilizzando in modo molto specifico la categoria di multipolarismo. Assumendo questa categoria non come un modello normativo ma piuttosto come una descrizione dello stato del mondo in cui ci troviamo, abbiamo qualificato ulteriormente il multipolarismo in questo senso, parlando di un multipolarismo centrifugo e conflittuale. Ed è a partire da una situazione di questo tipo che la guerra si è progressivamente installata al centro dei processi globali. Certamente l’ultimo anno ha registrato un cambiamento di prospettiva, in particolare nell’azione degli Stati uniti dopo il secondo insediamento di Donald Trump. L’impressione è che questo cambiamento di prospettiva punti a trasformare questi poli del multipolarismo conflittuale e centrifugo in blocchi, utilizzando il termine nel senso militare che lo caratterizza. È quello di cui si parla anche attraverso il linguaggio certamente non nuovo delle sfere di influenza. Naturalmente parlando di blocchi si richiama la memoria l’età della guerra fredda, e però credo che si debba sottolineare che la situazione è molto diversa rispetto ad allora. In primo luogo perché non esistono confini precisi tra i blocchi. I blocchi sono in formazione, e nel processo di formazione dei blocchi, come abbiamo visto il 3 gennaio a Caracas, la guerra è uno strumento fondamentale. E anche lo scontro tra potenze e blocchi è una possibilità sempre presente. Mi chiedi giustamente quali sono i limiti di una prospettiva di questo genere: io penso che esistano dei limiti elementali che vanno sottolineati e che hanno a che fare prima di tutto con i processi globali che continuano a strutturare il mondo in cui viviamo. Anche dopo l’esaurimento della fase della cosiddetta globalizzazione, gli spazi che sono definiti dalle operazioni del capitale sono spazi che difficilmente possono essere riportati alla logica dei blocchi. Sono spazi che disegnano geografie diverse rispetto a quelle dei blocchi e qui c’è un primo problema, un primo limite potenziale rispetto alla prospettiva che delineavo prima. Un altro limite che evidentemente ci interessa direttamente è quello dei movimenti e delle lotte sociali, del rifiuto della logica dei blocchi che non caratterizza soltanto la politica internazionale, ma ha delle ricadute estremamente precise all’interno dei singoli spazi. Da questo punto di vista bisogna leggere insieme Caracas e Minneapolis. Bisogna leggere insieme il tentativo per quel che riguarda gli Stati uniti di ricostruire una sfera di influenza all’esterno, il primo luogo nell’emisfero occidentale, e una riorganizzazione violentemente autoritaria, con elementi di vero e proprio fascismo, dei rapporti sociali all’interno. Tutto questo incontra un limite nell’azione dei movimenti e speriamo che questo limite si consolidi. L’economia statunitense non sembra decollare così come aveva preannunciato Trump: le tariffe verso gli Stati esteri non sembrano spingere l’industrializzazione interna, ma solo i prezzi, l’economia è trainata principalmente dall’IA che rischia di diventare una bolla finanziaria, i tagli ai servizi sociali e a Medic Aid rischiano di indebolire la parte già povera della popolazione. In che modo a tuo parere questa situazione economico-sociale a due anni dall’insediamento può condizionare la traiettoria di questa seconda amministrazione Trump e in generale, la crisi interna agli Usa può essere utile per interpretare il trumpismo? L’anno scorso anno durante la campagna presidenziale Trump è stato spesso interpretato come isolazionista. Credo invece che questo primo anno della sua seconda presidenza dimostri l’impossibilità dell’isolazionismo. Guardando alla storia degli Stati uniti, si è sempre utilizzata la dicotomia isolazionismo/internazionalismo, o globalismo. Mi pare che Trump sia decisamente oltre questa dicotomia. Da questo punto di vista è un esercizio utile leggere la Strategia di interesse nazionale presentata dall’amministrazione Trump lo scorso mese di novembre, dove viene effettivamente criticato il globalismo delle precedenti amministrazioni statunitensi ma non certo in una prospettiva isolazionista. Credo che in questa critica del globalismo si possa leggere tra le righe la consapevolezza della crisi dell’egemonia globale statunitense, la consapevolezza del fatto che per gli Stati uniti non è più possibile esercitare egemonia a livello globale, ma da questo punto di vista non deriva certo un’opzione isolazionista. Al contrario l’obiettivo che quel documento pone, che abbiamo visto concretamente in atto a Caracas all’inizio di gennaio, è quello di ricostruire gli spazi della