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L’11 giugno un convegno sul diritto all’abitare alla Sapienza
L’11 giugno l’università di Roma “Sapienza” (aula 11, Facoltà di Medicina e Psicologia, Via dei Marsi 78) ospiterà un convegno sul diritto all’abitare, in una idea di funzione pubblica svolta dai luoghi del sapere e della conoscenza. Il convegno cade, per pura casualità, nel momento in cui l’abitare ha una […] L'articolo L’11 giugno un convegno sul diritto all’abitare alla Sapienza su Contropiano.
June 8, 2026
Contropiano
Il solito ed inconsistente Piano casa
Puntata dedicata al piano casa del governo Meloni. Nella prima parte della puntata abbiamo provato a capire qualcosa del Piano Casa, annunciato ad inizio anno con grande entusiasmo dal governo Meloni e presentato 2 settimane fa come soluzione al “disagio abitativo”. Pochi soldi, poche soluzioni e solita retorica degli sgomberi. Nella seconda parte, un commento da un compagno di Un Altro Piano per Torino sul percorso del PRG torinese e su come si legherà con il nuovo piano casa.
[Le nuove mani sulla città] Senza/casa: homelessness e social housing
In questa puntata abbiamo affrontato il tema dell'abitare attraverso due prospettive differenti ma collegate. A partire dalla recente rilevazione Istat delle persone senza dimora, abbiamo provato a disarticolare la questione della precarietà abitativa, interrogandoci sulle rappresentazioni della homelessness con Daniela Leonardi, sociologa e ricercatrice dell'Università di Torino.  Nella seconda parte della trasmissione abbiamo approfondito il tema dal social housing, altra frontiera della speculazione finanziaria. Infine, abbiamo analizzato alcuni aspetti del nuovo Piano Casa e, per chiudere il cerchio, un commento sulle ipotesi di modifica per rendere le procedure di sfratto e sgombero più veloci.   
May 14, 2026
Radio Onda Rossa
Piano casa del Governo Meloni: l’ultimo regalo al mercato immobiliare
Il Piano Casa del governo Meloni è l’ultimo atto della lunga dismissione del patrimonio immobiliare pubblico italiano. Dopo la svendita di edifici storici e aree urbane, ora tocca all’ERP: alloggi popolari messi in vendita, fondi pubblici convogliati verso privati, grandi … Leggi tutto L'articolo Piano casa del Governo Meloni: l’ultimo regalo al mercato immobiliare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Case promesse e sfratti garantiti
di Gianluca Cicinelli (*) Il governo ha trovato il modo più italiano possibile per affrontare l’emergenza abitativa: promettere case domani e accelerare gli sfratti oggi. Da una parte il Piano casa, con centomila alloggi annunciati in dieci anni, fondi immobiliari, privati da coinvolgere e canoni definiti “accessibili”. Dall’altra il disegno di legge sugli sgomberi e sui rilasci, cioè la parte
Piano Casa 2026: la casa come merce, lo Stato come garante del profitto
Il nuovo decreto-legge sull’abitare promette centomila alloggi in dieci anni, ma affida ancora una volta la gestione della crisi abitativa alla logica del mercato e del partenariato privato. Il 30 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che porta un nome antico e rassicurante: Piano Casa. Il provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2026 come D.L. n. 66, è entrato in vigore il giorno successivo con l’urgenza che si riserva alle catastrofi naturali. E di catastrofe si tratta, ma non nel senso in cui la intende il governo: la crisi abitativa italiana è reale, drammatica, strutturale. Il decreto, però, non la affronta. La amministra per il mercato. Cominciamo dai numeri. