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Report sull’accesso ispettivo al CPR di Bari-Palese del 13 febbraio 2026
Il 13 febbraio 2026, alle ore 11:00, una delegazione parlamentare composta dall’onorevole Rachele Scarpa, insieme alle collaboratrici Giulia Bruno e Roberta Papagni, e dall’onorevole Marco Lacarra con i collaboratori Filippo Cantalice ed Erminia Sabrina Rizzi, si è recata presso il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Bari-Palese per effettuare un accesso ispettivo, a seguito della morte del detenuto Simo Said, avvenuta l’11 febbraio 2026. A due collaboratori dell’on. Lacarra è stato tuttavia impedito l’ingresso, in quanto i rispettivi contratti, con decorrenza dalla stessa giornata, non sono stati ritenuti idonei. La delegazione, pertanto, ha svolto l’ispezione in composizione ridotta. Nel corso della visita sono stati ispezionati i principali ambienti della struttura, in particolare le celle di trattenimento, i locali sanitari e quelli destinati all’osservazione. Sono stati inoltre svolti colloqui con il personale dell’ente gestore, le forze dell’ordine e alcune persone trattenute, al fine di raccogliere testimonianze e informazioni sui protocolli e sulle prassi medico-sanitarie, sulle modalità di prescrizione e somministrazione dei farmaci, nonché sulle condizioni di salute dei trattenuti e sulle circostanze del decesso di Simo Said. Leggi la relazione completa a firma dell’on. Rachele Scarpa LA SINTESI A CURA DELLA REDAZIONE DI MELTING POT Al momento della visita, la struttura risultava operativa solo parzialmente: “attivi 5 moduli su 7”, per un totale di “90 posti”, mentre la capienza teorica più elevata “non è mai stata approvata dalla Prefettura”. La popolazione trattenuta è descritta come composta in prevalenza da giovani, “appena maggiorenni” e per lo più di origine nord-africana. Già sotto il profilo organizzativo emergono criticità: il personale sanitario è limitato e non sempre identificabile, con operatori “privi di cartellino identificativo”. Il medico è presente solo “per 5 ore al giorno”, mentre il servizio psicologico, formalmente garantito, risulta nei fatti insufficiente, con “un numero di interventi significativamente esiguo rispetto […] alle esigenze dei trattenuti”. Dal punto di vista strutturale, il CPR si presenta come uno spazio chiuso e opprimente: un “lungo corridoio senza finestre né luce naturale” collega i moduli, dai quali provengono “urla e rumori violenti”. All’interno, le camere sono “completamente prive di sistemi di chiamata di emergenza”, rendendo impossibile richiedere aiuto tempestivo. Le condizioni igienico-sanitarie risultano particolarmente degradate: i bagni sono in “pessime condizioni”, con “lavandini e piatti doccia intasati” e acqua “fredda e non regolabile”. Inoltre, la presenza di finestre senza vetri costringe i trattenuti a lavarsi “in condizioni di diretta esposizione agli agenti atmosferici”. Anche il vitto rappresenta un elemento di criticità: il cibo, fornito da catering esterno e non riscaldabile, viene spesso rifiutato. I detenuti riferiscono di rinunciare ai pasti per le “asserite scadenti caratteristiche organolettiche […] dichiarando di preferire il digiuno”. Durante la visita emergono segnali evidenti di sofferenza psichica diffusa. Alcuni trattenuti appaiono in stato di “estrema calma simile al torpore”, mentre altri manifestano agitazione, autolesionismo e disperazione. Un giovane, coperto di ferite, dichiara di “star perdendo la testa” e di vivere “in uno stato di profonda angoscia”. La gestione del rischio suicidario appare del tutto inadeguata: “non esistono […] protocolli anti-suicidari né dispositivi a ciò preposti”, nonostante la presenza nel registro di “numerosi episodi di tentato suicidio”, tra cui ingestione di batterie e tentativi di impiccagione. Gravi criticità emergono anche nella gestione sanitaria e farmacologica. I farmaci, inclusi psicofarmaci e benzodiazepine, sono conservati in condizioni non sicure, in armadi “privi di chiusura effettiva”. Il personale stesso ammette difficoltà nel controllo dell’assunzione: i pazienti “sarebbero in grado di occultare i medicinali nel cavo orale”, mentre si registra una “continua contrattazione” per ottenere dosaggi più elevati. In relazione al decesso di Simo Said, il quadro appare incerto e problematico. Sebbene sia stato diagnosticato un “arresto cardiaco”, il medico ritiene “plausibile l’ipotesi che il soggetto possa aver ingerito altre sostanze”. Al momento dell’evento “non vi era alcun medico” presente e la terapia mattutina non era stata somministrata perché il paziente “si presumeva dormisse”. Ulteriori elementi emergono dalle testimonianze dei trattenuti, che descrivono un sistema informale di circolazione del metadone all’interno del CPR. Il farmaco verrebbe venduto “in cambio di pacchetti di sigarette” e ottenuto anche tramite minacce e violenze tra detenuti, sfruttando la possibilità di sottrarre parte delle dosi prescritte. Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro di forte vulnerabilità e abbandono. Un giovane racconta che, dopo la morte dell’amico, ha iniziato a soffrire di “allucinazioni e incubi”, arrivando a desiderare la morte. Nonostante ripetute richieste, riferisce di non essere stato preso in carico: “non è stato predisposto alcun colloquio con la psicologa”. Complessivamente, il quadro che emerge dall’ispezione è quello di una struttura caratterizzata da carenze strutturali, criticità sanitarie e grave disagio psichico diffuso, in cui la tutela della salute e della dignità delle persone trattenute appare fortemente compromessa.