proiezione di potenza politica, economica, militare, finanziaria degli Stati uniti. Spazi grandi, ma che non coincidono appunto con il mondo, con il mercato mondiale nella sua intera estensione. Dentro questo tipo di prospettiva può esserci indubbiamente una contraddizione con una parte dell’elettorato di Trump, dell’elettorato Maga, che invece in qualche modo aveva creduto alla prospettiva di un ripiegamento della politica statunitense sull’interno. Giustamente nella domanda viene detto che non si vedono segni di quella reindustrializzazione degli Stati uniti su cui Trump ha tanto insistito. Io devo dire che ho sempre trovato la prospettiva della reindustrializzazione molto retorica. Non ho mai creduto molto a questa prospettiva per un insieme di ragioni, ma in ogni caso anche volendo lavorare in quel senso sono necessari anni. Non è che l’imposizione di dazi immediatamente produca il rimpatrio delle produzioni industriali che sono state disseminate in giro per il mondo negli ultimi decenni. Allora da questo punto di vista senz’altro Trump può andare incontro a dei problemi di consenso, anzi tutti i sondaggi che circolano in vista delle elezioni di Midterm di novembre sembrano dimostrarlo. Contemporaneamente, e forse anche con una consapevolezza di queste difficoltà, assistiamo a un avanzamento sul terreno del consolidamento di un dominio autoritario, di un dominio che mostra elementi che possiamo definire tranquillamente fascisti. Allora in questo scatto tra un consenso che si indebolisce e un rafforzamento degli elementi autoritari, nello stile e nella forma del governo, possiamo effettivamente vedere qualcosa di importante dell’America di Trump. L’Ice sta diventando sempre più una milizia direttamente al servizio del potere esecutivo presidenziale. Gli investimenti sull’Ice sono superiori agli investimenti sui Marines. Si prevede nei quattro anni di questa amministrazione che gli effettivi dell’Ice vengano quadruplicati, e per quello che si legge i criteri di reclutamento degli agenti dell’Ice sono criteri di reclutamento essenzialmente ideologici. Quello che viene richiesto è l’adesione al progetto trumpiano. Allora dentro questo tipo di scenario certamente è importante guardare all’indebolimento del consenso di Trump nel suo elettorato, ma è molto importante guardare anche ai movimenti che si oppongono direttamente a questa svolta autoritaria. E d’altro canto sappiamo che negli Stati uniti, soprattutto nelle grandi metropoli, si stanno sviluppando dei movimenti di resistenza che incidono anche sul terreno istituzionale, che coinvolgono anche le istituzioni municipali e statali, come nel caso di Zohran Mamdani a New York, ma anche delle dichiarazioni del sindaco di Minneapolis nei giorni seguenti all’uccisione di Renee Good sono molto significative. Credo che poi dietro a questo insieme di domande che ci poniamo ce ne sia una che diventa sempre più ineludibile, e cioè qual è il tipo di capitalismo che le politiche di Trump stanno in qualche modo favorendo, stanno contribuendo a strutturare. Da questo punto di vista a me sembra che si stiano delineando all’orizzonte delle trasformazioni abbastanza profonde anche rispetto a tutti i nostri dibattiti sul capitalismo contemporaneo degli ultimi anni, degli ultimi decenni. Quali sono gli attori capitalistici, le frazioni di capitale, per usare il lessico di Marx, che sono favorite dalle politiche di Trump? Questa è una domanda che credo ci si debba fare e, insomma, cominciando semplicemente a dare un’indicazione, penso che sia sempre più evidente che il capitalismo trumpiano, per usare questa formula, sia prima di tutto caratterizzato da processi di gigantesca concentrazione del capitale, processi che assumono forme tendenzialmente monopolistiche. Le Big tech, da questo punto di vista, sono forse l’esempio paradigmatico, però questo è un passaggio significativo. Se si pensa anche a un concetto come quello del neoliberalismo, che abbiamo a lungo utilizzato e che si continua spesso a utilizzare, questo in tutte le sue correnti di teoria economica e sociale non è compatibile con i monopoli. In alcuni testi recenti affermi la necessità di riprendere criticamente il concetto di imperialismo per indagare le tendenze del capitalismo globale all’interno del mondo multipolare. Sebbene gli ultimi eventi sembrino confermare questa necessità, c’è tuttavia il pericolo che il recupero di questo concetto finisca per alimentare posizioni politicamente discutibili come quelle “campiste”. In che modo questa categoria può aiutare a mostrare la varietà e la differenza tra gli