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili circa centomila alloggi in dieci anni, attraverso tre pilastri: recupero del patrimonio pubblico esistente, rilancio dell’edilizia sociale e convenzionata, attrazione di investimenti privati tramite partenariato e procedure accelerate. Centomila alloggi in dieci anni. In un Paese in cui la domanda inevasa di case popolari supera i cinquecentomila nuclei familiari, questo numero suona come una promessa formulata sapendo già di non poterla mantenere. Ma il problema non è soltanto aritmetico. È politico. È di concezione. IL PRIVATO AL CENTRO, IL PUBBLICO COME CORNICE Il terzo pilastro — quello sull’attrazione degli investitori privati — è il più rivelatore dell’orientamento complessivo del provvedimento. Per investimenti superiori al miliardo di euro viene nominato un Commissario straordinario di Governo dotato di poteri derogatori. Le procedure vengono semplificate e concentrate in conferenze di servizi che assorbono valutazioni urbanistiche, autorizzazioni edilizie, atti ambientali e paesaggistici. In cambio, il privato deve garantire che almeno settanta alloggi su cento siano venduti o affittati a prezzi scontati di almeno il trenta per cento rispetto al valore di mercato. Trenta per cento sotto il mercato: questo è il prezzo della casa accessibile nel 2026. Non il canone sociale, non il diritto all’abitare. Uno sconto commerciale. Il Commissario potrà operare in deroga a disposizioni di legge, nel rispetto dei soli vincoli antimafia, della tutela dei beni culturali e degli obblighi europei. È una formula che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il governo del territorio. La pianificazione urbanistica — strumento democratico per eccellenza, costruita da decenni di lotte per il suolo pubblico — viene commissariata ogni volta che un investitore supera una certa soglia finanziaria. Non è semplificazione: è la sostituzione del diritto con la discrezionalità commissariale a favore del capitale privato. IL RECUPERO DEL PATRIMONIO ERP: CHI BENEFICIA DAVVERO Il primo pilastro stanzia 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero di circa sessantamila alloggi pubblici oggi non assegnabili per carenze manutentive. È l’aspetto più genuinamente sociale del provvedimento, e sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Il patrimonio ERP italiano versa da decenni in uno stato di abbandono imputabile a scelte politiche precise: il progressivo disinvestimento pubblico nell’edilizia sociale, la riduzione dei trasferimenti agli ex IACP e agli enti regionali che li hanno sostituiti, l’assenza di fondi strutturali per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Sessantamila alloggi recuperati potrebbero fare la differenza per sessantamila famiglie. Ma a quali condizioni? Il decreto introduce anche il riscatto degli alloggi ERP da parte degli assegnatari, come strumento di stabilità abitativa. L’intenzione sembra lodevole. Il risultato rischia di essere opposto: ogni alloggio riscattato fuoriesce dal patrimonio pubblico, riducendo permanentemente lo stock disponibile per le generazioni future. L’Italia ha già percorso questa strada negli anni Novanta con le vendite del patrimonio INA-Casa e degli IACP. Sappiamo com’è andata: il patrimonio si è assottigliato, i prezzi sono esplosi, le liste d’attesa si sono allungate. Ora ci riproviamo, nel nome della stabilità abitativa. C’è però una questione ancora più a monte, che il decreto sfiora senza affrontare davvero. Gli enti che gestiscono il patrimonio ERP — gli ex IACP trasformati in agenzie regionali, gli ATER, le ACER — sono da anni il nodo irrisolto del sistema abitativo pubblico italiano. Sono loro che conoscono il territorio, mantengono i rapporti con gli assegnatari, istruiscono le pratiche di subentro, gestiscono il contenzioso, presidiano quotidianamente la linea di confine tra il diritto all’abitare e l’abuso. Eppure il decreto li relega al ruolo di soggetti attuatori subordinati, destinatari di contributi erogati attraverso Invitalia su avvisi pubblici, come se fossero operatori di mercato qualunque e non il presidio istituzionale di una funzione costituzionalmente orientata. Un ente pubblico che gestisce ERP non è una stazione appaltante come un’altra: è il luogo in cui si traduce operativamente il diritto all’abitare. Trattarlo come cinghia di trasmissione di risorse statali — senza rafforzarne le dotazioni organiche, senza stabilizzarne i bilanci, senza riconoscerne il ruolo strategico nella pianificazione abitativa territoriale — significa costruire un Piano Casa su fondamenta che si sa già essere fragili. Un Piano Casa