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Processo di Cutro, parlano i familiari delle vittime: “Almeno chiedeteci scusa”
Martedì 24 febbraio a Cutro prima dell’udienza si è tenuta la conferenza stampa dei parenti delle vittime della strage. Hanno detto che è difficile vivere senza giustizia, è difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari che sono arrivati morti sulle vostre coste, vivere giorno per giorno nella speranza che non accada ad altri, vivere nella paura che altri membri delle nostre famiglie e bambini, padri, nonni siano costretti ad attraversare il mare per piangere sulle tombe dei propri cari. Farzaneh è arrivata a Crotone dalla Germania grazie all’associazione Carovane Migranti insieme alla mamma Laila Temori e alla sorella Fatima Maleki per partecipare alle commemorazioni del terzo anniversario della tragedia. Ecco la sua dichiarazione. “Siamo stanchi di tutta questa morte, sofferenza e ingiustizia. Siamo venuti in Europa in cerca di sicurezza e di una vita dignitosa, in Paesi che si definiscono culle della democrazia e dei diritti umani, ma oggi assistiamo alla morte dei nostri cari in mare. Una morte che avrebbe potuto essere evitata. Una morte causata da negligenza e indifferenza”. Farzaneh ha chiamato uno per uno i responsabili della tragedia di Cutro, i sei ufficiali che non hanno agito tempestivamente per soccorrere il cacicco travolto dalle onde e dalle secche della spiaggia di Cutro. Davanti alla stampa, agli avvocati e all’eurodeputato Mimmo Lucano Farzaneh ha dichiarato che secondo le prove raccolte finora le persone che avevano la responsabilità al momento dell’incidente e che non hanno fornito i doverosi soccorsi sono gli ufficiali Nicolino  Vardaro Giuseppe Grillo, Alberto Lippolis, Nino Lo Presti, Nicola Manio e Francesca Perfido. “Chiediamo a queste persone” ha continuato Farzaneh “e alle autorità competenti di rispondere delle loro azioni. Perché i soccorsi non sono arrivati, perché la vita delle persone è stata ignorata? Ci attendiamo delle scuse da queste persone. Non è stato un incidente, ma è stata una grave irresponsabilità degli apparati dello Stato italiano. Queste persone devono affrontare le conseguenze delle loro azioni. I familiari da anni chiedono almeno di poter ottenere dei visti affinché i genitori e i nonni che sono ancora nei Paesi di provenienza dei migranti morti a Cutro possano elaborare il lutto, prendere contatto con la morte dei loro cari e pregare sulle loro tombe. Finora il governo della Meloni non ha dato risposte nonostante abbiano nel 2023 promesso ai familiari assistenza e solidarietà”. Durante l’udienza il colonnello Cara dei Carabinieri ha ricostruito la cronologia delle telefonate che si sono intercorse nelle 24 ore prima del naufragio, dimostrando come Guardia Costiera e Guardia di Finanza si sono rimpallate le responsabilità insieme al centro operativo di Roma rispetto alla possibilità di uscire con delle lance per poter intercettare e salvare i profughi del cacicco Summer Love. Dall’udienza e dalla testimonianza del colonnello dei Carabinieri è emersa una situazione complessa, con comunicazioni che si contraddicevano; già alle 22 Frontex aveva avvisato che il cacicco navigava con un carico cospicuo di essere umani tutti in coperta in condizioni meteo-marine assolutamente drammatiche. Quello che posso dire di aver capito da questa scorcio di udienza è che le responsabilità del rimpallo fra Guardia di Finanza e Guardia Costiera sono politiche, nel senso che i decisori politici hanno dato un mandato ben chiaro alle nostre unità navali: aspettare prima di salvare, privilegiare un’azione di Law and enforcement al posto di un’attività di Search and rescue. Per questo nonostante le chiamate da parte di telefoni cellulari col numero internazionale dalla Summer Love fino alle quattro di notte, ora dell’inizio del naufragio sulle secche di Steccato di Cutro, nessuno si è mosso, nessuna unità navale è uscita per un’attività di soccorso. Secondo l’avvocato dell’ASGI Dario Belluccio, che difende la famiglia Maleki, sono proprio le regole di ingaggio che sono cambiate, da Mare Nostrum, in cui l’obiettivo era salvare i migranti, a Frontex, in cui l’obiettivo è sostanzialmente  respingerli. L’avvocato Belluccio ha spiegato che non sarà un processo facile sia per il ruolo e le alte cariche degli imputati, sia perché non è facile mettere in discussione il paradigma politico che soggiace ai naufragi, cioè la scelta di non favorire l’arrivo dei migranti, anche quelli che avrebbero tutti diritti di essere accolti, visto che sono in fuga da dittature religiose e politiche, da situazioni pesanti di conflitto. Invece si preferisce farli morire in mare, lungo la rotta balcanica o al confine tra Italia e Francia. Dopo questa lunga giornata, in cui sono stato vicino al dolore dei familiari traducendo le loro parole dal tedesco, visto che l’altra lingua parlata che quasi nessuno conosce è il farsi, mi chiedo cosa diranno tra cinquanta o cento anni quelli che verranno dopo di noi. Mi chiedo come ci giudicheranno per aver lasciato accadere un simile disastro.     Manfredo Pavoni Gay
February 25, 2026
Pressenza
Oltre 70 persone respinte in Libia dalle milizie coordinate da Frontex
Oggi il nostro aereo Seabird ha assistito alla cattura di una quarantina di persone da parte di una milizia libica, che le ha riportate illegalmente in Libia. Il tutto coordinato da Frontex, che sorvolava l’area prima del nostro arrivo. Poco dopo lo stesso è toccato ad altre trenta persone. La milizia ha preso con sé anche l’imbarcazione, probabilmente per riutilizzarla nel ciclo del traffico di esseri umani. Questa pratica l’abbiamo già osservata e documentata più volte. Cos’altro serve per capire che l’UE e l’Italia sono complici dei trafficanti libici? Sea Watch
February 24, 2026
Pressenza
24-28 febbraio: carovana per la strage di Cutro
ripreso da MeltingPot. Il calendario degli incontri. A seguire i nostri link. “Rompere il silenzio”: la nuova Carovana per una Calabria aperta e solidale Dal 24 al 28 febbraio, contro l’oblio: tre anni dalla strage di Steccato di Cutro   Dal 24 al 28 febbraio torna per il secondo anno la Carovana per una Calabria aperta e solidale, un’iniziativa politica
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Strage di Cutrio, carovana per una Calabria aperta e solidale
Torniamo a Crotone e a Steccato di Cutro, nel terzo anniversario della strage, per non dimenticare le vittime del regime di frontiera della Fortezza Europa. Dopo la Carovana dell’anno scorso ci mobiliteremo anche quest’anno per accogliere i famigliari e i superstiti che dopo anni di impegni non mantenuti da chi governa -con la complice latitanza di chi promette e non mantiene – ritorneranno a Crotone ed in Calabria. L’anno scorso grazie alla presenza dei testimoni (dalla rotta balcanica alle isole Canarie), dei famigliari e delle associazioni solidali abbiamo cominciato a costruire dal basso un percorso di solidarietà internazionale per contrastare le necropolitiche dei governi europei, che criminalizzano le navi umanitarie e finanziano le attività armate delle famigerate guardie costiere di Libia e Tunisia. Nel 2025 abbiamo visto crescere un grande e inedito movimento mondiale per fermare il genocidio del popolo palestinese e nell’estate scorsa sono partite dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia decine di barche delle Flotille (coalizioni solidali internazionali) che hanno tentato di rompere l’assedio a Gaza. Dopo lo sterminio in diretta, ora gran parte dei media sta oscurando quanto accade in Palestina e nel Medio Oriente (Kurdistan, Iran, Siria). Il piano di pace, con la  “tregua” a Gaza,  ha causato in pochi mesi centinaia di morti ed è evidente, nelle provocazioni quotidiane di coloni e militari, una situazione che prelude all’occupazione israeliana della Cisgiordania. Per costruire un’altra via alla pace e all’autodeterminazione del popolo palestinese nei prossimi mesi salperanno nuove flotille e anche in Calabria, come nel sud d’Italia, si dovrà esprimere un sostegno concreto agli equipaggi a partire dai porti di imbarco. La tragedia di Cutro evidenzia che senza la popolazione locale e gli