imperialismi attuali e come questo può rafforzare la crescita di una nuova prospettiva internazionalista? Credo di essere stato tra i primi in Italia a scrivere criticamente sul campismo. Tanto è vero che c’erano amici e compagni che mi chiedevano se mi ero inventato quella parola, che invece avevo ripreso ovviamente da dibattiti che da molti anni si svolgono in altre parti del mondo. Per me la critica del campismo continua a essere fondamentale. Ed è vero che in diverse parti del mondo l’antimperialismo assume molto spesso la forma del campismo, ovvero la forma della ricerca di potenze alternative a un imperialismo che si considera sinonimo di Stati uniti d’America. Ciò detto, il concetto stesso di imperialismo è un concetto fortemente politico, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Però ha anche una componente analitica. Guardando la componente analitica del concetto di imperialismo è un po’ difficile non vedere il ritorno dell’imperialismo in quello che accade nel mondo oggi. Trump fa continuamente riferimento a quello che gli storici chiamano il momento imperialista nella storia degli Stati uniti, il momento letteralmente imperialista, cioè quella tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900: la guerra ispano-americana, la conquista delle Filippine, eccetera. Nel discorso di insediamento ha citato McKinley, cioè il presidente che ha condotto la guerra ispano-americana. Quando nel documento sulla sicurezza nazionale viene citato il corollario Trump alla dottrina Monroe si fa un riferimento diretto all’unico altro coronario alla dottrina Monroe, cioè il coronario di Theodor Roosevelt del 1904, che l’ha interpretata in senso interventista. Quindi l’imperialismo è una tendenza oggettivamente dispiegata oggi. Lo riconoscono i grandi giornali statunitensi come il New York Times, il Wall Street Journal e d’altro canto quello che dicevo poco fa a proposito della concentrazione monopolistica del capitale è un altro elemento che non possiamo non ricondurre alle teorie classiche dell’imperialismo d’inizio del novecento, da John Hobson a Lenin. Insomma come ripeto a me sembra che la tendenza imperialista sia oggettivamente in campo e si tratta di mettere in evidenza i limiti contro cui si scontra. Io scrivo e lavoro molto con Michael Hart, co-autore insieme a Tony Negri di «Impero», un libro in cui si sosteneva che l’imperialismo era finito. Con Michael cerchiamo di comprendere in che modo possiamo fare i conti con il suo ritorno. Cerchiamo di comprendere se questo ritorno è un ritorno spettrale, quindi inconsistente da un punto di vista strutturale, o se invece segnala appunto delle trasformazioni radicali che sono intervenute all’interno del capitalismo. Certamente quello che dicevo all’inizio a proposito di spazi del capitale che sono in tensione con la logica dei blocchi, che oggi mi sembra essere la logica dell’imperialismo, è estremamente importante anche da questo punto di vista. Faccio un esempio concreto che forse fa capire meglio quello che intendo. L’iniziativa militare in Venezuela, e più in generale la riorganizzazione della proiezione di potenza statunitense verso l’America Latina, ha evidentemente come uno dei suoi obiettivi quello di espellere altre potenze da quella del mondo. Di nuovo la strategia di difesa nazionale del novembre dello scorso anno lo dice esplicitamente: tra queste potenze sicuramente quella più rilevante è la Cina. Noi guardiamo al Venezuela e vediamo che l’intervento cinese si è concretizzato attraverso la leva finanziaria con l’obiettivo di acquisire materie prime, in primo luogo petrolio. Se c’è un accordo di carattere commerciale per l’acquisizione di materie prime, uno può pensare che questo accordo possa essere in modo relativamente facile dismesso. Ma la presenza cinese in America Latina ha avuto anche altre direttrici di sviluppo, in particolare attraverso la progettazione e la costruzione di grandi infrastrutture. Nell’ottobre/novembre del 2024 è stato inaugurato un enorme porto container a Chancay, 100 km circa a nord di Lima, in Peru, in un paese che è stato sostanzialmente fuori, a parte una breve parentesi, dal ciclo dei governi progressisti in America Latina di questi ultimi 25 anni. Il porto di Chancay sta rivoluzionando le rote del commercio tra America latina e non soltanto Cina, ma Asia orientale, Asia Pacifico, Oceania. È difficile pensare di cancellare una grande opera infrastrutturale come questa. E spero che l’esempio, che è un esempio anche molto attuale, dia il senso di quello che intendo quando parlo di spazi del capitale, che è