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Avvoltoi su Caracas
Articolo di Lucy Dean Stockton, Veronica Riccobene Nell’anno che ha preceduto l’invasione del Venezuela da parte dell’amministrazione Trump, le corporation che avrebbero tratto vantaggio dal cambio di regime sostenuto dagli Stati uniti nel paese, tra di essi magnati dei combustibili fossili, creditori internazionali e società di criptovalute, hanno speso centinaia di migliaia di dollari facendo pressioni sull’amministrazione Trump sul Venezuela, anche a proposito del loro accesso economico alla nazione ricca di risorse. I giganti del petrolio e del gas Shell, Phillips 66 e Chevron hanno dichiarato, come emerge da documenti relativi ai primi tre trimestri del 2025, di aver fatto pressioni sul Dipartimento del Tesoro in merito alle sanzioni venezuelane o alle licenze rilasciate dal suo Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri (Ofac). Le licenze Ofac sono di fatto redditizie deroghe commerciali che aggirano le sanzioni economiche imposte dagli Stati uniti. Chevron è attualmente l’unica azienda con sede negli Stati uniti a godere di una deroga generale che concede all’azienda di combustibili fossili il permesso di operare ampiamente nei vasti giacimenti petroliferi del Venezuela, che rappresentano circa il 17% dell’offerta mondiale. Le dichiarazioni presentate per conto di Mare Finance Investment Holdings, un creditore con sede in Irlanda, confermano che l’azienda ha speso 240.000 dollari in attività di lobbying nei primi tre trimestri del 2025 su una singola questione: «Interesse per la licenza Ofac allo scopo di far valere una parte di un lodo sui beni venezuelani». Ciò significa che è probabile che la società stia cercando il permesso degli Stati uniti per operare nel paese, in modo da poter ottenere il risarcimento dovuto dal governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nel 2017, mesi prima che il Venezuela, alle prese con le sanzioni statunitensi e la crisi economica, smettesse di pagare decine di miliardi di dollari in obbligazioni, i documenti del tribunale mostrano che Mare Finance ha speso 115 milioni di dollari per acquisire i diritti su un risarcimento non pagato di oltre 500 milioni di dollari che il governo venezuelano doveva a un importante produttore di vetro per la nazionalizzazione di due fabbriche di vetro in cui l’azienda aveva investito. Un lobbista di Mare Finance non ha risposto alla richiesta di commento. The Lever ha scritto di recente che le aziende si sono rivolte sempre più spesso al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca mondiale, che dirime le vertenze tra investitori privati e nazioni sovrane, per ottenere un risarcimento finanziario dallo Stato del Venezuela per la nazionalizzazione di settori chiave e i danni causati dall’instabilità interna. Il tribunale è stati criticato per aver dato priorità agli interessi degli investitori rispetto a quelli delle nazioni sovrane . Ad esempio, poche settimane prima dell’invasione del Venezuela da parte di Donald Trump, l’operatore di piattaforme petrolifere statunitense Halliburton ha intentato una causa presso la corte arbitrale chiedendo al Venezuela di rimborsare all’azienda 200 milioni di dollari di perdite presumibilmente subite per aver rispettato le sanzioni statunitensi che ne bloccavano le operazioni nel paese. Anche la Blockchain Association, importante gruppo di scambio di criptovalute, ha fatto pressione sul governo venezuelano, con documenti che rivelano che l’associazione ha fatto pressioni sulla Casa bianca e sul Congresso su un disegno di legge bipartisan del 2025 che limiterebbe ulteriormente le relazioni finanziarie degli Usa con il governo Maduro, comprese quelle che coinvolgono le criptovalute. Secondo quanto riferito, il Venezuela avrebbe accettato valute digitali come pagamento per le vendite di petrolio per eludere le sanzioni statunitensi. La Blockchain Association non ha risposto alla richiesta di commento. *Veronica Riccobene è una giornalista del Lever e vive Washington. Si occupa di dirette televisive, long form e video, oltre che di reportage. Lucy Dean Stockton è una giornalista del Lever e vive a New York. Il suo lavoro si concentra sulla privatizzazione. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, pluripremiata testata giornalistica indipendente e investigativa, e poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Avvoltoi su Caracas proviene da Jacobin Italia.