strutturale dovrebbe invece investire sugli enti ERP come soggetti autonomi di politica abitativa: dotarli di fondi stabili e pluriennali non soggetti alla variabilità dei bandi, restituire loro la capacità tecnica e legale che decenni di blocco del turnover hanno eroso, riconoscere la specificità del loro patrimonio giuridico e operativo. Senza questo passaggio, il rischio concreto è che i 970 milioni stanziati si disperdano in procedure commissariali e partenariati privati, mentre gli enti che potrebbero garantire una gestione sociale effettiva del patrimonio recuperato restano ai margini del processo decisionale. IL VINCOLO TRENTENNALE E LE SUE OMBRE Gli interventi di edilizia convenzionata sono soggetti a un vincolo di destinazione di almeno trent’anni dalla fine dei lavori. Sulla carta, garantisce la permanenza della funzione sociale dell’intervento. Ma trent’anni è anche l’orizzonte di ammortamento di un mutuo immobiliare. La coincidenza non è casuale: allo scadere del vincolo, l’investitore privato torna libero di valorizzare l’immobile secondo le logiche del mercato. Il contratto sociale con il territorio ha una scadenza incorporata, e quella scadenza è esattamente il punto in cui la rendita torna disponibile. Questo meccanismo è noto nella letteratura critica sull’housing sociale europeo come time-bomb: lo Stato anticipa i costi sociali, il privato incassa i benefici economici differiti. Non è una previsione catastrofista: è ciò che è già accaduto con le politiche thatcheriane del Right to Buy e con le privatizzazioni continentali degli anni Novanta e Duemila. LA NULLITÀ CONTRATTUALE COME STRUMENTO DI DISCIPLINA SOCIALE Il decreto introduce la nullità dei contratti in assenza dei requisiti soggettivi degli assegnatari. Se durante la locazione i requisiti economico-patrimoniali vengono superati per due anni consecutivi, opera la risoluzione del contratto o la conversione del canone ai valori di mercato. In apparenza è una norma di equità: chi ha migliorato le proprie condizioni economiche non dovrebbe usufruire di un sostegno pensato per i più fragili. In realtà è una norma di espulsione. Il decreto non offre nessuna risposta abitativa alternativa a chi viene espulso dal circuito convenzionato perché ha trovato un lavoro o perché la sua situazione è marginalmente migliorata. Risolto il contratto, costui torna al mercato libero con un reddito che non gli consente di sostenere i canoni correnti. Il miglioramento economico diventa una trappola: troppo ricco per l’ERP, troppo povero per il mercato. L’EMERGENZA CHE NON FINISCE MAI C’è un elemento che accomuna tutti i piani casa degli ultimi trent’anni: l’urgenza. Ogni volta la crisi abitativa viene dichiarata emergenziale, e l’emergenza giustifica la deroga, la semplificazione, il commissario. Ogni volta i risultati sono inferiori agli obiettivi dichiarati e superiori ai costi pubblici effettivi. Ogni volta la componente privata del partenariato incassa benefici certi, quella pubblica si fa carico dei rischi residui. La casa è un bene primario, ha detto Giorgia Meloni presentando il provvedimento. Ha ragione. Ed è proprio per questo che non può essere affidata alla logica del profitto privato assistito dal commissario derogatore. Un bene primario richiede una risposta pubblica strutturale: investimenti diretti, patrimonio non alienabile, canoni ancorati al reddito e non al mercato, enti territoriali ERP messi in condizione di svolgere davvero il loro ruolo istituzionale. Il D.L. 66/2026 contiene misure utili, soprattutto sul versante del recupero del patrimonio esistente. Ma il suo impianto complessivo rivela una concezione della politica abitativa come facilitazione del mercato piuttosto che come garanzia del diritto. Il problema non è quante case verranno costruite o recuperate nei prossimi anni. È per chi, a quale prezzo, e chi pagherà il conto quando i trent’anni saranno scaduti. La risposta, come sempre, la sappiamo già. La pagheranno quelli che non hanno mai smesso di aspettare. Francesco Russo
May 10, 2026
Pressenza
Nel nuovo Piano Casa l’interesse privato sembra prevalere sul bisogno abitativo