attivisti impegnati giorno e notte un nuovo terribile delitto di Stato si sarebbe compiuto nellʼindifferenza. Il silenzio prima di tutto e quel fumo grigio che rende tutto indistinto nelle passerelle televisive e di governo, nelle condoglianze e nelle celebrazioni. Melilla, Ceuta, Isole Canarie, Pylos, Cutro e ancora una volta in Calabria, Roccella Jonica. Sono tanti di più, non solo nel Mediterraneo, i luoghi delle necropolitiche globali; in questi luoghi anche tristemente simbolici si affinano gli strumenti della negazione, dellʼoccultamento dei corpi insieme a quelli dei diritti delle famiglie e delle comunità. Roccella Jonica in ultimo ne è un buon esempio. Le istituzioni italiane terrorizzate dallʼeffetto Cutro sull’opinione pubblica hanno nascosto, disseminato cadaveri in luoghi diversi, hanno depistato lʼinformazione, hanno impunemente maltrattato e disorientato le famiglie. Una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone. Quando gli opinionisti discutono amabilmente sul termine corretto per definire il massacro di Gaza, genocidio o atti di guerra, bisognerebbe ricordare loro che non vi è invece termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente. LʼEuropa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex, schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti con il famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e lʼAsilo (PEMA) che entrerà in vigore a giugno e di cui vediamo, nella recente decretazione del governo, i primi frutti avvelenati. Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi e con loro le navi umanitarie, vessate in ogni modo, i solidali criminalizzati preventivamente mentre per contro si parla comodamente nelle sedi istituzionali di remigrazione e riconquista. Non è un caso che i governi ai due lati dell’Oceano Atlantico si ritrovino con una sola voce sulle pratiche di confinamento, di deportazione ed infine di annientamento lungo le rotte migratorie;  i migranti vanno meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra che hanno diversificato sulle persone in movimento il loro business criminale. Questa guerra di frontiera ci insegna che la risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte. Intrecciando le voci delle madri, dei famigliari che da Tunisi e Algeri, dal Marocco e dallʼestremo Oriente chiamano le Americhe e il resto del mondo. La strage di Cutro e le giornate successive ne sono un esempio; dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti costruendo lotte che vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni. Appare oggi evidente che la battaglia sarà impari, il potere e le sue emanazioni perseguono un altro disegno. Con coraggio dobbiamo avanzare proposte che vincolino queste ultime, di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti sullʼidentificazione, sul supporto psicologico ai famigliari, sulla loro presenza nelle diverse fasi dellʼiter processuale, nelle sepolture e nel rimpatrio dei corpi. Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale con gli amici spagnoli di Caravana Abriendo Fronteras e ai francesi di importanti organizzazioni sociali, per dare voce e concretezza a un protocollo per l’identificazione dei corpi, per la ricerca degli scomparsi, garantendo il diritto inalienabile dei famigliari a conoscere la sorte dei loro cari. Un processo lento ma ineludibile che non può che vedere al centro le famiglie. Saremo a Cutro e in Calabria accompagnati da alcuni familiari delle vittime della strage; saranno presenti anche Sabina Talović, attivista sulla rotta balcanica nella città di Pljevlja in Montenegro e Tony La Piccirella, portavoce della Global Sumud Flotilla. Saranno sempre con noi i Lenzuoli della Memoria Migrante, oggetti preziosi che vogliono rendere tangibile la volontà di dare nomi ai numeri, riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata a chi scompare in mare o lungo le rotte. Con affetto, memoria, lotta quotidiana per verità e giustizia. CarovaneMigranti Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
La favola dell’Europa: Frontex e le politiche europee
La prova dell’efficacia delle politiche di controllo, cooperazione con i Paesi terzi ed esternalizzazione delle frontiere esiste. I dati diffusi da Frontex il 15 gennaio 2026 lo rivelano: parlano di un calo del 26% degli attraversamenti irregolari verso l’Unione Europea. Ma qual è il costo umano di questa diminuzione? Accordi con Libia e Tunisia, delocalizzazione delle procedure d’asilo, ricatto degli aiuti allo sviluppo, invisibilizzazione delle persone migranti. Violenze, detenzioni, respingimenti e migliaia di morti nel Mediterraneo e alle frontiere sono taciuti dietro i numeri in diminuzione.  La narrazione securitaria trasforma la mobilità umana in minaccia e l’Europa in una fortezza che misura il proprio successo sulla capacità di respingere e mai su quella di proteggere. Se le cifre degli ingressi calano, la ragione è semplice: le vite delle persone in movimento si spezzano fuori le mura della fortezza nel tentativo di entrare. PH: Roberta Derosas FRONTEX E L’EUROPA CHE DEVE RIMANERE PREPARATA Sono del 15 gennaio 2026 i numeri diffusi da Frontex 1 e rilanciati dall’ANSA 2. Parlano chiaro, ci fanno davvero tirare un sospiro di sollievo. Ci danno la certezza della salvezza dall’orda di persone che cercano disperatamente di entrare nella nostra perfetta fortezza. Nell’ultimo comunicato stampa di qualche giorno fa, l’agenzia Europea Frontex dichiara che nel 2025 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea sono diminuiti del 26%: circa 178 mila persone. Meno della metà rispetto al 2023. Il livello più basso dal 2021. Uno “sviluppo significativo” si dice. È la prova che la strategia adottata negli ultimi anni sta finalmente dando i risultati voluti. Una strategia fatta di rafforzamenti dei controlli, di cooperazione con i Paesi terzi, di presenza operativa di Frontex sul campo. Una politica che si realizza su alcuni pilastri fondamentali: la Cooperazione con i Paesi di Transito, la Creazione di “Zone Cuscinetto“, la Delocalizzazione delle Procedure, il ricatto degli aiuti allo sviluppo. Il cuore di questa politica? Non solo uno, ma molti. Accordi bilaterali o multilaterali. Lo Stato di destinazione fornisce finanziamenti, equipaggiamento (motovedette, droni, radar) e addestramento alle forze di polizia o alle guardie costiere dei paesi terzi. In cambio, questi ultimi si impegnano a impedire le partenze dai loro porti o confini; intercettare i migranti in mare o nel deserto, riammettere sul proprio territorio i cittadini espulsi. Si pensi a quello che succede con Libia e Tunisia, custodi ufficiali delle nostre frontiere, che però trasformano sotto i nostri occhi la vita delle persone che migrano in un vero e proprio inferno di compravendita, schiavitù, morte. Ma anche la delocalizzazione delle procedure, che permette di spostare l’esame delle domande d’asilo in centri situati fuori dal territorio nazionale. Un esempio recente e chiaro tra tutti: il celebre centro in Albania che tratta le domande che arrivano dall’Italia. Un modo, tra gli altri, di rendere invisibile e sconosciuto un altro essere umano. Banale. Se l’altro non ha volto, tutto diventa possibile contro di lui. Se lo si rende anonimo, lo si può privare di ogni diritto. Lo diceva anche H. Arendt. Anche il ricatto economico però è un’idea interessante. Di fatto significa che gli aiuti economici e i visti commerciali per i paesi in via di sviluppo vengono vincolati alla loro capacità di gestire la migrazione. Se un paese non collabora nel bloccare le partenze, rischia di perdere finanziamenti internazionali. È un’idea in fondo vecchia come il mondo e assolutamente attuale: le vite umane contano come merce di scambio da vendere, scambiare, bloccare, controllare. Controllo ed esternalizzazione delle frontiere. Si tratta di una politica efficace che però tace questioni di una certa rilevanza: la tutela dei diritti fondamentali. Mette in silenzio il costo umano delle politiche di contenimento e l’effetto della progressiva normalizzazione dell’approccio securitario alla mobilità. MEDITERRANEO CENTRALE: CALO DEI NUMERI, AUMENTO DELLE VIOLENZE, ROTTE CHE CAMBIANO, PRESSIONE CHE SI SPOSTA Nel breve aggiornamento di Frontex del 15 gennaio 2025, si sottolinea il calo complessivo degli ingressi irregolari e tutta la preoccupazione di continuare a rafforzare le politiche di contenimento e controllo. L’aggiornamento continua: Nel 2025 il Mediterraneo centrale è rimasto la rotta migratoria più attiva verso l’UE, con livelli di individuazione sostanzialmente in linea con il 2024. Le partenze dalla Libia sono rimaste un fattore chiave che ha plasmato i movimenti verso l’Italia. Sulla rotta del Mediterraneo orientale, le rilevazioni sono complessivamente diminuite, continuando una tendenza al ribasso. Le partenze dalla Libia continuano a rappresentare il principale fattore che plasma i movimenti verso l’Italia e confermano il ruolo centrale di un Paese che, pur non garantendo alcuna tutela per le persone migranti, è diventato il pilastro delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. Eppure, cosa accade prima e dopo l’attraversamento verso la fortezza?  