difficile ricondurre la logica territoriale dei blocchi. Da questo punto di vista effettivamente il concetto di imperialismo deve essere utilizzato criticamente con cautela, da una parte riconoscendo la presenza di una tendenza imperialista molto forte, in particolare negli Stati Uniti, e dall’altra però cercando di guardare ai limiti che sono posti, per dirla con una formula sintetica, dai processi globali che, come dicevo prima, continuano a strutturare il mondo che abitiamo. D’altro canto, torniamo alla questione del campismo: l’imperialismo oggi si declina necessariamente al plurale Non è che ci siano soltanto gli Stati Uniti che hanno una politica imperialista, ed è piuttosto difficile non applicare il concetto di imperialismo alla Russia per esempio. Anche guardando alla Cina, se insistiamo sulla componente analitica del concetto di imperialismo, qualcosa vediamo. Pensate a Lenin, che dice che il tipico dell’imperialismo non è l’export di merci, ma è l’export di capitale. Il progetto Belt and Road Initiative, la cosiddetta Nuova via della setta, non può essere, secondo me, definito polemicamente come un progetto imperialista, però senz’altro è un progetto finalizzato all’esportazione di capitale. Allora tu capisci che il punto è battersi contro le logiche imperialiste ovunque le si incontra, e non pensare che l’imperialismo continui ad essere sinonimo gli Stati Uniti dell’America. È un punto, secondo me, importante per ripensare l’internazionalismo, un problema che credo sia, diciamo, drammaticamente aperto di fronte a tutti noi. Poi magari anche il nome internazionalismo è un nome che per molti versi non ci soddisfa, che pone una serie di problemi, però senz’altro ci continua a indicare un orizzonte di ricerca e di sperimentazione fondamentale. Nell’attuale scenario del regime di guerra globale, l’Europa è entrata in una crisi radicale. Ci chiediamo a quali condizioni oggi quello europeo può continuare ad essere uno spazio politico per i movimenti sociali. E in che modo, il “dualismo di potere” di cui parlavate con Brett Neilson in “Operazioni del capitale”, può essere pensato nella crisi politica europea? Per me è effettivamente molto importante il riferimento al dualismo di potere. Lavorando con Brett, abbiamo cercato di offrirne una lettura teorica che andasse al di là di quella geniale ma storicamente determinata offerta da Lenin del 1916. Per Lenin il punto era rompere il dualismo di potere che si era venuto delineando all’indomani della rivoluzione di febbraio in Russia. Per noi il dualismo di potere è invece il nome di una situazione che si tratta di pensare sul medio-lungo periodo, il nome di una situazione di cui si tratta di immaginare una stabilizzazione perfino istituzionale. Dualismo di potere significa che da una parte c’è un piano istituzionale, un piano di governo in primo luogo definito formalmente, e dall’altra parte c’è un piano di azione, politica e sociale, che mantiene la sua autonomia anche quando si dialettizza in condizioni favorevoli con il piano del governo. Credo che sia uno schema da elaborare e soprattutto da verificare praticamente, che però continua ad avere una sua attualità dal punto di vista della riflessione sul metodo della trasformazione sociale. Vedere, quanto meno forme embrionali, il dualismo di potere in Europa oggi è però molto difficile. Noi dobbiamo essere consapevoli che negli ultimi quattro anni, dall’invasione russa dell’Ucraina, la stessa Unione europea è stata violentemente attraversata da processi di destrutturazione che ne hanno indebolito la capacità d’azione. Ora naturalmente ci vorrebbe tempo per descrivere questa destrutturazione, però ci si può limitare a osservare che c’è stato un appiattimento della politica europea sulla politica statunitense, e dunque sulla Nato, nel momento in cui la politica statunitense e la Nato erano trainate dall’azione dell’amministrazione Biden. Nel momento in cui è cambiata l’amministrazione è entrato in gioco un attore imprevedibile come Trump, e che vediamo ogni giorno nella politica europea è un sostanziale spaesamento a cui corrisponde una sostanziale incapacità di azione. E a surrogare questa incapacità di azione interviene l’imperativo del riarmo e dunque di un allineamento dell’Europa rispetto a tendenze generali che riguardano certamente gli Stati Uniti, Israele anche ovviamente la Russia e la Cina. Quella che appare completamente cancellata è l’originalità europea, la capacità europea. Abbiamo parlato tanto negli anni scorsi insomma di proporre un’elaborazione di quella che è stata la sua storia, la sua storia