In Italia oggi 1,5 milioni di famiglie si trovano in una situazione di grave disagio abitativo, coinvolgendo principalmente chi vive in affitto a causa del continuo aumento dei canoni. Come evidenzia Nomisma, interi distretti e realtà metropolitane rischiano di non risultare più attrattive a causa di un costo per l’abitare. La stima del fenomeno del disagio abitativo prodotta da Nomisma, misurato dall’incidenza del canone o della rate del mutuo sul reddito superiore al 30%, considerato il limite sostenibile, restituisce una quota pari al 15,5% del totale delle famiglie italiane, di cui circa 1,5 milioni di nuclei in situazione ‘acuta’ o ‘grave’. Di converso, come certifica il ministero dell’Economia, stando ad una ricognizione su dati provvisori al 31 dicembre 2022 ma aggiornata al 2025 del patrimonio immobiliare pubblico residenziale non in uso, ci sono 53.241 unità oggi non utilizzate, per oltre 9,4 milioni di metri quadrati complessivi e la maggior parte di unità immobiliari pubbliche non utilizzate si trova in Campania e in Lombardia. Il Consiglio dei Ministri, come si legge nel comunicato stampa di Palazzo Ghigi, ha approvato nei giorni scorsi un pacchetto di misure per contrastare l’emergenza abitativa che definiscono il nuovo Piano Casa, volto ad incrementare l’offerta di alloggi attraverso un programma di riqualificazione del patrimonio pubblico di edilizia residenziale pubblica (ERP) e sovvenzionata e un pacchetto di interventi per promuovere l’edilizia integrata. Il decreto-legge n. 66 contenente le “Disposizioni urgenti per il Piano Casa” è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7 maggio 2026 ed è entrato in vigore oggi 8 maggio 2026. Le prime reazioni sottolineano il rischio che il Piano possa risultare parziale, tardivo e pericoloso. “Si sta programmando, si legge in una Nota della CGIL sul Piano Casa, un progressivo smantellamento del comparto dell’edilizia pubblica con la previsione di un programma di riscatto di immobili ERP da parte degli assegnatari e anche come condizione predefinita nei nuovi alloggi realizzati. Settore che, al contrario, andrebbe maggiormente presidiato e messo nelle condizioni di rappresentare un’infrastruttura sociale prioritaria, con fondi continuativi e una revisione normativa per i gestori, con regole omogenee e funzionali agli obiettivi del piano, definendo parametri per orientare le normative regionali. Ma per il Governo l’interesse privato sembra prevalere sul bisogno abitativo. La prassi ormai ricorrente, inoltre, di agire con gestioni commissariali, come previsto in questo caso per l’attuazione del piano di recupero e manutenzione, che operano con ampissimi poteri di deroga spesso in condizioni di emergenza senza sanare le cause strutturali dei problemi, oltre che rappresentare un onere aggiuntivo, rischia di essere un alibi per colmare le disfunzioni dell’amministrazione ordinaria, oltre a svilire il ruolo delle autonomie locali che hanno conoscenza del territorio”. Per la CGIL: il Piano Casa del governo Meloni non affronta la grave crisi abitativa, soprattutto per le famiglie che versano in condizione di maggiore precarietà e disagio; gli interventi previsti sugli alloggi di edilizia popolare appaiono del tutto insufficienti, oltre che con tempi a dir poco velleitari; manca la previsione di stanziamenti adeguati al fondo di sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole, il primo privo di risorse da tre anni, fondi necessari per affrontare l’emergenza e prevenire nuovi sfratti; è grave e pericolosa la previsione che viene avanti di una ulteriore accelerazione delle esecuzioni degli sfratti, che in gran parte riguardano famiglie in gravi difficoltà economiche le quali, peraltro, attendono il contributo del fondo di sostegno all’affitto; desta forti preoccupazioni il crescente ruolo attribuito ai soggetti privati per la realizzazione di alloggi a costi accessibili che, senza una precisa regia pubblica, rischia di orientare gli interventi secondo logiche esclusivamente legate al mercato, anche speculativo, ed a favore della rendita