Non si citano le intercettazioni in mare da parte dello stato tunisino, la compravendita di esseri umani alla frontiera con la Libia, i mesi trascorsi nei centri di detenzione libici, le violenze documentate da organizzazioni internazionali, i respingimenti. Non si cita il fatto che tutto questo è reso possibile dalla cooperazione tra autorità europee e guardia costiera libica e tunisina. La diminuzione degli arrivi non equivale a una riduzione della sofferenza, ma convalida la persistenza di una rotta che distrugge, prima ancora della possibilità di movimento, il diritto alla dignità e alla vita di esseri umani che cercano di arrivare in Europa. Esiste un vuoto di garanzie che la cooperazione con i Paesi di origine e di transito genera. Il calo degli arrivi è solo la parte più superficiale e visibile, ma quella che a molti piace ascoltare, perché rafforza l’idea di un sistema che tiene al sicuro all’Europa. E poi chi lo dice quanti sono i morti che abbassano le cifre di chi arriva? Chi conta quei corpi che non arriveranno mai? Ridurre la “pressione” significa spesso impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo senza offrire alternative legali e sicure. Significa delegare il controllo delle frontiere a Paesi in cui l’accesso all’asilo è inesistente e in cui i respingimenti collettivi sono una pratica diffusa.  Frontex avverte che la situazione alle frontiere europee rimane incerta. La pressione migratoria può spostarsi rapidamente da una rotta all’altra, modellata da conflitti, instabilità e reti di trafficanti. L’Unione europea sta già affrontando i tentativi di attori ostili di sfruttare i flussi migratori per esercitare pressioni sulle frontiere esterne dell’UE.  Già: la pressione migratoria cambia rotta. Perché le persone che migrano si adattano e modificano le rotte per tentare di arrivare. Se una strada viene chiusa o resa più difficile, se ne aprono altre, spesso più lunghe e pericolose. Ci sono le reti di trafficanti. Ci sono attori ostili che minacciano. Frontex sottolinea i forti cali registrati su altre direttrici: -63% sulla rotta dell’Africa occidentale, -42% su quella dei Balcani occidentali, diminuzioni significative anche nel Mediterraneo orientale., ma emerge un dato che conferma quanto la pressione migratoria perché gli attraversamenti dalla Libia orientale verso l’isola di Creta sono più che triplicati. IL 2026 E IL PATTO SU MIGRAZIONE E ASILO. NUMERI IN CALO, MORTI CHE NON SCOMPAIONO Secondo Frontex, il 2026 sarà un anno cruciale. A giugno entrerà pienamente in vigore il Patto europeo su migrazione e asilo, insieme a strumenti come il sistema di ingressi/uscite (EES) e il lancio di ETIAS 3 . Per l’Agenzia, sono passaggi necessari per “rimanere preparati” di fronte a possibili cambiamenti improvvisi dei flussi. Patti che promettono efficienza e controllo, ma non cancellano dubbi sulla reale capacità di garantire protezione e standard di accoglienza adeguati. In mare, i rischi rimangono gravi, con bande criminali di contrabbando che spesso costringono le persone a tentare pericolose traversate in barche sovraffollate e indegne di mare. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, almeno 1 878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025, rispetto alle 2 573 dell’anno precedente. Gli aerei e le navi Frontex sostengono le autorità nazionali individuando le imbarcazioni in pericolo e condividendo tali informazioni in tempo reale, contribuendo a migliorare la conoscenza situazionale e la preparazione in materia di ricerca e soccorso. Nel 2025 almeno 1.878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Un numero ufficiale inferiore a quello del 2024, che non comprende i dispersi e le morti non raccontate, le stragi di Stato e i naufragi causati da chi fa morire in mare chi cerca di partire. Ne parlano State Trafficking e anche l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla Tunisia 4. Frontex allora ricorda il proprio ruolo di supporto alle autorità nazionali nelle operazioni di ricerca e soccorso, attraverso sorveglianza aerea e marittima e condivisione di informazioni. Ma chi sono le bande criminali citate da Frontex? Nelle testimonianze di persone che hanno tentato il viaggio, i responsabili di naufragi e incarcerazioni sono anche gli agenti di Stato in Tunisia e Libia.  DIETRO LE RILEVAZIONI, LE PERSONE “Rilevamenti” e “Attraversamenti irregolari”. Persone, spesso provenienti da Bangladesh, Egitto e Afghanistan, le tre nazionalità più frequentemente individuate nel 2025. Persone la cui storie di guerre, crisi economiche, persecuzioni e mancanza di prospettive genera la partenza. Le voci di queste persone trovano spazio nei comunicati ufficiali?  La tendenza si sta muovendo nella giusta direzione, ma i rischi non scompaiono”, ha dichiarato il direttore esecutivo di Frontex Hans Leijtens. “Questo calo dimostra che la cooperazione può produrre risultati. Non è un invito a rilassarsi. La nostra responsabilità è stare all’erta, sostenere gli Stati membri sul campo e garantire che l’Europa sia pronta per nuove sfide alle sue frontiere.” “Rimanere preparati riguarda le scelte pratiche”, ha aggiunto Leijtens. “Significa funzionari in servizio, mezzi pronti e stretta cooperazione con le autorità nazionali e i partner al di fuori dell’UE. È così che Frontex aiuta l’Europa a rimanere pronta per ciò che verrà dopo. Le parole di Hans Leijtens sembrano un comunicato di guerra. Stare all’erta, i rischi non scompaiono. Si potrebbe quasi tradurre in: “Prepariamoci a un’orda di barbari”.  Le parole del direttore di Frontex evocano un immaginario preciso: quello di un impero sotto assedio. Il calo degli arrivi diventa la prova che le mura tengono, che le alleanze con i territori di confine funzionano. Un monito a non abbassare la guardia. I migranti diventano così una minaccia neanche troppo latente, una massa potenzialmente destabilizzante che può riapparire in qualsiasi momento, da contenere e respingere con soldati schierati, mezzi pronti e una sorveglianza permanente. Un’Europa in assetto di guerra che dispiega una difesa militare contro chi prova ad attraversare il confine.  La mobilità umana, ma solo della popolazione che arriva dal sud, è un pericolo. L’Europa è una fortezza invincibile e restituisce la grandezza del proprio successo sull’efficienza con cui respinge non sulla qualità di come accoglie. Parla di scelte politiche precise, che privilegiano il controllo alla protezione e la negazione dei diritti, veicola e descrive la migrazione come una minaccia da contenere, finge di credere che la difesa determina la protezione. Ma di chi? Non certo delle vite che restano sospese, non delle rotte sempre più pericolose.  Nel frattempo, chi cerca di migrare, continua a morire. E non solo quando attraversa il mare. Ma, in Europa, dentro la fortezza, vissero tutti felici e contenti. 1. Frontex: Irregular border crossings down 26% in 2025, Europe must stay prepared (15.01.2026) ↩︎ 2. Frontex, gli ingressi irregolari nell’Ue calati del 26% nel 2025, Ansa (15 gennaio 2026) ↩︎ 3. L’entrée en service progressive des systèmes EES et ETIAS, Ministero dell’Europa e degli affari esteri del Governo Francese ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎
L’immigrazione nel mondo e da noi
di Danilo Tosarelli PREMESSA Secondo le stime ONU, i migranti internazionali sono 304 milioni, pari al 3,7% della popolazione mondiale. Sono quelli, che vivono da oltre un anno in un Paese diverso da quello di residenza. Erano la metà 30 anni fa. Questa mobilità è generata dall’intreccio di diseguaglianze economiche, dinamiche demografiche e politiche, conflitti. Le principali mete sono innanzitutto l’Europa,
January 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” 1, una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International 2. Rapporti e dossier/Confini e frontiere “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper 3 del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto di esternalizzazione, violenza e controllo, è fondamentale infatti osservare come fondi e investimenti in capacità operative sostengano strumenti che favoriscono abusi e pratiche scorrette nella gestione dei dati e nelle applicazioni tecnologiche. Nel Mediterraneo, il controllo e i respingimenti delle persone in movimento sono sempre più facilitati dalla tecnologia. L’esternalizzazione delle frontiere non è quindi solo strategia politica, ma un’infrastruttura tecnologica e finanziaria che ridisegna il Mediterraneo come spazio di controllo, sorveglianza e respingimento. Il policy paper di FTDES, realizzato in collaborazione con la Fondazione Mozilla, analizza proprio l’uso di queste tecnologie lungo i confini migratori italiani e tunisini. Qui sotto, i principali risultati presentati dal policy paper. ESTERNALIZZAZIONE DEI CONFINI FACILITATA DALLA TECNOLOGIA E FINANZIATA DALL’UE L’attuale ondata di controllo delle frontiere basato su tecnologie digitali nel Nord Africa è tutt’altro che nuova, affondando le sue radici in un decennio di programmi guidati dall’ICMPD 4 e finanziati da diversi governi europei con il supporto tecnico dell’Italia. Queste iniziative hanno preparato il terreno per sistemi come ISMaris, un software di sorveglianza sviluppata localmente ma supervisionata dall’ICMPD e dal Ministero dell’Interno italiano, che oggi integra dati da sensori radar VHF che rilevano il movimento e la presenza di imbarcazioni, GPS e telecamere, utilizzato dalla guardia costiera Tunisina 5. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni su lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Sebbene l’UE presenti questi strumenti come mezzi per la sicurezza marittima e la cooperazione, la loro governance opaca e i loro effetti operativi raccontano un’altra storia: le intercettazioni di persone migranti sono aumentate sensibilmente e le missioni di ricerca e soccorso vengono ostacolate. Parallelamente, l’Italia ha rafforzato la cooperazione tecnologica con la Tunisia firmando nel 2023 un memorandum che prevede la consegna di motovedette avanzate, dotate di sistemi di sorveglianza capaci di intercettare, identificare e monitorare imbarcazioni e comunicazioni, spesso con il rischio di misidentificare le persone migranti come trafficanti. L’Italia nel frattempo amplia il coinvolgimento della Leonardo‑Finmeccanica 6, consolidando un modello in cui tecnologia, esternalizzazione delle frontiere e interessi industriali si intrecciano. ATTIVISTI NEL MIRINO La strategia italiana per contenere la migrazione dal Nord Africa prende di mira non solo le persone in movimento, ma anche attivisti, avvocati e giornalisti che documentano abusi e respingimenti. All’inizio del 2025, il caso Paragon aveva rivelato l’uso di tecnologie di sorveglianza di livello militare contro la società civile. Sebbene il governo italiano abbia inizialmente negato ogni coinvolgimento prima di giustificare l’operazione come questione di sicurezza nazionale, le analisi forensi mostrano che l’intrusione era iniziata mesi prima e ha successivamente colpito altri giornalisti, suggerendo un modello più ampio di monitoraggio di chi ostacola o denuncia l’agenda di esternalizzazione. La sorveglianza digitale è diventata un nuovo strumento per ridefinire la narrazione migratoria, eludere responsabilità e mettere a rischio sia i migranti sia le reti che li sostengono, in un contesto in cui l’Italia continua a fornire tecnologie avanzate ai partner nordafricani. FRONTEX: SORVEGLIANZA CON I DRONI E L’INDUSTRIA TECNOLOGICA Frontex svolge un ruolo centrale nell’allertare le guardie costiere libiche, egiziane e tunisine, oltre ai Paesi UE mediterranei, riguardo alle intercettazioni e gli arrivi delle persone in movimento (spesso preludio a procedure di espulsione). Parallelamente, l’agenzia rinnova contratti con aziende tecnologiche come ADAS (Germania) e IAI (Israele), consolidando la propria dipendenza da droni che inquadrano i migranti come minacce alla sicurezza. Italia, Grecia e Malta sostengono la sperimentazione di droni avanzati per la sorveglianza marittima. All’interno di Frontex, i finanziamenti destinati a questi sistemi crescono costantemente, mentre viene denunciata l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei droni per il riconoscimento facciale e in altri possibili processi decisionali critici. Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex. SCAMBI ILLECITI DI DATI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Lo scambio di dati per il controllo delle frontiere, un tempo limitato ai database UE come EURODAC 7 ed EU‑LISA 8, si è ampliato fino a includere per anni trasferimenti di dati personali e biometrici tra FRONTEX ed EUROPOL 9. Dal 2016 al 2023, almeno 13.000 persone sono state coinvolte in trasferimenti illeciti di informazioni, con gravi rischi di criminalizzazione senza basi legali. La scarsa trasparenza di EUROPOL suggerisce che tali dati possano essere stati usati per sospetti infondati di terrorismo o criminalità organizzata, alimentando pratiche di profilazione razziale. Approfondimenti/Confini e frontiere TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 Il policy paper mostra con chiarezza come l’UE stia investendo sempre più in tecnologie di sorveglianza marittima che privilegiano l’intercettazione delle imbarcazioni rispetto al soccorso, contribuendo alla militarizzazione e alla trasformazione tecnologica delle operazioni migratorie, senza alcuna tutela per le persone in movimento né per la loro privacy. Parallelamente, chi denuncia queste pratiche (attivisti per i diritti dei migranti, giornalisti e avvocati) diventa a sua volta bersaglio di sorveglianza e intimidazioni. Le istituzioni europee e i governi coinvolti possono invocare la sicurezza per giustificare metodi sempre più invasivi, ma, come ricordano gli autorə del rapporto “la sicurezza non dovrebbe mai essere ottenuta a costo di vite umane né attraverso misure illegali o discriminatorie” 10. 1. FTDES. (2025, 30 April). Tunisia’s designation as a safe third country of origin: The European Commission rewards Tunisian authorities for their cooperation on migration and whitewashes their abuses ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. The nexus of technology and migration tech-facilitated border control and implications for Tunisia, FTDES (27 ottobre 2025) ↩︎ 4. International Centre for Migration Policy Development, Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie ↩︎ 5. Alarmphone. (2024). The Illegal and Violent Practices of the Tunisian National Guard in the Central Mediterranean ↩︎ 6. Business and Human Rights Resource Centre. (2024, 4 June). Leonardo. Business and Human Rights Resource Centre ↩︎ 7. European Dactyloscopy: banca dati biometrica dell’Unione Europea contenente le impronte digitali dei richiedenti asilo e dei cittadini di paesi terzi ↩︎ 8. Agenzia dell’Unione europea per la gestione operativa dei sistemi IT su larga scala nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia ↩︎ 9. Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto ↩︎ 10. Dal policy paper, pagina 24 ↩︎
La Grecia sta esplorando piani per stabilire centri di rimpatrio in Africa