CPR d’Italia: istituzioni totali
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) conferma l’orrore dei CPR: strutture costose, inefficaci e disumane, dove i diritti fondamentali vengono sistematicamente violati. Il nuovo rapporto del TAI arriva mentre, ancora una volta, i CPR tornano al centro della cronaca. Nella tarda mattinata dell’11 febbraio un giovane di 25 anni è morto nel CPR di Bari-Palese, dove era trattenuto. Nelle stesse ore, il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo ddl migranti 1: una stretta su ricongiungimenti, rimpatri e minori che interviene anche sulla detenzione nei CPR, rafforzando divieti e limitazioni, dalla compressione delle visite indipendenti al divieto di comunicare e documentare ciò che accade all’interno dei centri 2. Un intreccio inquietante, che conferma quanto denuncia il TAI: i CPR non sono un fallimento accidentale, ma un dispositivo strutturalmente violento, che lo Stato continua a difendere mentre produce sofferenza e morte. Il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione 3 fotografa la situazione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri e conferma quanto ormai noto sulle condizioni di tali strutture e sulla sistematica violazione dei diritti umani perpetrati da un sistema di detenzione amministrativa assurdo per diverse ragioni. Come giustamente scritto nel rapporto, «i CPR non rappresentano una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni, ma un’aberrazione strutturale: un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte» 4. Il monitoraggio compiuto nel 2025 dal TAI 5rappresenta la prosecuzione di un percorso già tracciato che mira non solo e non tanto a verificare lo stato di salute dei CPR, quanto piuttosto ad analizzare le generali condizioni di vita delle persone ivi trattenute nell’ottica di un monitoraggio sulla “tenuta dello Stato di diritto” e sul rispetto dei diritti umani da parte dello Stato e delle altre istituzioni. Proprio in quest’ottica, assumono particolare importanza, alcune riflessioni preliminari. La prima, in chiave negativa, nasce dalla presenza di segnali di allarme sulla perdita di trasparenza dell’azione amministrativa. Sono da tempo in atto tentativi di rendere sempre più difficile, se non impossibile, adeguati controlli su quanto accade all’interno dei CPR, proprio perché l’azione di monitoraggio portata avanti in questi anni da alcuni parlamentari, da alcune associazioni, e dal sistema di garanti presente a livello nazionale e locale, ha smascherato le gravi violazioni perpetrate nei CPR evidenziando le gravi mancanze, non solo degli enti gestori, ma anche delle Prefetture e del Ministero dell’Interno. È difficile dare una diversa interpretazione della circolare del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del 18 aprile 2025 che, attraverso una interpretazione fortemente restrittiva dell’articolo 67 della Legge 26 luglio 1975 n. 354, mira a depotenziare il potere di visita di parlamentari, consiglieri regionali e garanti, impedendo, di fatto, l’accesso a questi soggetti con personale di fiducia. Approfondimenti/Circolari del Ministero dell'Interno/CPR, Hotspot, CPA CPR: VIETATO ENTRARE Il Ministero dell’Interno limita e depotenzia le visite ispettive ai Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 18 Luglio 2025 Anche il TAI, dunque, evidenzia, questo tentativo di ostacolare o rendere più difficoltosi i controlli da parte di autorità indipendenti e autonome da parte del Ministero. Il tentativo di nascondere ciò che accade realmente all’interno dei CPR riducendo la possibilità di accesso a tali strutture. La seconda riflessione, questa volta positiva, riguarda la maggiore presa di coscienza rispetto al problema della salute (fisica e mentale) delle persone soggette a restrizione della libertà personale all’interno dei CPR. Il tema della salute dei trattenuti è divenuto centrale nel dibattito sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio anche grazie al tour di Marco Cavallo che ha attraversato tutta l’Italia sostando davanti ai singoli CPR insieme a operatori e operatrici, associazioni e cittadini. La permanenza in un qualsiasi centro, infatti, può essere devastante dal punto di vista fisico e psicologico. Notizie/CPR, Hotspot, CPA IL VIAGGIO DI