immobiliare. Anche il SUNIA boccia il Piano Casa del governo Meloni: “Dopo anni di tagli, ha sottolineato Stefano Chiappelli, segretario generale SUNIA, il Governo si rende finalmente conto che esiste un <<problema casa>>. La previsione di portare a 1 miliardo e 700 milioni di euro lo stanziamento complessivo per rendere agibili 60.000 alloggi attualmente non utilizzabili di edilizia residenziale pubblica risponde solo in parte alle domande inevase presso Comuni e presso ex IACP e non affronta il nodo di rilanciare il servizio abitativo pubblico con misure strutturali”. E anche il Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari critica l’ulteriore accelerazione delle esecuzioni degli sfratti, il ruolo attribuito ai soggetti privati per la realizzazione di alloggi a costi accessibili e l’esclusione delle parti sociali di rappresentanza nei tavoli di confronto avvenuti presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. L’Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, la rete delle assessore e degli assessori alle politiche abitative delle città italiane, nelle proprie prime considerazione, parte, invece, dalle risorse stanziate: “Non si può pensare di risolvere il problema della casa con un Piano nazionale che di fatto si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana. Servono fondi nuovi, dedicati e vincolati: chiediamo che non siano i Comuni a pagare il Piano casa. Anche i tempi, la disponibilità e il rapporto tra le risorse e il numero di alloggi annunciato sono per noi fondamentali: è necessario verificarne la consistenza rispetto all’emergenza che le città stanno vivendo”. Per l’Alleanza Municipalista una particolare priorità deve essere data all’ERP e alle garanzie di accessibilità per quella fascia di popolazione che oggi è esclusa sia dal mercato sia dall’edilizia pubblica. “Attendiamo di capire, sottolinea in oltre l’Alleanza Municipalista, quali misure siano presenti rispetto al tema degli sfratti, soprattutto nel patrimonio pubblico: senza un parallelo e robusto investimento in soluzioni abitative alternative e in presa in carico sociale, si rischia di spostare il problema, aggravandolo, e scaricando interamente sui Comuni i costi economici e sociali delle scelte nazionali”. Perché, come sottolinea il Forum Sociale dell’Abitare, “le città sono lo spazio democratico in cui dare senso e corpo ad una nuova idea di governo del territorio. Occorre una revisione del modello urbano che integri il tema dell’abitare con quello del lavoro, della qualità della vita delle persone, a partire dalle periferie, coniugando promozione sociale e culturale con la capacità di progettare un futuro, incentrato sulla sostenibilità ambientale, sulla lotta alle disuguaglianze sociali e su un’ecologia integrale”. Qui le proposte dell’Alleanza Municipalista. Giovanni Caprio
May 8, 2026
Pressenza
Il DDL “Sfratti veloci” non risolve, bensì esaspera crisi abitativa e problemi sociali
Il Governo Meloni “privatizza” gli sfratti e alla macelleria sociale che si abbatterà sulle città serve una grande risposta sociale e democratica. La segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi, spiega: > Questo DDL rappresenta un attacco diretto alle famiglie che vivono la crisi > abitativa. > > In un Paese dove ogni anno vengono emesse 40.000 sentenze di sfratto e dove si > registrano 150 sfratti eseguiti ogni giorno, invece di affrontare le cause > reali dell’emergenza il Governo sceglie di accelerare ulteriormente le > procedure di sfratto. > > Mentre l’inflazione, l’aumento dei tassi e il caro‑vita mettono in ginocchio > migliaia di nuclei familiari, il Governo ha abolito il contributo affitto, > unico sostegno nazionale per chi non riesce a pagare i canoni, e ha presentato > un Piano Casa che cancella di fatto l’edilizia residenziale pubblica, l’unico > strumento strutturale capace di ridurre i costi dell’abitare. > > Il DDL Sfratti veloci interviene solo sul lato repressivo, smantellando tutele > fondamentali. > > L’eliminazione dell’avviso di rilascio consente all’ufficiale giudiziario di > presentarsi senza preavviso, il