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Logistica tra la Via Emilia, il west… e oltre
In questa ennesima puntata sulla questione dello sfruttamento nel mondo della logistica, si parte da una lotta alla Fedex di Modena riportata da Enrico Semprini alla quale si aggancia, opportunamente, la presentazione del saggio di Andrea Bottalico. Nella conclusione diamo conto della persecuzione ad una studentessa perchè solidale ad una lotta …del Sudd Cobas. Articolo di Enrico Semprini   Nella
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina: la tregua che non c’è
Sommario: 1 – aggiornamenti 20 e 21 febbraio da Anbamed 2- Radio Onda d’Urto sulle manifestazioni di oggi 3 – Elisabeth Di Luca sulla Flotilla 4 – Pressenza per la campagna internazionale di protezione della popolazione della Cisgiordania 5 – Francesca Faccini sul successo delle campagne di boicottaggio 6 – Robert Inlakesh sulla questione del nuovo ordine a Gaza tramite
February 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo.
  L’INDICE COMPLETO DEL SOMMARIO, con aggiornamenti, articoli e riflessioni   aggiornamenti da Anbamed aggiornamenti da Radio Onda d’Urto; sulla prossima Global Sumud Flottilla del 29 marzo di Ruben Tzanoff Ettore Macchieraldo su Pressenza ci parla della proiezione di Disunited Nations Pressenza contro la persecuzione mediatica dei palestinesi da Ecoinformazioni sulla restrizione della libertà di parola Mario Sommella commenta l’ennesimo
February 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Il salto di qualità del governo e la nostra disobbedienza
Forse è giunto il momento di chiamare all’allerta democratica generale. Le paure che avvertiamo con sempre maggiore intensità hanno ormai riscontri fattuali continui e meritano una riposta dalla politica. C’è infatti una narrazione eversiva della Destra e ci sono pacchetti legislativi che danno corpo a questa narrazione, come il pacchetto sicurezza ora in discussione, l’ennesimo. È utile mettere in fila alcune dichiarazioni dei rappresentanti della Destra e porle in relazione alle prossime misure del governo sul tema “sicurezza”. “C’è una strategia di eversione dell’ordine democratico. Stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche del nostro passato” (Matteo Piantedosi), “Gli agenti di polizia non hanno le mani troppo libere, le hanno troppo legate” (Giovanni Donzelli), “Per questa gente qui non basta la galera e l’obbligo di cauzione per chi scende in piazza” (Matteo Salvini), “È tentato omicidio, i magistrati non esitino” (Giorgia Meloni). E poi i richiami alle Brigate Rosse e alla necessità di leggi speciali, la richiesta di impunità per le azioni degli agenti e, ancora, lo squadrismo mediatico nei confronti di tutte le voci diverse dal richiamo agli anni Settanta, verso chiunque abbia provato a stare dentro una cornice di legalità costituzionale. Nonostante la condivisa e doverosa condanna verso il pestaggio di un agente, chiunque abbia dissentito dalla linea ufficiale del Governo è stato messo nell’album di famiglia della sovversione. Se eri in piazza, eri fuori legge. Questo il tam tam politico mediatico della Destra. In tutto questo grumo narrativo ci sono tratti eversivi. Quello che sta mettendo in pratica la Destra è un altro tassello di un progetto di erosione delle regole democratiche e della convivenza civile basata sul riconoscimento politico del dissenso e del conflitto come strumenti di emancipazione e trasformazione. L’aggressione alla Costituzione Proviamo ad elencare gli articoli della Costituzione violati dalla narrazione e dalle misure della squadra meloniana Articolo 17 (Diritto di riunione e manifestazione), Articolo 21 (Libertà di manifestazione del pensiero): è evidente lo squadrismo mediatico pianificato, l’uso dei social e di piattaforme digitali politicamente orientate per diffondere una narrazione che mira a criminalizzare intere aree del dissenso (come centri sociali, sindacati e partiti). Inoltre esponenti del governo cercano di dare indirizzi alla magistratura sulle priorità repressive (concentrandosi su specifiche aree politiche e sociali). Articolo 13 (Libertà personale) e Articolo 27 (Presunzione di innocenza): la valutazione da parte del governo di misure come il fermo preventivo o modifiche al codice penale per limitare la libertà personale prima di una condanna definitiva sono una violazione dei principi di libertà e del diritto alla difesa. E ancora: lo “scudo penale” annunciato per le forze di polizia dopo le violenze di Torino e rilanciato in vista del prossimo ddl Sicurezza costituisce una violazione degli articoli Articoli 3, 24 e 112. Art. 3 (Principio di Eguaglianza), Art. 112 (Obbligatorietà dell’azione penale), Art. 24 (Diritto di difesa). Questo piano, in realtà, è in gran parte precedente alle violenze di Torino, utilizza gli scontri per criminalizzare il dissenso, la possibilità stessa di agirlo anche dentro una cornice non violenta (la cornice scelta dalla maggioranza della manifestazione) direzionando il paese verso una rottura costituzionale; del resto è una rottura che mette l’Italia in scia con il progetto suprematista trumpiano e con la Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti per il 2025, un documento che impegna gli Usa a “coltivare la resistenza” all’interno dei paesi europei, appoggiando partiti di estrema destra per indebolire l’Ue. Lo stesso piano punta a favorire l’elezione di leader che condividano la visione di una “Europa delle Nazioni” piuttosto che di un’integrazione europea, vista come un ostacolo agli interessi statunitensi. Eppure la società è in movimento In questi ultimi anni una Sinistra diffusa, più sociale che politica, più civica che partitica, ha messo in campo una mobilitazione che è stata in grado di uscire dagli schemi novecenteschi delle battaglie campali. Questa Sinistra o non conosce quei codici novecenteschi, oppure, nella parte più “matura”, ci ha fatto i conti più di trent’anni fa scegliendo lo zapatismo e l’uscita dall’idea dell’assalto violento al potere per un altro potere. Insomma, quelle piazze sono libere dalle tentazioni mimetiche degli anni Settanta e esprimono una radicalità non ideologica: il blocchiamo tutto, dai porti, alle autostrade, ai luoghi di lavoro è stato il passo concreto e insieme evocativo di una solidarietà internazionalista e anticolonialista, in quelle piazze si è espresso un anticapitalismo che potremmo definire “spontaneo”, fatto dei tanti linguaggi delle organizzazioni sociali, ma soprattutto di sensibilità individuali, di pratiche personali, di scelte di campo del quotidiano. Un mondo che ha capito, che avverte, che sente intimamente, la relazione tra capitalismo e catastrofe ambientale e umanitaria. A bloccare i porti e le autostrade, a scegliere il boicottaggio contro le industrie e le imprese complici del genocidio, sono state anche persone che non erano mai scese in piazza prima, o che comunque non avevano mai esercitato quelle forme di disobbedienza, che hanno acquisito e diffuso l’informazione della relazione tra capitalismo e disumanizzazione, tra riorganizzazione dei nuovi rapporti imperiali e genocidio come strumento per reificarli. Quei movimenti nati fuori dalla politica organizzata E adesso? Si tratta di compiere diversi passi nella nostra resistenza. Il primo è uscire dall’angolo, dobbiamo denunciare il ventre molle della loro ipocrisia, metterli davanti a una denuncia diretta e esplicita, devono scegliere se continuare su questa strada e inevitabilmente arrivare alla fine della democrazia, o fermarsi in tempo. Bisogna inchiodarli alla responsabilità di essersi fatti parte di un processo di fascistizzazione e di attacco alla Costituzione. L’azione dell’esecutivo non configura più una semplice scelta politica, ma un vero e proprio attacco alla Costituzione. Il Governo deve rispondere di condotte che mirano a sovvertire l’ordinamento democratico e a menomare i diritti fondamentali dei cittadini. Quando un governo utilizza la decretazione d’urgenza e la forza legislativa per smantellare i diritti di riunione, difesa e uguaglianza, sta operando una