coloniale in particolare, nella prospettiva di definire forme nuove, originali di mediazione non bellica. È un tema su cui ha scritto per esempio Etienne Balibar. Questa cosa sembra essere oggi del tutto cancellata in una situazione in cui l’Europa rischia di essere completamente spiazzata, messa ai margini all’interno di processi che stanno ridefinendo complessivamente gli spazi globali. Certamente da questo punto di vista possiamo pensare che ci siano anche delle parti delle élite europee, per chiamarle così, che vivono con difficoltà angoscia questa situazione. Allora quello che in termini molto generali si può immaginare è lo sviluppo di movimenti sociali che sappiano reinventare lo spazio europeo, e che eventualmente possano anche determinare dei punti di convergenza con forze politiche, forze economiche e di nuovo frazioni di capitale che abbiano un interesse a produrre un’innovazione sostanziale in Europa, un’innovazione politica capace appunto di ridare un senso allo spazio europeo. Come possiamo interpretare la rivolta in Iran che si sta svolgendo in questi giorni, dal momento in cui l’insurrezione sociale che emerge dal basso si accompagna con questa idea per cui un intervento statunitense militare possa rovesciare il regime? Sì certo, l’analisi del momento non può che partire dalle immagini sconvolgenti, dalle notizie sconvolgenti che ci arrivano dall’Iran, non può che partire dalle centinaia di morti e non può che partire non direi neppure dalla solidarietà, direi dall’empatia con le donne, gli uomini che si stanno sollevando in Iran e che stanno lottando contro un regime odioso per conquistare spazi di libertà e di uguaglianza. Questo mi sembra il primo punto non retorico ma politicamente decisivo. Mi viene chieste come si può interpretare l’atteggiamento di Trump. Non credo che sia difficile proporre una lettura, nel senso che nella prospettiva che, in termini molto generali, definivo di formazione di nuovi blocchi, chiaramente l’Asia occidentale o Medio Oriente è fondamentale. E in quella regione del mondo è Israele che, attraverso la sua proiezione di potenza resa possibile in qualche misura anche dal genocidio a Gaza, deve incaricarsi di funzionare diciamo da pepolo dentro un rapporto tutt’altro che scontato ma fondamentale con le monarchie del golfo e certamente la caduta del regime degli Ayatollah da questo punto di vista sarebbe senz’altro benvenuta. La caduta oppure la trasformazione magari secondo il modello che si intuisce, io sono molto cauto perché poi è difficile avere delle notizie affidabili, precise, che permettano di comprendere quello che accade in Venezuela, tanto più quello che accade in Iran. Ora che cosa ne consegue? Beh, ne consegue che oggi la dimensione regionale o la dimensione che, con un termine che cerco di usare il meno possibile, possiamo chiamare geopolitica, è comunque fondamentale anche dentro i movimenti sociali, dentro i movimenti di insorgenza. I compagni e le compagne iraniane con cui da tempo ho un rapporto costante, soprattutto in Francia e in Italia, lo sottolineano ad esempio nella critica alla ipotesi di una restaurazione monarchica. Certo non è per nulla semplice fare seguire a questa affermazione di carattere generale delle indicazioni pratiche. D’altro canto sono l’ultima persona che può dare delle indicazioni a chi sta rischiando la vita in questi giorni in Iran. Però certamente guardando all’Iran, in particolare all’accumulazione di pratiche, di esperienze, di comportamenti insubordinati, che si è determinata negli ultimi anni, che ha trovato un momento di grande visibilità con il movimento “Donna Vita Libertà” ma che ha una storia ben precedente, non può che essere il terreno a partire dal quale guardare alla possibilità di costruire delle forme politiche capaci di liberare l’Iran e la sua gente, e contemporaneamente evitare di agevolare la svolta favorevole a Israele e agli Stati Uniti. Anche qui c’è un po’ la possibilità di far lavorare questo schema del dualismo di potere di cui parlavo prima. Però parlare di dualismo di potere in una situazione come quella iraniana di questi giorni, di queste settimane significa porsi anche il problema del consolidamento del livello sociale di potere, il consolidamento politico attraverso l’istituzione, l’invenzione, l’istituzione di forme politiche che garantiscano durata ed efficacia a quella potenza che vediamo di spiegata nelle strade. La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mezzadra: «La guerra è lo strumento con cui si stanno formando i nuovi blocchi imperialisti» proviene da DINAMOpress.
