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Dal paradigma del dominio al paradigma della cura: il contributo originale di Giuseppe De Marzo
L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (Minimum Fax ) di Giuseppe De Marzo ha un ampio respiro teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo.                        Il nucleo argomentativo risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali: l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di nuovi paradigmi e categorie alternative. Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità non come sommatoria di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica. Ne consegue il compito di costruire un assetto concettuale in grado di interrompere la razionalità lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a categorie inedite capaci di nominare la realtà, ribaltare la prospettiva su soggetto, cause e soluzioni e operare una decolonizzazione dello sguardo come atto fondativo sul piano politico e metodologico.                                                                       Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando come il collasso climatico, le disuguaglianze e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una tecnologia concepita come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima e politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio. Il merito più grande dell’autore è aver sottratto il dibattito sulla crisi climatica al terreno tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica.                                                    Il testo non si configura come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per un salto di civiltà, una rottura epistemologica. L’operazione si dispiega secondo una duplice procedura di sottrazione e ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie del “Capitalocene”, in un gesto di decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo fonda categorie originali per il rovesciamento della visione egemonica. Infine individua il soggetto storico della trasformazione: un soggetto politico globale deputato a “federare” le pratiche.                                              Il punto di partenza è la critica radicale al concetto di “transizione ecologica”. Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”, sistema che trasforma ogni vivente in risorsa, celebrando il  mito della crescita infinita, tenta di salvarsi, non di superarsi. Cambiare gli strumenti lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri mezzi.   Da qui il rovesciamento di prospettiva operato con l’introduzione della categoria di “Conversione”. Essa non è adattamento tecnologico, ma radicale mutamento di paradigma che sposta l’asse interpretativo dalla crescita illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal dominio alla logica della cura. Con questo triplice slittamento dell’orizzonte di senso De Marzo ci conduce a pensare la crisi non nella dimensione quantitativa, relativa alle emissioni di CO2, ma nella sua dimensione qualitativa, ovvero come crisi delle relazioni, come frattura antropologica e giuridica nel rapporto che lega l’uomo alla Terra. La soluzione  della crisi è, pertanto, di natura relazionale: richiede la ricostruzione dell’alleanza con la Terra, il ripensamento del patto di reciprocità, la messa in discussione della categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente problematica. Essa, infatti, appiattisce le differenze e le responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, colpevoli tutti e assolvendo i veri artefici.           Con tale narrazione la crisi viene sottratta alle scelte politiche ed economiche e ricondotta alla sua ineluttabilità. Per contrastare questa costruzione teorica che depoliticizza il conflitto tra capitalismo, potere e giustizia, trasponendolo sul piano tecnico, De Marzo introduce la categoria di “Capitalocene”, che ben individua il regime storico nato nel XV secolo dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un modello di sviluppo fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.                                                                            