Tag - colonialismo

Afriche: il difficile internazionalismo
il primo articolo è scritto da Nwachukwu Egbunike, Prudence Nyamishana, Endalkachew Chala, Rawan Gharib e tradotto (Italiano) da Maira Mohamed tratto da GlobalVoices il secondo contributo è di un ospite di Global Voices ed è tradotto da Sara Scibetta Quanto sono considerati ‘africani’ i paesi del Nordafrica? Le sei regioni dell’Unione Africana [Credti dell’immaginet: Sahel and West African Club]   Quando l’egiziano Mohammed
6 marzo 1796: muore l’abbé Raynal
di Bruno Lai. Guillaume-Thomas François Raynal, noto come abbé Raynal,si schierò contro la schiavitù. Nel 1770 pubblica anonima l’Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes, Storia filosofica e politica dei possedimenti e del commercio degli Europei nelle due Indie, in cui denuncia il colonialismo e si pronuncia per il diritto all’insurrezione dei
[L'orda d'oro] In principio era il verbo
Un'altra puntata dedicata al contributo che la scienza sovietica ha dato nel documentare il ruolo delle relazioni umane sullo sviluppo delle facolta' cognitive di un individuo. Nel 1932 un gruppo di psicologi guidati da Alexander Luria compie una spedizione in Uzbekistan per capire come fanno le persone che crescono in comunita' dove la scrittura non e' usata a descrivere concetti astratti. La ricerca non conclude i suoi obiettivi politici, ma decenni dopo possiamo concludere che alcune di questa differenze culturali sono in realta' differenze tra la lingua parlata e quella scritta. Scaletta musicale: * King Macarella - Ethno Waves * King Macarella - Ya Hababi * King Macarella - Do'ppiginam Per approfondire: * Il documentario How to Fix the World di Jacqueline Goss che riporta alcuni degli scambi tra il team di Luria e i partecipanti agli esperimenti
March 3, 2026
Radio Onda Rossa
L’origine non è Trump: è nei geni di quella nazione
“Il continente ci è stato assegnato dalla Divina Provvidenza per lo sviluppo del grande esperimento di libertà e autogoverno.” No, non l’ha detto il dittatore Donald Trump; lo espresse e lasciò scritto John Cotton, leader della setta puritana, una delle due che iniziarono a popolare con anglosassoni quello che più […] L'articolo L’origine non è Trump: è nei geni di quella nazione su Contropiano.
February 27, 2026
Contropiano
Philip Dick e il gioco del labirinto mortale
Un romanzo mai scritto di Philip Dick che si sarebbe dovuto chiamare: "Il nome del gioco è morte". La sua trama costituisce una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell'uomo, della "natura umana". La prima è quella che vede l'uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l'altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo "poliencefalico" la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Sembra soltanto una versione aggiornata dell'ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei... Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
[Da Roma a Bangkok] Riso, colonia, suolo, diabete
Il riso, spesso rappresentato in Occidente attraverso l’immagine esotica di terrazzamenti montani e la suggestione di tradizioni immutabili, è in realtà una chiave potente per leggere trasformazioni politiche, economiche e ambientali di lungo periodo. Più che una semplice coltura, è un’infrastruttura sociale con forme organizzative complesse, capaci tanto di sostenere Stati centralizzati, quanto di alimentare reti comunitarie resilienti. La risaia è, insieme, dispositivo tecnico e politico. Produce un surplus di capitale alimentare, politico, sociale e rende possibile la tassazione e l’amministrazione; inoltre, consolida identità collettive. Parlare di riso significa, dunque, intrecciare suolo, potere, capitale, salute. Il riso è una lente attraverso cui è possibile osservare, nel tempo, come le decisioni politiche di quello che oggi è l’ovest globale si sono sedimentate nel loro sviluppo diacronico e continuano a influenzare corpi, territori e possibilità future.
February 25, 2026
Radio Onda Rossa
Palestina: una terra che vuole vivere
La vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi nel documentario Hearbeat of the land. di Solidaria Bari (*) Foto: unsplash.com Raccontare la vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi. Questo è l’intento di Hearbeat of the land. Il battito della terra –
February 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Berlinale 3/ Black Lions – Roman Wolves di Haile Gerima
Il monumentale lavoro di Haile Gerima Black Lions – Roman Wolves è senza ombra di dubbio la cosa più importante prodotta fino a oggi sulla conquista coloniale dell’Etiopia da parte del regime fascista. 531 minuti, divisi in cinque episodi che coprono la storia di questo paese dalla vittoria di Adua (già esplorata in Adwa, an African Victory del 1999, di cui alcuni materiali vengono qui riutilizzati) alla preparazione della guerra, la conquista e la successiva cacciata degli italiani, con l’intervento inglese durante il secondo conflitto mondiale. Il documentario è stato presentato nella sezione Forum della 76° edizione della Berlinale, in cui Gerima ha ricevuto anche la Berlinale Camera, prestigioso riconoscimento che forse – afferma l’ironico e iconoclasta regista – per una volta non utilizzerà semplicemente come un pesante ferma-porte. Haile Gerima insegna cinema alla Howard University di Washington, istituzione della East Coast che ha giocato un ruolo importantissimo, fin dagli anni ’30 del Novecento, nel movimento per i diritti civili e contro la segregazione e da cui sono passati tra gli altri Zora Neale Hurston e Stokely Carmichael. Nato in Etiopia, Gerima si è trasferito negli Stati Uniti intorno all’età di venti anni e ha svolto una parte significativa dei suoi studi a Los Angeles, dando vita, dalla fine degli anni ’60, al Rebellion Movement di UCLA e alla scuola di Black Cinema, inizialmente sotto la