Trump e il dominio sull’emisfero occidentale
«Le forze armate degli Stati Uniti hanno eseguito un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela»: ha iniziato così la conferenza stampa il Presidente Trump. Continuando poi con la sua prosopopea di aggettivi superlativi, ha definito l’azione militare straordinaria, potente, spettacolare, forte, perfetta e la prima di questo tipo dalla Seconda guerra mondiale. Dall’invasione dell’Ucraina in poi, i potenti del mondo ci hanno abituato ai ripetuti richiami alla Seconda guerra mondiale: lo ha utilizzato più volte Putin alludendo alla necessità di “de-nazificare l’Ucraina», sono stati ripresi a rovescio da tutti i leader europei («non c’è mai stata una guerra sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale», dimenticando volutamente la guerra nell’ex-Jugoslavia). Così come sul genocidio in Palestina le similitudini con il nazismo sono state abbondanti. E ora, ancora una volta, nella terza frase della sua conferenza stampa, Trump ritorna sulla Seconda guerra mondiale. E non è un caso: è chiaro che l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, già traballante, è ormai crollato, preso a picconate prima da Putin, e distrutto definitivamente da Israele e dall’inazione di fronte al genocidio a Gaza, dalla derisione della Corte internazionale di giustizia e dell’Assemblea generale delle Nazione Unite e dalle condizioni in cui ancora oggi sopravvivono i e le Palestinesi dopo “il cessate il fuoco”. E forse nel corso di questo anno, ci accingiamo a vedere la cessazione formale di alcune di queste istituzioni internazionali nate dopo quel conflitto. IL DOMINIO STATUNITENSE NELL’EMISFERO OCCIDENTALE Le parole di Trump vanno ascoltate e prese molto sul serio: «il dominio americano sull’emisfero occidentale non sarà più messo in questione», «siamo tornati a essere un paese rispettato», con l’esercito più potente del mondo e gli armamenti più forti. Sono finiti gli anni di Jimmy Carter e dell’imbarazzante esperienza afghana – ha spiegato ancora Trump – nominando il presidente che ha riconsegnato il canale di Panama al Paese di appartenenza. «La dottrina Monroe è stata una cosa importante» e, anche se è stata dimenticata per un certo periodo, «non la dimenticheremo più». E come se nulla fosse, Trump richiama esplicitamente la strategia statunitense che ha finanziato, supportato e diretto colpi di stato, regimi dittatoriali e militari, uccisioni e torture delle opposizioni di sinistra e socialiste in tutta l’America Latina. L’attacco diretto al Venezuela, il rapimento del suo Presidente e di sua moglie, l’uccisione di almeno quaranta persone, sono rivendicate con forza dal Presidente come strategia di sicurezza degli Stati Uniti. E ha anche chiarito che questo potrebbe accadere di nuovo. Trump ha spiegato che Cuba potrebbe cadere ora che non ha più il supporto del petrolio venezuelano, strangolata dalla povertà causata da decenni di sanzioni sempre più dure. Allo stesso tempo ha minacciato la Colombia accusando il Presidente Petro di essere anche lui connivente con il narcotraffico, similmente trattando la Presidente del Messico Sheinbaum. Trump non nega niente, non trova scuse alla sua politica estera, la nomina per quello che è: «il dominio degli Stati Uniti» per proteggere il suo commercio, territorio e risorse. Anche qui una chiarezza spietata. L’era delle istituzioni neo/liberali è finita, distrutte sotto il peso di chi le aveva costruite e organizzate per la propria egemonia mondiale. > Nel suo discorso il Presidente Usa non nomina mai la democrazia o i diritti > umani, al contrario di quanto avvenne nel 2001, quando per giustificare la > guerra in Afghanistan si costruì un’impalcatura retorica di diritti umani ed > esportazione della democrazia, legata strettamente alla “liberazione” delle > donne afghane, ripetuta in maniera peggiore per la guerra in Iraq, insieme > alle falsità sulle armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti all’epoca riunirono intorno a sé una larghissima alleanza, che superava i confini del blocco occidentale, apice e inizio della fine della loro egemonia sul mondo. È interessante notare come Trump, in effetti, utilizzi il termine dominio e non egemonia quando parla della nuova posizione nel mondo degli Usa. Gramsci differenzia la supremazia di un gruppo sociale in due modi: come “dominio” o come “direzione intellettuale e morale”. Gli Stati Uniti caduto il blocco comunista hanno esteso la propria egemonia sul mondo, nel senso gramsciano di direzione intellettuale e morale, e costruito consenso, anche