Il concetto di “Capitalocene” rappresenta l’antropocentrismo assunto a sistema economico, strutturato su tre separazioni: tra uomo e natura, tra uomo e uomo, tra presente e futuro. La sua forza analitica risiede nella facoltà di ricondurre a un’unica cornice fenomeni trattati come emergenze separate: crisi climatica, alimentare, migratoria, energetica e democratica.                  L’alternativa proposta non è correzione di rotta del sistema esistente, ma un autentico progetto di futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione predatoria del “Capitalocene” e declinato attraverso l’“ecologia delle relazioni”, che all’“uomo padrone”, soggetto atomizzato, colonizzatore della Terra, sostituisce l’essere umano, partecipe in modo interdipendente della comunità della vita.                Sul piano ontologico la Terra, non più nudo capitale naturale, si sostanzia come rete di relazioni da coltivare, dove fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non sono risorse, ma soggetti con cui negoziare e ai quali riconoscere diritti. A tal fine De Marzo delinea i tratti di una “giurisprudenza della terra”, orientata al riconoscimento di titolarità e tutela a tutti gli abitanti della Casa comune, una giurisprudenza del vivente, capace di superare la visione del diritto del “Capitalocene” basata sulla proprietà privata assoluta, sul soggetto giuridico individuale che istituzionalizza la separazione tra umano e vivente. Il nodo centrale di questo impianto rovescia il principio istitutivo fondato sul diritto di sfruttare e pone come istanza rivoluzionaria il diritto di curare. Questa istanza è, oggi, resa manifesta da “un universo plurale di alternative al sistema tecnocapitalista”, rappresentato dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il paradigma della crescita economica per perseguire equità sociale e sostenibilità ambientale”. Essi costituiscono un insieme plurale di pratiche e saperi in rottura con l’idea di sviluppo inteso come crescita illimitata e dominio tecnocapitalista. Non è un movimento unitario, ma un reticolo di percorsi eterogenei, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, ma superarlo come orizzonte di senso. Dal punto di vista epistemologico questi movimenti rifiutano l’idea di un solo modello o una sola democrazia da universalizzare e postulano la coesistenza di una molteplicità di mondi e saperi. Sul piano storico adottano una prospettiva decoloniale in quanto riconducono  a un’unica matrice le diverse forme di oppressione razziale, di genere, ambientale e di specie prodotte dal medesimo sistema; riconoscono la fragilità come punto di partenza etico di ogni politica, rompendo con il mito dell’infrangibilità e dell’autosufficienza; affermano che “siamo tutte e tutti vulnerabili e fragili” ed evidenziano, infine, l’interdipendenza reciproca: essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”. Su queste basi De Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo soggetto politico: “l’Internazionale della Terra”. Un soggetto composito, costituito da coloro che sono stati scartati, esclusi, impoveriti dal sistema dominante. Vi afferiscono movimenti indigeni, reti contadine, organizzazioni ecologiste, comitati popolari, movimenti per l’acqua pubblica e/o di opposizioni a grandi opere. Il compito non è occupare lo Stato, ma costruire dal basso una civiltà della cura, attraverso relazioni di reciprocità, solidarietà e responsabilità verso il vivente. Questa società in movimento incarna l’Internazionale della Terra: una rete che articola dimensioni locale, nazionale e internazionale, e fa emergere la coscienza di appartenere a una comunità di destino di esseri umani e non-umani, legati dal medesimo futuro. Gli obiettivi sono sistemici: decentrare i sistemi di governo; ampliare la soggettività politica con democrazia partecipativa; riconvertire ecologicamente produzione ed energia; superare l’ordinamento giuridico omocentrico; ricollocare l’essere umano nella comunità della Terra. Con la formula “La Terra riflette quello che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema Terra. L’Internazionale della Terra ha la funzione di recuperare la multidimensionalità dell’umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni” che lega l’uomo alle altre comunità della vita; è una pratica politica concepita dal basso, plurale e relazionale, fondata sul riconoscimento dell’interdipendenza. Proprio su tali presupposti può essere avviata una conversione ecologica, giuridica e culturale alternativa al dominio e in questa scelta si gioca la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che noi saremo.      