supervisione di Charles Burnett, un altro gigante di quella ricca stagione. E proprio insieme all’amico Charlie, Gerima ha dato vita alla Berlinale a un dibattito che ha ripercorso la storia di quegli anni, le battaglie culturali, il cinema come arma di resistenza soprattutto contro il soft power di Hollywood che i due registi non esitano a definire uno dei fattori più importanti della fascistizzazione culturale del mondo odierno. Si è trattato di un vero e proprio contraltare al tentativo di spoliticizzazione da parte degli organizzatori e della giuria di questa 76° edizione della Berlinale, che ha scatenato notevoli polemiche e il ritiro di alcuni film e di alcuni ospiti di rilievo. > Black Lions – Roman Wolves è il frutto di un lavoro pluri-decennale nel quale > Haile Gerima ha sempre tenuto al centro la memoria vivente delle proprie > origini e l’importanza del loro uso nella battaglia contro-culturale da > opporre al fascismo e al colonialismo, piaghe che non sono affatto relegate > nel passato leggiamo proprio in questi giorni dell’ovazione che il clown Marco Rubio ha ricevuto da parte di molti politici europei alla conferenza di Monaco sulla Sicurezza, dove ha invitato l’Occidente a inaugurare un nuovo secolo di colonizzazione [sic!]. La riflessione di Gerima si apre sull’accesso alle fonti documentarie che, spiega il regista, sono oggi per la più parte in mano all’Istituto Luce e, in copia, negli archivi delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Ora, Gerima denuncia innanzitutto il “diritto” di proprietà di questi materiali e la loro relativa inaccessibilità, spiegando le enormi difficoltà che gli sono state opposte negli anni per l’uso di queste fonti. Come è possibile, domanda il regista, che le immagini del suo popolo oppresso, che l’oppressore ha realizzato nella sua opera di distruzione e di colonizzazione, non siano per lui accessibili? In un certo senso, la domanda di Gerima evoca l’inquietante imbarazzo per il fatto che il paese invasore – e fortunatamente sconfitto – ha ancora il monopolio delle immagini concepite, realizzate e utilizzate a sostegno dell’impresa coloniale. Un paradosso storico che, di nuovo, ci induce a pensare nel presente alle enormi difficoltà incontrate per far uscire le immagini di distruzione e morte dalla striscia di Gaza, sigillata e bombardata per mesi dalle forze armate israeliane impegnate nel lento e atroce genocidio della popolazione civile palestinese, che Gerima ha più volte evocato. Nonostante le difficoltà denunciate, Gerima è comunque in grado di realizzare più di otto ore di documentario in larga parte formato da immagini di archivio sapientemente montate e composte in un’architettura formale originale e potente su cui è il caso di soffermarsi. Il primo aspetto che vorrei sottolineare è l’intreccio inestricabile di due dimensioni. La prima è quella più discorsiva e testimoniale che riunisce, insieme alla voce fuori campo dello stesso regista, numerose interviste a storici e testimoni oculari, raccolte negli scorsi decenni. La seconda dimensione è invece lirica ed evocativa, e si appoggia appunto sulle immagini di archivio, realizzate prevalentemente dagli operatori italiani. Per queste ultime, l’intervento formale è essenziale, con sequenze che, soprattutto nel quinto e ultimo episodio, confinano talvolta con la composizione visiva tipica della video-arte. > Ma il capitolo più importante della composizione formale, nonché il collante > che tiene insieme perfettamente le due dimensioni, è la colonna sonora. Qui il > documentario offre il suo aspetto forse più originale. Senza troppo rivelare, sottolineo soltanto la scelta di sovrapporre e miscelare almeno quattro bande sonore contemporaneamente. La prima è esclusivamente composta dall’ostinato e persistente battito di un tamburo, simile al boato di un tuono o alla detonazione di un cannone, reiterato a distanza di quattro o cinque secondi, come un basso continuo, quasi per l’intera durata del film. A questo si sovrappone un sonoro quasi interamente ricostruito (perché molti dei filmati d’epoca, realizzati sul campo, sono muti) che riproduce ora il vociare confuso della folla, ora il fruscio del vento tra gli alberi, ora il ruggito di leoni o il ringhiare di lupi, ora il frastuono di una battaglia. Da ultimo, alternato alle testimonianze dei sopravvissuti, Gerima aggiunge la recitazione in amarico di versi poetici, di melodie, canti o ballate popolari, a cui contrappone la prosa littoria, tronfia e ampollosa dei cinegiornali di regime. Memorabile e sintomatica in questo senso la recitazione della frase indirizzata al duce da D’Annunzio, riconoscente per aver restituito l’Etiopia alla sua vera natura “italiana”, proprio come furono… «la Gallia di Cesare… la Dacia di Traiano… l’Africa di Scipio…». La complessità di questa colonna sonora, unita alla ricchezza visiva delle immagini di archivio, si articola intorno a un artificio retorico di grande efficacia, basato sul meccanismo della ripetizione. Più e più volte vediamo le stesse immagini o sequenze, udiamo le stesse canzoni o poesie, reiterate senza mai essere monotone, con il risultato di ottenere un vero e proprio effetto ipnotico. Lo spettatore è letteralmente immerso nel “flusso” di una storia polifonica e avvolgente, in cui sonoro e visuale concorrono a costruire un significato alternativo e ribelle alla storia ufficiale. A partire dagli aspetti formali si può risalire al contenuto storico-politico della narrazione. Si tratta innanzitutto di una denuncia della violenza e della barbarie genocida per cui gli “italiani brava gente” non avevano niente da invidiare (ma semmai molto da insegnare) ai futuri alleati nazisti. Prima di tutto l’annosa questione dell’uso massiccio dei gas tossici da parte degli italiani, proibito ma largamente testimoniato e ormai messo in dubbio soltanto da un