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La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa. > Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare > un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare > dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha > dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro. Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti.  Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye. Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.  LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale). Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare. > Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il > Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo > cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del > grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di > colonialismo interno. Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump. Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa. La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale. Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica. I “CURDI” E “L’OCCIDENTE” Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere. > l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che > ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), > di cercare alleanze dentro e fuori la Siria. Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo. Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza. Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh. Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.  LE MANOVRE DI ISRAELE Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste. Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima. > La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in > cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di > commenti. La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk. È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano. ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza. > La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo > sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del > modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in > Siria o in altri contesti.  D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica. Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni.  IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà. Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario ed oscuro. > Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è > certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. > Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a > tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi. Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale. Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come organizzarsi. Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco. La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
Che succede in Iran? – di Fariba Adelkhah
Dietro l'intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse [...]
Tunisia, 15 anni dalla rivoluzione del 14 gennaio. Amnesty International: “Tradite le promesse di libertà e giustizia”
In occasione dell’anniversario della “rivoluzione tunisina del 17 dicembre–14 gennaio”, 15 anni dopo una rivolta popolare animata dalle rivendicazioni di dignità, libertà e giustizia sociale, Amnesty International Tunisia ha espresso profonda preoccupazione per il continuo deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Quella che dovrebbe essere una ricorrenza di memoria, riconoscimento e rinnovato slancio democratico, si colloca oggi in un contesto segnato dall’incarcerazione dei dissidenti politici, dal soffocamento delle voci critiche e dall’erosione delle principali conquiste della rivoluzione. Tra le persone detenute figurano esponenti storici del movimento per i diritti umani, tra cui Ayachi Hammami, avvocato di primo piano condannato a cinque anni di carcere e al suo quarantaduesimo giorno di sciopero della fame; Salwa Grissa, direttrice dell’Associazione per la promozione del diritto alla differenza; nonché i rappresentanti legali dell’associazione antirazzista Mnemty e dell’associazione per la difesa dei diritti dell’infanzia Enfants de la lune, a Médenine, i cui procedimenti giudiziari sono ancora in attesa di esito. La loro persecuzione giudiziaria si inserisce in un quadro più ampio di delegittimazione della rivoluzione e di riorganizzazione autoritaria della sua eredità. Amnesty International lancia l’allarme per il moltiplicarsi degli attacchi all’indipendenza della giustizia, attraverso pressioni esercitate sui giudici, procedimenti contro avvocati e avvocate e il ricorso sempre più frequente alla giustizia per fini politici. Queste derive si traducono in procedimenti giudiziari avviati contro magistrati, tra cui Anas Hmedi, presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini, e contro l’avvocato Ahmed Souab, condannato a cinque anni di reclusione, nonché in numerose indagini nei confronti di avvocati e avvocate, tra cui Dalila Ben Mbarek Msaddak. In questo contesto, Amnesty International è particolarmente preoccupata per la criminalizzazione delle persone che fanno parte dell’opposizione politica, che avviene tramite il ricorso abusivo a procedimenti giudiziari. Questi casi, spesso fondati