MARCO CAVALLO NELLA VERGOGNA DEI CPR Si è conclusa l'iniziativa del Forum Salute Mentale per chiedere la chiusura dei «manicomi del presente» Redazione 15 Ottobre 2025 Tantissimi stranieri, portano anche fuori dai centri segni della loro permanenza in questi luoghi. Segni sul corpo e nella mente. Sono tantissimi i gesti di autolesionismo che si consumano tra le mura dei CPR, atti non solamente simbolici, come dimostra il caso di Ousmane Sylla, morto suicida a Ponte Galeria all’età di 22 anni. Altissima è anche la percentuale di persone che sviluppano forme di dipendenza da psicofarmaci propri all’interno dei Centri. Come nel caso di Oussama Darkaoui morto nel CPR di Palazzo San Gervasio anch’egli all’età di 22 anni. Notizie/CPR, Hotspot, CPA OUSSAMA DARKAOUI, UN ANNO DOPO: IL RICORDO, LA LOTTA, LA SPERANZA Dal CPR di Palazzo San Gervasio, una storia che chiede giustizia Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2025 Poi ci sono i tanti soggetti fragili, persone che già prima di entrare in un CPR portavano con loro il peso di una dipendenza, di una malattia, di una fragilità psicologica. Tutti questi vedono peggiorare la loro condizione a causa della mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria all’interno di queste strutture. «Dal punto di vista medico-scientifico, risulta evidente che i CPR rappresentano una istituzione patogena che lede la dignità della persona e della collettività, un sistema disumanizzante in cui la salute, fisica e mentale, è tutelata solo formalmente, mentre si erode ogni diritto delle persone trattenute, a partire da quello alla salute, un luogo usato solo per nascondere e contenere le persone fastidiose e indesiderate» (cfr. Rapporto TAI) Queste due riflessioni preliminari ad ogni analisi dei dati raccolti dal monitoraggio compiuto dal Tavolo Asilo e Immigrazione, sono necessarie per parlare compiutamente dei Centri di Permanenza per i Rimpatri e, più, in generale, dell’istituto della detenzione amministrativa. Soprattutto in questo particolare momento storico caratterizzato dalla perdita progressiva di eccezionalità della detenzione amministrativa nel quadro generale di politiche migratorie nazionali ed europee sempre più propense a ricorrere sistematicamente a tale strumento. Una attenta analisi del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, porta inevitabilmente a concludere che ormai le politiche migratorie europee sono caratterizzate da un approccio molto meno garantista dei diritti delle persone. La detenzione amministrativa diviene centrale nel nuovo sistema di regole ma, più in generale, ad essere complessivamente accolto è un approccio al fenomeno migratorio tutto basato sull’idea dei controlli, della limitazione, della privazione della libertà di movimento e, quindi, sui rimpatri. Ma tornando, al rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione, possiamo pacificamente affermare che questo rappresenta l’ultima testimonianza, in ordine di tempo, di un fenomeno ormai ben noto: il fenomeno della patogenicità dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. A fronte della realtà descritta dal TAI, caratterizzata da inefficienze del sistema di detenzione amministrativa, che peraltro si regge su pochi gestori privati e su servizi a basso costo, da costi esorbitanti per le casse pubbliche, da gravissimi problemi con specifico riguardo alla tutela della salute dei soggetti trattenuti, da continue e sistematiche violazioni dei diritti costituzionali, la soluzione prospettata è la chiusura di tali Centri e il superamento della fallimentare normativa europea e interna sulla cosiddetta detenzione amministrativa. Pur condividendo la conclusione cui giunge il Tavolo Asilo e Immigrazione, perplessità derivano da quello che possiamo definire gestione del periodo transitorio. Nel rapporto infatti si afferma: «La necessità di procedere quanto prima a una riforma della normativa vigente che preveda la chiusura dei CPR non significa che, nelle more di tale ampia riforma, l’attuale configurazione dei CPR italiani possa rimanere inalterata, risulta infatti inderogabile ed urgente realizzare immediati interventi al fine di rendere le strutture attuali almeno conformi agli standard minimi previsti dal diritto dell’Unione e dall’ordinamento costituzionale italiano». Chi scrive non condivide tale approccio. Si ritiene anzi che proprio la mancanza degli standard minimi previsti dall’Unione e dall’ordinamento costituzionale italiano dovrebbe portare ad una chiusura immediata di tali strutture e non ad interventi di adeguamento o di miglioramento. La battaglia da condurre, allora, deve essere netta per la loro chiusura non domani, rispetto a quello che insegna la storia italiana, rischia di far tramontare definitivamente la speranza di un superamento del sistema CPR secondo la massima prezzoliniana che «In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo». 1. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 161 (11 febbraio 2026) ↩︎ 2. Una norma contenuta nell’articolo 17 della bozza di disegno di legge recita: «Al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate», allo straniero trattenuto «non è consentita la libera detenzione, all’interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell’interessato per il periodo strettamente necessario per l’utilizzo». ↩︎ 3. Consulta il rapporto ↩︎ 4. “Come i manicomi, anche i CPR vanno chiusi”. I risultati del monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione – Asgi (28 gennaio 2026) ↩︎ 5. Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) nasce nel 2008 ed è una rete nazionale italiana che riunisce organizzazioni della società civile impegnate sui temi di asilo, migrazioni, diritti umani e accoglienza ↩︎
«Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo»
«Restituire un nome non è stato solo un atto burocratico, ma un gesto umano e politico necessario a riconoscere chi è stato cancellato. Nominare significa anche ancorare i corpi alle loro storie, farne memoria, affermare presenze contro le assenze prodotte dall’ordine di frontiera» 1.  PH: Mem.Med Nominare, come atto politico, è uno degli obiettivi di Memoria Mediterranea (MEM.MED), un’associazione che fornisce supporto alle famiglie delle persone migranti disperse o defunte nel tentativo di attraversare le frontiere, accompagnandole nelle procedure di riconoscimento dei corpi, di sepoltura in Sicilia o di rimpatrio nel Paese d’origine, e contribuendo alla costruzione di una contro-narrazione del fenomeno migratorio.  Nel rapporto sull’attività del 2025 leggiamo date e sigle di nomi (lasciati anonimi per rispetto della privacy, tranne se esplicitamente richiesto dalle famiglie) di persone decedute o scomparse nel tentativo di attraversare i confini: ognuna di loro porta con sé una storia, una vita, non solo interrotta ma anche invisibilizzata dalle politiche migratorie europee, le quali mettono in atto «una violenza che oltrepassa il confine e prosegue fino alla sepoltura» 2. Per portarla alla luce, l’associazione ha documentato le difficoltà che ostacolano il ritrovamento e il riconoscimento delle persone decedute alle frontiere, la rimozione delle responsabilità istituzionali, l’abbandono nell’oblio delle famiglie in cerca dei propri cari 3.  Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Uno dei modi in cui la memoria di queste persone viene ulteriormente intaccata, infatti, è la gestione delle sepolture, che potrebbe essere un momento di elaborazione della perdita e invece diventa un altro veicolo di sofferenza. Molto spesso le procedure sono estremamente lunghe e costringono i familiari ad attendere giorni e giorni mentre le salme dei loro cari sono abbandonate all’aperto in condizioni critiche 4, o seppellite in loculi a causa della mancanza di spazio.  Inoltre, se e quando i corpi ottengono una sepoltura, non viene rispettato in alcun modo il credo religioso, soprattutto nel caso delle persone musulmane, dal momento che in Sicilia mancano degli spazi dedicati, ad eccezione del cimitero di Messina, ormai saturo 5. Anche nel caso di richiesta di rimpatrio della salma nel Paese di origine, comunque, le procedure sono lunghe e complicate e prolungano il dolore delle famiglie. Come sostengono autrici e autori del rapporto, «è attraverso questa cancellazione sistematica che si tenta di neutralizzare il conflitto, sottrarre queste morti alla sfera politica e rendere accettabile l’inaccettabile» 6.  