giorno successivo alla scadenza del precetto, > come lo stesso testo ammette quando afferma che l’esecutato “non riceve più > alcuna comunicazione relativa al giorno dell’accesso”. Per una famiglia in > difficoltà significa non sapere quando avverrà lo sfratto, non avere il tempo > di organizzarsi, non poter nemmeno tentare una mediazione o una soluzione > alternativa. > > Il rinvio dell’esecuzione viene ridotto a un’unica possibilità, per un massimo > di 180 giorni, e solo in presenza di condizioni rigidissime: età superiore ai > 75 anni, disabilità grave, malattia terminale o convivenza con una persona con > disabilità grave o terminale da almeno un anno. Tutte le altre fragilità – > minori, monogenitorialità, precarietà lavorativa, redditi insufficienti – > semplicemente non esistono per il legislatore. > > Il DDL amplia inoltre l’uso della notifica per irreperibili, permettendo di > considerare “notificato” anche chi non ha mai ricevuto nulla, sulla base di > ricerche “nei luoghi ragionevoli”, una formula che rischia di trasformarsi in > un automatismo a danno degli inquilini. > > Il nuovo procedimento di ingiunzione di rilascio, immediatamente esecutivo, > consente al giudice di decidere in quindici giorni e di rendere esecutivo il > provvedimento senza attendere i tempi dell’opposizione. Su richiesta del > locatore può essere applicata una penale pari all’uno per cento del canone per > ogni giorno di ritardo, un aggravio insostenibile per chi è già in difficoltà. > Anche lo sfratto per morosità viene irrigidito: i tempi per sanare si > dimezzano e la possibilità di recuperare la morosità viene limitata a due > volte in quattro anni, in un contesto in cui gli affitti crescono e i salari > restano fermi. > > La parte più inquietante del DDL riguarda però la possibilità che “enti” > accreditati dal Ministero possano sostituire l’ufficiale giudiziario nelle > operazioni di rilascio. > > Si introduce così un elemento di privatizzazione dell’esecuzione che > consideriamo gravissimo: funzioni pubbliche, delicate e ad alto impatto > sociale, potrebbero essere svolte da soggetti esterni, non pubblici e non > imparziali. > > È una scelta che apre scenari pericolosi e che rischia di trasformare un atto > dello Stato in un intervento privatizzato, con modalità che nulla hanno a che > vedere con la garanzia pubblica e con la tutela dei diritti. > > Una macelleria sociale prodotta dal DDL che ricadrà sui Comuni, che si > troveranno con il “cerino in mano”: senza strumenti, senza risorse e senza > politiche abitative. > > I Comuni saranno chiamati a gestire l’impatto sociale degli sfratti senza > avere né alloggi né fondi, con il rischio di un aumento esponenziale delle > situazioni di emergenza. > > L’assenza di misure di sostegno per le famiglie in difficoltà, unita alla > crescita dei canoni e alla precarietà lavorativa diffusa, rende già oggi la > precarietà abitativa insostenibile a livello sociale. > > In questo quadro, il DDL non solo accelera gli sfratti, ma smantella le tutele > minime che garantivano un equilibrio tra le parti. > > Non possiamo inoltre non chiederci se questo provvedimento sia costituzionale, > visto lo sbilanciamento che produce a sfavore delle famiglie in difficoltà, > aggravato dalla mancanza di alcuna misura di compensazione. > > Questo impianto rappresenta una vera e propria “caccia al povero”, un attacco > frontale alle fasce più fragili della popolazione. > > Serve una grande mobilitazione unitaria, una opposizione sociale e democratica > contro un provvedimento profondamente iniquo e pericoloso per le conseguenze > che provocherà nella coesione sociale. Redazione Italia
May 5, 2026
Pressenza
A chi serve il “Piano Casa” del governo Meloni
Nel presentare il “Piano Casa” varato lo scorso 30 aprile, la presidente del Consiglio Meloni ha voluto affermare in prima persona che la casa è un “bene primario” e che il Governo ha deciso di mettere a disposizione le risorse necessarie per garantirlo. Dietro i roboanti annunci di 100mila nuovi […] L'articolo A chi serve il “Piano Casa” del governo Meloni su Contropiano.