becero revisionismo (che ha purtroppo rinnovata fortuna, ça va sans dire). > Ma si tratta anche e soprattutto di celebrare lo spirito e la forza di > resistenza del popolo etiope, erede della gloriosa vittoria di Adua e mai > completamente domato nonostante l’efferata occupazione militare, le violenze e > gli eccidi indiscriminati. Da ultimo, si tratta ancora di celebrare alcuni aspetti minori, forse collaterali ma importantissimi di questa vicenda storica. Tra questi vorrei almeno menzionare la narrazione, corredata nuovamente da belle immagini di archivio, della solidarietà popolare, panafricana e anticoloniale che si sviluppò, dopo l’aggressione italiana, attraverso il mondo intero e, in particolare, negli USA, nella fase più matura dell’Harlem Renaissance. Furono significativi, anche se talvolta poco più che simbolici, i tentativi di mobilitazione e arruolamento a sostegno dell’Etiopia, in uno slancio internazionalista coevo di quello più famoso e più diffusamente celebrato a sostegno della repubblica spagnola, contro l’aggressione golpista di Franco. Un’ultima riflessione sulla scommessa concettuale più profonda di questo film, più volte evocata dal regista nei dibattiti alla Berlinale. L’impresa è dapprima quella di recuperare materialmente e rendere visibile universalmente l’archivio degli orrori che, nelle immagini di archivio, sopravvive al silenzio complice della storia scritta dai vincitori. Successivamente, il tentativo è quello di riuscire a far parlare queste immagini che sono state pensate, girate, mostrate, celebrate e poi archiviate e custodite dagli operatori italiani al soldo del regime, dunque dai vincitori – che paradossalmente sono anche gli sconfitti – contro loro stessi. Le immagini recano la traccia, nel loro stesso codice genetico, del razzismo genocidario del regime fascista. Come riuscire a rovesciare contro di esse il loro stesso messaggio? Louis Althusser parlava, a proposito della metodologia del filosofo olandese Baruch Spinoza, di una strategia simile, basata sull’utilizzo dei concetti del nemico, svuotati dall’interno e rovesciati contro il loro uso canonico, proprio come degli assalitori che, penetrati sui bastioni della fortezza assediata, si impadronissero dei cannoni e li rivolgessero contro i loro primi occupanti. Haile Gerima riesce, in un’operazione simile a quella suggerita da Althusser, a far parlare gli archivi contro gli archiviatori, e a defascistizzare almeno un po’ il nostro cupo presente: l’assalto alla storia in nome della verità, a quasi novanta anni dagli eventi narrati, è appena cominciato. In copertina un fotogramma dal film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Berlinale 3/ <em>Black Lions – Roman Wolves</em> di Haile Gerima proviene da DINAMOpress.
February 23, 2026
DINAMOpress
Diplomazia in musica e silenzio nella memoria
-------------------------------------------------------------------------------- Il monumento che commemora ad Addis Abeba il pogrom di Yekatit 12, un crimine di guerra italiano in Etiopia durante il quale furono uccise, in un paio di giorni, tra 20 e le 30 mila persone -------------------------------------------------------------------------------- Non sappiamo se la presidente del Consiglio si sia resa conto di essere arrivata in Etiopia (13-14 febbraio) a pochi giorni dalla ricorrenza, il 19 febbraio, del massacro di Yekatit12, la terribile rappresaglia, centinaia di volte quella delle fosse ardeatine, che seguì l’azione di due giovani partigiani etiopi che tentarono di eliminare il criminale di guerra Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia. Nei tre giorni che seguirono l’attentato, che fece sette vittime tra il seguito del generale, ma a cui Graziani sopravvisse, esercito e coloni civili italiani effettuarono quella che Angelo del Boca ha definito “la più furiosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto”. La repressione arrivò allo sterminio di tutti gli abitanti, monaci e laici, del convento di Debra Libanos. L’Italia fascista aveva replicato ad Addis Abeba quello che l’Italia liberale aveva già fatto a Tripoli nel 1911 in seguito alla battaglia di Shara Shatt. La strage è stata tecnica ordinaria di governo del colonialismo italiano. Crimini per i quale la Repubblica non ha mai assunto responsabilità rimuovendoli dalla memoria pubblica e che da tempo un vasto arcipelago di associazioni chiede di riconoscere con l’istituzione, proprio il 19 febbraio di una “Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano”. Nessun giornale narra, comunque, che questa coincidenza temporale sia stata notata. E sembra, inoltre, che in ogni caso nessuno in Etiopia gliela abbia fatta notare. Alla “rimozione storica” che ha caratterizzato il rapporto dello Stato italiano con il passato coloniale si somma l’”oblio strategico” di uno stato in disperato bisogno di investimenti esteri come sostiene questa interessantissima riflessione pubblicata sull’Ethiopian Tribune e che, con il loro esplicito consenso, vi propongo in italiano raccomandandovi di leggerla fino in fondo. L’articolo illumina il fatto che il colonialismo e il neocolonialismo non siano rapporti unidirezionali di predazione, ma strutture di un’alleanza, certo asimmetrica, ma comunque reciprocamente vantaggiosa, tra capitale europeo ed élite locali dominanti dentro un paradigma dello sviluppo che esclude e marginalizza le popolazioni locali. E che questo è il quadro in cui si svolge anche il cosiddetto Piano Mattei. [Fabio Alberti] -------------------------------------------------------------------------------- Diplomazia in musica e silenzio nella memoria: l’incontro Meloni-Abiy e la questione irrisolta delle relazioni Italia-Etiopia Introduzione. Una canzone, un summit e l’amnesia strutturale Nel febbraio 2026, durante una cena di stato ad Addis Abeba per il Secondo Vertice Italia-Africa, cantanti