Porto Empedocle, sbarco delle salme e dei sopravvissuti della strage del 13 agosto 2025. PH: Silvia Di Meo Madri in protesta davanti al Consolato di Tunisia a Palermo, giugno 2025. PH: Sara Biasci In questo modo, alla violenza materiale, di per sé sempre più diffusa nel regime di controllo delle frontiere, si aggiunge una violenza simbolica che investe le persone migranti perfino dopo la morte. Come si legge alla voce disparu (scomparso) nel Contro-dizionario del confine, un glossario frutto del lavoro di ricercatori e ricercatrici dell’università di Genova e di Parma per comprendere il mondo delle migrazioni “dal basso”, il termine «non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo stesso individuale, familiare e sociale. […] Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale» 7. Tutto ciò, comunque, non ferma la resistenza e il coraggio di chi cerca di opporsi a questo regime istituzionalizzato di violenza. Diverse mobilitazioni si sono succedute lungo tutto l’anno, anche grazie al supporto delle attiviste e degli attivisti di MEM.MED. Carta del Mediterraneo dei pescatori delle isole Kerkennah, Sfax. PH: Silvia Di Meo CommemorAction delle famiglie a Palermo, giugno 2025. PH: Valentina Delli Gatti Ad esempio, il 6 febbraio 2025, in Tunisia, si è tenuta una “CommemorAction” per chiedere verità e giustizia sulle morti in mare dei familiari e per ricordarne la scomparsa. La CommemorAction «non è solo un momento di ricordo, ma un atto politico che rifiuta l’oblio imposto dai regimi di frontiera e rivendica giustizia per le vite spezzate. È un grido collettivo che denuncia la violenza sistemica delle politiche migratorie e l’impunità di chi le attua, riaffermando il diritto alla libertà di movimento. 8» La data non è casuale: il 6 febbraio del 2014, la Guardia civile spagnola utilizzò del materiale antisommossa contro più di 200 persone che stavano tentando di raggiungere Ceuta a nuoto: la strage del Tarajal. Solo 15 corpi sono stati recuperati, e decine di persone non sono state ritrovate. Si è deciso allora di mantenere questa data, «simbolo del razzismo e del classismo che strutturano questa violenza. Simbolo della sofferenza delle persone che restano, in attesa di notizie, di un corpo, di verità e giustizia. Ed è proprio da loro, da chi aspetta i e le loro carə partitə che è nata la necessità di denunciare e ricordare. Dall’incontro delle famiglie con attivistə che si battono per un mondo senza frontiere, è nata la CommemorAction» 9.  Un’altra CommemorAction si è svolta il 14 giugno, stavolta dall’altra sponda del Mediterraneo, a Palermo, in memoria del naufragio di un’imbarcazione con 750 persone a bordo avvenuto nei pressi di Pylos nel 2023, in cui è stato dimostrato il ruolo della guardia costiera greca 10. MEM.MED si è poi recata a Bologna in occasione del secondo anniversario della strage di Cutro, avvenuta il 26 febbraio 2023, per sostenere le famiglie che sono ancora in attesa di ottenere un visto per visitare le tombe dei propri figli.  Sepoltura presso il Cimitero musulmano di Borgo Panigale a Bologna. PH: Valentina Delli Gatti Cimitero di Canicattì. Sepoltura della figlia e del marito di Uba, sopravvissuta al naufragio del 13 agosto 2025. PH: Silvia Di Meo Nel corso dell’anno si sono svolte anche diverse attività accademiche, come il workshop “Migrazioni e violenze di frontiera. Pratiche del ricordo e dell’oblio attraverso il Mediterraneo” presso la Facoltà di Studi Internazionali, Giuridici, Storico-Politici dell’Università di Milano e il convegno “Morti e sparizioni di frontiera: tra memoria e oblio” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo.  L’importanza di ricordare queste iniziative, che vedono la collaborazione di attivisti, ricercatori e famiglie delle persone scomparse, risiede anche nel fatto che occorre costruire una narrazione e una pratica politica che contrasti non solo i discorsi di odio e razzismo che dipingono le persone migranti come “clandestini” o “illegali”, ma anche quelli che li descrivono come pure vittime di un sistema impersonale, ridotti a soggetti inermi e semplicemente agiti dalla violenza.  