rottura del patto sociale. Denunciare il tradimento della Repubblica, questo è uno dei compiti che ci compete per uscire dall’angolo e agire un ruolo attivo nella lotta alla fascistizzazione. L’altro passo riguarda la mobilitazione civile, che significa favorire i processi di autorganizzazione del conflitto, farsi concavi di fronte a intelligenze e saperi che in questi anni hanno rappresentato la nuova resistenza e aperto a nuovi immaginari. Non è un caso che uno dei più grandi movimenti degli ultimi trent’anni come quello per la Flotilla sia nato completamente fuori dalla politica organizzata e si sia espresso con codici e pratiche nonviolente. Di fronte allo scricchiolio delle democrazie (meglio una democrazia che scricchiola piuttosto che la fine di ogni garanzia, è banale, ma spesso nel dibattito minoritario sembra non esserlo così tanto) dobbiamo recuperare l’intelligenza di farsi popolo agita dagli equipaggi di terra durante l’opposizione al genocidio e dai cittadini degli Usa contro l’ICE, farci puntello della democrazia e fautori di nuove forme democratiche più avanzate, popolari e inclusive. Forme e architetture di resistenza che inevitabilmente devono confrontarsi con i livelli di diffusività del controllo sociale e di indirizzo politico nell’era del capitalismo della sorveglianza. Il 28 marzo ci sarà una grande manifestazione a Roma, pacifica e di popolo. Contro i Re, per fermare la deriva autoritaria e le guerre, per la democrazia e la giustizia sociale e ambientale. Comune-info
February 5, 2026
Pressenza
Discutere e agire con l’intelligenza del cuore
Ho letto il libro “Gandhi ad Auschwitz” di Antonio Minaldi pochi giorni dopo aver letto “La banalità del male” di Hannah Arendt, riflettendo attraverso l’uno e l’altro sul genocidio nazista degli ebrei e sul genocidio del popolo palestinese ad opera del governo israeliano, sulla violenza che inonda un intero popolo, con il sonno della ragione e il rifugio nella follia di un solo uomo che prende il posto della coscienza delle persone: non solo di quelle semplici e ingenue, ma anche di intellettuali e studiosi con posti di responsabilità. Allora come ora, la violenza penetra e infiamma fino a lanciarsi nella guerra, immaginando nuove prospettive del mondo. Minaldi parla in prima persona da quella prospettiva dove non c’è desiderio di dominio sugli altri, ma voglia di rivoluzione, del cambiamento “ora e subito”. E per la rivoluzione dovremmo anche essere disposti a pagare un prezzo di sangue, purché essa sia realizzata al più presto -e comunque nell’arco della nostra vita- liberando il mondo da ogni ingiustizia. Questo prezzo è stato pagato per la rivoluzione francese, per i moti rivoluzionari dell’Ottocento, per la Comune di Parigi, e poi ancora per la Rivoluzione di Ottobre e quella Cinese, fine a quella Cubana e così sarà ancora. Io, se avessi potuto decidere, avrei voluto vivere in uno di quei tempi, anziché penare ora nel tempo del declino del capitalismo con scenari di guerra e senza una via di uscita come quella che pensammo di avere nel ’68. Minaldi, tuttavia, si chiede se è bene domandare a ognuno di essere pronto a rinunciare alla propria vita pur di fare la rivoluzione. E vengono avanti i suoi dubbi. Anche io cominciai a domandarmi, appena quattordicenne nel 1968, perché, se ci fosse stata una rivoluzione vincente, alcuni combattenti non avrebbero potuto vedere il trionfo dei loro ideali e non avrebbero passato il resto della loro in quella società giusta e ugualitaria che avevano contribuito a creare. Mi sono tornati alla mente alcuni esempi, e il più vivo di tutti riguarda “el Vaquerito” un adolescente pastore di mucche che aveva seguito sin dall’inizio il Che fino a Santa Clara. E lì, quando ormai l’esercito di Fulgentio Batista si era arreso, cercò di scovare alcuni cecchini che continuavano a sparare dall’alto di un campanile. Stando dietro un muro, “el Vaquerito” individuò il luogo da cui provenivano gli spari e sollevò un attimo la testa per vedere in faccia chi sparava. Questo gli fu fatale perché in