tramite l’espansione delle istituzioni internazionali e delle Convenzioni sui diritti. Un’egemonia nei confronti degli stati alleati, sempre supportata dalla forza nei confronti di chi alleato non era, sia all’interno del paese che nello scacchiere internazionale. Oggi Trump parla di dominio nel solo emisfero occidentale, perché al di fuori di esso la Cina e altre potenze regionali sono pronte a competere per la propria supremazia. Non cerca più di costruire un consenso ampio e quindi dichiara apertamente che l’obiettivo è il controllo sull’industria del petrolio venezuelano e che per questo saranno gli Usa a occuparsi direttamente della transizione di governo. Il dominio e l’uso sconsiderato della forza lo abbiamo visto dispiegato prima di tutto nei confronti del nemico interno: la popolazione migrante, perseguitata dall’ICE, con raid fin dentro le scuole, deportata in catene, messa in prigione, in spregio del diritto nazionale e internazionale, delle istituzioni cittadine e della stessa polizia locale. La stessa logica ha guidato “la tregua” tra Israele e Gaza, dove i e le Palestinesi vengono lasciati morire di freddo dentro le tende sotto l’acqua. E ora il Venezuela. WHAT’S NEXT? L’Unione Europea è silente di fronte l’arroganza statunitense. Le istituzioni europee e i leader dei singoli paesi hanno detto poco o, come il governo Meloni, apertamente supportato l’azione statunitense. E allo stesso tempo è partita la macchina di propaganda che fa vedere comunità venezuelane in giro per il mondo che festeggiano la caduta di Maduro, con articoli che lo descrivono come un dittatore sanguinario. Certo sono lontani, lontanissimi, i tempi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, con cui Chávez, Kirchner e Castro fermavano gli accordi di libero scambio con gli Usa e siglavano un patto di cooperazione tra i Paesi. Oggi gli Stati Uniti minacciano apertamente tutti gli stati latino-americani non allineati di fronte al silenzio del mondo. Del resto, Israele ha bombardato per mesi Gaza, senza che i governi occidentali prendessero parola. Alzare la voce contro l’atto di guerra e il rapimento di Maduro non significa sposare tutto il suo programma politico. E soprattutto la questione che abbiamo di fronte non è cosa abbia fatto o meno il governo del Venezuela, ma l’atto di guerra portato avanti impunemente dal governo degli Stati Uniti. Non possiamo permettere che crimini, violenze e atti di sopraffazione – o addirittura un genocidio – avvengano nel silenzio delle società e dei popoli del mondo. È oggi più necessario che mai opporsi ai governi reazionari, illiberali e fascisti e al loro programma guerrafondaio per il mondo. La copertina è tratta da Wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Trump e il dominio sull’emisfero occidentale proviene da DINAMOpress.
#Trump e l'#imperialismo USA. Il prossimo step? #Cuba Quanto accaduto la scorsa notte in #Venezuela con i bombardamenti terroristici USA, il sequestro e la deportazione del presidente Nicolàs Maduro non è solo l'ennesimo crimine globale di Washington. E' l'annuncio di una nuova dottrina Monroe 2.0 o forse meglio la dottrina Trump sulla "colonia latinoamericana" degli Stati Uniti d'America.
Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela
Durante la notte del 3 gennaio, le forze militari degli Stati uniti d’America hanno attaccato la capitale venezuelana con missili, incursioni aeree e “commando” militari aereo trasportati. Un atto di guerra illegale, avvenuto dopo mesi di escalation da parte del presidente Donald Trump, che l’ha giustificato come una presunta “guerra alla droga” per difendere gli Stati uniti: secondo questa teoria mai provata, il presidente venezuelano Nicolas Maduro sarebbe il presunto capo del “Cartel de los soles”, una organizzazione criminale dedita al narco-traffico. Allo stato attuale non si registrano nuovi attacchi, mentre Nicolas Maduro risulta essere stato rapito dall’esercito statunitense, insieme a sua moglie, e portato via dal Paese. > Con questa folle decisione, il commander-in-chief Donald Trump continua la > distruzione del diritto internazionale. L’attacco al Venezuela e il rapimento del suo presidente sono in diretta continuità con il bombardamento in Iran avvenuto a giugno scorso, i recenti bombardamenti in Siria e Nigeria, ma anche con il suo incrollabile sostegno al genocidio del popolo palestinese per mano del governo israeliano. Un modus operandi fondato non sulla ricerca di un consenso internazionale per la risoluzione pacifica dei conflitti, ma piuttosto sul rapporto di forza e sulla