January 23, 2026
DINAMOpress
Avvoltoi su Caracas
Articolo di Lucy Dean Stockton, Veronica Riccobene Nell’anno che ha preceduto l’invasione del Venezuela da parte dell’amministrazione Trump, le corporation che avrebbero tratto vantaggio dal cambio di regime sostenuto dagli Stati uniti nel paese, tra di essi magnati dei combustibili fossili, creditori internazionali e società di criptovalute, hanno speso centinaia di migliaia di dollari facendo pressioni sull’amministrazione Trump sul Venezuela, anche a proposito del loro accesso economico alla nazione ricca di risorse. I giganti del petrolio e del gas Shell, Phillips 66 e Chevron hanno dichiarato, come emerge da documenti relativi ai primi tre trimestri del 2025, di aver fatto pressioni sul Dipartimento del Tesoro in merito alle sanzioni venezuelane o alle licenze rilasciate dal suo Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri (Ofac). Le licenze Ofac sono di fatto redditizie deroghe commerciali che aggirano le sanzioni economiche imposte dagli Stati uniti. Chevron è attualmente l’unica azienda con sede negli Stati uniti a godere di una deroga generale che concede all’azienda di combustibili fossili il permesso di operare ampiamente nei vasti giacimenti petroliferi del Venezuela, che rappresentano circa il 17% dell’offerta mondiale. Le dichiarazioni presentate per conto di Mare Finance Investment Holdings, un creditore con sede in Irlanda, confermano che l’azienda ha speso 240.000 dollari in attività di lobbying nei primi tre trimestri del 2025 su una singola questione: «Interesse per la licenza Ofac allo scopo di far valere una parte di un lodo sui beni venezuelani». Ciò significa che è probabile che la società stia cercando il permesso degli Stati uniti per operare nel paese, in modo da poter ottenere il risarcimento dovuto dal governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nel 2017, mesi prima che il Venezuela, alle prese con le sanzioni statunitensi e la crisi economica, smettesse di pagare decine di miliardi di dollari in obbligazioni, i documenti del tribunale mostrano che Mare Finance ha speso 115 milioni di dollari per acquisire i diritti su un risarcimento non pagato di oltre 500 milioni di dollari che il governo venezuelano doveva a un importante produttore di vetro per la nazionalizzazione di due fabbriche di vetro in cui l’azienda aveva investito. Un lobbista di Mare Finance non ha risposto alla richiesta di commento. The Lever ha scritto di recente che le aziende si sono rivolte sempre più spesso al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca mondiale, che dirime le vertenze tra investitori privati e nazioni sovrane, per ottenere un risarcimento finanziario dallo Stato del Venezuela per la nazionalizzazione di settori chiave e i danni causati dall’instabilità interna. Il tribunale è stati criticato per aver dato priorità agli interessi degli investitori rispetto a quelli delle nazioni sovrane . Ad esempio, poche settimane prima dell’invasione del Venezuela da parte di Donald Trump, l’operatore di piattaforme petrolifere statunitense Halliburton ha intentato una causa presso la corte arbitrale chiedendo al Venezuela di rimborsare all’azienda 200 milioni di dollari di perdite presumibilmente subite per aver rispettato le sanzioni statunitensi che ne bloccavano le operazioni nel paese. Anche la Blockchain Association, importante gruppo di scambio di criptovalute, ha fatto pressione sul governo venezuelano, con documenti che rivelano che l’associazione ha fatto pressioni sulla Casa bianca e sul Congresso su un disegno di legge bipartisan del 2025 che limiterebbe ulteriormente le relazioni finanziarie degli Usa con il governo Maduro, comprese quelle che coinvolgono le criptovalute. Secondo quanto riferito, il Venezuela avrebbe accettato valute digitali come pagamento per le vendite di petrolio per eludere le sanzioni statunitensi. La Blockchain Association non ha risposto alla richiesta di commento. *Veronica Riccobene è una giornalista del Lever e vive Washington. Si occupa di dirette televisive, long form e video, oltre che di reportage. Lucy Dean Stockton è una giornalista del Lever e vive a New York. Il suo lavoro si concentra sulla privatizzazione. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, pluripremiata testata giornalistica indipendente e investigativa, e poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Avvoltoi su Caracas proviene da Jacobin Italia.