quell’attimo il cecchino lo colpì in fronte. El Vaquerito morì all’istante. E nella sua giovane vita non vide i cambiamenti di Cuba rivoluzionaria. La sua vita se ne andò per la canna di un fucile e l’universo cadde nel nulla con tutte le stelle, il sole e la luna. Molti tra i filosofi da me studiati al liceo dicevano che la vita, l’universo, Dio stesso, esistono se qualcuno li avverte, li vede, li percepisce. Ma se nessuno sente, vede, percepisce, tutto il creato è come se non fosse mai esistito perché l’universo è in noi. E gli esempi potrebbero continuare: con la foto del miliziano che cade per difendere la repubblica spagnola, e perfino con il computer umanizzato di “2001 odissea nello spazio”. Perciò oggi sono d’accordo Minaldi: una rivoluzione è più giusta se fa meno vittime. E non solo fra i rivoluzionari, ma anche fra gli avversari: perché questi potenzialmente passerebbero dalla parte dei rivoluzionari se appena riconoscessero i benefici della rivoluzione. E se negli anni ’60 e ’70, con un certo romanticismo, approvavamo l’idea che per la rivoluzione un prezzo di sangue avremmo potuto versarlo, dopo il riflusso degli anni ’80 sempre meno sono quelli che vorrebbero stare nelle file degli immolati. E dunque abbiamo cominciato a credere in una rivoluzione che cambi il mondo per tutti, senza sacrificare alcuno. Ci siamo ricordati allora della “Rivoluzione dei figli dei fiori”, della “Rivoluzione dei Garofani” nel Portogallo del 1974, e “dei venti rivoluzionari” in America Latina con i governi eletti dal popolo, e del movimento zapatista. Antonio Minaldi arriva a immaginare Gandhi disteso sui binari che portavano ad Auschwitz come l’inizio di una rivoluzione pacifista. La realtà è più fosca, però. E la lunga cronaca del processo ad Eichmann nel libro di Arendt si conclude con tristi considerazioni. Da dove sorge l’immensa violenza della dittatura nazista, e poi: il popolo tedesco è più colpevole degli altri popoli? Oggi dobbiamo dar ragione a quelli che con disincanto rispondevano che la follia nazista poteva ripetersi ancora: perché oggi abbiamo sotto gli occhi il genocidio del popolo palestinese voluto dal governo, dall’esercito e dai coloni israeliani. In un paese che è considerato una democrazia occidentale, la maggioranza degli elettori ha votato Netanyahu, ora ricercato dalla Corte Penale Internazionale come criminale di guerra. Non è solo colpa del funzionamento delle democrazie occidentali dove i cittadini hanno parola una volta ogni 5 anni e non possono mandare a casa anzitempo chi tradisce la loro fiducia. Alzando lo sguardo, scopriamo che la violenza della guerra genocida alligna nel desiderio forte di eliminare quelli che non sono della nostra razza, della nostra religione, delle nostre tradizioni. Lo sterminio degli ebrei maturò nel progetto imperialista e colonialista dei nazisti, che arrivò a contagiare le stesse vittime del popolo ebraico che fornivano ad Eichmann gli elenchi delle persone da trasferire nei campi di concentramento, anche quando fu chiaro che non di trasferimento si trattava, ma di massacro. Eichmann era davvero un uomo banale come ce ne sono tanti anche oggi. Eseguiva gli ordini impartiti mandando a morire anche gli ebrei di cui era stato fino a poco prima amico e conoscente. Al suo processo disse di non essere mai stato attraversato da dubbi nella sua coscienza, perché poneva ogni fede in Hitler, al quale aveva giurato, come tutti gli ufficiali tedeschi, fedeltà: non alla nazione, dunque, non allo stato con le sue leggi, non al popolo, ma fedeltà ad un uomo soltanto: Adolf Hitler. Il processo ad Adolf Eichmann giunse 15 anni dopo quello di Norimberga. Entrambi i processi sembravano voler dare al mondo la speranza che mai più una guerra avrebbe portato al genocidio di un popolo. Questa speranza fu messa nelle mani dell’O.N.U. e produsse trattati internazionali che impegnavano la maggior parte dei paesi del mondo. Questa speranza io l’ho pure sentita mia, almeno fino a quando, scomparsa dalla scena mondiale l’U.R.S.S., il dominio della politica internazionale è passato nelle mani degli USA che oggi parlano al mondo con la voce di Trump.   