minaccia. L’attacco al Venezuela è infatti solo una conseguenza delle pesanti ingerenze di Trump nelle ultime elezioni latino americane. Proprio pochi mesi fa, per esempio, ha minacciato l’Argentina di ritorsioni economiche nel caso in cui Milei non avesse vinto la tornata elettorale di metà mandato. In altre parole, lì dove Trump non riesce a far passare la sua politica influenzando il gioco democratico, picchia con il bastone “democratico” dello zio Sam per ristabilire il suo dominio nel “cortile di casa”, e ovunque i suoi interessi lo richiedano. Ricordando l’esito fallimentare delle strategie omicide neo-coloniali ipocritamente denominate “export della democrazia” (Afghanistan docet), è chiaro che l’atto bellico di queste ultime ore non ha niente a che fare con la costruzione della democrazia. > Quella di Trump è, senza dubbio, una aggressione imperialista mirata > unicamente ad accrescere la sfera d’influenza statunitense nel continente > sud-americano e a rimettere le mani sui giacimenti petroliferi venezuelani. Davanti a questo nuovo capitolo di guerra che sta affrontando il mondo il nostro pensiero va alla popolazione aggredita, che subisce le conseguenze nefaste dei conflitti. È necessario rivendicare e ribadire il principio di autodeterminazione dei popoli, il ripudio della guerra e la fine della logica di potenza come motore della competizione internazionale, con l’ambizione di costruire dal basso un internazionalismo che abbia al centro l’universalismo dei diritti, la giustizia sociale e l’eguaglianza. Quanto è successo in Venezuela è un precedente molto pericoloso, che arriva dopo un attacco continuo (e forse definitivo) alle istituzioni multilaterali nate dalle ceneri del secondo conflitto mondiale: Israele, Stati Uniti, Russia e i fascismi d’Occidente hanno la chiara intenzione di riscrivere l’ordine mondiale, normalizzando attacchi come quelli al Venezuela (come testimonia il comunicato di Palazzo Crigi che difende l’operato yankee). Ai movimenti e alle convergenze delle lotte l’arduo compito di provare a essere all’altezza della sfida, rifuggendo dai campismi, cioè credere che sia internazionalismo schierarsi con Putin o con Xi o con Trump “pacifista”, che già troppi danni hanno causato negli ultimi anni. ¡QUE VIVA EL PUEBLO LIBRE! La copertina è tratta da un video circolato su internet dopo gli attacchi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela proviene da DINAMOpress.
Trump, il Nobel della guerra
Articolo di Salvatore Cannavò Il presidente che aspira al Nobel per la pace ha bombardato una grande città dell’America del sud, facendo morti e feriti, catturato il presidente regolarmente eletto di una nazione sovrana, violato la legalità internazionale, creato una dimensione crescente di guerra globale, ribadito la legge che sembra ormai inesorabilmente governare il pianeta, quella del più forte.  L’azione contro il Venezuela è stata preparata da settimane e mesi di avvertimenti mafiosi e bellicisti, ed è stata portata a termine nelle modalità tipiche dell’imperialismo statunitense che, paradossalmente, ha dimostrato al nuovo alleato russo come si fa a impadronirsi di un paese nemico. Quello che non riuscì a Putin con Volodomyr Zelensky – catturarlo a Kiev e installare un governo filo-russo – potrebbe invece riuscire agli Stati uniti che non fanno mistero di voler installare a Caracas un nuovo governo, amico degli Usa e garante di quel «corollario Trump» alla Dottrina Monroe, fissato nella nuova Strategia di Sicurezza nazionale varata dagli Stati uniti lo scorso novembre. IL COROLLARIO TRUMP In quella Strategia ci sono gli elementi chiave per capire perché Caracas sia stata attaccata e cosa gli Usa vogliono da questa azione militare: «Vogliamo garantire – si legge nel documento statunitense siglato da Donald Trump – che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e sufficientemente ben governato da prevenire e scoraggiare la migrazione di massa verso gli Stati uniti; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro i narcoterroristi, i cartelli e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dal controllo di beni strategici e che sostenga le catene di approvvigionamento critiche; e vogliamo garantire il nostro accesso continuo a luoghi strategici chiave. In altre parole, affermeremo e applicheremo un ‘Corollario Trump’ alla Dottrina Monroe».  