Il 19 novembre il ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo Thanos Plevris dichiara all’emittente pubblica Ert che Atene sta valutando l’istituzione di centri di rimpatrio per migranti in Africa 1. In questa iniziativa la Grecia non è sola: un progetto analogo è portato avanti anche dalla Germania. Atene sta lavorando per aprire un dialogo con alcuni stati africani, considerati sicuri che potrebbero ospitare nuovi centri per il rimpatrio. Come affermato dallo stesso ministro, gli arrivi delle persone migranti nella penisola sono in calo (32 mila persone nel 2024, contro 12mila nel 2025) ma questa nuova procedura dovrebbe funzionare da deterrente efficace contro l’immigrazione “illegale” verso l’Europa. «Abbiamo avviato un’iniziativa, in stretta collaborazione con la Germania, per creare un centro di ritorno (un “return hub”) per migranti irregolari fuori dai confini dell’Unione Europea, in Africa.» Thanos Plevris, Reuters 2. Infatti, seguendo le dichiarazioni di Plevris, il fatto stesso che gli hub di rimpatrio siano situati fuori dell’Unione Europea dovrebbe disincentivare le partenze. Inoltre, si tratterebbe di un progetto ideato dai singoli stati membri dell’Unione, che non fa parte di una linea politica comune. Tuttavia, l’8 dicembre durante il Consiglio “Giustizia e affari interni” i paesi membri dell’Ue hanno finalizzato la loro posizione su un regolamento volto a rendere maggiormente uniformi le procedure per i rimpatri 3. Notizie/Regolamenti UE “PAESI SICURI” E RIMPATRI: LA NUOVA STRETTA DELL’UE  Un altro passo verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza Redazione 10 Dicembre 2025 Il provvedimento impone obblighi a chi non ha il diritto di rimanere, introducendo strumenti di cooperazione tra stati membri. Nel pratico, si procederà a elaborare una lista comune di paesi di origine sicure e verranno individuati paesi terzi sicuri, in cui istituire dei return hub (centri per il rimpatrio). In sostanza, la Grecia punta a operare in alcuni stati africani con una modalità analoga a quella adottata dall’Italia in Albania. Sebbene l’accordo debba essere negoziato con il Parlamento europeo, esso conferma la volontà di proseguire lungo una direzione ormai consolidata, incentrata su sorveglianza, detenzione e militarizzazione più che su politiche di inclusione delle soggettività in movimento. Si tratta, in definitiva, dell’ennesima tappa di una strategia adottata da tempo, che continua a rafforzarsi. Sul tema della mobilità globale e in particolare delle migrazioni verso l’Europa, è necessaria una premessa: molti dei flussi attuali sono il risultato di processi storici e politici di lunga durata, di profonde disuguaglianze sociali e di persistenti rapporti di dipendenza neocoloniale. A ciò si somma la quasi totale assenza di vie legali per raggiungere l’Europa. Questo restringimento delle possibilità ha di fatto schiacciato le procedure giuridiche sulla richiesta di protezione internazionale. L’aumento degli arrivi in Europa, a partire dal 2015, ha accelerato un processo politico mirato a limitare l’accesso ai paesi UE. Negli anni l’Unione ha infatti stanziato fondi sempre più ingenti per esternalizzare le frontiere, mediante accordi con i paesi terzi e per militarizzare i confini. Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon Un esempio di ciò è rappresentato dall’aumento del budget di Frontex, agenzia che controlla le frontiere esterne dello spazio Schengen e dell’Unione Europea: il suo bilancio è passato da 98 milioni nel 2014 a 750 milioni nel 2015 (Nicolosi, 2023). Tuttavia, i flussi migratori non si sono fermati e la Grecia, per la sua posizione Geografica è uno dei paesi maggiormente coinvolti. I paesi di frontiera rappresentano spesso il banco di prova delle politiche europee in materia di migrazione, da cui traggono beneficio anche gli stati membri che non sono destinazioni di primo approdo, come la Germania. Nel dibattito pubblico, il tema migratorio è stato progressivamente riformulato come una minaccia alla sicurezza dell’intera Unione; si conseguenza, assistiamo a una crescente militarizzazione dei confini. Nella pratica, ciò si traduce in ingenti investimenti per l’acquisto di nuove misure si sorveglianza, da recinzioni e sensori, fino a droni e sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale, per monitorare e impedire i passaggi di persone attraverso le frontiere europee. In particolare, il confine di terra tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, è conosciuto per essere fornito di un importante sistema di recinzioni e sensori ad alta tecnologia per individuare e fermare l’immigrazione irregolare attraverso telecamere ad ampio raggio, sensori termici e droni. Il “modello Evros” inaugura un modello definito “frontiera intelligente” che riflette una crescente dipendenza dalle tecnologie avanzate, soprattutto AI, per gestire e scoraggiare le migrazioni. Questo tipo di cambiamento solleva importanti questioni etiche legate alla tutela dei diritti. La scelta di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi ritenuti “sicuri” e di ricorrere a tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere è pienamente coerente con la logica dell’esternalizzazione, che sposta le attività di contro oltre i confini dell’Unione. Questo processo comporta il diretto coinvolgimento di stati terzi, ai quali l’Ue fornisce attrezzature e formazione affinché possano intercettare e bloccare i migranti prima che raggiungano il territorio europeo. Secondo quanto mostrato da un’inchiesta di Salomon 4 a Evros questo genere di controllo delle frontiere si è dimostrato efficace, per tanto la Grecia sta espandendo questo progetto ai suoi confini settentrionali, nell’ambito del progetto “E-Surveillance” dell’Unione Europea (per 35,4 milioni di euro). Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon In particolare le attrezzature utilizzate sarebbero: veicoli 4×4 con telecamere termiche, droni e sistemi in grado di comunicare in tempo reale con i centri di comando fissi regionali e nazionali. La regione di Evros, inoltre, rappresenta più di un banco di prova: questi dispositivi di controllo verranno utilizzati anche per trattenere le persone all’interno del territorio greco, limitando gli spostamenti verso i Balcani e oltre. Questo sistema diventerà pienamente operativo nel 2027 e agisce automatizzando ciò che dipendeva dall’osservazione umana: l’attraversamento della frontiera verrà rilevato da una telecamera, tracciato con un drone e trasmesso in tempo reale a un centro di comando. La frontiera settentrionale della Grecia è da anni un punto di transito per chi tenta di raggiungere l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. In quest’area Atene ha spesso tollerato i passaggi, considerandoli un modo per alleggerire la pressione degli arrivi sul proprio territorio. Tuttavia, le pressioni politiche, in particolare da parte della Germania, sono cresciute: Berlino chiede una riduzione dell’immigrazione secondaria dalla Grecia, sostenendo che i rimpatri debbano aumentare. Ad esempio, nel 2024 la Germani ha ricevuto 25.000 domande di asilo sa persone già riconosciute come rifugiate in Grecia. In questo contesto, la creazione di hub di rimpatrio in paesi tersi appare come una soluzione vantaggiosa per entrambi i governi, capace di ridurre le tensioni politiche. Quello che desta preoccupazione è il costo umano che hanno questo tipo di provvedimenti. Lungo la rotta balcanica si registrano in modo sistematico episodi di violenza denunciati dalle persone in movimento, mentre nel Mediterraneo sono molteplici i naufragi e i respingimenti che avvengono sotto lo sguardo dei sistemi di sorveglianza europei e in molti casi con il coinvolgimento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei migranti, come ad esempio Amnesty International 5, avvertono che la tecnologia contribuisce pienamente alle violazioni dei diritti umani sulle frontiere, poiché si tratta di strumenti privi di compassione e guidati da politiche la cui logica di base è quella della deterrenza, non della protezione. I centri di rimpatrio hanno una funzione analoga: che siano collocati in suolo europeo, oppure in paesi terzi si tratta di misure di confinamento e controllo dei corpi migranti. Sono numerosi i report delle ONG che lavorano in territorio greco e si occupano di documentare le condizioni di detenzione amministrativa all’interno dei Pre-Removal Detention