etiopi hanno eseguito “Ma il cielo è sempre più blu”, un classico del 1975 del cantautore italiano Rino Gaetano. La Prima Ministra Giorgia Meloni è stata ripresa dalla Ethiopian Broadcasting Corporation mentre sorrideva, canticchiava e applaudiva il gentile tributo musicale. Il video, intitolato “Diplomazia in Musica! Meloni ha stupito Addis Abeba” è circolato ampiamente come emblema di scambio culturale e di calore nelle relazioni bilaterali. Eppure, sotto questa cordialità superficiale si cela una profonda asimmetria storica. Lo stesso stato italiano, che Meloni rappresenta, novant’anni prima ha utilizzato gas iprite contro civili etiopi, ha effettuato bombardamenti aerei sistematici su villaggi e infrastrutture e ha orchestrato il massacro di Yekatit12 ad Addis Abeba — uno degli atti più noti di terrore coloniale fascista in Africa. L’Italia non ha mai fatto scuse formali e complete per questi crimini, né ha avviato un sistematico confronto pubblico con l’eredità della sua occupazione dell’Etiopia (1935–1941). Questo articolo colloca l’incontro diplomatico Meloni-Abiy all’interno della più ampia continuità storica e strutturale delle relazioni Italia-Etiopia. Attingendo al quadro della colonialità del potere (Quijano, 2000) e della politica della memoria post-coloniale (Mbembe, 2001), esamina come la violenza coloniale irrisolta si interseci con l’impegno economico contemporaneo, il controllo della migrazione e i conflitti interni dell’Etiopia. L’allegra esecuzione di una canzonetta italiana in una cena di stato diventa, in questa luce, non solo un gesto di ospitalità, ma un sintomo di quella che si potrebbe chiamare amnesia strutturale, la cancellazione diplomatica della responsabilità storica a favore di una partnership pragmatica. 1. Il peso storico: iprite, massacri e l’architettura della violenza coloniale 1.1 Potenza Aerea e Guerra Chimica come Terrore Strategico L’invasione italiana dell’Etiopia nell’ottobre 1935 non fu una conquista territoriale convenzionale. Era un laboratorio per la modernità militare fascista, combinando forze di terra meccanizzate, bombardamenti aerei e, cosa più famosa, armi chimiche. Tra il 1935 e il 1936, la Regia Aeronautica impiegò iprite contro formazioni militari etiopi, insediamenti civili, fonti d’acqua e bestiame (Del Boca, 1991; Baer, 1967). Non si trattava di danni collaterali incidentali; si trattava di un uso sistematico di armi proibite per terrorizzare, disabilitare e demoralizzare. Gli effetti furono catastrofici: * Decine di migliaia di civili hanno riportato ferite, tra cui ustioni, cecità e insufficienza respiratoria. * Le infrastrutture agricole furono distrutte, determinando insicurezza alimentare a lungo termine. * Il trauma psicologico ha permeato la memoria collettiva, radicando l’occupazione italiana come simbolo paradigmatico di violenza razziale e asimmetria tecnologica. La potenza aerea, come osservano gli studiosi della guerra contemporanea (Singer, 2009), funziona non solo come strumento tattico ma anche come dichiarazione politica, una dimostrazione di superiorità tecnologica progettata per minare la sovranità e il morale della popolazione bersaglio. Negli anni ’30 in Etiopia, ciò assunse la forma di quella che Del Boca (1969) descrive come “violenza di massa industrializzata” impiegata contro una società prevalentemente agraria. 1.2 Yekatit12: Il massacro come pedagogia coloniale Il 19 febbraio 1937, a seguito di un tentativo di assassinio contro il viceré italiano Rodolfo Graziani, le forze fasciste condussero rappresaglie organizzate ad Addis Abeba. In tre giorni, soldati italiani e collaboratori civili hanno sistematicamente ucciso migliaia di etiopi, inclusi intellettuali, membri del clero e persone comuni. Interi quartieri furono rasi al suolo. Furono prese di mira anche le istituzioni religiose. Il massacro, noto come Yekatit12 (19 febbraio nel calendario etiope), non è stata violenza di massa spontanea, ma una pedagogia diretta dallo Stato, progettata per comunicare le conseguenze della resistenza (Campbell, 2017). Il massacro di Yekatit12 viene commemorato ogni anno in Etiopia come il Giorno dei Martiri. Occupa un posto nella coscienza storica etiope analogo ad altre atrocità di massa che definiscono l’identità nazionale e il trauma collettivo. Eppure, in Italia, l’evento rimane in gran parte assente dall’istruzione pubblica, dal discorso politico e dalla memoria diplomatica. 1.3 L’antropologia come arma amministrativa La governance coloniale italiana si basava fortemente sulla conoscenza etnografica e antropologica. Studiosi come Enrico Cerulli produssero studi dettagliati sugli Oromo, i somali e altri gruppi etnici, mappando le strutture linguistiche, sociali e politiche (Sbacchi, 1985). Sebbene alcuni di questi lavori avessero valore accademico, erano strumenti per giustificare strategie di divide et impera, suddivisioni amministrative volte a spezzare la coesione nazionale e a rafforzare le élite intermediarie fedeli all’autorità coloniale. Questo riecheggia le più ampie pratiche coloniali europee analizzate da Mamdani (1996), che sostiene che la classificazione etnografica è diventata uno strumento di governo indiretto, incorporando gerarchie razzializzate in strutture di governo che sono sopravvissute al colonialismo formale. In Etiopia, queste classificazioni influenzarono non solo le mappe amministrative italiane, ma anche i dibattiti post-coloniali su federalismo, autonomia regionale e identità etnica. 