Su questo Corollario la Strategia nazionale si sofferma in un intero paragrafo poco più avanti sostenendo che «dopo anni di abbandono, gli Stati uniti riaffermeranno e applicheranno la dottrina Monroe per ripristinare la supremazia americana nell’emisfero occidentale e per proteggere la nostra patria e il nostro accesso alle aree geografiche chiave in tutta la regione». Appare chiaro come l’obiettivo sia quello di ripristinare il controllo sulle risorse energetiche del continente.  Il Venezuela detiene le principali riserve di petrolio al mondo, il 17% circa, più dei principali paesi produttori, il suo petrolio rappresenta oltre l’80% delle sue entrate, ma soprattutto questa risorsa preziosa prende, per oltre l’80%, la via della Cina mentre nel rapporto con gli Usa prevalgono le sanzioni reciproche dettate da uno scontro che dura ormai da decenni e che salva solo la multinazionale Chevron. Soprattutto, il petrolio venezuelano è gestito dalla compagnia statale Pdvsa saldamente sotto il controllo del governo e che diventa ora il vero obiettivo statunitense. La conquista di Caracas, vero target della notte brava, ha lo scopo di ridurre il legame diretto tra Venezuela e Cina, il vero concorrente degli Stati uniti nella regione. Non a caso in quella Strategia si precisa che «negheremo ai concorrenti non appartenenti all’emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero». Eccolo, dunque, il «corollario di Trump» alla Dottrina Monroe.  Questo approccio è ribadito quando si delinea la strategia del «coinvolgere ed espandere» in America latina dove «espandere» significa che le «nazioni ci vedano come il loro partner di prima scelta» scoraggiando «(attraverso vari mezzi) la loro collaborazione con altri». «I concorrenti non emisferici – si legge ancora – hanno fatto importanti incursioni nel nostro emisfero, sia per danneggiarci economicamente nel presente, sia in modi che potrebbero danneggiarci strategicamente in futuro. Permettere queste incursioni senza una seria reazione è un altro grande errore strategico americano degli ultimi decenni». Si tratta di rafforzare la «preminenza» degli Usa nell’emisfero limitando al massimo «l’influenza ostile esterna». LA LEGGE DEL PIÙ FORTE Qui c’è il fondamento razionale di quanto avvenuto nella notte del 3 gennaio, la strategia economica e geopolitica che spiega un attacco spregiudicato e figlio della più lucida strategia degli Stati uniti, tanto determinata quanto illegale. E che ribadisce la tendenza di fondo della politica internazionale del nostro tempo, la prevalenza assoluta del diritto del più forte contro qualsiasi parvenza di diritto internazionale spazzato via senza alcuna remora o giustificazione.  Tendenza ben affermata da Israele con i bombardamenti indiscriminati contro nazioni sovrane come il Libano e l’Iran e che ha raggiunto il suo apice nel genocidio indisturbato avvenuto a Gaza. È la stessa legge che ha provato a imporre Vladimir Putin con l’invasione illegale di un paese sovrano, violando le regole che hanno fondato le Nazioni unite di cui pure la Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza e quindi, sulla carta, uno dei massimi difensori. L’invasione dell’Ucraina, però, ha avuto la condanna netta di tutto l’emisfero occidentale che si è mobilitato come mai prima, anche con la fornitura di mezzi militari, mentre le azioni di Israele e oggi quelle degli Stati uniti, vengono sostanzialmente appoggiate. Reazioni che non limitano la gravità dell’invasione russa dell’Ucraina, ma che spiegano la sostanza dei rapporti e delle strategie internazionali e mostrano la determinazione del fronte occidentale a condurre la propria strategia espansionista e militare.  La demolizione del diritto internazionale, non a caso, viene veicolata e affermata proprio dai paesi occidentali che, sempre sulla carta, dovrebbero essere i primi difensori dello Stato di diritto. Sono proprio gli Stati uniti a precisare, nella loro Strategia di sicurezza nazionale, il concetto: «La forza è il miglior deterrente. I paesi o altri attori sufficientemente dissuasi dal minacciare gli interessi americani non lo faranno».  