L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante peso teorico e politico, che supera i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea. Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo. Il contributo originale e distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio dell’interdipendenza in categorie operative che sul piano ontologico, ecologico e giuridico ridefiniscono il rapporto tra umano e viventi, la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”, la nascita di un nuovo diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che attraversa tutti e tre i piani, recando in sé l’audacia di porre fine al paradigma del dominio per fondare una comunità umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità e della cura.  qui puoi leggere la recensione integrale: rivista online: DAL PARADIGMA DEL DOMINIO AL PARADIGMA DELLA CURA Redazione Palermo
July 18, 2026
Pressenza
L’educazione ambientale oltre lo sviluppo sostenibile: educare ai conflitti ambientali
L’EDUCAZIONE AMBIENTALE OLTRE LO SVILUPPO SOSTENIBILE: EDUCARE AI CONFLITTI AMBIENTALI GIOVEDÌ 26 MARZO 2026 DALLE ORE 8.30 ALLE ORE 16.30 IN PRESENZA PRESSO IIS ALDINI – VALERIANI VIA BASSANELLI, 9/11 BOLOGNA PER ISCRIVERSI: COMPILARE IL MODULO: ISCRIZIONE ONLINE PIATTAFORMA SOFIA ID: 77090 SCARICA QUA LA LOCANDINA CON GLI ABSTRACT DEL CONVEGNO -------------------------------------------------------------------------------- CONVEGNO NAZIONALE DI FORMAZIONE IL CESP è ente accreditato/qualificato per la formazione del personale della scuola (Decreto Min. 25/07/06 prot.869, circ. MIUR prot. 406 del 21/2/06 – Direttiva 170/2016-MIUR). La partecipazione ai convegni e seminari CESP è gratuita e dà diritto, ai sensi dell’art. 36 del CCNL 2019/2021 (che sostituisce gli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009), all’ESONERO DAL SERVIZIO. —> Fai richiesta alla segreteria del tuo istituto del permesso per formazione oppure utilizza il modulo allegato alla locandina -------------------------------------------------------------------------------- PROGRAMMA: 8.30-9.00: iscrizioni e registrazioni. * Claudia Finetti, Cesp Bologna introduce e coordina il convegno * L’educazione ambientale alla luce delle Nuove Indicazioni Nazionali, Matteo Vescovi – CESP Bologna * Transizione energetica: le sfide per i movimenti ambientali dopo la COP 30, Renato Di Nicola – Per il clima fuori dal fossile * La rinaturalizzazione dei territori come risposta alla crisi climatica, Cassandra Fontana – Università di Firenze   10.50-11.10 Pausa caffè (e prime domande) 11.10-13.00 seconda parte * Fiumi che esondano: nuove prospettive di gestione dei territori, Andrea Nardini – Ingegnere civile idraulico * Parlare a scuola di agricoltura intensiva: aspetti ecologici e politici, Giulio Marianacci – CESP Bologna * Di chi sono la aree verdi nella città? Cambiamenti climatici e democrazia, Anna Providenti – Resistenze spaziali   POMERIGGIO  14.00-15.30: Laboratori didattici, sessioni parallele – Attivabili a fronte di un numero minimo di iscritte/i. 14.00 -16.00 Laboratori didattici (sessioni parallele)  Attivabili a fronte di un numero minimo di iscritte/i. 1. terra/Terra: sporcarsi le mani con l’ambiente | infanzia e primaria 2. I fiumi non sono righe blu | scuola primaria 3. Strategie di ecodesign per lo sviluppo di prodotti ecocompatibili | scuole medie e superiori   4. Riconoscere e decostruire le fake news del negazionismo climatico | scuole medie e superiori 5. Arti e media per decifrare la crisi ambientale, a cura di Valentina Cappi (Università di Bologna) | scuole medie e superiori 6. I diritti della natura: dalla foresta amazzonica alle nostre classi, a cura di Federica Falancia. | scuole medie e superiori 7. Contro-cartografie: il quartiere che vorrei, a cura di Resistenze Spaziali | tutti gli ordini di scuola  8. Confini planetari e conflitti ambientali, percorsi per l’ed. ambientale | tutti gli ordini di scuola 16.00 – 16.30     Restituzione e confronto in plenaria --------------------------------------------------------------------------------