Ed infatti forzatamente l’ONU è stata messa all’angolo per far posto a Trump e ai suoi sodali, primo fra tutti Netanyahu. Ho visto in TV i servizi sulla fame a Gaza trasmessi da “PresaDiretta”. Ho sentito lo stesso sgomento viscerale, che sale fino alla mente e che sentivo già leggendo il processo ad Eichmannn. Le interviste trasmesse mostrano come gli uomini della Gaza Humanitarian Foundation, siano stati deliberatamente mandati ad uccidere i palestinesi in cerca di cibo. L’organizzazione G.H.F. è composta da contractors e criminali, e viene finanziata dal governo americano, e da gruppi economici che restano nell’ombra. Essa è al servizio di ogni e qualsiasi governo pronto a pagare. Di facciata è una organizzazione no- profit ma i suoi “lavoratori” guadagnano 30.000 euro al mese. Con il consenso degli USA, la G.H.F. è stata assunta a contratto dal governo israeliano con lo scopo principale di lasciare l’ONU fuori dalla distribuzione del cibo. La Gaza Humanitarian Foundation considera il governo israeliano suo datore di lavoro e cliente e, come si sa, il cliente ha sempre ragione: intendendo, qui, dire che quando l’esercito israeliano lo chiede, gli operatori della GHF devono aprire il fuoco sui palestinesi che cercano il cibo. Con Trump, Netanyahu (e anche con Putin) siamo giunti a un punto di non-ritorno per il diritto internazionale e per l’O.N.U. perché l’uno e l’altro non sono più garanzia per nessuno. E i governi occidentali stanno sempre più preparandosi alla guerra prossima ventura, E.U. in testa. E noi che cerchiamo di far sentire la voce della ragione, che ostinatamente discutiamo sempre più di pace, che continuiamo a sperare -malgrado ogni altra speranza- in un mondo diverso possibile -come si diceva a Porto Alegre- che possiamo fare? Col cuore e con l’intelligenza, dobbiamo credere e puntare alla costruzione di un ordinamento internazionale condiviso e partecipato dai popoli e dai cittadini. L’assemblea O.N.U. può essere ancora una buona occasione. Ma deve avere il potere di fermare i conflitti, gli assalti, le occupazioni militari, riaffermando il diritto fra i popoli, fondato sulla cooperazione, sulla fratellanza dei popoli, sull’internazionalismo. E certamente GLOBAL SUMUD FLOTTILLA è un raggio di sole che fa sperare nel possibile incontro di intenti pacifisti ed internazionalistici. Al contempo, dobbiamo impedire l’affermarsi di un ordine internazionale fondato sul protagonismo dei capi di stato e di governo, personaggi corrotti e votati all’ arricchimento proprio e delle proprie cricche. Dobbiamo riprendere la DISCUSSIONE là dove l’avevamo interrotta quando andavamo ai forum mondiali (il libro di Minaldi è una buona opportunità). Dobbiamo in tanti scrivere e non solo: fare anche teatro, musica, pittura per diffondere le idee contro la guerra. Penso che, per la pace, è anzitutto fondamentale l’educazione e la crescita nelle scuole e in ogni altro luogo in cui i giovani si muovono. E per ciò non è un compito affidato solo agli insegnanti, anche se la scuola resta il luogo privilegiato per l’educazione alla pace. Nel frattempo dobbiamo prevenire con la forza della ragione che giungano a scuola voci inneggianti alla guerra, al nazionalismo, al patriottismo, al razzismo, anche quando si camuffano con la difesa necessaria.     Redazione Palermo
December 1, 2025
Pressenza
Una lettura da vecchio sindacalista sul movimento pro-Palestina