su elementi deboli o non suffragati da prove, rientrano in una strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio il dissenso pacifico, eludendo le garanzie relative alla libertà personale, alla presunzione di innocenza e al diritto a un processo equo. Tale deriva emerge in particolare nei cosiddetti casi di “complotto”, con la condanna di oltre 37 persone nel caso del “complotto 1” e di più di 34 persone nel caso del “complotto 2”, oltre alla moltiplicazione dei procedimenti contro esponenti politici. L’arresto e la reiterata detenzione del candidato alle elezioni presidenziali Ayachi Zammel illustrano chiaramente la volontà delle autorità di mettere a tacere il dissenso pacifico. Parallelamente le libertà di espressione, di stampa, di associazione e di riunione pacifica continuano a essere gravemente limitate. Giornalisti e giornaliste, persone attiviste, cittadine e cittadini subiscono persecuzioni e intimidazioni per aver espresso opinioni critiche, in un clima di paura incompatibile con gli impegni internazionali assunti dalla Tunisia. Le organizzazioni della società civile sono oggetto di campagne di delegittimazione, restrizioni amministrative e procedimenti giudiziari volti a criminalizzare l’azione associativa e la solidarietà. Le restrizioni alla libertà di riunione pacifica si manifestano anche attraverso la repressione delle mobilitazioni cittadine a favore dei diritti economici, sociali e ambientali. A Gabès le proteste pacifiche e legittime della popolazione contro il grave inquinamento causato dai fumi tossici provenienti dagli impianti del Gruppo chimico tunisino sono state represse dalle forze di sicurezza, che hanno fatto ricorso in modo eccessivo ai gas lacrimogeni. La repressione delle mobilitazioni per la giustizia ambientale e per i diritti economici e sociali evidenzia chiaramente un approccio securitario che si fa sentire quando le comunità denunciano violazioni del loro diritto alla salute e a un ambiente sano, a discapito dell’obbligo delle autorità di proteggerle. Questi eventi riflettono, più in generale, il preoccupante restringimento dello spazio civico in Tunisia. Le violazioni dei diritti umani commesse contro persone migranti, richiedenti asilo o rifugiate, in particolare persone nere o provenienti dall’Africa subsahariana, sono aumentate per frequenza e gravità, in un contesto segnato dalla recente banalizzazione di discorsi razzisti e discriminatori diffusi in televisione, nonché dall’impunità che li accompagna. L’ultimo rapporto di Amnesty International, intitolato “Nessuno ti sente quando urli” la svolta pericolosa della politica migratoria in Tunisia, mostra come, alimentate da discorsi razzisti di esponenti politici, le autorità tunisine abbiano proceduto in modo mirato e su base razziale ad arresti e detenzioni, intercettazioni marittime pericolose, espulsioni collettive di decine di migliaia di persone verso l’Algeria e la Libia, e abbiano sottoposto persone rifugiate e migranti a torture e ad altre forme di maltrattamenti, comprese violenze sessuali e stupri, reprimendo al contempo la società civile che forniva loro un sostegno essenziale. In occasione di questo anniversario altamente simbolico, Amnesty International Tunisia esorta le autorità tunisine a rompere con le attuali pratiche repressive e a rinnovare pienamente il proprio impegno a favore dei valori che hanno animato la rivoluzione: libertà, dignità e giustizia. I diritti umani non sono una scelta politica ma un obbligo legale e morale nei confronti di tutte le persone in Tunisia. Amnesty International Tunisia chiede alle autorità di: rispettare pienamente i propri obblighi nazionali e internazionali; scarcerare tutte le persone detenute per aver esercitato pacificamente i propri diritti; garantire l’indipendenza della giustizia, proteggere lo spazio civico e porre i diritti umani al centro di ogni politica pubblica; abrogare il Decreto-legge n. 54, la cui applicazione abusiva continua a essere utilizzata per criminalizzare l’espressione pacifica, perseguire persone dell’opposizione, giornalisti, avvocati e avvocate, difensori e difensore dei diritti umani, e limitare indebitamente la libertà di espressione. Amnesty International
Governo cubano: “Difenderemo Cuba dalla volontà di potenza degli USA”
Foto: Dunia Álvarez Palacios L’accusa ipocrita di Trump si scontra con il muro di una verità storica: la forza di Cuba risiede nella sua unità e nel suo inalienabile diritto all’autodeterminazione. Cuba resiste. La Rivoluzione non conosce sconfitte, perché si nutre della decisione sovrana di un popolo che ha scelto il suo destino socialista e lo difende da ogni ingerenza. Coloro che oggi lanciano attacchi furiosi contro la nazione non hanno alcuna autorità morale per puntare il dito; sono gli stessi che trasformano perfino la vita umana in un affare, mentre Cuba resiste, costruisce e preserva la sua dignità. L’accusa ipocrita di Trump si scontra con il muro di una verità storica: la forza di Cuba risiede nella sua unità e nel suo inalienabile diritto all’autodeterminazione. Le gravi carenze economiche di cui soffriamo non sono il risultato della Rivoluzione, ma del soffocamento estremo e draconiano applicato dal Nord, una guerra economica che cerca di sottomettere ciò che non è riuscito a conquistare. Di fronte a questa aggressione, Cuba non