February 11, 2026
CESP
La storia del capitalismo è una storia di genocidi ricorrenti – intervista a Jason W. Moore
Il testo originale è stato pubblicato dalla rivista online “CTXT“, e tradotto da Alessia Arecco per DINAMOpress Parlare con Jason W. Moore (Oregon, 1971) significa parlare di Capitalocene, concetto da lui proposto per «ridicolizzare il pensiero autoritario che risale a Malthus alla fine del XVIII secolo», quando la sovrappopolazione era considerata la fonte della disuguaglianza. Per lo storico, geografo e professore di sociologia, il cambiamento climatico è responsabilità della classe capitalista e di quelle 150 imprese transnazionali responsabili di oltre il 70% delle emissioni globali di carbonio e gas serra dal 1850. La crisi climatica, conclude, è una questione lavorativa, una guerra di classi. In questa intervista, Moore sviluppa anche l’idea di «natura a basso costo» e dei «tentativi, dall’alto, di svalutare la vita umana». Analizza inoltre il genocidio a Gaza – «singolare, ma non eccezionale» – e fornisce strumenti chiave per organizzare movimenti antisistemici in grado di rispondere a un capitalismo in crisi. Vorrei iniziare chiedendole del concetto da lei sviluppato di «natura a basso costo». In che modo questo concetto è rilevante oggi per affrontare la crisi ecologica? Il capitalismo è un sistema di natura a basso costo. La natura a basso costo include non solo i suoli e i ruscelli, i campi e le foreste, ma anche la forza lavoro umana. La storia del capitalismo, da Colombo nel 1492 fino ai nostri giorni, è la storia di una lotta per la natura a basso costo. La natura a basso costo include ciò che chiamo i quattro elementi a basso costo, o i quattro “a basso prezzo”: lavoro a basso costo, cibo a basso costo, energia a basso costo e materie prime a basso costo. Affinché il capitalismo possa superare le sue crisi, deve ridurre il prezzo della forza lavoro, del cibo, dell’energia e delle materie prime, aumentandone al contempo il volume. La natura a basso costo non riguarda solo come i capitalisti abbassano il prezzo di questi quattro elementi, ma è anche un processo di svalutazione nel senso del termine inglese “cheapening”, relativo a privare di dignità e rispetto. Questo è ciò che tutti i grandi imperi hanno fatto: svalutare la vita e il lavoro della grande maggioranza. Cosa implica includere la forza lavoro come parte della natura a basso costo? Nonostante oggi si dica che l’umanità sia la causa del cambiamento climatico, la realtà è che per gran parte della storia del capitalismo quasi tutta l’umanità è stata collocata nel regno della natura. Parafrasando la grande economista politica Maria Mies, il capitalismo si nutre del lavoro non retribuito delle donne, della natura e delle colonie. Le fonti della natura a basso costo risiedono nella trama della vita, ma i meccanismi per produrla ed estrarla implicano dominio e oppressione. Pertanto, quando parliamo di natura a basso costo, non ci riferiamo solo alla natura biofisica e biologica, ma anche ai tentativi, dall’alto, di svalutare la vita umana e l’intera trama della vita. Recentemente ha scritto sulla fine di questa natura a basso costo, sul termine del processo storico per cui il capitalismo non paga i suoi conti. L’economista Daniela Gabor analizza come i poteri pubblici riducano il rischio dei privati investendo somme sempre maggiori per spostare la crisi ecologica. Fino a che punto possiamo dire che il denaro a basso costo sia una strategia per evitare la fine della natura a basso costo? Il capitalismo non risolve mai le sue crisi. Le sposta soltanto. Dalla fine degli anni ’80 fino a forse tre anni fa, l’era neoliberale è stata segnata da una politica monetaria espansiva di denaro a basso costo. Lo abbiamo visto in Giappone, in Europa o negli Stati Uniti. Oggi, questo sembra essere finito. E questo ci dice qualcosa di importante in risposta alla sua domanda: il capitalismo non risolve mai le sue crisi. Le sposta semplicemente da un posto all’altro. Ma può spostarle solo muovendosi verso nuove frontiere di denaro a basso costo, lavoro a basso costo, cibo a basso costo, energia a basso costo, materie prime a basso costo e rifiuti a basso costo. Tutte queste frontiere