Centers (PRDCs) e di confinamento forzato nei Controlled Access Centers (CCACs). Approfondimenti GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 In generale, quello che emerge è una particolare reticenza nel permettere l’ingresso degli operatori umanitari all’interno di queste strutture, in molti casi le informazioni sulle condizioni di vita all’interno dei centri vengono ricavate dalle interviste svolte direttamente con i detenuti. Inoltre, molto spesso le organizzazioni richiedono l’accesso ai dati delle autorità e del ministero riguardanti il numero dei rimpatri e i dati demografici della popolazione rimpatriata, ma le risposte risultano incomplete e arrivano in ritardo. Nella maggior parte dei casi, i monitoraggi mostrano che le detenzioni si protraggono oltre i limiti previsti, anche per persone particolarmente vulnerabili; l’assistenza legale è insufficiente e le informazioni sui diritti sono scarse; il supporto psicologico e sanitario risulta inadeguato; le condizioni materiali di esistenza sono precarie, senza alcuna attenzione ai bisogni fondamentali e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno. L’utilizzo degli hotspot è stato introdotto al livello europeo nel 2015, anno dell’inizio della crisi migratoria, che oggi sembra aver assunto i connotati di una crisi dell’accoglienza. In questo modello gli hub fungono contemporaneamente da strutture di accoglienza e di detenzione, normalizzando delle condizioni di esistenza caratterizzati dalla totale assenza di salute, intesa come benessere generale degli individui. Inoltre, la pratica consolidata dei respingimenti alla frontiera favoreggia la detenzione illegale dei migranti in strutture del tutto informali e spesso nascoste, in cui le violenze sono continue. Nonostante il lavoro di advocacy e sensibilizzazione delle organizzazioni della società civile, dall’estate 2024 sono aumentati gli episodi di violenza alle frontiere, che hanno causato morti e feriti gravi. In generale, l’utilizzo degli hotspot, della detenzione amministrativa e l’uso strumentale delle forze di polizia svela la presenza di un modello basato sulla sistemica violazione dei diritti delle persone, operata per ragioni di deterrenza. Alla luce di ciò è necessario porsi un interrogativo fondamentale: in che modo le nuove procedure sui rimpatri e l’istituzione dei return hub in paesi terzi dovrebbe inaugurare un modello maggiormente rispettoso dei diritti umani e del diritto di asilo delle soggettività in movimento? Il CCAC di Samos (Refugee Support Aegean) 1. Greece and Germany plan migrant return centers in Africa, eKathimerini (19 novembre 2025) ↩︎ 2. Qui l’articolo ↩︎ 3. Council clinches deal on EU law about returns of illegally staying third-country nationals, Council of the EU (8 dicembre 2025) ↩︎ 4. Greece a testing ground for smart surveillance technologies, Solomon (29 novembre 2025) ↩︎ 5. Global: New technology and AI used at borders increases inequalities and undermines human rights of migrants, Amnesty International (maggio 2024) ↩︎
Frontex conferma le responsabilità delle autorità bulgare nella morte di tre minori
A quasi un anno dalla morte di tre minori egiziani in Bulgaria, l’Ufficio per i Diritti Fondamentali di Frontex (The Fundamental Rights Officer – FRO) ha pubblicato un report 1 che conferma il racconto di Collettivo Rotte Balcaniche e No Name Kitchen, identificando chiaramente la responsabilità diretta della polizia di frontiera bulgara per queste morti. Nel dicembre 2024, Ahmed Samra, Ahmed Elawdan e Seifalla Elbeltagy – tre minori egiziani – avevano comunicato ai gruppi solidali di trovarsi in condizioni di emergenza nella zona di Gabar, in Bulgaria, dopo aver attraversato il confine turco-bulgaro. Pur essendo stata avvisata con ripetute telefonate, la polizia di frontiera bulgara non solo non ha risposto alle chiamate, ma si è anche adoperata per bloccare i tentativi del Collettivo di raggiungere i tre minori, che sono poi morti di ipotermia. A quasi un anno di distanza, l’Ufficio per i Diritti Fondamentali di Frontex conferma la versione delle organizzazioni solidali: “Le autorità bulgare avevano l’obbligo di assistere e soccorrere i migranti. Avendo informazioni sufficienti a determinare che essi si trovavano in pericolo di vita, essendo a conoscenza della loro posizione esatta e avendo i mezzi per intervenire, esse non hanno comunque adottato le misure necessarie in tempo, con il risultato che tre persone hanno perso la vita”. L’Agenzia europea rigetta inoltre la campagna di diffamazione avviata dal Ministero dell’Interno bulgaro dopo la pubblicazione del report Frozen Lives redatto dalle organizzazioni.  Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE CONGELATE AL CONFINE: LE RESPONSABILITÀ DELLE AUTORITÀ BULGARE E LA COMPLICITÀ DELL’UE Il rapporto di No Name Kitchen e del Collettivo Rotte Balcaniche Anna Bonzanino 5 Febbraio 2025 Secondo il Collettivo Rotte Balcaniche, inoltre la polizia di frontiera «ha intensificato il livello di criminalizzazione delle ONG, moltiplicando le indagini e gli arresti, in un chiaro tentativo di silenziare il lavoro di denuncia della violenza sul confine». Il documento di Frontex riconosce, inoltre che, al di là di questo evento specifico, la cosiddetta “incapacità” di compiere operazioni di ricerca e soccorso è in realtà una pratica di routine delle autorità bulgare. Negli ultimi anni, l’Ufficio per i Diritti Fondamentali ha documentato ripetutamente le azioni della polizia di frontiera bulgara, affermando che “i pushback, spesso caratterizzati da alti livelli di violenza e trattamenti inumani o degradanti, sono una pratica quotidiana della polizia di frontiera bulgara” ed esprimendo una “profonda preoccupazione rispetto alle accuse ripetute nei confronti delle autorità bulgare di non rispondere in maniera appropriata alle chiamate di emergenza.” Tuttavia, il Collettivo ci tiene a sottolineare anche il ruolo strumentale di Frontex «che finanzia e collabora alle attività di controllo dei confini bulgari, si autoassolve nuovamente, scaricando la responsabilità dell’accaduto sulle autorità bulgare e utilizzando persino queste morti per richiedere un aumento della propria presenza in Bulgaria». Questa posizione viene definita contraddittoria, poiché il personale di Frontex opera legalmente sotto il controllo delle autorità locali: secondo il Collettivo, infatti, «i migranti intercettati da Frontex vengono poi espulsi in maniera illegale e violenta», mentre il personale dell’Agenzia «rischia di essere complice – o meglio è direttamente responsabile – di queste espulsioni». A partire da marzo 2025, Frontex ha inoltre «ripetutamente bloccato e seguito per ore squadre di ricerca e soccorso», impedendo loro di raggiungere le persone in movimento in condizione di emergenza. E ciò nonostante l’Ufficio per i Diritti Fondamentali riconosca il lavoro delle squadre civili come «autentico», denunciando al contempo i tentativi della polizia di ostacolarlo. Il Collettivo definisce però queste affermazioni come meri interventi superficiali, privi di ricadute operative: «Affermazioni come quelle dell’Ufficio restano soltanto cosmetiche se non accompagnate da azioni concrete». Da qui la richiesta di interrompere «immediatamente ogni collaborazione con e supporto alle autorità bulgare». Infine, un’eventuale inazione di Frontex sarebbe solo un’ulteriore conferma del carattere sistemico delle politiche europee di frontiera: «Se Frontex non adotterà misure adeguate, sarà una conferma in più che queste morti non sono state un incidente ma il risultato voluto e cercato di politiche di confine europee che, se non smantellate, possono soltanto uccidere». Dello stesso avviso anche No Name Kitchen che tramite la rappresentante Ric Fernandez afferma che «questi minori avrebbero potuto essere salvati, le stesse conclusioni di Frontex confermano l’esistenza di un sistema progettato per lasciar morire le persone alla frontiera, e chiunque sostenga tale sistema ne è responsabile». Anche NNK chiede a Frontex di sospendere immediatamente ogni cooperazione operativa con la polizia di frontiera bulgara, nonché di pubblicare i risultati completi del FRO e tutte le comunicazioni interne relative all’incidente, infine garantire di accertare la responsabilità per qualsiasi agente coinvolto nell’ostruzione dei soccorsi. «Questo caso non è una tragedia isolata. Esso mette in luce le carenze sistemiche nell’applicazione delle norme di frontiera dell’UE, dove le operazioni di Frontex e le autorità nazionali effettuano congiuntamente respingimenti illegali, pratiche violente e ostacoli ai soccorsi. Se Frontex continuerà a cooperare con le autorità bulgare nonostante questi risultati, confermerà che queste morti non sono incidenti isolati, ma il risultato prevedibile della politica dell’UE, una politica che continuerà a uccidere se non verrà modificata radicalmente», conclude No Name Kitchen. 1. Frontex Report – Serious Incident Reports Cat 1 ↩︎