Sulle manifestazioni pro Palestina riceviamo e pubblichiamo da Savino Pezzotta, già Segretario generale Cisl nazionale Di fronte al tentativo di alcuni giornali italiani di sminuire la valenza sociale dello sciopero pro-Palestina e dell’iniziativa della Flottiglia — mentre altri, al contrario, ne esaltano eccessivamente il significato — provo a offrirne una mia interpretazione. Ho visto e interpretato lo sciopero generale e la navigazione della flottiglia come un evento che rompe il silenzio e l’indifferenza. Ora tutti sono obbligati a parlare e a scrivere delle ragioni che hanno provocato questi atti — che li si condivida o li si critichi —: la condizione nella quale il governo israeliano ha costretto il popolo palestinese. Lo sciopero e l’azione della Flottiglia hanno prodotto una nuova rappresentazione della realtà, costringendo l’opinione pubblica a prendere atto della tragedia palestinese. È certamente una buona notizia che Hamas abbia accettato il piano di pace statunitense. Cessare i bombardamenti, liberare gli ostaggi , non avere altri morti è una buona notizia che va oltre le questioni politiche. Tuttavia, avere a cuore il destino di un popolo martoriato significa anche riconoscere la sua sofferenza concreta: i morti, i feriti, i mutilati, le case distrutte, gli sfollati senza rifugio, i servizi sanitari devastati, la mancanza di pane e di acqua, l’incertezza del domani. Bisogna però essere onesti: sappiamo per esperienza che le manifestazioni, gli scioperi e perfino le azioni nonviolente — come quella della Flottiglia — non possono essere valutati sui risultati immediati, ma sulla loro potenzialità generativa. Queste iniziative mostrano che la storia cambia quando parole e gesti prima ignorati, marginalizzati o normalizzati diventano conoscenza pubblica, introducendo verità e speranza. Sono atti politici che nascono al di fuori della politica istituzionalizzata, delle sue regole e del suo conformismo. Ci troviamo davanti ad azioni che mutano la narrazione collettiva e contribuiscono alla formazione di un linguaggio condiviso, capace di incrinare i racconti normalizzatori e di spingere a interrogarsi, reinterpretare codici e istituzioni. Mostrano che la società può reinventarsi dal basso. Non c’è la produzione di programmi o progetti politici stabili: aprono spazi di libertà e di desiderio, alimentando una memoria delle possibilità che può orientare i nostri passi in questi tempi difficili. Scendere in piazza, manifestare, navigare contro un blocco, scioperare — come anche pregare insieme, indicando obiettivi e desideri comuni — aiuta a far crescere una visione simbolica e una consapevolezza collettiva, rompendo il silenzio e le narrazioni dominanti. Quelle di questi giorni sono state grandi manifestazioni nonviolente. I pochi episodi di estremismo violento e irresponsabile non ne inficiano la sostanza: nel loro concreto svolgersi, queste manifestazioni hanno respinto ogni ricorso alla violenza. Non possiamo giudicarle soltanto dai risultati immediati: ciò che conta è la loro forza generativa, la capacità di far emergere un sentire scomodo ma vivo nella nostra società, che — nonostante difficoltà e condizionamenti — continua ad aspirare alla libertà e a credere nella solidarietà. Sono convinto che la storia e le società non cambino dall’alto con atti di Governo , né attraverso l’uso strumentale dei mezzi di comunicazione o il potere pervasivo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, ma quando la parola nascosta nel seno della società emerge, si manifesta e diventa gesto pubblico e coscienza responsabile e personale . Va sottolineato che erano presenti molti giovani e tante persone comuni, forse alla loro prima esperienza di partecipazione ad una iniziativa indetta da un sindacato. Con la loro presenza hanno incrinato la pervasività del linguaggio conformista di politici, dei media e dei social, scegliendo di parlare con la propria voce. Non siamo di fronte a un programma politico definito, ma a un moto di indignazione che si è trasformato in un atto di libertà, nel desiderio di esprimersi, di essere ascoltati, di affermare con la propria presenza: «Noi ci siamo». La mia lunga esperienza di militante e dirigente sindacale mi dice che probabilmente seguirà un processo di normalizzazione. Tuttavia, resto convinto che rimarrà un segno profondo: la scoperta che scendere in piazza, scioperare o navigare per gli altri, per chi non può farlo, e non solo per se stessi, può aprire spazi nuovi per tutti. Unico rammarico: l’assenza del mio sindacato, la CISL. Redazione Italia
October 5, 2025
Pressenza