oggi sono state recintate. La fonte della vitalità del capitalismo era spostarsi verso nuove frontiere e poi organizzare nuove e vaste rivoluzioni industriali. Oggi questo è finito, definitivamente. Oggi assistiamo anche alla fine del cibo a basso costo. Dal 2008, i prezzi alimentari sono schizzati in tutto il mondo, principalmente perché il capitale è fuggito dalla crisi dei mutui subprime alla Borsa di Chicago per speculare su materie prime e alimenti. I poteri pubblici stanno investendo somme enormi per contenere i prezzi del cibo, perché sanno che è una delle cause del malessere sociale. Questo sta accelerando la concentrazione di potere nelle grandi aziende agroindustriali e aggravando la crisi ecologica, che a sua volta fa aumentare il prezzo del cibo. Come rompere questa spirale? Analizziamo il rapporto del capitalismo con l’agricoltura. Se risaliamo al XVI secolo, vediamo che il modello di rivoluzione agricola lanciato dal capitalismo ha avuto successo. Ciò che ha fatto è stato produrre sempre più cibo con sempre meno forza lavoro. Questo ha liberato manodopera per lavorare in fabbriche e cantieri navali, trasferirsi nelle città e favorire lo sviluppo economico moderno. Tutte le grandi epoche d’oro, da quella inglese e olandese nei secoli XVI e XVII fino al secolo americano, si sono basate su una rivoluzione agricola che riusciva a produrre sempre più cibo affinché il suo prezzo calasse, facendo diminuire anche il prezzo della forza lavoro. Il rapporto tra alimentazione e forza lavoro è strettissimo, poiché il prezzo del cibo condiziona quello della manodopera. Quell’epoca è finita. Lo sappiamo dal progressivo rallentamento della produttività agricola in tutto il mondo, specialmente nelle aree che furono il cuore della rivoluzione verde, come gli Stati Uniti o l’India. L’alimentazione è una delle principali questioni politiche del presente, una questione di ordine sociale e di instabilità politica. Due delle maggiori rivoluzioni della storia mondiale moderna, quella francese e quella russa, furono provocate da problemi alimentari. Il cambiamento climatico oggi rende impossibile una nuova rivoluzione agricola capitalista nei termini che ho descritto. Vorrei approfondire il concetto di capitalocene e cosa propone da un punto di vista analitico. L’antropocene significa, letteralmente, l’era dell’uomo. Viene presentato come un fatto evidente, come una nuova era geologica. In realtà, è un argomento politico nascosto sotto l’illusione della buona scienza. Non c’è nulla di originale nel concetto di antropocene. Non è altro che un cambio di nome dell’olocene. Il concetto di capitalocene è una provocazione. È un tentativo di deridere e ridicolizzare il pensiero autoritario che risale a Malthus alla fine del XVIII secolo. Malthus pensava che la sovrappopolazione fosse la fonte della disuguaglianza, il che era molto comodo per lui e i suoi amici ricchi, perché così non dovevano assumersi alcuna responsabilità per il marcato aumento della disuguaglianza in Inghilterra alla fine del XVIII secolo. Secondo la sua logica, la disuguaglianza non era colpa dei capitalisti, dello sfruttamento o delle recinzioni, ma della natura e della legge naturale, del fatto che, secondo loro, i poveri avevano troppi figli. Altre versioni di questo argomento sarebbero apparse in seguito. Alla fine del XIX secolo, un altro periodo di profonda rivolta sociale, fu il darwinismo sociale e la rivoluzione eugenetica. > Nel 1968, nel momento delle rivolte del Terzo Mondo e dell’Occidente > imperialista, abbiamo un ambientalismo dominante, quello che Martínez-Alier > chiama l’ambientalismo dei ricchi. Ogni volta che la classe dominante si sente > minacciata, torna all’idea della natura e della legge naturale perché è più > facile giustificare ideologicamente guerra, violenza e disuguaglianza > attraverso un conflitto eterno tra uomo e natura, che spiegarlo come una > guerra di classi tra la grande maggioranza, contadini e lavoratori, e la > classe capitalistica. E da un punto di vista politico? In che modo direbbe che il Capitalocene è fondamentale per le forme attuali di organizzazione e per i movimenti antisistemici odierni? Il capitalocene afferma che le origini della crisi climatica risalgono all’epoca di Colombo. Lo sterminio delle