2. Il paesaggio contemporaneo: sovranità sotto costrizione e continuità della potenza aerea 2.1 Conflitto interno etiope e vulnerabilità civile I conflitti interni dell’Etiopia dal 2020, inclusi i conflitti del Tigray, degli Amhara e degli Oromo, hanno coinvolto un ampio uso di droni e attacchi aerei da parte del governo federale. I rapporti di Amnesty International (2022) e Human Rights Watch (2023) documentano: * Vittime civili da bombardamenti aerei. * Distruzione delle infrastrutture, inclusi ospedali e scuole. * Sfollamento di massa, con oltre due milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati in fuga verso il Sudan e i paesi vicini (ONU OCHA, 2022). Sebbene i contesti differiscano notevolmente dagli anni ’30: non si tratta di un’occupazione coloniale ma di un conflitto federale interno, la continuità è innegabile: la potenza aerea rimane un meccanismo attraverso cui l’autorità politica esercita una forza coercitiva sulle popolazioni civili. Il trauma psicologico, la devastazione infrastrutturale e lo sfollamento rispecchiano, in forma contemporanea, le conseguenze delle campagne aeree italiane di nove decenni prima. 2.2 Sovranità, Responsabilità e i Limiti dello Sviluppismo Il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed ha inquadrato le sue operazioni militari come necessarie per preservare l’unità nazionale e l’integrità territoriale. Eppure, l’uso di droni forniti da attori esterni (comprese Turchia ed Emirati Arabi Uniti) solleva interrogativi sulla sovranità sotto coercizione, su quanto l’Etiopia eserciti decisioni autonome in un contesto di dipendenza economica e partnership strategiche con potenze esterne. Questo dilemma non è unico dell’Etiopia. Riflette una realtà post-coloniale più ampia in cui gli stati africani affrontano asimmetrie strutturali ereditate dal colonialismo, compresa la dipendenza economica, gli oneri del debito e la dipendenza dalla tecnologia militare estera. Il Piano Mattei, il quadro di investimento italiano per l’Africa annunciato nel 2024, esemplifica questa tensione: promette sviluppo delle infrastrutture e partenariati economici operando all’interno di un’architettura geopolitica che restringe lo spazio di manovra africana, limita la sovranità fiscale e perpetua condizioni di scambio diseguali. 3. Sfollamento urbano e la nuova geografia coloniale: lo sviluppo del corridoio di Addis Abeba come gentrificazione 3.1 Il progetto di sviluppo del corridoio: infrastrutture o esclusione? Mentre Meloni e Abiy si scambiavano cortesie diplomatiche nel febbraio 2026, Addis Abeba stava attraversando una trasformazione spaziale drammatica. Gli ambiziosi progetti di “corridor development” del governo Abiy, ufficialmente definiti come modernizzazione delle infrastrutture e rinnovamento urbano, hanno portato allo spostamento in massa di residenti di lunga data provenienti dai quartieri centrali e periurbani. Decine di migliaia di famiglie sono state sfrattate per far spazio all’espansione delle autostrade, complessi residenziali di lusso, zone commerciali e a boulevard paesaggistici progettati per attrarre turismo e investimenti esteri. La retorica governativa enfatizza lo sviluppo economico, la creazione di posti di lavoro e la “beautification”. Tuttavia, i critici sostengono che questi progetti costituiscono una gentrificazione su larga scala che crea una nuova geografia coloniale in cui i residenti etiopi della classe operaia vengono espulsi per fare spazio a investitori europei e stranieri, professionisti espatriati e élite locali benestanti (Harvey, 2008; Smith, 1996). 3.2 Echi storici: pianificazione urbana italiana e violenza spaziale contemporanea La politica spaziale dell’Addis Abeba contemporanea presenta somiglianze scomode con la pianificazione urbana coloniale italiana. Durante l’occupazione del 1936–1941, le autorità italiane ridisegnarono Addis Abeba secondo principi di segregazione razziale, creando zone distinte per coloni italiani, élite indigene e per la popolazione etiope più larga Labanca, 2002). Mercati, aree residenziali e spazi pubblici furono riorganizzati per riflettere le gerarchie coloniali di razza, classe e potere amministrativo. Sebbene gli sviluppi attuali dei corridoi non siano esplicitamente razzializzati nel senso coloniale, la logica funzionale è analoga: si spostano gli etiopi poveri e gli operai per creare spazi di lusso per l’accumulazione di capitale e il consumo delle élite. Il fatto che aziende italiane e di altri paesi europei siano tra i principali beneficiari di contratti di costruzione, investimenti immobiliari e infrastrutture turistiche aggrava l’ironia storica. 3.3 Sfollamento senza compensazione: il costo umano Il giornalismo investigativo e la ricerca sui diritti umani rivelano schemi sistematici di sfratto forzato: ∙ I residenti ricevono un compenso inadeguato o nessun compenso per le case demolite. ∙ Le abitazioni alternative, quando fornite, si trovano ai margini urbani, lontane dalle opportunità di lavoro e dalle reti sociali. ∙ La difesa legale è limitata: i tribunali spesso si pronunciano a favore delle richieste di espropriazione governative. ∙ L’organizzazione comunitaria e le proteste pubbliche vengono represse con arresti e intimidazioni. Questo costituisce ciò che Saskia Sassen (2014) definisce espulsione, la violenta rimozione delle popolazioni dai contesti economici, sociali e spaziali per facilitare l’accumulazione delle élite. Ad Addis Abeba l’espulsione opera attraverso il discorso dello sviluppo e della modernizzazione, rendendo lo sfollamento un progresso e la resistenza un ostacolo. 3.4 Per chi è stata costruita la città? La questione della giustizia spaziale Lo sviluppo dei “corridoi” solleva questioni fondamentali di giustizia territoriale (Soja, 2010): per chi si sta costruendo la città e chi ha il diritto di occupare, modellare e beneficiare dello spazio urbano? Quando hotel di lusso, complessi residenziali recintati e caffè in stile europeo sostituiscono insediamenti informali e quartieri operai, la città viene di fatto ricollocata lontano dai suoi abitanti attuali verso un’élite cosmopolita immaginata, sia nazionale che straniera. Questo non è un processo solo di Addis Abeba. Dinamiche simili caratterizzano la trasformazione urbana in tutto il Sud Globale, da Mumbai a Lagos fino a Rio de Janeiro. Eppure, nel contesto etiope, lo sfollamento avviene in una città che ha un profondo significato simbolico come luogo sia della resistenza anticoloniale (la Battaglia di Adwa) sia di atrocità coloniali (Yekatit 12). La cancellazione spaziale degli della classe operaia etiope per accogliere investimenti di capitale straniero diventa, in questa luce, una continuazione delle logiche coloniali con altri mezzi. 