May 5, 2026
Contropiano
Il piano di casa re Mida
«Sono un fattore di freno da limitare il più possibile. Dirò di più: le Soprintendenze le raderei al suolo». «Io, no perché difendo l’articolo nove della Costituzione». Silenzio. «Anzi, caro Matteo, se hai coraggio esci fuori e ripeti questi dichiarazioni davanti alle telecamere e vediamo cosa succede. Visto che ci siamo, cari colleghi, voglio mettere a verbale che se non cambia la norma il ministro della Cultura della Repubblica italiana non voterà il Piano casa». Questa è la lite tra i ministri Giuli e Salvini, raccontata da tutti i media e interpretata come il solito pressappochismo di una destra pasticciona e senza rispetto per le istituzioni. Fermandosi al folclore si omette, a mio avviso colpevolmente, di coglierne non solo la contraddizione, ma soprattutto di vederla nel contesto di un piano, quello che le opposizioni non sanno, e forse non vogliono, criticare. Provo ad argomentare la mia tesi. Partendo dalla evidenza più forte e “popolare”, gli sfratti. Perché il ddl è popolare in prima battuta per questo: è un intervento “sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto che taglia i tempi per le esecuzioni, introducendo una procedura accelerata e d’urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile”. Popolare, ma non vincente, perché solo con questa pancia elettorale non si vince, non da soli almeno. Allora cerchiamo la ciccia dietro la trippa e spulciamo tra le cifre. I numeri del piano (quello immediato degli sfratti) intanto non sono solo quelli del ddl, perché 4.207 alloggi di edilizia residenziale pubblica e più o meno 230 interventi di sgombero di occupazioni abusive in immobili di particolare rilievo sono già stati eseguiti dall’inizio della legislatura. Di questi quasi niente è andato a rispondere la bisogno di alloggi popolari. Nonostante ciò Meloni parla di «rigenerazione urbana popolare» e Salvini ci spiega che «con 5 miliardi il Mit intende recuperare 60 mila case popolari in 12 mesi dall’approvazione del decreto, cioè 60 mila abitazioni, che ad oggi non sono assegnabili». Ma a ben ascoltare i conti non tornano, almeno non se ci si ferma al piano casa appena approvato: “Per il piano casa si parte con 100 milioni, del fondo di sviluppo e comunità, che consentono di intervenire su Invimit perché questo fondo parta. Ma in realtà sono in grado di mobilitare fino a 3 miliardi e 600 milioni che è la quota che complessivamente mobilita la coesione dopo la revisione che è stata approvata”. Un complesso di fondi che «se andate a sommare tutte le risorse arriva fino a 10 miliardi di risorse pubbliche, alle quali si devono aggiungere gli investimenti privati». Nel dettaglio, la premier ha detto che al «primo pilastro» del Piano, per sistemare 60 mila case popolari, sono destinati 1,7 miliardi mentre, ha aggiunto, altri 4,8 miliardi sono già disponibili per i programmi di «rigenerazione urbana». A questi 6,5 miliardi si sommano 3,6 miliardi che verranno messi sul «secondo pilastro», quello dell’«housing sociale» per la popolazione in «zona grigia» concentrando tutte le risorse nazionali ed europee destinate all’emergenza abitativa in «un unico strumento gestito da Invimit», società di gestione del risparmio detenuta dal Tesoro. Un affare che usa il logo della casa popolare come specchietto per le allodole di un