popolazioni del Nuovo Mondo per schiavizzarle contribuì al severo cambiamento climatico del XVII secolo. Il capitalocene è anche un modo per dire che il cambiamento climatico è responsabilità della classe capitalistica, dell’1% della popolazione o, oggi, dello 0,1%. E che i responsabili del cambiamento climatico hanno nomi e indirizzi. Basti pensare alle 150 imprese transnazionali responsabili di oltre il 70% delle emissioni globali di carbonio e gas serra dal 1850. Come per la tratta degli schiavi, sappiamo chi è responsabile della crisi climatica. È un crimine contro l’umanità, un ecocidio. E i responsabili devono risponderne. Hanno nomi e indirizzi, sappiamo chi ha commesso il crimine, possiamo agire. Pertanto, il capitalocene è un modo per sottolineare che i problemi della vita planetaria e della crisi climatica possono essere attribuiti alle classi capitaliste dell’Occidente imperialista. Prima ha citato l’opera di Maria Mies e la sua analisi di come il capitalismo si appropri del lavoro delle colonie, delle donne e della natura. Nel suo pensiero ha sviluppato un’idea simile, la distinzione tra appropriazione e sfruttamento, proposta anche da Nancy Fraser. Questa distinzione è fondamentale per costruire alleanze tra il movimento ecologista e altre lotte, come quelle sindacali o per la casa. In che modo ritiene che questa distinzione possa essere politicamente utile? Non ci sono lotte ecologiche separate dalla questione lavorativa. Questo è il primo argomento che i socialisti devono sostenere: che la crisi climatica è una questione lavorativa, come dice Matthew Huber, una guerra di classi. Il razzismo, il sessismo e l’imperialismo esistono con un solo scopo: aumentare il tasso di profitto e ampliare le possibilità di accumulazione della superclasse planetaria. Ciò che ha fatto Maria Mies, la grande sociologa femminista e marxista tedesca, è stato attirare la nostra attenzione sulle dinamiche dell’oppressione e del lavoro non retribuito nella formazione delle classi lavoratrici. Il proletariato, la classe operaia, non è definito solo dal rapporto di lavoro salariato. Tutte le famiglie della classe lavoratrice dipendono da grandi quantità di lavoro non retribuito. Si tratta di una strategia di natura a basso costo che riduce il prezzo della forza lavoro. Il tempo di lavoro socialmente necessario è determinato da processi politici di dominio che estraggono il lavoro non retribuito socialmente necessario dalle donne, dalla natura e dalle colonie. > Il capitalismo non è, in senso stretto, un sistema economico. Contiene un > sistema economico, ma è un sistema sociale che organizza la trama della vita e > che va ben oltre il controllo di qualsiasi civiltà, dei cicli solari, > dell’orbita terrestre, delle eruzioni vulcaniche. La crisi capitalista ed ecologica si dispiega attraverso ciò che Neil Smith descrisse come sviluppo ineguale. Questo sviluppo ineguale è causa e conseguenza della competizione interna del capitale. A che punto siamo 40 anni dopo che Neil Smith scrisse il suo libro? La dinamica competitiva, che è al cuore del capitalismo, è finita. In tutti i principali settori economici del mondo dominano quattro, forse cinque aziende. Non importa se guardiamo agli appaltatori militari, alle grandi aziende farmaceutiche, ai media, alla produzione automobilistica o alle grandi aziende tecnologiche: ci sono quattro o cinque aziende per settore. Questo è ciò che gli studiosi hanno chiamato capitalismo monopolistico, ma ciò che vediamo oggi supera la loro immaginazione più sfrenata. Allora, che tipo di capitalismo è questo? È un capitalismo zombi. Sotto il capitalismo zombi, le basi della vitalità sono scomparse, ma il corpo rimane. Il capitalismo è morto dentro, ma rimane per nutrirsi del cervello dei vivi. Così lo ha descritto Nancy Fraser in Il capitalismo cannibale. Quale ruolo hanno i poteri pubblici nel sostenere le contraddizioni insite nel capitalismo zombi? Gli Stati Uniti hanno partecipato a circa 170 interventi militari dal 1999. Man mano che la crisi climatica si intensifica, lo stesso fa la macchina da guerra che viene da Washington. Gli ambientalisti devono prendere questo aspetto molto sul serio. La capitalizzazione di borsa delle 50 aziende più grandi del pianeta equivale al 30% di tutta l’attività