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Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte1@0
La quarta di una serie puntate di Harraga  (trasmissione in onda su Radio Blackout ogni venerdì dalle 15 alle 16), in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Proviamo a ragionare sulla dicotomia vittima-terrorista, un paradigma che sempre di più il potere capitalista e coloniale impone sulla pelle delle persone razzializzate che vivono e lottano nei nostri territori, e che in generale riflette una visione eurocentrica, razzista e coloniale che l’occidente ha da sempre imposto. Comprendere la costruzione di questo paradigma, ci permette di provare a smantellare una retorica che da un lato contribuisce a costruire la figura del nemico interno, il terrorista e la persona da reprimere; dall’altro vede le persone razzializzate bisognose di un salvatore/salvatrice bianca e incapaci di autodeterminarsi e lottare. Una dicotomia estremamente interiorizzata che diventa la base di una narrazione “antirazzista” neoliberale, assistenzialista e profondamente coloniale.   Per fare ciò, partiamo dal racconto di come questo paradigma di vittima-terrorista si è creato attorno alla lotta del popolo palestinese. Da un lato il palestinese “buono” che subisce le angherie degli israeliani rispondendo con la non-violenza e pertanto meritevole della solidarietà occidentale, dall’altro la rappresentazione del “cattivo”, chiunque resista e reagisca con gli strumenti di cui sceglie di dotarsi, a cui bollare l’etichetta del “terrorista” con tutto il portato repressivo che ne comporta. Le conseguenze di questa narrazione si materializzano nella depoliticizzazione della causa palestinese a mera questione umanitaria e nella debole attivazione all’indomani del 7 ottobre che poi solo progressivamente è sfociata nelle mobilitazioni di massa di questo autunno. Ne abbiamo parlato con Mjriam Abu Samra, ricercatrice all’Università Ca Foscari di Venezia, tra le fondatrici di Palestine Youth Movement (PYM) e compagna che da sempre si spende per la liberazione del suo popolo. Lo stesso paradigma si manifesta anche nei nostri territori con la completa subordinazione delle persone migranti a ruolo di vittima, tra la spettacolarizzazione della violenza subita, ad esempio dentro i CPR, e l’invisibilizzazione delle pratiche e delle istanze di lotta.
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte1@1
La quarta di una serie puntate di Harraga  (trasmissione in onda su Radio Blackout ogni venerdì dalle 15 alle 16), in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Proviamo a ragionare sulla dicotomia vittima-terrorista, un paradigma che sempre di più il potere capitalista e coloniale impone sulla pelle delle persone razzializzate che vivono e lottano nei nostri territori, e che in generale riflette una visione eurocentrica, razzista e coloniale che l’occidente ha da sempre imposto. Comprendere la costruzione di questo paradigma, ci permette di provare a smantellare una retorica che da un lato contribuisce a costruire la figura del nemico interno, il terrorista e la persona da reprimere; dall’altro vede le persone razzializzate bisognose di un salvatore/salvatrice bianca e incapaci di autodeterminarsi e lottare. Una dicotomia estremamente interiorizzata che diventa la base di una narrazione “antirazzista” neoliberale, assistenzialista e profondamente coloniale.   Per fare ciò, partiamo dal racconto di come questo paradigma di vittima-terrorista si è creato attorno alla lotta del popolo palestinese. Da un lato il palestinese “buono” che subisce le angherie degli israeliani rispondendo con la non-violenza e pertanto meritevole della solidarietà occidentale, dall’altro la rappresentazione del “cattivo”, chiunque resista e reagisca con gli strumenti di cui sceglie di dotarsi, a cui bollare l’etichetta del “terrorista” con tutto il portato repressivo che ne comporta. Le conseguenze di questa narrazione si materializzano nella depoliticizzazione della causa palestinese a mera questione umanitaria e nella debole attivazione all’indomani del 7 ottobre che poi solo progressivamente è sfociata nelle mobilitazioni di massa di questo autunno. Ne abbiamo parlato con Mjriam Abu Samra, ricercatrice all’Università Ca Foscari di Venezia, tra le fondatrici di Palestine Youth Movement (PYM) e compagna che da sempre si spende per la liberazione del suo popolo. Lo stesso paradigma si manifesta anche nei nostri territori con la completa subordinazione delle persone migranti a ruolo di vittima, tra la spettacolarizzazione della violenza subita, ad esempio dentro i CPR, e l’invisibilizzazione delle pratiche e delle istanze di lotta.
