“Quell’isola la voglio!”
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Domenica 7 mattina leggo su quel prezioso sito che è Comune, degli avvenimenti
in Albania. Detjon Begaj racconta della Rivoluzione dei fenicotteri. E dice che
la stessa mattina, alle 10,30, ci sarà una presidio di protesta anche a Firenze,
in Piazza della Signoria.
So poco della politica albanese, ma quello che è in ballo riassume tutta la
storia dei nostri tempi; e poi ci sono di mezzo i fenicotteri, proprio come da
noi qui sulla Piana, a Firenze. Per questo decido di andare subito alla
manifestazione.
Jared Kushner è un gentiluomo che ha preso in mano la società di speculazione
immobiliare di famiglia, quando il babbo è finito in carcere. Il babbo è uscito
perdonato da Trump, e Jared ha sposato la figlia di Trump. Jared opera da un
grattacielo che si trova significativamente al numero 666 Fifth Avenue, che in
seguito il genero del presidente ha fatto edulcorare in 660, togliendo la
scritta che rendeva unico il palazzone: Jared è un attivissimo sostenitore dello
Stato d’Israele, e tramite la Affinity Partners, gestisce due miliardi di
dollari pubblici sauditi (poi a noi vengono a parlare di scontro di civiltà).
Soldi con cui promette di trasformare Gaza in un resort di lusso, dopo averne
cacciato gli indigeni.
Qualche anno fa, la signora Ivanka era sulla costa albanese nella barca
dell’amico Nathaniel Rothschild, quando ha visto l‘isola di Sazan. L’ha
raggiunta a nuoto. Tornata in barca, ha detto al marito, “quell’isola, la
voglio!”. Quell’isola – la più grande dell’Albania – appartiene al demanio
pubblico; ha una lunga storia, ma grazie al fatto di essere stata dichiarata
zona militare decenni fa, è diventata una delle oasi più ricche di varietà
faunistica del Mediterraneo. Tra decine di specie, si distinguono la foca monaca
e il fenicottero, con il più grande insediamento d’Europa. Così Jared va dal
socialista che governa l’Albania da anni, e si fa conferire subito lo status di
strategic investor, cioè uno di quelli cui si danno le chiavi di casa (e per i
primi dieci anni non deve pagare tasse). Jared decide di fare del bene
demaniale/riserva naturale un ““very high-end luxury product” e si mette in
affari con la Aman Resorts, di proprietà di un oligarca russo moroso della Naomi
Campbell (la compianta Dacia Valent mi ricordava, “nessuno è razzista con Naomi
Campbell”). Insieme, fanno un progettone per farci un albergo con 10.000 camere
di lusso e tante villette sparse.
Arrivo in Piazza della Signoria, dove mi aspetto di vedere un piccolo presidio
di quattro attivisti, magari con qualche agenda politica tutta interna
all’Albania, di cui non so nulla. E invece vedo centinaia e centinaia di
albanesi, con grandi bandiere rosse e nere. E ovunque immagini di fenicotteri.
Inizio a riconoscere singole persone, una dopo l’altra – la mamma che lavora la
sera fino a tardi al ristorante, l’operaio, quello che con la bancarella al
mercato, i ragazzi e le ragazze di seconda generazione… La persona più
carismatica è una ragazza, che sa anche cavarsela bene diplomaticamente.
Prendono la parola tante persone, parlando quasi sempre e solo in albanese. Un
paio però parlano in italiano, dicendo che loro sono dovuti emigrare per
lavorare, non volevano lasciare il loro paese che amano profondamente; ma il
loro paese è in mano a politici che hanno scelto di arricchirsi cementificando e
distruggendo l’ambiente, anziché fornire i servizi essenziali.
C’è un’intensità nei discorsi che mi colpisce, perché si sente che dietro ci
sono esperienze personali forti: non somiglia per nulla al tono dei nostri
oratori politici, istituzionali o estremisti.
Nei Balcani, è facile che si abusi delle bandiere, ma almeno questa volta non
sono rivolte contro qualche altro popolo confinante; sono lì per parlare di
storia e di storia personale, di luoghi e di animali e di boschi.
Una bambina prende la parola, in italiano che immagino sia ormai la sua prima
lingua, e inizia a dire, “Ci vogliono togliere la nostra terra, i nostri
boschi!” e poi scoppia a piangere.
“Miguel, ho un bellissimo nome, mi chiamo Anila e vuol dire il vento!”, mi dice
la madre di uno dei ragazzi cresciuti al Giardino. Anila è un vento davvero, una
forza sorridente, a volte una tempesta, un’enciclopedia di storie, ma con una
straordinaria capacità di prendersi cura degli altri. E mi presenta un signore
che mi racconta che ha messo insieme una raccolta di migliaia di libri sulla
storia dell’Albania, e mi parla male dei comunisti e dei loro shpiuni. E mi fa,
“sai che noi in Albania abbiamo due lingue? Il Gheg e il Tosk, il Toscano! Io
sono Toscano!”. Una donna mi fa, “anch’io ho un bellissimo nome, Shpresë,
‘Speranza’… ma guarda!” E si gira, sulle spalle indossa un’enorme bandiera
albanese con l’aquila… “Ecco questo dice tutto!”. E mi insegnano anche a
pronunciare correttamente, Shqipëria.
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Pubblicato su Kelebek Blog
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> Per un’intera generazione, saranno per sempre tra i giorni più belli
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