ennesimo drenaggio di risorse pubbliche in direzione degli interessi privati. Al netto agli alloggi popolari nella migliore delle ipotesi andrebbe un miliardo di euro, che sarebbero comunque spartiti tra finanza ed impresa coinvolti nelle transazioni. E gli altri nove? Quei miliardi seguiranno il buon cammino già collaudato. Per chi volesse approfondire può dare un’occhiata ai fondi per la coesione sociale già approvati e a quelli in cantiere per la rigenerazione urbana, e vedrebbe cosa significa anche in questo caso popolare una volta che il piano sarà “messo a terra”. La premier lo dice tra le righe quando illumina questa zona grigia che è il vero obiettivo del piano: “Il terzo pilastro è uno strumento che rappresenta un’innovazione e punta a coinvolgere anche robusti investimenti privati con l’obiettivo di rispondere alla ‘fascia grigia’ della popolazione. Non ragioniamo sui fondi pubblici, ma privati. Lo Stato assicura al privato semplificazioni, procedure veloci, la nomina di un commissario straordinario per investimenti di oltre 1 miliardo. Ma il privato dovrà consentire su 100 alloggi, 70 alloggi di edilizia convenzionata, almeno al 33 per cento del costo di mercato”, ha assicurato la premier. Sia chiaro: le convenzioni promettono un’edilizia all’ingrosso, ma non lo saranno gli affitti o le compravendite che saranno a “un prezzo un po’ inferiore a quello di mercato”, che sarà sostenuto, se non rialzato, proprio da quel piano che doveva calmierarlo. Altro che edilizia popolare, qui quello che si vuole è sostenere la domanda che si stava flettendo proprio per le dinamiche speculative degli ultimi anni. Chiunque sfogli le pagine degli annunci immobiliari lo percepisce ed è a quello che deve servire un piano volto a favorire la costituzione di una partnership dell’offerta, partecipando ovviamente con finanza pubblica alla realizzazione degli utili sul mercato. E torniamo a quella zona grigia che è il popolo del piano: “per fascia grigia della popolazione – ha spiegato Meloni – si intende chi è troppo benestante per accedere a un alloggio popolare, ma non è abbastanza benestante per entrare nel libero mercato degli immobili residenziali”. Perché il mercato immobiliare ha registrato un notevole incremento dei prezzi e reso difficile il finanziamento tradizionale coi suoi parametri divenuti troppo rigidi a fronte di redditi inchiodati al palo. Lo spiega l’indice dello sforzo sul mutuo, ovvero quanto del tuo stipendio netto devi impiegare per pagare il mutuo. Quando questo indice scatta il 33 per cento, le banche ritengono che la persona possa andare incontro a difficoltà a pagare il mutuo. È oltre il 47 per cento a Milano, il 36 per cento a Roma. Milano e Roma sono tra le città europee dove un giovane incontra più difficoltà a comprare casa”, ha illustrato la premier. E allora come li aiutiamo? Semplice, con altro debito erogando mutui agevolati, che finanzieranno fondi immobiliari e capitali di investimento privato. E per ribadirlo si vedano gli strumenti tecnici per realizzare il piano. Lo Stato, per far fronte agli impegni, si affiderà al supporto di fondi di investimento, soggetti pubblici e privati, oltre alla possibile partecipazione di investitori istituzionali come Cassa depositi e prestiti. Un piano degno “di re Mida”, o del suo infame anagramma. Michele Ambrogio
May 4, 2026
Pressenza