In quest’ottica, la prossima CommemorAction si terrà ancora una volta il 6 febbraio e per la prima volta si unirà la lotta delle famiglie delle persone scomparse sulle rotte migratorie a quella delle famiglie delle vittime delle violenze del sistema penitenziario e dei CPR. Come si legge nel comunicato, “questa convergenza è essenziale e urgente, perché amplifica la nostra voce collettiva e rafforza la nostra determinazione a esigere giustizia per tutte le morti, violenze e sparizioni a carico degli Stati” 11. Il 2025 si è concluso con un naufragio, in cui sono morte 116 persone 12, e anche il 2026 non sembra cominciare in maniera diversa 13: almeno 380 persone partite dalla Tunisia risultano disperse in mare dal 24 gennaio. L’aumento delle partenze sembra dovuto anche alla pressione crescente esercitata dalle forze di polizia tunisine contro gli accampamenti informali intorno a Sfax, parallelamente a un allentamento dei controlli sulle spiagge. In una situazione in cui i governi dei Paesi coinvolti tacciono e cercano di nascondere la realtà dei fatti, il contributo di associazioni come MEM.MED rimane quindi fondamentale proprio per «trasformare ciò che viene reso invisibile in memoria, e la memoria in accusa politica» 14. Lenzuolo delle madri tunisine in dono alle madri centroamericane, maggio 2025. PH: Valentina Delli Gatti CPR Trapani Milo, manifestazione delle madri e sorelle, giugno 2025. PH: Silvia Di Meo Cimitero di Canicattì, Agrigento. Sepoltura di persona non identificata morta al confine. PH: Silvia Di Meo Fatoumata Balde, sorella di Omar Balde, davanti al CPR di Trapani Milo. PH: Valentina Delli Gatti 1. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎ 2. Ibidem. ↩︎ 3. Corpi, diritti e memorie in lotta. Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2024 – 2025) ↩︎ 4. Così è stato nel caso del naufragio di Lampedusa avvenuto il 13 agosto cfr. AA Report strage di lampedusa 13.08.2025 ↩︎ 5. In teoria dovrebbe aggiungersene un altro nell’agrigentino, a Palma di Montechiaro, ma oltre la firma degli atti ufficiali e l’avvio dei preparativi non ci sono notizie sull’avvenuta inaugurazione formale e sull’effettivo funzionamento; Migranti vittime del mare, a Palma apre il primo cimitero islamico della provincia, Agrigento Notizie (agosto 2024) ↩︎ 6. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎ 7. Equipaggio della Tanimar, Contro dizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale, Tamu-Tangerin, Napoli, 2025, p. 91. ↩︎ 8. CommemorAction 2025: Voci di lotta e memoria oltre il confine ↩︎ 9. Cfr. CommemorAction 2025: Voci di lotta e memoria oltre il confine ↩︎ 10. Cfr. Strage di Pylos: indagati 17 membri della Guardia Costiera greca, Melting Pot (giugno 2025) ↩︎ 11. Call for Commemoractions february 6th, 2026 ↩︎ 12. Naufragio di Natale, «le autorità non si sono attivate», Il Manifesto (26 dicembre 2025) ↩︎ 13. Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry, Mediterranea Saving Humans (2 febbraio 2026) ↩︎ 14. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎
Report sull’accesso ispettivo al CPR di Palazzo San Gervasio del 22 dicembre 2025
Il 22 dicembre 2025 la deputata Rachele Scarpa ha effettuato un accesso ispettivo al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Palazzo San Gervasio (PZ), insieme ai propri collaboratori, Avv. Martina Stefanile e Avv. Antonello Ciervo, svolgendo «colloqui con il personale dell’Ente gestore e con numerosi cittadini stranieri trattenuti all’interno del Centro» e ispezionando «le celle di trattenimento, i locali sanitari e di osservazione». Scarica il report completo Al momento della visita erano presenti 83 persone trattenute, con un sovraffollamento nel modulo 4, dove risultava «una persona in più rispetto alla capienza prevista». Le condizioni strutturali del centro sono descritte come «gravemente degradate»: finestre rotte, docce non funzionanti, illuminazione non regolabile e «campanelli di emergenza (…) non operativi». Particolarmente critiche risultano le condizioni dell’area sanitaria, definita «uno dei punti più problematici dell’intera struttura», con spazi «ridotti, trascurati e igienicamente precari», presenza di mosche, assenza di lavabo e ostacoli fisici che «in casi di emergenza, potrebbero rappresentare un ostacolo al trasporto fisico dei cittadini stranieri in infermeria». La somministrazione delle terapie avviene spesso «sull’uscio dell’infermeria» o direttamente nei moduli, mentre gli psicofarmaci risultano conservati «senza alcuna procedura formale di tracciamento oltre al