Giustizia per le vittime della fortezza Europa
122 funzionari dell’Unione Europea e dei suoi Stati Membri potrebbero essere indagati dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità a causa del trattamento dei richiedenti asilo nel Mediterraneo Centrale, in base al report presentato da Front-LEX. Dopo sei anni di indagini, gli avvocati Juan Branco – uno dei difensori di Julian Assange – e Omer Shatz – direttore della ONG front-LEX 1,- insieme al team dell’organizzazione e la clinica legale “International Law in Action” dell’università parigina Sciences Po, hanno presentato 2 alla Corte Penale Internazionale un report di 700 pagine che denuncia come i membri dell’apparato di potere europeo siano direttamente ed individualmente responsabili per crimini contro l’umanità, avendo ideato ed implementato politiche restrittive contro i flussi migratori nel Mediterraneo Centrale 3. Questo rapporto rappresenta il punto d’arrivo di un percorso quasi decennale. front‑LEX è un’organizzazione legale indipendente, focalizzata sulla difesa dei diritti umani attraverso la litigazione strategica contro le politiche migratorie dell’UE, in particolare quelle gestite da Frontex 4. Utilizzando il diritto come strumento di cambiamento sociale, agisce in contesti legali complessi per sfidare pratiche come i respingimenti illegali e la cooperazione con regimi autoritari. Dopo i grandi naufragi del 2013, l’Unione Europea e gli Stati Membri potenziano i loro accordi con i Paesi di transito, primo tra tutti la Libia, e viene dato inizio ad una campagna di diffamazione contro le ONG che lavorano nel Mediterraneo sopperendo alle mancanze dei governi europei. L’8 maggio 2017 la Procuratrice della Corte Penale Internazionale (CPI) riporta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che «seri e diffusi» crimini contro l’umanità – tra cui omicidi, stupri, e torture – vengono commessi contro «migliaia di persone migranti vulnerabili, inclusi donne e bambini». È un momento storico, la prima volta in cui viene formalmente riconosciuta la possibilità di crimini internazionali 5 lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Tuttavia, dopo 8 anni, più di 25mila morti e 150mila deportati in Libia, le parole della Procuratrice sono rimaste parole: la CPI non ha ancora aperto né l’istruttoria né formulato un’accusa. La Corte Penale Internazionale (CPI), con sede all’Aia, è un tribunale permanente che giudica individui accusati di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e di aggressione. Istituita dallo Statuto di Roma del 1998, interviene solo quando gli Stati non possono o non vogliono perseguire tali crimini. È indipendente dalle Nazioni Unite, ma collabora con esse. La società civile ha però continuato a lavorare. Nel 2019, l’avv. Shatz e l’avv. Branco hanno inviato una comunicazione4, in base all’Articolo 15 dello Statuto di Roma 6, il cui contenuto dimostra che i crimini “seri e diffusi” di cui aveva parlato la Procuratrice sono sistematici, e commessi in base alle politiche migratorie dell’Unione Europea, elaborate con lo scopo preciso di impedire a qualunque costo ai richiedenti asilo di raggiungere il suolo europeo. In particolare, sono state individuate due politiche di deterrenza: la prima, uccisioni di massa per annegamento, iniziata con la chiusura dell’Operazione Mare Nostrum 7, inquadrata nel crimine contro l’umanità di omicidio; la seconda, adottata proprio contro le ONG che hanno tentato di riempire questo vuoto letale creato nel Mediterraneo, respingimenti di massa per procura grazie alla conclusione di accordi con la Libia 8 inquadrata nei crimini contro l’umanità di deportazione, sparizione forzata di persone, omicidio, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, reclusione, e altri atti inumani diretti contro civili 9. Confermando questo inquadramento, nel 2020 il caso è stato ammesso dalla Procuratrice della CPI. Questa ha così affermato la propria giurisdizione: la CPI, in base all’articolo 13 dello Statuto di Roma, ha infatti giurisdizione non solo su deferimento dei procuratori nazionali o del Consiglio di Sicurezza, ma anche in caso di indagine aperta proprio motu, per cui è necessaria l’autorizzazione della Camera preliminare della Corte (Pre-trial Chamber). Afferma anche il fatto che ci sia una base ragionevole per credere che tali crimini fossero effettivamente stati commessi. Ulteriore conferma è giunta nel 2023, quando una Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite, istituita dal Consiglio dei diritti umani ha concluso che l’UE e gli Stati Membri stanno partecipando in crimini contro l’umanità commessi lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Tuttavia, in un’audizione davanti al Parlamento Europeo del maggio 2020, la Procuratrice della CPI ha sottolineato che la prima comunicazione di Front-lex riguardava la responsabilità degli Stati, elemento alieno alla giurisdizione della CPI, che si occupa invece di responsabilità individuale. A luglio 2020, la comunicazione è stata aggiunta al dossier riguardante la situazione in Libia; secondo gli autori della comunicazione, erroneamente, considerando che le vicende analizzate sono diverse e concettualmente slegate dal conflitto civile libico. Vista l’inerzia della CPI, il team di Front-lex ha presentato una seconda comunicazione, il 6 ottobre 2025 10. Questa è concentrata sull’apparato di potere che ha progettato e implementato i crimini descritti nella prima comunicazione e sull’identificazione degli individui che li hanno ideati, ordinati, ed eseguiti. Sono stati analizzati i sistemi di 28 Stati (i 27 Stati UE e il Regno Unito) e le istituzioni europee, mappando ogni organo ed agenzia coinvolta, estraendo i nomi dei funzionari, e valutando la responsabilità penale individuale di ognuno. A tal fine, sono stati intervistati 77 testimoni e potenziali sospetti, sono stati analizzati documenti interni e verbali di riunioni confidenziali, nonché documenti pubblici. Il risultato è una lista di 122 responsabili, nei cui confronti sussistono fondati motivi per ritenere che i sospettati abbiano partecipato alla commissione dei reati contestati. Quello che si richiede alla CPI è di chiedere l’autorizzazione per aprire un’indagine ed esaminare la responsabilità penale dei sospetti individuati, coordinarsi con i rappresentanti legali delle vittime per ottenere ulteriori prove, e di ri-nominare la popolazione civile colpita come «richiedenti asilo di diverse nazionalità transitanti lungo la rotta del Mediterraneo centrale» (e non più come “migranti libici”). I 122 responsabili sono stati suddivisi in quattro categorie, in base al grado di responsabilità (highest, high, medium e low). Nella prima, alti funzionari delle istituzioni e delle agenzie europee (il Consiglio dell’Unione Europea, la Commissione, Frontex, l’EEAS, e l’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima), e Ministri e Capi di Stato europei. Spiccano Angela Merkel, Joseph Muscat (primo ministro maltese dal 2013 al 2020), e Viktor Orban. I nomi italiani sono 32, un quarto del totale, cifra vertiginosa se si considera che la lista include cittadini di altri 27 Paesi e funzionari UE. Tra questi, tre Presidenti del Consiglio dei Ministri (Paolo Gentiloni, Matteo Renzi e Giuseppe Conte), tre ministri degli interni (Angelino Alfano, Marco Minniti e Matteo Salvini), Andrea Orlando (ministro della Giustizia dal 2014 al 2018), Danilo