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
Balkan Talk: Confine Albania. Architetture coloniali che mutano forma
L’idea di un incontro pubblico sul “Confine Albania” è nata durante un Viaggio di Dinamo Press, a cura di Francesca Romana Fiano (urban archeologist e heritage specialist), Patrizia Montesanti (videomaker e giornalista), Marta D’Avanzo (fotografa e giornalista) e Daniela Galiè (scrittrice e giornalista). Siamo andate a Tirana per conoscere le attività del gruppo Social Justice ONG, incontrati al Forte Prenestino in occasione di Take Back the City, coordinamento internazionale contro la gentrificazione, e per conoscere la realtà urbana denunciata dalla rivista indipendente Citizens, megafono delle lotte per la giustizia abitativa e sociale in Albania. Da Tirana abbiamo raggiunto il nuovo centro italiano di detenzione per migranti a Gjader, e lì il nostro viaggio si è intrecciato a quello di Francesco Ferri (giurista e giornalista) e Rosalba Dumas (attivista italo-albanese). Il Talk di Dinamo Press, a distanza di un anno dal viaggio, vuole ripercorrere il filo rosso sulla bacheca di una indagine in corso, e riannodarlo in una trama collettiva fatta di inchieste, ricerche e rivendicazioni sul tema dell’incontro che era anche il motivo del viaggio. Un motivo apparentemente semplice: “superare il confine con l’Albania”. Ci eravamo infatti appena rese conto che a separarci non c’era solo un mare, tutto sommato facile da attraversare. Attraversato già nei ricordi da bambine dalla Vlora, tra le tante imbarcazioni arrivate in Italia sotto i riflettori degli anni 90, attraversato oggi al rovescio dall’esercito italiano con a bordo i migranti trasferiti a Gjader, attraversato dai più familiari traghetti del turismo estivo che ha recentemente cementificato una porzione di costa Mediterranea rimasta intatta fino a così poco fa. C’era un confine più strutturato, più interno, un confine immaginario e di immaginario, il “confine Albanaia”, con un territorio e un popolo al confine dell’Europa, al confine del progresso, al confine della storia. E confinata anche nella memoria collettiva o meglio nella “non memoria” del colonialismo italiano. Una storia tanto rimossa da non farci percepire territori e popoli così vicini, e fino a farli diventare addirittura così lontani. Di fatto questo presunto confine non ha impedito che i semi di una relazione si piantassero sulle due sponde dello stesso mare. Abbiamo iniziato a cogliere in superficie, nel presente, le radici dei processi storici che queste relazioni hanno intessuto. Due gli epifenomeni che hanno attirato la nostra attenzione: venire a conoscenza del violento processo di trasformazione urbana che avveniva nella capitale, Tirana, a firma di rinomati studi di architettura italiani – e i conflitti sociali che ne sono scaturiti – e l’illegittima iniziativa di trasferimento di migranti dall’Italia alla, non ancora politicamente ed economicamente parte dell’unione europea, Albania. È così che in filigrana due fenomeni apparentemente distinti hanno mostrato l’architettura comune di una certa forma di colonialismo che pur mutando forma ancora tenta di dominare la relazione che intercorre tra territori e popoli. Dominio espresso nella logica secondo la quale l’accettazione europea – da cui dovrebbe dipendere “la svolta” dell’Albania – passa per il contagio dei suoi mali: politiche migratorie illegittime, distruzione del patrimonio ambientale a favore di palazzinari mafiosi, rigenerazioni fasulle che spianano la strada alla gentrificazione e alla turistificazione più becera. Dominio affidato all’Italia, dominio da sovvertire. Il viaggio e gli attraversamenti che ha previsto ci ha permesso di raccogliere molti indizi a riguardo. Nella forma urbana, nelle sue architetture, e in quelle dei nuovi centri di detenzione per migranti. Questi indizi sono diventati racconti di chi dalle trasformazioni in corso viene espulso e sradicato o chi lotta affinché queste non diventino prigioni. Questi indizi si sono trasformati in domande e connessioni e cioè in quadro indiziario che intendiamo esplorare con gli ospiti invitati. 