3.5 Il Piano Mattei e il Mercato Immobiliare: il Ritorno della Capitale Italiana ad Addis Abeba Il Piano Mattei italiano, annunciato nel 2024, prevede investimenti infrastrutturali, progetti energetici e partnership con il settore privato in Etiopia. Imprese di costruzioni italiane, sviluppatori immobiliari e aziende alberghiere hanno espresso un interesse significativo per la trasformazione di Addis Abeba. I rapporti preliminari suggeriscono che il capitale italiano sia coinvolto in: * Costruzione di complessi commerciali a uso misto in zone riqualificate del “corridoio”. * Accordi di partnership con sviluppatori etiopi per progetti residenziali di lusso. * Infrastrutture turistiche, inclusi hotel e ristoranti rivolti a visitatori internazionali. L’immagine politica è sorprendente: novant’anni dopo che i fascisti italiani occuparono Addis Abeba, demolirono quartieri e massacrarono i residenti, il capitale italiano ritorna non attraverso invasioni militari, ma attraverso schemi di investimento accolti da un governo etiope in disperato bisogno di valuta estera e in finanziamenti per lo sviluppo. Il meccanismo è cambiato; l’asimmetria persiste. 4. Migrazione, confini e l’asimmetria del movimento 4.1 La chiusura dell’Europa e la cartolarizzazione dello spostamento I rifugiati etiopi in fuga dal conflitto affrontano politiche migratorie europee sempre più restrittive. L’Italia, sotto il governo di Meloni, ha intensificato: ∙ Le intercettazioni marittime nel Mediterraneo. ∙ Gli accordi con Libia e Tunisia per prevenire attraversamenti irregolari. ∙ L’inasprimento legislativo delle procedure di asilo, la riduzione dei tassi di approvazione e l’estensione dei periodi di detenzione (Consiglio Europeo, 2023; Triandafyllidou, 2022). Questo quadro politico rivela un’asimmetria fondamentale: gli stati europei incoraggiano investimenti e impegno economico in Africa rafforzando contemporaneamente i confini contro la mobilità africana. La logica strutturale è quella di permeabilità selettiva: capitale, merci e partnership strategiche attraversano liberamente i confini, mentre le persone sfollate vengono intercettate, detenute o deportate. 4.2 Ironia storica e incoerenza morale L’ironia è storicamente forte. L’Italia, che ha sfollato centinaia di migliaia di etiopi durante l’occupazione coloniale e continua a sfuggire alla responsabilità per crimini di guerra, ora limita l’ingresso agli etiopi in fuga dalla espulsione contemporanea causata, in parte, da conflitti che coinvolgono armi fornite da stati europei e mediorientali, e da progetti di gentrificazione urbana che beneficiano il capitale europeo. Questo non è solo ipocrita; riflette ciò che Mbembe (2001) chiama la necropolitica della governance globale contemporanea, ovvero la distribuzione differenziale delle opportunità di vita, dei diritti alla mobilità e della protezione basata su gerarchie razzializzate che riecheggiano le strutture coloniali di potere. 4.3 Sfollamento in patria, esclusione all’estero: il doppio vincolo Per gli etiopi normali, la realtà contemporanea è un doppio vincolo: sfollati dalle loro case ad Addis Abeba per fare spazio a uno sviluppo orientato all’estero, sono contemporaneamente esclusi dal migrare verso i paesi europei il cui capitale trae profitto da questo spostamento. Vengono resi invisibili nella loro stessa città e inammissibili per le città europee. Questa è la logica spaziale e politica dell’accumulazione neocoloniale: estrarre valore, spostare le popolazioni ed esternalizzare le conseguenze. 5. L’incontro Meloni-Abiy: cosa nasconde la musica 5.1 Diplomazia culturale come gestione della memoria L’esecuzione di “Ma il cielo è sempre più blu” alla cena di stato era, in apparenza, un gesto di ospitalità e riconoscimento culturale. I conduttori etiopi hanno onorato i loro ospiti italiani con una canzone ispirata all’eredità musicale italiana. La visibile gioia di Meloni ha umanizzato l’incontro diplomatico, generando una copertura mediatica positiva e rafforzando la narrazione di partnership e rispetto reciproco. Eppure, la diplomazia culturale, in particolare tra ex colonizzatori e colonizzati, non è mai politicamente neutrale. Funziona come una forma di gestione della memoria, un modo per mettere in primo piano lo scambio estetico mentre si relega sullo sfondo la violenza storica. L’esecuzione di una canzone italiana ad Addis Abeba, in assenza del riconoscimento italiano degli attacchi con iprite o del massacro di Yekatit 12, diventa uno spostamento simbolico, una sostituzione della responsabilità strutturale con la buona volontà culturale. 5.2 Il Silenzio dell’Archivio Ciò che non c’è stato alla cena è significativo quanto ciò che c’è stato. Non c’è stata alcuna lettura dei nomi delle 12 vittime Yekatit. Nessun riconoscimento dei villaggi distrutti dalle armi chimiche italiane. Nessuna menzione dell’Obelisco di Axum, restituito nel 2005 ma ancora emblematico di decenni di rifiuto italiano di rimpatriare il patrimonio culturale saccheggiato. Nessun riferimento al fatto che l’Italia non abbia mai pagato riparazioni, emesso scuse complete o integrato i suoi crimini coloniali nei programmi di istruzione nazionale (Labanca, 2002). Non è stato nemmeno riconosciuto che i residenti venivano sfollati, proprio in quel momento, dai quartieri di Addis Abeba, alcuni per facilitare “Development Corridors” di cui aziende italiane detengono quote di investimento. La cena di stato si è svolta in uno spazio edulcorato, d’élite, ermeticamente sigillato dalle realtà sia della violenza storica che da quella contemporanea. Questo silenzio non è casuale. Riflette ciò che gli studiosi della politica della memoria post-coloniale chiamano oblio strategico, la costruzione selettiva di narrazioni storiche che enfatizzano la riconciliazione e la partnership mentre oscurano le eredità strutturali della violenza e dello sfruttamento. 