È la forza che regolerà la nuova fase di instabilità internazionale e che, al di là dei vari singoli conflitti, cova almeno da quando la crescente crisi della globalizzazione ha riproposto una classica logica di confronto e scontro tra imperialismi concorrenti, Cina e Usa in primo luogo con l’azione conseguente di Russia e Unione europea. L’azione di Trump si inscrive in questo quadro, ma riesce a esprimere anche una determinazione e una violenza maggiore. La cattura di un presidente straniero è qualcosa di eclatante: gli Usa l’avevano già realizzata catturando nel 1989 Manuel Noriega, «faccia d’Ananas», il capo militare di Panama, foraggiato per anni dalla Cia e poi, con un cambio di strategia dell’Amministrazione Bush senior, passato nella lista dei cattivi e quindi imprigionato (morirà a Panama nel 2017). Paragonare Maduro a Noriega è una falsificazione storica nonostante il regime di Maduro sia contestabile e contestato anche da forze, come il Partito comunista del Venezuela, che avevano sostenuto l’ascesa di Hugo Chavez e che oggi, nonostante prenda nettamente posizione contro «l’attacco imperialista» degli Usa, non può non ricordare «la deriva autoritaria» di Maduro e la sua «politica repressiva che, soprattutto a partire dal 28 luglio 2024, ha di fatto annullato i diritti politici, sociali e lavorativi sanciti dalla Costituzione». Ma, pur in una situazione di regressione politica, le accuse di essere un boss del narcotraffico nei confronti del presidente venezuelano, minacciato di «processo» da parte del Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, non sono credibili per nessuno. Costituiscono un chiaro pretesto per arrivare alla situazione attuale. Così come lo è stato il premio Nobel per la pace a Maria Corina Machado, oppositrice venezuelana di marca liberista e che si è distinta, dopo l’ottenimento del premio, per gli elogi a Benjamin Netanyahu riguardo all’azione di Israele contro Gaza.  Del resto, viviamo in tempi in cui il Nobel per la pace è preteso dallo stesso Trump che rapisce un presidente straniero, e che riceve un premio per la pace dal presidente della Fifa Giovanni Infantino. Perché a questo punto non premiare lo stesso premier israeliano? TUTTI CONTRO TUTTI Quello che appare chiaro, in ogni caso, è che l’ultima emergenza non rappresenta un caso isolato o circoscrivibile all’emisfero caro a Trump, ma si inserisce e rappresenta un tassello del contesto di guerra globale. C’è un filo di continuità tra le tante guerre innestate negli ultimi anni e che rappresenta una nuova mappatura del mondo, una misurazione dei rapporti di forza e di contesa globale. Lo scontro tra Washington e Pechino è sullo sfondo a spiegare il contesto che ci proietta in un quadro sempre più simile alla fase precedente alla Prima guerra mondiale: la crisi economica acuisce le pretese nazionali e nazionalistiche e i desideri di potenza o di preservazione delle proprie economie. Questo vale per tutti i concorrenti, dagli Usa alla Cina alla Russia (che infatti condanna l’aggressione armata di Trump, nonostante i buoni rapporti con questi).  Non esiste al momento un «campo» buono in grado di fare da contraltare ai desideri di potenza, per quanto va osservato che la strategia più conveniente alla Cina e a diversi paesi del Sud globale, come il Brasile o l’India, sia quella di un governo multilaterale del mondo, come ambiente più favorevole a garantire la loro maggiore dinamicità economica.  L’unico campo progressivo che potrebbe fare la differenza è quello pacifista così come si è manifestato nei giorni in cui la Flotilla viaggiava verso Gaza. Quella è la risorsa che resta a disposizione, con le difficoltà e i limiti che conosciamo, ma che in parte ha costretto Israele ad accettare la pur fragile, e anche ipocrita, tregua dei bombardamenti sulla Striscia. Si tratta del campo delle resistenze popolari che, ad esempio, oggi manifestano coraggiosamente a Teheran. Solo una dimensione globale di queste resistenze e la loro capacità di incidere nuovamente sugli equilibri globali potrebbe aiutare a spostare il baricentro mondiale dall’asse della guerra a quello di un nuovo diritto dei popoli. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo Trump, il Nobel della guerra proviene da Jacobin Italia.
#venezuela La cattura, il sequestro e la deportazione del presidente venezuelano Nicolàs #Maduro. Quando il diritto internazionale vale fino a un certo punto. Anzi, no, quando ormai non vale più. Mai
Il presidente del #Venezuela Nicola #Maduro e la moglie sono stati sequestrati dai militari USA e deportati fuori dal Paese. Nei bombardamenti USA uccisi sarebbero stati uccisi anche civili. Ignobile violazione del diritto internazionale. #Trump terrorista. L'Italia condanni senza se e senza ma l'aggressione di Washington!!!
I caccia USA bombardano #Caracas e numerose basi militari in #Venezuela L'amministrazione #Trump ha dato l'ordine di bombardare diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. Numerose esplosioni sono avvenute alle 2 di notte, ora locale a Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Ad essere state colpite sono state delle basi militari, e in particolare la caserma pù importante del Paese, Fort Tiuna, e la base aerea di La Carlota.