18 Aprile 2026, ore 17-21, a Esc Atelier OSPITI DEL TALK: #Discussant 1 Confine Albania di Francesca Romana Fiano: Pillola 1: Il tempo non è una linea: immagini dall’archivio fotografico del Getty Museum Interviene Luca Peretti, Storico – Università di Cambridge: semi e frutti del colonialismo italiano in Albania nell’ultimo secolo. #Discussant 2 Migrazioni di Francesco Ferri: Pillola 2: In viaggio verso Gjader: intervista a Fioralba Duma interviene Fioralba Duma, Attivista Italo-albanese (Italiani Senza Cittadinanza e Mesdhe): Il ruolo del “Confine Albania” nel ridefinire le tecniche di governo della mobilità e le politiche migratorie europee: nuove strategie di resistenza. #Discussant 3 Diritto all’abitare di Patrizia Montesanti e Marta D’Avanzo: Pillola 3: Tirana, lavori in corso: intervista a Social Justice ONG Interviene Fation Kryeziu, Architetto e Attivista per il diritto alla città: Le politiche urbane a scala nazionale scuotono le fondamenta del diritto all’abitare in Albania e stimolano nuove forme di organizzazione politica, lotta e comunicazione (il caso di Citizens). #Dibattito “Architetture e Narrazioni di un colonialismo che muta forma”, introduce Rossella Marchini, Architetta-Urbanista, Dinamopress Sono invitati alla discussione Fabio Alberti e Caterina Ballardini (UnPontePer – Tracce coloniali), Matteo Stefanori (Casa della Memoria), Daniela Galiè (Dinamo Press), Emilia Giorgi (Rete Territoriale San Lorenzo), Silvia Susanna (Architetto e Artista, Forte Prenestino/Take Back the City). PHOTO – VIDEO MAPPING: Il confine con l’Albania non lo abbiamo mai incontrato davvero, eppure lo abbiamo attraversato più volte, in luoghi, architetture e incontri. Attraversando i quartieri di Tirana, le trasformazioni urbane in corso rendono visibile un processo di gentrificazione sistemica: espulsione, finanziarizzazione, turistificazione, ridefinizione dello spazio urbano secondo logiche di mercato. Attraversando il territorio la stessa logica estrattiva, fatta di produzione di spazi di eccezione, esternalizzazione delle responsabilità e separazione tra corpi desiderabili e indesiderabili, riemerge nel CPR di Gjader, dove il confine europeo si sposta oltre, rivelando la continuità tra politiche urbane, turistiche e migratorie. Le architetture incontrate in queste transizioni urbane e territoriali ci hanno mostrato ferite, assenze e nuove presenze artificiali, sono diventate dispositivo di indagine per comprendere i processi materiali e immateriali del colonialismo contemporaneo. La fotografia di queste architetture, il dispositivo di restituzione narrativo e politico di un colonialismo che muta forma, capace di costruire un racconto condiviso tra memoria coloniale e trasformazioni contemporanee. Foto di copertina Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Balkan Talk: Confine Albania. Architetture coloniali che mutano forma proviene da DINAMOpress.
April 13, 2026
DINAMOpress
Il colonialismo ieri e oggi
IL COLONIALISMO IERI E OGGI LE FORME DEL DOMINIO CHE LA SCUOLA HA IL COMPITO DI APPROFONDIRE ATTRAVERSO LA CONSAPEVOLEZZA COGNITIVA E LA COERENZA VALORIALE VENERDÌ 17 APRILE 2026 DALLE ORE 8.30 ALLE ORE 17.30 FIRENZE IN PRESENZA PRESSO SALA ARCI PIAZZA DEI CIOMPI 1, FIRENZE CODICE PIATTAFORMA SOFIA: 156871 -------------------------------------------------------------------------------- Convegno Nazionale di Formazione IL CESP è ente accreditato/qualificato per la formazione del personale della scuola (Decreto Min. 25/07/06 prot.869, circ. MIUR prot. 406 del 21/2/06 – Direttiva 170/2016-MIUR). La partecipazione ai convegni e seminari CESP è gratuita e dà diritto, ai sensi dell’art. 36 del CCNL 2019/2021 (che sostituisce gli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009), all’ESONERO DAL SERVIZIO. —> Fai richiesta alla segreteria del tuo istituto del permesso per formazione oppure utilizza il modulo allegato alla locandina -------------------------------------------------------------------------------- PROGRAMMA: 8.30-9.00: accoglienza, registrazione, illustrazione modalità e finalità del convegno * Introduzione a “un’altra storia” ed educazione civica: la de-umanizzazione e cancellazione del “diverso” per giustificare le discriminazioni e i crimini di ogni potere autoritario, occupazione miitare e dominazione coloniale, Stefano Fusi presidente Cesp Firenze * Immaginario colonialista e insegnamento della storia nell’Italia coloniale e post coloniale, Gianluca Gabrielli Cesp Bologna * Il colonialismo di insediamento israeliano tra complicità internazionali, violazione dei diritti umani, crimini di guerra e dominazione coloniale, Alessia Nicastro, dottoranda di Diritto internazionale presso Graduate Institute di Ginevra 11.00-13.00 dibattito 13.00-13.30 presentazione proposte opzionali di laboratori, progetti, percorsi e materiali didattici 13.30-14.30 pausa pranzo 14.30-16.30 laboratori didattici (eventuali sessioni parallele per ordine di scuola) 16.30-17.30 restituzione e confronto in plenaria FIIRENZEDownload
April 12, 2026
CESP
[Da Roma a Bangkok] Rimpatriare la divinità
In questa trasmissione parliamo dell'espropriazione del patrimonio artistico in epoca coloniale, post coloniale e attuale dell'Asia, in particolare della Cambogia dove negli ultimi anni il governo ha iniziato una capillare opera di riacquisizione. Quello della Cambogia è un esempio, importante e particolare, di una storia globale.