5.3 Il Gala come Performance Spaziale La cena di stato stessa, probabilmente tenutasi in una sede ristrutturata o di nuova costruzione progettata per impressionare dignitari internazionali, fa parte della performance spaziale di modernità e apertura agli investimenti di Addis Abeba. La coreografia estetica di tali eventi (architettura elegante, performance culturali curate, protocolli multilingue) serve a proiettare un’immagine di sofisticazione cosmopolita che attrae capitali stranieri e legittima la governance. Eppure, questa performance si costruisce, letteralmente, sulla cancellazione dei residenti della classe operaia della città e sul silenziamento della memoria storica. La melodia della canzone di Rino Gaetano ha riempito uno spazio da cui gli etiopi sono stati sistematicamente esclusi sia storicamente, attraverso la violenza coloniale, sia contemporaneamente attraverso la gentrificazione e lo sfollamento. 6. Etiopianesimo e la politica della dignità 6.1 Eccezionalismo etiope e il peso della resistenza L’eccezionalismo storico dell’Etiopia, la sua resistenza riuscita alla colonizzazione, culminata nella battaglia di Adwa del 1896, sono da tempo fonte di orgoglio nazionale e simbolismo panafricano. Il discorso dell’imperatore Haile Selassie alla Società delle Nazioni nel 1936, in cui denunciava l’aggressione italiana e faceva appello alla sicurezza collettiva, rimane un testo canonico nella storia anticoloniale. Eppure, questa eccezionalità porta un peso. L’aspettativa che l’Etiopia, avendo resistito alla colonizzazione totale, debba orientarsi nella geopolitica contemporanea con una particolare autorità morale o autonomia strategica può oscurare i vincoli strutturali in cui essa si trova. La dipendenza economica, i conflitti interni e le pressioni della gestione migratoria limitano la capacità dell’Etiopia di esercitare la sovranità. L’etiopianismo, l’affermazione ideologica della sovranità, della dignità e della continuità storica etiope, deve quindi essere intesa non come una mitologia nazionalista statica, ma come un progetto politico in corso, costantemente negoziato in mezzo a diversità interna, tensioni regionali e pressioni esterne. 6.2 Il dilemma di Abiy: Modernizzazione, Conflitto e Legittimità Il mandato del Primo Ministro Abiy Ahmed esemplifica questa tensione. Inizialmente celebrato per le riforme liberalizzanti e per l’accordo di pace del 2018 con l’Eritrea (per il quale ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace), il governo di Abiy è stato da allora coinvolto in atrocità di massa, repressione mediatica e consolidamento autoritario (Human Rights Watch, 2023). Il dispiegamento della potenza aerea contro il Tigray e altre regioni, unito allo sfollamento urbano dei residenti di Addis Abeba, solleva profondi interrogativi sui confini della violenza statale legittima e sulla coerenza morale di un governo che cerca contemporaneamente investimenti internazionali e coercizione interna. Il rapporto di Abiy con Meloni va letto in questo contesto. La partnership italiana offre risorse economiche e legittimità diplomatica, ma coinvolge anche l’Etiopia in un’architettura geopolitica più ampia che dà priorità alla stabilità, ai rendimenti degli investimenti e al controllo migratorio rispetto ai diritti umani, alla giustizia spaziale e alla responsabilità storica. 6.3 La critica dal basso: movimenti urbani e contro-narrazioni Nonostante la repressione statale, la resistenza ai “Deveopment Corridors” persiste. Organizzazioni comunitarie, residenti sfollati e intellettuali critici hanno articolato contro-narrazioni che sfidano il discorso ufficiale sullo sviluppo: ∙ La città appartiene al suo popolo, non al capitale: argomentazioni che sottolineano il diritto all’abitazione, la continuità spaziale e la coesione comunitaria. ∙ Sviluppo per chi?: Domande sui beneficiari dei progetti infrastrutturali e sulla distribuzione di costi e benefici. ∙ Coscienza storica: Collegare lo sfollamento contemporaneo alla violenza spaziale coloniale e chiedere che l’etiopianismo includa la protezione degli etiopi comuni, non solo una resistenza simbolica alla dominazione esterna. Questi movimenti, sebbene frammentati e precari, rappresentano la possibilità di un etiopiesimo dal basso, uno che insiste sulla responsabilità interna accanto alla sovranità esterna. 7. Verso una politica della responsabilità: cosa richiederebbe la riconciliazione 7.1 Oltre i gesti simbolici Una vera riconciliazione tra Italia ed Etiopia richiederebbe più della restituzione di reperti culturali o di cene di stato con spettacoli musicali. Richiederebbe: 1. Apologia formale: Un riconoscimento italiano completo dell’uso di gas iprite, del massacro di Yekatit12 e della violenza coloniale sistemica. 2. Riparazioni: Compensazione finanziaria per i discendenti delle vittime e finanziamenti per istituzioni etiopi dedicate alla memoria storica e alla salute pubblica. 3. Integrazione educativa: Incorporazione dei crimini coloniali italiani nei programmi di studio nazionali italiani, nei musei e nel discorso pubblico. 4. Accesso agli archivi: Apertura completa degli archivi militari e coloniali italiani ai ricercatori etiopi e internazionali. 