January 9, 2026
Jacobin Italia
Trump e il dominio sull’emisfero occidentale
«Le forze armate degli Stati Uniti hanno eseguito un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela»: ha iniziato così la conferenza stampa il Presidente Trump. Continuando poi con la sua prosopopea di aggettivi superlativi, ha definito l’azione militare straordinaria, potente, spettacolare, forte, perfetta e la prima di questo tipo dalla Seconda guerra mondiale. Dall’invasione dell’Ucraina in poi, i potenti del mondo ci hanno abituato ai ripetuti richiami alla Seconda guerra mondiale: lo ha utilizzato più volte Putin alludendo alla necessità di “de-nazificare l’Ucraina», sono stati ripresi a rovescio da tutti i leader europei («non c’è mai stata una guerra sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale», dimenticando volutamente la guerra nell’ex-Jugoslavia). Così come sul genocidio in Palestina le similitudini con il nazismo sono state abbondanti. E ora, ancora una volta, nella terza frase della sua conferenza stampa, Trump ritorna sulla Seconda guerra mondiale. E non è un caso: è chiaro che l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, già traballante, è ormai crollato, preso a picconate prima da Putin, e distrutto definitivamente da Israele e dall’inazione di fronte al genocidio a Gaza, dalla derisione della Corte internazionale di giustizia e dell’Assemblea generale delle Nazione Unite e dalle condizioni in cui ancora oggi sopravvivono i e le Palestinesi dopo “il cessate il fuoco”. E forse nel corso di questo anno, ci accingiamo a vedere la cessazione formale di alcune di queste istituzioni internazionali nate dopo quel conflitto. IL DOMINIO STATUNITENSE NELL’EMISFERO OCCIDENTALE Le parole di Trump vanno ascoltate e prese molto sul serio: «il dominio americano sull’emisfero occidentale non sarà più messo in questione», «siamo tornati a essere un paese rispettato», con l’esercito più potente del mondo e gli armamenti più forti. Sono finiti gli anni di Jimmy Carter e dell’imbarazzante esperienza afghana – ha spiegato ancora Trump – nominando il presidente che ha riconsegnato il canale di Panama al Paese di appartenenza. «La dottrina Monroe è stata una cosa importante» e, anche se è stata dimenticata per un certo periodo, «non la dimenticheremo più». E come se nulla fosse, Trump richiama esplicitamente la strategia statunitense che ha finanziato, supportato e diretto colpi di stato, regimi dittatoriali e militari, uccisioni e torture delle opposizioni di sinistra e socialiste in tutta l’America Latina. L’attacco diretto al Venezuela, il rapimento del suo Presidente e di sua moglie, l’uccisione di almeno quaranta persone, sono rivendicate con forza dal Presidente come strategia di sicurezza degli Stati Uniti. E ha anche chiarito che questo potrebbe accadere di nuovo. Trump ha spiegato che Cuba potrebbe cadere ora che non ha più il supporto del petrolio venezuelano, strangolata dalla povertà causata da decenni di sanzioni sempre più dure. Allo stesso tempo ha minacciato la Colombia accusando il Presidente Petro di essere anche lui connivente con il narcotraffico, similmente trattando la Presidente del Messico Sheinbaum. Trump non nega niente, non trova scuse alla sua politica estera, la nomina per quello che è: «il dominio degli Stati Uniti» per proteggere il suo commercio, territorio e risorse. Anche qui una chiarezza spietata. L’era delle istituzioni neo/liberali è finita, distrutte sotto il peso di chi le aveva costruite e organizzate per la propria egemonia mondiale. > Nel suo discorso il Presidente Usa non nomina mai la democrazia o i diritti > umani, al contrario di quanto avvenne nel 2001, quando per giustificare la > guerra in Afghanistan si costruì un’impalcatura retorica di diritti umani ed > esportazione della democrazia, legata strettamente alla “liberazione” delle > donne afghane, ripetuta in maniera peggiore per la guerra in Iraq, insieme > alle falsità