April 9, 2026
Radio Onda Rossa
La questione palestinese a scuola
LA QUESTIONE PALESTINESE A SCUOLA PER SUPERARE DOGMI, STEREOTIPI E CENSURE VENERDÌ 27 MARZO 2026 DALLE ORE 8.30 ALLE ORE 13.30 TRIESTE IN PRESENZA PRESSO AULA MAGNA DELLA SEZIONE DI STUDI DI LINGUE MODERNE PER INTERPRETI E TRADUTTORI VIA FILZI, 14 – TRIESTE PIATTAFORMA S.O.F.I.A.: ID 156376 Per iscriversi collegarsi al seguente link: https://forms.gle/AhiM4o3wzMnVR3r9A -------------------------------------------------------------------------------- CONVEGNO NAZIONALE DI FORMAZIONE IL CESP è ente accreditato/qualificato per la formazione del personale della scuola (Decreto Min. 25/07/06 prot.869, circ. MIUR prot. 406 del 21/2/06 – Direttiva 170/2016-MIUR). La partecipazione ai convegni e seminari CESP è gratuita e dà diritto, ai sensi dell’art. 36 del CCNL 2019/2021 (che sostituisce gli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009), all’ESONERO DAL SERVIZIO. —> Fai richiesta alla segreteria del tuo istituto del permesso per formazione oppure utilizza il modulo allegato alla locandina -------------------------------------------------------------------------------- PROGRAMMA: 8.30 registrazione partecipanti 9.15 Presentazione del corso a cura di Alessandra Triadan (CESP Trieste-Gorizia) * La causa palestinese nel tempo: questioni, rivendicazioni e prospettive, Basen Kharma ricercatore di storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia * Islamofobia e arabofobia nella stampa italiana e il genocidio palestinese, Dalia Ismail, giornalista e militante italo-palestinese * Colonialismo mascherato. Il caso di Gerusalemme capitale nei libri di testo della scuola italiana, Leonardo Ferrandino, Rete docenti per Gaza 10.45 – 11.00 pausa * Antisemitismo e antisionismo. Dalle linee guida scolastiche agli ultimi disegni di legge, Ennio Francavilla, docente dell’Isis “G. D’Annunzio – M. Fabiani” di Gorizia e ricercatore presso l’Irsrec di Trieste 11.30 dibattito 13.00 conclusioni 13.30 consegna degli attestati TRIESTEDownload da remoto per chi è fuori regione
March 27, 2026
CESP
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza
L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran
di ALI ZOKAI. Teheran, 23 marzo Uno: La polvere e il fumo generati dai bombardieri hanno avvolto l’intera città; le esplosioni devastanti hanno bloccato ogni possibilità di espressione all’interno della società e la parola è rimasta soffocata in gola. Ora, dopo l’ascesa al potere di Mojtaba Khamenei e con l’estensione della guerra oltre i dieci giorni, la gioia diffusa dei primi giorni si è trasformata in ansia e disperazione; ci troviamo di fronte a una singolare impasse: il potere è apertamente passato nelle mani dei militari, che hanno intensificato, in tempo di guerra, la precedente governamentalità poliziesca; al contempo, la guerra ha ulteriormente frammentato una società iraniana già indebolita. Al di là della gioia popolare per gli attacchi contro figure del regime della Repubblica Islamica, questa guerra ha rafforzato le basi del dominio sul popolo e si può forse affermare che, in questo contesto, le lotte dal basso si siano trasformate in un edificio smarrito dietro la coltre di polvere. La via è un’altra: abbiamo bisogno di una fuga, di un’uscita collettiva, di un movimento verso la costituzione di consigli autogestiti; anche se minoritari, essi rappresentano quella voce la cui stessa flebile eco costituisce oggi una necessità urgente. Tale fuga deve necessariamente collocarsi al di fuori delle attuali relazioni di potere nazionaliste e campiste e, certamente, per opporsi alle politiche di controllo territoriale di Trump e Netanyahu, non deve ricadere sotto un regime militare-poliziesco. Occorre dunque adottare una politica plurale. Così come nei processi insurrezionali della rivoluzione del 1979 alcuni gruppi non solo dichiararono la propria indipendenza dal processo di formazione dello Stato, ma, invece di enfatizzare il nazionalismo e la costruzione di uno Stato postcoloniale fondamentalista, insistettero sulla formazione di consigli operai e comitati regionali autogestiti. Questi gruppi, pur assumendo una posizione anti-imperialista, resistettero anche alla costituzione di uno Stato centrale e furono infine repressi proprio attraverso il discorso anti-coloniale — e, paradossalmente, capitalistico — del potere centrale. Il nostro corpo collettivo, in questo frangente, appare come un’entità lacerata, simile a una massa informe ma ferita; il nichilismo diffuso nella società iraniana, risultato di una impoverimento sistematico, di un governo poliziesco e della violenza omicida, è giunto a una forma di complicità con una guerra il cui ruolo è la riorganizzazione dello Stato-capitale e delle macchine di governo nell’attuale contesto di caos ontologico. Questa guerra e tali macchine di governo, incapaci di produrre un nuovo ordine determinato, mirano alla creazione di ordini plurali e decentrati all’interno del caos. Gli attori definiti di un ordine ormai obsoleto, ciascuno già inscritto in un sistema di rappresentazione, sono scomparsi; ciò che resta è una sorta di teatro privo di centro, in cui ogni ruolo o polo di potere