5. Coerenza delle politiche: Allineamento delle politiche migratorie con gli impegni etici verso le popolazioni sfollate, in particolare quelle in fuga da conflitti che coinvolgono armi fornite dagli europei o causati da progetti di sviluppo sostenuti dall’Europa. 6. Trasparenza degli investimenti: Divulgazione pubblica delle partecipazioni italiane negli sviluppi del “Corridors” di Addis Abeba e dei meccanismi per garantire che i profitti beneficino le comunità locali. 7.2 Responsabilità e Governance Interna Etiope Ugualmente importante è la responsabilità dell’Etiopia per la violenza e lo sfollamento contemporanei. L’uso del potere aereo da parte del governo federale contro i civili, la detenzione di giornalisti, la repressione del dissenso e lo sfratto forzato dei residenti urbani minano l’autorità morale dell’Etiopia nel chiedere responsabilità agli ex colonizzatori. Un etiopiesimo credibile deve integrare la critica interna insieme alla resistenza alla dominazione esterna. Questo richiede: ∙ Indagini indipendenti sulle vittime civili degli attacchi con droni. ∙ Meccanismi di giustizia transizionale per le vittime della guerra del Tigray e di altri conflitti. ∙ Fermare gli sfratti forzati e implementare una pianificazione urbana partecipativa che dia priorità ai diritti abitativi e ai mezzi di sussistenza dei residenti esistenti. ∙ Compensazione e rialloggio per famiglie sfollate, con supervisione comunitaria dei progetti dei “Corridor Development”. ∙ Riforme costituzionali che bilanciano l’autorità federale con l’autonomia regionale e i diritti delle minoranze. ∙ Libertà dei media e spazio della società civile per favorire il dibattito pubblico e la responsabilità. 7.3 Giustizia spaziale come pratica decoloniale Affrontare lo spostamento urbano ad Addis Abeba richiede di riconoscere che la giustizia spaziale è inseparabile dalla politica decoloniale. Se l’etiopianismo deve significare più di una semplice sovranità simbolica, deve comprendere il diritto degli etiopi comuni a rimanere, formare e beneficiare della propria capitale. Questo significa: ∙ Pianificazione partecipativa: coinvolgere le comunità interessate nelle decisioni sullo sviluppo urbano. ∙ Edilizia abitativa a prezzi accessibili: Garantire che le nuove costruzioni includano alloggi sociali accessibili ai residenti della classe operaia. ∙ Inclusione economica: Creazione di opportunità di occupazione per le popolazioni sfollate nei progetti dei Corridor. ∙ Conservazione culturale: Protezione dei quartieri storici e dei siti della memoria dalla demolizione. VIII. Conclusione: Il cielo non è sempre più blu e la città non è sempre nostra Il titolo della canzone di Rino Gaetano, “Ma il cielo è sempre più blu”, porta con sé un ottimismo lirico, una promessa di continuità, rinnovamento e speranza. Eppure, per gli etiopi che ricordano gli aerei italiani che un tempo oscuravano i loro cieli con gas iprite, e per coloro che ora vedono i bulldozer demolire le loro case per far spazio agli investimenti stranieri, l’espressione risuona in modo diverso. Il cielo non è sempre stato più blu. È stato un luogo di terrore, spostamento e traumi non riconosciuti. E la città di Addis Abeba, luogo sia dell’orgoglio di Adwa che del dolore di Yekatit12, non è sempre più loro. L’incontro diplomatico di febbraio 2026 tra Meloni e Abiy, incorniciato da scambi culturali e partnership economiche, illustra la persistenza dell’amnesia strutturale e della violenza spaziale nelle relazioni contemporanee tra Italia ed Etiopia. Quadri di investimento, restrizioni migratorie, gentrificazione urbana e gesti simbolici coesistono con le eredità irrisolte della violenza coloniale e con il continuo impiego di forza coercitiva da parte dell’Italia negli anni ’30 attraverso la potenza aerea e il massacro, e da parte del governo di Abiy negli anni 2020 tramite droni e bulldozer. L’etiopionesimo, come progetto politico ed etico, richiede più dell’affermazione della sovranità o della celebrazione della resistenza. Richiede l’integrazione della memoria storica con la responsabilità contemporanea, il bilanciamento della critica esterna con la riforma della governance interna e il riconoscimento che la vera partnership non può essere costruita sulla cancellazione del passato o sullo spostamento del presente. Finché l’Italia non riconoscerà la piena portata dei suoi crimini coloniali, e finché l’Etiopia non affronterà le implicazioni etiche del proprio uso della forza coercitiva, sia militare che spaziale, la musica alle cene di stato rimarrà quella che è: una bellissima melodia che nasconde un giudizio incompiuto. Il cielo può essere più blu nelle canzoni, ma sul terreno le ombre della storia restano lunghe, gli avvisi di sfratto sono reali e l’opera della giustizia incompiuta. La domanda non è se gli etiopi possano canticchiare una canzone italiana. La domanda è se potranno rimanere nella loro città, plasmare il proprio futuro e chiedere responsabilità, sia agli ex colonizzatori che al proprio governo. Finché questa domanda non avrà risposta affermativa, nella politica e nella pratica, il gala rimane una performance di amnesia, e lo sviluppo del corridoio rappresenta una continuazione della geografia coloniale con altri mezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sulla Ethiopian Tribune il 15 febbraio 2026. Traduzione a cura di Fabio Alberti. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti: Harvey, D. (2008) La destra alla città, New Left Review, 53, pp. 23–40. Sassen, S. (2014) Espulsioni: brutalità e complessità nell’economia globale, Cambridge, MA: Harvard University Press. Smith, N. (1996) La nuova frontiera urbana: gentrificazione e la città revanchista, Londra: Routledge. Soja, E. (2010) Alla ricerca della giustizia spaziale, Minneapolis: University of Minnesota Press. Amnesty International (2022) Etiopia: vittime civili da attacchi con droni, Londra: Amnesty International. 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