sulle armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti all’epoca riunirono intorno a sé una larghissima alleanza, che superava i confini del blocco occidentale, apice e inizio della fine della loro egemonia sul mondo. È interessante notare come Trump, in effetti, utilizzi il termine dominio e non egemonia quando parla della nuova posizione nel mondo degli Usa. Gramsci differenzia la supremazia di un gruppo sociale in due modi: come “dominio” o come “direzione intellettuale e morale”. Gli Stati Uniti caduto il blocco comunista hanno esteso la propria egemonia sul mondo, nel senso gramsciano di direzione intellettuale e morale, e costruito consenso, anche tramite l’espansione delle istituzioni internazionali e delle Convenzioni sui diritti. Un’egemonia nei confronti degli stati alleati, sempre supportata dalla forza nei confronti di chi alleato non era, sia all’interno del paese che nello scacchiere internazionale. Oggi Trump parla di dominio nel solo emisfero occidentale, perché al di fuori di esso la Cina e altre potenze regionali sono pronte a competere per la propria supremazia. Non cerca più di costruire un consenso ampio e quindi dichiara apertamente che l’obiettivo è il controllo sull’industria del petrolio venezuelano e che per questo saranno gli Usa a occuparsi direttamente della transizione di governo. Il dominio e l’uso sconsiderato della forza lo abbiamo visto dispiegato prima di tutto nei confronti del nemico interno: la popolazione migrante, perseguitata dall’ICE, con raid fin dentro le scuole, deportata in catene, messa in prigione, in spregio del diritto nazionale e internazionale, delle istituzioni cittadine e della stessa polizia locale. La stessa logica ha guidato “la tregua” tra Israele e Gaza, dove i e le Palestinesi vengono lasciati morire di freddo dentro le tende sotto l’acqua. E ora il Venezuela. WHAT’S NEXT? L’Unione Europea è silente di fronte l’arroganza statunitense. Le istituzioni europee e i leader dei singoli paesi hanno detto poco o, come il governo Meloni, apertamente supportato l’azione statunitense. E allo stesso tempo è partita la macchina di propaganda che fa vedere comunità venezuelane in giro per il mondo che festeggiano la caduta di Maduro, con articoli che lo descrivono come un dittatore sanguinario. Certo sono lontani, lontanissimi, i tempi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, con cui Chávez, Kirchner e Castro fermavano gli accordi di libero scambio con gli Usa e siglavano un patto di cooperazione tra i Paesi. Oggi gli Stati Uniti minacciano apertamente tutti gli stati latino-americani non allineati di fronte al silenzio del mondo. Del resto, Israele ha bombardato per mesi Gaza, senza che i governi occidentali prendessero parola. Alzare la voce contro l’atto di guerra e il rapimento di Maduro non significa sposare tutto il suo programma politico. E soprattutto la questione che abbiamo di fronte non è cosa abbia fatto o meno il governo del Venezuela, ma l’atto di guerra portato avanti impunemente dal governo degli Stati Uniti. Non possiamo permettere che crimini, violenze e atti di sopraffazione – o addirittura un genocidio – avvengano nel silenzio delle società e dei popoli del mondo. È oggi più necessario che mai opporsi ai governi reazionari, illiberali e fascisti e al loro programma guerrafondaio per il mondo. La copertina è tratta da Wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Trump e il dominio sull’emisfero occidentale proviene da DINAMOpress.
January 5, 2026
DINAMOpress
#Trump e l'#imperialismo USA. Il prossimo step? #Cuba Quanto accaduto la scorsa notte in #Venezuela con i bombardamenti terroristici USA, il sequestro e la deportazione del presidente Nicolàs Maduro non è solo l'ennesimo crimine globale di Washington. E' l'annuncio di una nuova dottrina Monroe 2.0 o forse meglio la dottrina Trump sulla "colonia latinoamericana" degli Stati Uniti d'America.
January 4, 2026
Antonio Mazzeo