può rapidamente generare una nuova centralità e assumere una funzione inedita. Un caos puro, nel quale una figura come Trump sogna di essere l’attore principale, mentre la Repubblica Islamica, con un nichilismo apocalittico e una governamentalità suicida, contribuisce alla perpetuazione di una guerra senza fine — una guerra che, pur consapevole della propria inferiorità tecnologica, tenta, attraverso una strategia di logoramento, di destabilizzare i flussi di scambio, in particolare mediante la crisi delle transazioni petrolifere e del gas, mettendo così in discussione l’ordine energetico globale. Un teatro il cui esito rimane incerto. E tuttavia, in modo quasi spettrale, le singolarità della “moltitudine” vi appaiono debolmente rappresentate: proprio quelle che incarnano la possibilità di fuga dalle macchine di governo e dall’ordine fondato sui regimi di guerra. In questo contesto, è evidente che gli Stati Uniti non possiedono la piena capacità di produrre un ordine conforme ai propri desideri; ciò è chiaramente osservabile nell’andamento attuale della guerra. Tuttavia, tale incapacità, insieme alle forme di governamentalità della Repubblica Islamica, contribuisce a riprodurre e riorganizzare il caos presente. Pertanto, l’incapacità degli Stati Uniti, contrariamente a quanto sostenuto dai campisti, non implica necessariamente una diminuzione del male; piuttosto, comporta una riproduzione e redistribuzione del dominio in forme molteplici, all’interno delle quali nasce l’ordine attuale, il cui obiettivo è la soppressione totale delle potenzialità insite nelle lotte di classe contro lo Stato-capitale. Come sostengono Negri e Hardt nel loro libro Impero, dopo il declino dell’egemonia unilaterale degli Stati Uniti, il mondo multipolare risulta già intrinsecamente instabile e privo di egemonia. Tale instabilità può forse essere reinterpretata alla luce di un’ontologia del caos, dove dominio e governamentalità si riproducono attraverso relazioni dinamiche e immanenti. Quando un regime poliziesco assume il controllo attraverso i volti e le articolazioni militari del potere e, come è apparso evidente negli ultimi anni, traduce il proprio regime di guerra nella governance interna, producendo una realtà fondata sulla repressione sociale, le lotte si trasformano in un’aura interna di nichilismo. Invece di assistere a un movimento simultaneamente anti-bellico e democratico, capace di esprimere corpi collettivi e affetti sociali attivi nelle organizzazioni e nelle istituzioni, si osserva l’emergere di fautori della guerra come via di liberazione dalla dittatura e, al contempo, di una fazione che, sotto molteplici denominazioni — dai fondamentalisti all’“asse della resistenza”, fino al campismo e ad alcune correnti della sinistra ad esso vicine — mira a preservare l’ordine statale. La terza via, ossia la fuga da questa frammentazione repressiva, risulta smarrita; la polvere della guerra ha distrutto la bussola di queste linee di fuga. In generale, quando le dinamiche sociali vengono represse e molte vie vengono chiuse attraverso il controllo, la prigionia e la violenza omicida, si diffonde una disposizione all’inazione. Al posto di un corpo comune-singolare capace di investire nelle lotte dal basso, si afferma una forma di rivalsa priva del desiderio di creare una nuova società. Il sostegno ai bombardamenti da parte di una parte della popolazione iraniana deriva proprio da questa condizione: si tratta di un desiderio passivo, radicato in anni di lotte, sconfitte e resistenze fallite, tutte represse con estrema violenza. Per agire in una simile situazione, è dunque necessario opporsi al nichilismo dominante e, per questo, diventa imprescindibile una rifondazione dei valori. Tali valori, tuttavia, non devono basarsi su un’etica predefinita, ma su linee di lotta volte alla riorganizzazione contro regimi decentrati che, in forma dispersa ma totalizzante, insieme alla guerra e all’adozione di politiche economiche repressive — come le guerre tariffarie — hanno colonizzato la nostra vita. La guerra attuale non è dissimile da questo stesso nichilismo diffuso nella società iraniana. Contrariamente alla visione dell’opposizione di destra iraniana, che idealizza il ruolo degli Stati Uniti e di Israele e abbellisce questo conflitto caotico con uno scenario ottimistico predeterminato, tale guerra si inscrive nello stesso orizzonte ontologico del caos. L’instabilità dei poli di potere che, nell’ordine globale precedente, detenevano la leadership mondiale contribuisce alla redistribuzione di questo caos. Si può quindi affermare che la strategia di Trump sia intrappolata in una forma peculiare di nichilismo, che tenta di risolvere esclusivamente attraverso rivendicazioni di potenza militare. Egli ha più volte dichiarato che questa guerra durerà poche settimane, ma con la sua estensione a un conflitto regionale ha sostenuto di disporre di un esercito in grado di combattere fino alla fine del mondo. È evidente che tali affermazioni implicano, nella pratica, la continuazione della riproduzione del dominio in assenza di egemonia; una riproduzione che, incapace di generare un nuovo ordine, è costretta a mantenere i