economica globale. Questo è un livello di centralizzazione estrema ed è legato alla relazione strettamente interconnessa tra capitale e Stati. Negli Stati Uniti, nella relazione tra Goldman Sachs, Wall Street e la Casa Bianca, o tra Silicon Valley e la Casa Bianca, o tra gli appaltatori militari e la Casa Bianca, vediamo sempre le stesse persone. Questo solleva questioni fondamentali sulla democrazia, persino sulla democrazia limitata che ci è stata concessa sotto il capitalismo. In tutto il mondo assistiamo a una crisi della democrazia liberale che ha le sue radici nella fine della natura a basso costo. Non può essere superata, non lo sarà. Ciò che avrà successo è una qualche forma di accumulazione con la politica al comando, che peraltro è la condizione normale della civiltà prima del capitalismo. Sta parlando dell’era della guerra e del suo rapporto con il collasso ecologico. In che modo il genocidio a Gaza è legato all’ecocidio? Gaza è singolare, ma non eccezionale. La storia del capitalismo è una storia di genocidi ricorrenti. La logica di base dell’imperialismo è quella di un progetto civilizzatore – ovviamente lo dico con sarcasmo – che stabilisce due zone. Una zona in cui vige una regolarità simile a quella di una legge nei centri imperialisti, e zone di sacrificio in tutti gli altri luoghi. E chi abita le zone di sacrificio? I selvaggi – è così che pensano gli imperialisti, è così che parlano. Prima erano selvaggi, poi sono diventati sottosviluppati. È così che gli imperi si vedono, come civilizzatori. E chi stanno civilizzando? I selvaggi, gli esseri umani che non sono del tutto umani, che non sono pronti per i mercati, per la democrazia, per la civiltà. Dobbiamo insegnare loro, dicono, e se non possono essere istruiti, vanno cancellati dalla faccia della Terra. Tutto questo è, alla lettera, la retorica del governo israeliano per giustificare i suoi crimini a Gaza. I tedeschi della Seconda Guerra Mondiale usavano la stessa retorica. I britannici in India avevano la stessa retorica. Possiamo fare innumerevoli esempi, che si tratti dell’impero americano, di quello britannico o di quello olandese prima di loro. Questa è anche la storia dei genocidi indigeni che si sono succeduti nei secoli XIX e XX in Nord America. Questa dinamica che ho appena descritto è anche la dinamica di come si produce la natura a basso costo, quando gli esseri umani diventano parte della natura e vengono trattati come oggetti sacrificabili, come qualcosa che può essere dominato in nome del profitto. Nel corso del suo lavoro, ha sviluppato il concetto di ecologia-mondo, cercando di descrivere come, nelle diverse ere del capitalismo, il lavoro, l’energia, l’alimentazione e la natura si combinino in modi differenti. Quali forme di resistenza immagina o ritiene necessarie in questa fase dell’ecologia-mondo? Abbiamo bisogno di tutte le forme di resistenza, ma soprattutto, non basta resistere. Storicamente, l’espansione e la crescita del capitale nel corso dei secoli hanno permesso un modesto processo di riforme graduali, soprattutto nell’Occidente imperiale. Ad alcune parti della popolazione mondiale si poteva offrire qualche carota in più, per usare una metafora. Quando non ci sono carote, restano solo i bastoni. Oggi non ci sono più carote. E una cosa che sappiamo storicamente; c’è un libro importante di Walter Scheidel, The Great Leveler, che affronta questo punto, è che nessuna redistribuzione della ricchezza e del potere dai ricchi ai poveri è mai avvenuta senza violenza. Non perché la gente sia violenta, ma perché le classi dominanti vogliono conservare ricchezza e potere con ogni mezzo necessario. Il contesto della fine della natura a basso costo solleva nuove e spinose questioni politiche per i movimenti sociali degli inizi del XXI secolo. Dobbiamo sviluppare una strategia politica che vada oltre la fallimentare politica dell’orizzontalismo, affinché il potere politico estenda la democrazia in questo momento di crisi. L’immagine di copertina rappresenta una mappa delle colonie europee nel 1837. Fonte publicdomainpictures.net SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La storia del capitalismo è una storia di genocidi ricorrenti – intervista a Jason W. Moore proviene da DINAMOpress.
August 7, 2025
DINAMOpress