cede, non si arrende: si prepara. È una nazione libera, indipendente e sovrana che non attacca, ma si difende; che non minaccia, ma è pronta a difendere la Patria fino all’ultima goccia di sangue. Siamo della Patria o della Morte, come ci ha insegnato Fidel. Gli Stati Uniti cercano di imporre la propria volontà sui diritti degli stati sovrani e da 67 anni applicano la forza e l’aggressione contro Cuba, ha affermato Bruno Rodríguez Parrilla, membro dell’Ufficio politico e ministro degli Esteri. Bruno Rodríguez Parrilla, Ministro degli Esteri cubano In risposta alle richieste dell’imperatore americano Donald Trump, il Ministro degli Esteri cubano ha dichiarato che “dalla sua parte c’è un immenso potere militare e la vastità della sua economia, oltre a una lunga storia di aggressioni e crimini. Dalla nostra parte ci sono la ragione, il diritto internazionale e lo spirito patriottico del nostro popolo. I cubani non sono disposti a svendere il nostro Paese, né a cedere a minacce e ricatti, né a rinunciare al diritto inalienabile con cui costruiamo il nostro destino, in pace con il resto del mondo”. Nel suo account X, Rodríguez Parrilla ha sottolineato che “difenderemo Cuba. Chi ci conosce sa che si tratta di un impegno fermo, categorico e comprovato”. La risposta alle minacce imperiali di Trump di entrare e distruggere Cuba – poiché ha già applicato ogni possibile misura di pressione e danno – è la stessa data da Antonio Maceo: “Chiunque tenti di impadronirsi di Cuba raccoglierà la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perirà nella lotta”; quella data dal generale dell’esercito Raúl Castro Ruz: “La patria non si vende, si difende”; e quella che ci ha insegnato Fidel: “Cuba saprà continuare a essere un esempio di una Rivoluzione che non si arrende, che non si vende, che non si arrende, che non si inginocchia”.   Fonte: https://www.pcc.cu/cuba-se-yergue-con-firmeza https://www.granma.cu/mundo/2026-01-09/a-cuba-la-vamos-a- defender-09-01-2026-22-01-17 Traduzione: Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
SIRIA: DAMASCO ANNUNCIA L’INVASIONE DEL ROJAVA. LA RIVOLUZIONE CONFEDERALE È SOTTO ATTACCO. “RISE UP FOR ROJAVA” CHIAMA LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE
Gli jihadisti al potere a Damasco annunciano di voler invadere l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES). Dichiarata “zona militare chiusa” l’area di Deir Hafer, non distante da Aleppo ma che fa parte dell’autogoverno della Siria settentrionale e orientale. Un attacco sarebbe l’inizio della guerra su larga scala di Al Jolani – sostenuto dalla Turchia – contro la Rivoluzione confederale dei popoli del Rojava e di tutta la Siria nordorientale. Nella sua dichiarazione, il Governo di transizione siriano adotta il linguaggio dello Stato turco, affermando che le Forze siriane democratiche “combattono al fianco del Pkk e persino dei resti di Assad e delle forze…iraniane”. Si trata di un tentativo di legittimare gli attacchi dopo i movimenti di truppe dell’esercito di occupazione turco nella campagna orientale di Aleppo in seguito all’assalto turco-jihadista ai quartieri curdi della grande città siriana. Allo stesso tempo si registra un’intensificazione dei bombardamenti di artiglieria in diversi punti di contatto, compresa la Diga di Tishrin, nel cantone di Kobane, fondamentale per l’approvvigionamento elettrico del Rojava. “Chiediamo – denuncia la campagna internazionale Rise Up For Rojava – a tutti di mobilitarsi contro la guerra e i suoi sostenitori in Siria”. A Brescia raccolgono la chiamata Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca, che hanno lanciato un presidio per le 18.30 di oggi, martedì 13 gennaio, in Piazza Rovetta/Largo Formentone. Su Radio Onda d’Urto, per spiegare le ragioni del presidio a Brescia è intervenuto Giuseppe, compagno del centro sociale Magazzino 47. Ascolta o scarica.
Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano
Vorrei condividere un paio di osservazioni che ritengo importanti da tenere in considerazione in relazione alle notizie che stanno circolando sul recente attacco militare da parte dell’imperialismo statunitense contro il territorio venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana e il sequestro del presidente Nicolás Maduro. Innanzitutto, credo che ci sia già la […] L'articolo Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano su Contropiano.
Il “Libro Blu” di Hugo Chávez, un manifesto del Socialismo del XXI Secolo
“Uno dei nostri strumenti di lavoro e di logica (…) che fa parte di una storia molto importante del processo venezuelano, dell’idea bolivariana di un modello ideologico che abbiamo riadattato e che abbiamo chiamato Il Libro Blu” Hugo Chávez, 15 settembre 1999 “Il Libro Blu, questo documento, questo libro (…) […] L'articolo Il “Libro Blu” di Hugo Chávez, un manifesto del Socialismo del XXI Secolo su Contropiano.
Attualità del Socialismo e i rompicapi della transizione
Da pochi giorni è arrivato nelle librerie il nuovo lavoro editoriale di Giorgio Cremaschi, “Solo il Socialismo ci può salvare” – Mimesis Edizoni che segue il testo, uscito circa due anni fa, “Liberal/Fascismo” sempre per i tipi di Mimesis. Si conferma, dunque, una attitudine di riflessione e di approfondimento su […] L'articolo Attualità del Socialismo e i rompicapi della transizione su Contropiano.