propri centri di potere attraverso l’organizzazione interna al caos. Per questo motivo, la guerra è diventata lo strumento principale per la perpetuazione delle diverse forme di governamentalità e delle loro articolazioni a livello globale. In un mondo multipolare e caratterizzato da un dominio decentrato, ciò può contribuire profondamente alla proliferazione di guerre senza fine — come, finora, è effettivamente avvenuto. Due: Come possiamo osservare nella situazione attuale, l’espansione del caos non è intrinsecamente in grado di distruggere le forze reazionarie; allo stesso modo, le intensità sociali nelle tonalità dei movimenti sociali non conducono necessariamente alla libertà. Al contrario, le politiche identitarie della destra possono frammentarle e reintegrarle in nuove composizioni di classe e in pratiche rinnovate di governamentalità. Pertanto, sebbene le intensità sociali e le lotte di classe siano anteriori ai regimi di potere e alle macchine di governo, esse necessitano di organizzazione e, con tale organizzazione, devono necessariamente confrontarsi con i nuovi nazionalismi, che presentano differenze significative rispetto a quelli del passato. Attualmente, in Iran, si possono distinguere due forme di nazionalismo, entrambe orientate alla perpetuazione dello stato di eccezione nel quadro dello Stato-capitale e dei regimi di guerra. Il primo è un nazionalismo emerso dall’interno del fondamentalismo islamico; il secondo è una forma di nazionalismo favorevole alle potenze imperialiste, che, attraverso il discorso dell’identità iraniana antica, ha già inscritto il marchio dell’autoritarismo nel proprio percorso. Il primo tipo, influenzato dal discorso dell’“asse della resistenza” (campismo), riduce l’intero campo politico alla securitizzazione, eliminando di fatto le classi e le lotte di classe e configurando la popolazione, designata come “nazione”, come una totalità priva di fratture, interamente assorbita nel governo e nelle sue forme di militarizzazione. In questa prospettiva, tutte le lotte e i movimenti non sono altro che una prosecuzione della guerra esterna all’interno dello spazio nazionale: una forma di cospirazionismo che sacrifica la popolazione. Il secondo nazionalismo è rappresentato da quelle forze che hanno imposto sulla società lo spettro del fascismo attraverso una ridefinizione dell’ideologia iranista, una sorta di fondamentalismo arcaicizzante. Al di là delle possibilità effettive di conquista del potere da parte di questi gruppi monarchici di matrice fascista, tale discorso e tali forze si sono radicati in modo molecolare nella società, aderendo ai corpi collettivi come un dispositivo repressivo. Il nazionalismo presente nella corrente monarchica assume per lo più la forma di un identitarismo nichilistico, incline ad accettare integralmente il dominio occidentale sull’Iran, senza alcuna critica, ad esempio, alle recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla possibile presa di controllo dello Stretto di Hormuz e delle isole petrolifere. Questo nazionalismo è già istituzionalizzato nei regimi di potere esistenti e trova una sua rappresentazione strutturale nel regime israeliano e nel progetto di penetrazione regionale ad esso associato. Ne deriva un discorso bellicista che mira a instaurare uno stato di eccezione permanente attraverso crisi geopolitiche, cogliendo un momento in cui la società è già repressa e privata delle proprie capacità di auto-organizzazione. Di conseguenza, l’opposizione di destra iraniana non ha alcun interesse a una trasformazione sociale fondata su insurrezioni o sulla continuità delle mobilitazioni dal basso; essa vuole la guerra, poiché attraverso la crisi degli spazi sociali può più facilmente instaurare le proprie strutture di potere e le proprie macchine di governo. In questo tipo di nazionalismo si annida dunque una contraddizione fondamentale: il sostegno agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Per questa ragione, i monarchici si oppongono all’eredità dell’anti-colonialismo e delle lotte anti-imperialiste in Iran, arrivando persino a negare il colpo di Stato anglo-americano contro il governo di Mohammad Mossadegh. È quindi necessario, in questo momento storico cruciale, procedere a una rifondazione dei valori e a una rilettura dell’eredità anti-coloniale, tenendo conto del fatto che le attuali macchine di governo differiscono profondamente dalle forme coloniali del passato, senza tuttavia ridurre l’intensità dei processi di territorializzazione e occupazione. Al contrario, con l’accelerazione tecnologica, assistiamo oggi a una crescente espansione della governamentalità e dell’accumulazione di capitale attraverso pratiche estrattive e occupazioni territoriali. In questo senso, il movimento monarchico risulta codificato attraverso le pratiche di occupazione territoriale israeliane e l’espansione delle basi militari e delle imprese statunitensi e transnazionali. D’altra parte, è noto che le reti di potere e le macchine di governo della Repubblica Islamica hanno costruito parte del proprio discorso sull’anti-colonialismo; strategie come quella della “profondità strategica” e la trasformazione delle forze