Toninelli (ministro dei trasporti nel 2018), Elisabetta Trenta (ministra per la difesa nel 2018), Enzo Milanese (ministro per gli affari esterni nel 2018), membri di gabinetto, PM di Trapani e Catania, ufficiali della Guardia Costiera. I rappresentanti legali delle vittime hanno presentato alla CPI anche un’altra lista, “the officials database”, contenente i nomi di individui che hanno ricoperto cariche ufficiali durante il periodo esaminato, il cui coinvolgimento merita ulteriori analisi. La lista contiene 384 nomi, tra cui l’ex Primo Ministro greco Tsipras e l’ex PM inglese David Cameron. Anche qui, l’Italia è sovra rappresentata: 108 italiani, tra cui Luciana Lamorgese, Luigi di Maio e Matteo Piantedosi. In quanto paese primario d’arrivo delle persone migranti, l’Italia ha avuto un ruolo centrale nell’implementazione delle politiche UE nel Mediterraneo Centrale, richiedendo e introducendo regole sempre più restrittive contro i richiedenti asilo e contro le ONG. Il report analizza in particolare il coinvolgimento delle istituzioni italiane nella conclusione del Memorandum Italia – Libia, stabilito nel 2017 e rinnovato per la terza volta il 17 ottobre 2025 11, e nell’istituzione del Fondo Africa, nella collaborazione con Frontex e la “guardia costiera” libica per respingimenti in acque italiane e internazionali. Approfondimenti MEMORANDUM ITALIA-LIBIA, UN PATTO DI VIOLAZIONI E ABUSI Il 2 novembre l’accordo sarà rinnovato. Refugees in Libya: manifestiamo a Roma il 18 ottobre Carlotta Zaccarelli 29 Settembre 2025 L’azione di Front-lex e degli avvocati Branco e Shatz è innovativa. Giuridicamente, è una strada mai provata prima: non esistono al momento cause intentate contro gli Stati europei o l’Unione Europea davanti alla CPI o alla Corte di Giustizia Internazionale per crimini commessi contro le persone migranti. È invece consolidata la giurisprudenza della CEDU sul punto – tanto che è stato richiesto alla Corte di riconsiderare il proprio orientamento, considerato da diversi leader europei, Italia e Danimarca in primis, troppo garantista 12. Anche a livello nazionale ci sono state delle evoluzioni: le corti penali italiani hanno emesso condanne concernenti naufragi o deportazioni forzate in Libia, e il Servizio Scientifico tedesco ha nel 2023 indicato come respingere i richiedenti asilo verso la Libia potesse dare adito a responsabilità penale individuale in base al Codice Penale tedesco. Nel 2024 la Corte costituzionale italiana ha riconosciuto che la Libia non è un Paese sicuro per i richiedenti asilo, e che i respingimenti costituiscono un crimine in base alla legge internazionale 13. Approfondimenti/Guida legislativa CORTE DI CASSAZIONE: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Chiunque consegni alle autorità libiche le persone soccorse è perseguibile Avv. Arturo Raffaele Covella 28 Febbraio 2024 L’incisività della CPI è stata fino ad ora piuttosto limitata, e questo anche sul fronte delle indagini sulle azioni di Gheddafi e il conflitto libico. Ad ottobre 2024 la Camera preliminare ha desecretato sei mandati d’arresto contro membri della milizia al Kaniyat per crimini di guerra, ma i responsabili sono tuttora in libertà; nonostante ciò, la Corte ha annunciato la propria intenzione di chiudere il dossier nel 2026. Il 18 gennaio 2025 la CPI emette un mandato d’arresto contro Osama Almasri Njeem. Poco dopo il suo arresto in Italia, viene rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato italiano. Gli avvocati Shatz e Branco presentano una mozione alla CPI richiedendo di indagare sull’accaduto, prospettando una responsabilità di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi per ostruzione della giustizia in base all’articolo 70 dello Statuto di Roma. Notizie CASO ALMASRI: LAM MAGOK CHIEDE ALLA CORTE COSTITUZIONALE DI FARE LUCE SULL’OPERATO DEI MINISTRI «L’Italia è sotto ricatto e il Governo lo rivendica come scelta politica» Redazione 21 Ottobre 2025 Il 17 ottobre 2025 la Camera preliminare della CPI 14 ha individuato nel comportamento italiano una violazione dello Statuto di Roma. Secondo la CPI infatti rimpatriare Almasri senza informare la Corte dell’esito del procedimento davanti alla Corte d’appello né tanto meno del rimpatrio stesso costituisce una violazione dell’obbligo di cooperazione, in base all’articolo 97 dello Statuto di Roma. La CPI parla di comunicazioni interrotte dall’Italia dopo l’arresto, e di spiegazioni “contraddittorie e giuridicamente infondate” fornite riguardo alla vicenda. La CPI ha differito il rinvio al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea ONU, ma ha esplicitato come l’Italia abbia impedito alla Corte stessa di esercitare le sue funzioni e i suoi poteri 15. CI si chiede se l’impressionante lavoro di Front-lex e degli avvocati Branco e Shatz porterà un risultato concreto. Negli ultimi mesi, davanti al genocidio in corso a Gaza, i dubbi riguardo l’efficacia e la stessa ragion d’essere del diritto internazionale sono cresciuti. Diversi Stati firmatari dello Statuto di Roma hanno dimostrato grande noncuranza per le decisioni della CPI: nel 2025 l’Ungheria ha annunciato il proprio recesso dallo Statuto di Roma, e sia Putin – oggetto di un mandato d’arresto da parte della CPI – che Netanyahu – per cui il mandato è stato richiesto, si sono recati in Stati membri. L’Italia, membro fondatore della Corte, ha dimostrato un particolare disinteresse per i contenuti dello Statuto, permettendo a Netanyahu l’accesso al proprio spazio aereo e direttamente ostacolando la Corte nell’arresto di Almasri. Nel frattempo, la “guardia costiera” libica usa la violenza sempre più frequentemente, anche contro le navi di soccorso delle ONG; le persone morte cercando di raggiungere l’Italia sono almeno 738 solo nel 2025, e dalla presentazione della comunicazione di Front-lex i naufragi documentati almeno due. Il Mediterraneo centrale resta la frontiera più letale al mondo. 1. ONG che si occupa di strategic litigation davanti alla Corte di Giustizia dell’UE, alla CEDU e alla CPI ↩︎ 2. Press Release ↩︎ 3. Per un riassunto completo del caso, l’elenco dei presunti responsabili, delle vittime e delle prove presentate alla CPI, si rimanda qui ↩︎ 4. Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, un’agenzia dell’Unione Europea che si occupa del controllo e della gestione delle frontiere esterne degli stati membri dell’UE e dell’area Schengen ↩︎ 5. Ossia quelli su cui esercita giurisdizione la CPI: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. ↩︎ 6. Trattato istitutivo della Corte penale internazionale, che definisce i crimini internazionali più gravi (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, aggressione), adottato a Roma nel 1998 ↩︎ 7. Operazione militare e umanitaria italiana (2013–2014) nel Mediterraneo centrale, volta al soccorso in mare e al contrasto del traffico di esseri umani. Sostituita dall’operazione Triton di Frontex nel 2014 ↩︎ 8. Il Memorandum Italia-Libia, firmato il 2 febbraio 2017 e ufficialmente rivolto a fermare i flussi irregolari, e la Dichiarazione di Malta, del 3 febbraio 2017, con cui l’UE impegna 200 milioni € per formare e finanziare la Guardia Costiera Libica e migliorare le strutture di accoglienza in Libia ↩︎ 9. In base all’articolo 7 dello Statuto di Roma, i crimini contro l’umanità sono atti commessi “nell’ambito di un attacco esteso o sistematico contro una popolazione civile con la consapevolezza dell’attacco” ↩︎ 10. Leggi la comunicazione ↩︎ 11. Il governo Meloni ha deciso di mantenere in vigore il Memorandum con la Libia, che prevede collaborazione nel controllo delle frontiere e sostegno alla guardia costiera libica, nonostante le richieste di opposizioni e ONG di interromperlo. L’accordo dura tre anni e si rinnova automaticamente se una delle due parti non ne chiede la cessazione entro tre mesi dalla scadenza ↩︎ 12. Leggi la comunicazione ↩︎ 13. Per i riferimenti delle sentenze e delle comunicazioni clicca qui ↩︎ 14. Caso Almasri la Corte Penale Internazionale ricostruisce la sequela di omissioni. Entro venerdì 31 ottobre l’Italia deve fornire ulteriori informazioni, Giustizia Insieme (24 ottobre 2025) ↩︎ 15. La decisione completa è disponibile qui ↩︎