militari in entità economiche derivano in larga misura da questa matrice discorsiva. Negli anni Settanta, il discorso anti-imperialista e anti-coloniale era riuscito ad attivare una “potenza costituente” contro il regime dipendente dall’imperialismo, dando origine a una forma di nazionalismo dal basso. Tuttavia, tale potenzialità emancipatrice si è rapidamente tradotta, con la rivoluzione del 1979, in una forma di governo poliziesco e, con la successiva riorganizzazione globale del potere, in un sistema capace di realizzare cicli di accumulazione attraverso reti militari sia interne che transnazionali. Il nazionalismo anti-coloniale si è così trasformato in un nazionalismo costruito e ibridato con il fondamentalismo. I nazionalisti monarchici, pur condividendo alcuni elementi con l’attuale sistema di governo — in particolare l’enfasi sull’autorità statale e la sacralizzazione della proprietà — rappresentano un nodo in cui si manifestano le molteplici articolazioni di un ordine di classe fondato su oppressione e sfruttamento. In tale contesto, le frontiere interne vengono continuamente prodotte e riprodotte attraverso processi di centralizzazione e marginalizzazione, assumendo forme molteplici e dinamiche. Di conseguenza, anche qualora si ritenesse possibile un cambiamento di regime — ipotesi di per sé discutibile — la guerra attuale mostra chiaramente come le macchine di governo siano in grado di riprodursi all’interno di un nuovo ordine. La presenza militare degli Stati Uniti e di Israele suggerisce strategie di occupazione finalizzate all’estrazione di risorse, come evidenziato, ad esempio, dall’approccio statunitense nei confronti dell’isola di Kharg. Tuttavia, tali processi estrattivi non si limitano alle risorse naturali, ma investono anche i territori sociali e le forme di vita collettiva. Siamo dunque di fronte a una svolta storica: da un lato, la negazione totale dell’eredità anti-coloniale della rivoluzione del 1979 e del periodo precedente; dall’altro, l’accettazione incondizionata delle forze armate, delle imprese e delle potenze occidentali — al punto che il movimento monarchico può essere considerato l’unico movimento popolare a sostenere apertamente l’esercito israeliano, accusato di pratiche genocidarie. Tale svolta è strettamente connessa al nichilismo menzionato in apertura: un atteggiamento che considera la rivoluzione priva di significato e, proprio per questo, si orienta verso la legittimazione del dispotismo monarchico e della dominazione occidentale. Diventa quindi necessario riconoscere nuovamente l’eredità anti-coloniale e, attraverso una sua genealogia critica, analizzare le trasformazioni dei sistemi di dominio a livello globale. Tuttavia, occorre anche estrarre da tale eredità il veleno del nazionalismo, poiché è evidente che, quando un movimento anti-coloniale viene reinscritto in un sistema poliziesco, esso finisce per produrre e moltiplicare nuove forme di dominio, sostenendo al contempo una governamentalità predatoria e neoliberale fondata sull’estrazione e sulle reti militari. È dunque necessario generare, a partire dalle lotte del passato, un corpo singolare che non mantenga alcuna continuità con quel passato — anzi, che possa persino porsi in opposizione ad esso. Tradire quell’eredità potrebbe essere l’unico modo per rigenerare le lotte a partire dal loro stesso interno e per creare nuovi spazi politici nel cuore del caos. Tre: I movimenti contro la guerra, come quelli dell’epoca della guerra del Golfo e del cambiamento di regime in Iraq, non sono di per sé sufficienti; essi non possono svolgere il ruolo di un «potere costituente» di fronte alle macchine della governance. Gli assi etici del «no alla guerra» non sono mai in grado di arrestare i dispositivi di potere né di creare una resistenza reale fondata sulla produzione del comune. I fini etici costruiti unicamente sul «né questo né quello» non hanno la capacità di tracciare linee di fuga dai regimi di potere. Per dare forma a possibilità collettive e ai limiti necessari per riconoscere le forze politico-sociali, occorre distruggere anche questi fini etici, affinché emerga un campo di possibilità e di limiti. La guerra inserisce le popolazioni in meccanismi di omogeneizzazione; le singolarità vengono rappresentate nell’ordine stabilito dal sovrano e le lotte della «moltitudine dei poveri» si trasformano in corpi funzionali alle macchine della governance. Di conseguenza, le lotte di classe e i regimi di guerra, nel loro intreccio, si trovano nella loro condizione più ambigua. L’accettazione delle tecnologie di guerra come fine delle lotte partigiane, pur essendo in parte realistica, conduce a un apocalitticismo oggi largamente diffuso. È necessario rovesciare questa prospettiva e orientare il vettore del sapere apocalittico verso la produzione di nuove possibilità. Nel mondo multipolare contemporaneo, con l’espansione dei regimi di guerra, è necessario rafforzare la biopolitica della resistenza, l’organizzazione delle singolarità e la produzione di interazioni sociali. Le lotte dal basso e la creazione di istituzioni di contropotere possono tracciare linee di fuga dai poteri dominanti e liberare l’opposizione alla guerra dai limiti dell’etica. La produzione di una soggettività contro la guerra e di un’anti-etica contagiosa rende possibile la combinazione delle lotte di classe con i movimenti contro la guerra. In Iran e nella regione, le lotte operaie e sociali represse negli ultimi anni sono un esempio della fragilità dei flussi produttivi e riproduttivi di fronte ai regimi di guerra. Solo l’organizzazione dei corpi dal basso e la diffusione delle lotte locali possono arretrare gli ordini securitari e gerarchici e creare nuovi territori. Lo studio e la produzione di sapere nel corso delle lotte ci liberano da una visione apocalittica, a condizione che emergano istituzioni capaci di mettere in crisi il rapporto tra Stato-capitale e i flussi produttivi e riproduttivi. È dunque necessario considerare, nel processo delle lotte, una forma di alternativa per trasformare le relazioni. Ad esempio, Antonio Negri e Michael Hardt, nella prima parte del libro Assembly, propongono un’idea proprio su questo mutamento delle relazioni: tenendo conto della trasformazione nella composizione del «lavoro» e della molteplicità delle singolarità della «moltitudine», essi rovesciano il rapporto tra la figura del leader e la moltitudine. Di conseguenza, le strategie si realizzano dal basso e la figura del leader svolge un ruolo di cooperazione a livello tattico. Per questo motivo, le lotte contro il regime di guerra non possono essere efficaci limitandosi a sottolineare valori liberali contro la guerra; nella situazione attuale, infatti, il regime di guerra non rappresenta un’interruzione della governance, ma ne costituisce piuttosto una modalità fondamentale di organizzazione su scala globale. Anche qui, una valorizzazione etica e trascendente della pace non è in grado né di combattere la guerra né di comprendere la logica delle dinamiche della biopotenza contemporanea. Perciò, una certa strategia di leadership e la sua emersione dall’interno dei flussi produttivi e riproduttivi rappresentano l’unica alternativa davanti a noi. Allo stesso modo, attraverso la partecipazione e il rafforzamento delle lotte, possiamo trasformare i movimenti del «no alla guerra» in movimenti contro i regimi di guerra. Le lotte contro i regimi di guerra sono inevitabilmente lotte contro le macchine della governance. Il rapporto tra regimi di guerra e interessi del capitale è diventato più ambiguo nella situazione attuale, e la crisi energetica derivante dalla guerra contro l’Iran ha ulteriormente accentuato tale ambiguità; tuttavia, come detto, i regimi di guerra operano a livello di riorganizzazione della biopotenza su scala globale, e una molteplicità di fattori interviene in questa riorganizzazione. In questa molteplicità e nei poli di potere, è forse possibile riconoscere uno dei poli attraverso le lotte, quello che è stato sottomesso alla sovranità e alla proprietà del capitale. Per questo esiste una pluralità di lotte parallele, ciascuna portatrice di una singolarità a livello locale; il pericolo principale è che queste lotte possano perdere le proprie singolarità nelle forme del nazionalismo contemporaneo o della frammentazione identitaria, venendo così assorbite nelle forme della governance. Questa è una delle crisi che colpiscono le lotte in Iran e nella regione e che impedisce la loro traduzione reciproca nello spazio del comune. Il ritorno dei nazionalismi contemporanei può essere analizzato attraverso lo strumento concettuale della «ri-nazionalizzazione»; Sandro Mezzadra e Brett Neilson la definiscono una forma di «inclusione differenziale». Questa forma di soggettivazione può delimitare territori sottoposti a violenze, discriminazioni e territorializzazioni sovrane. Allo stesso modo, la ri-territorializzazione nazionalista può produrre una nuova composizione del lavoro a diversi livelli e, mentre estende la governance disciplinare-controllo, segue le dinamiche dei cicli di scambio. Pertanto, i nazionalismi iraniani, sia nella forma del fondamentalismo islamico sia a livello secolare, non rappresentano un ritorno al passato, ma nuove forme di territorializzazione a livello della sovranità. Di conseguenza, invece di insistere su blocchi unitari, è necessario porre l’accento su forme di dinamica delle lotte aperte alle relazioni e alle interazioni; come afferma Baruch spinoza, le relazioni non si fondano necessariamente su una razionalità trascendente, ma sulla capacità di affezionare ed essere affetti. Pertanto, una politica di organizzazione contro i regimi di guerra deve creare un terreno per coordinare affetti e affezioni. Riferimenti: Michael Hardt and Antonio Negri. Empire. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2000. Michael Hardt and Antonio Negri. Assembly. New York: Oxford University Press, 2017. Sandro Mezzadra. The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World. Durham: Duke University Press, 2024. Spinoza, Baruch. Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico. A cura di Emilia Giancotti. Torino: Einaudi, 2010. L'articolo L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran proviene da EuroNomade.
March 24, 2026
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