registro di carico e scarico» e somministrati «senza supervisione medica diretta». Le bolle di acquisto relative ai mesi di ottobre e novembre 2025 evidenziano «il ricorso massiccio alla somministrazione di detti farmaci». Le gravi criticità sanitarie risultano confermate da una lunga serie di sopralluoghi dell’ASP di Potenza, che già dal luglio 2024 avevano riscontrato «una grave frammentazione della documentazione clinica», l’assenza di «valutazioni psichiatriche sistematiche» e la mancata tracciabilità della somministrazione dei farmaci. Nei controlli successivi sono emerse irregolarità sempre più gravi, tra cui «la somministrazione di farmaci stupefacenti non tracciata», l’affidamento delle terapie a «personale non sanitario» e il sequestro di medicinali da parte dei NAS. Quanto al rischio suicidario, il rapporto evidenzia l’assenza di «alcun accordo formale (…) per la prevenzione e la gestione del rischio suicidario o delle dipendenze», nonostante il registro degli eventi critici documenti «tentativi di impiccamento (…) e gesti autolesivi ripetuti». La stanza di osservazione è descritta come «del tutto isolata» e «non allestita con alcun presidio antisuicidario». Rilevanti anche le criticità sull’accesso alla protezione internazionale: la flessibilità oraria dell’unico informatore legale comporta «il rischio che le domande di asilo non possano essere manifestate in ogni momento, come previsto dalla Legge. Inoltre, la mancata indicazione del motivo della richiesta nei moduli impedisce «di ricostruire con esattezza la data di manifestazione della domanda di protezione», con effetti diretti sulle convalide del trattenimento. Infine, la delegazione rileva che non è stata data attuazione agli obblighi derivanti dalla sentenza n. 7839/2025 del Consiglio di Stato, in particolare per quanto riguarda la predisposizione di «un diario clinico differenziato per le persone con patologie psichiatriche», come previsto dalla cosiddetta Direttiva Lamorgese.
Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” 1, una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International 2. Rapporti e dossier/Confini e frontiere “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper 3 del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto di esternalizzazione, violenza e controllo, è fondamentale infatti osservare come fondi e investimenti in capacità operative sostengano strumenti che favoriscono abusi e pratiche scorrette nella gestione dei dati e nelle applicazioni tecnologiche. Nel Mediterraneo, il controllo e i respingimenti delle persone in movimento sono sempre più facilitati dalla tecnologia. L’esternalizzazione delle frontiere non è quindi solo strategia politica, ma un’infrastruttura tecnologica e finanziaria che ridisegna il Mediterraneo come spazio di controllo, sorveglianza e respingimento. Il policy paper di FTDES, realizzato in collaborazione con la Fondazione Mozilla, analizza proprio l’uso di queste tecnologie lungo i confini migratori italiani e tunisini. Qui sotto, i principali risultati presentati dal policy paper. ESTERNALIZZAZIONE DEI CONFINI FACILITATA DALLA TECNOLOGIA E FINANZIATA DALL’UE L’attuale ondata di controllo delle frontiere basato su tecnologie digitali nel Nord Africa è tutt’altro che nuova, affondando le sue radici in un decennio di programmi guidati dall’ICMPD 4 e finanziati da diversi governi europei con il supporto tecnico dell’Italia. Queste iniziative hanno preparato il terreno per sistemi come ISMaris, un software di sorveglianza sviluppata localmente ma supervisionata dall’ICMPD e dal Ministero dell’Interno italiano, che oggi integra dati da sensori radar VHF che rilevano il movimento e la presenza di imbarcazioni, GPS e telecamere, utilizzato dalla guardia costiera Tunisina 5. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni su lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Sebbene l’UE presenti questi strumenti come mezzi per la sicurezza marittima e la cooperazione, la loro governance opaca e i loro effetti operativi raccontano un’altra storia: le intercettazioni di persone migranti sono aumentate sensibilmente e le missioni di ricerca e soccorso vengono ostacolate. Parallelamente, l’Italia ha rafforzato la cooperazione tecnologica con la Tunisia firmando nel 2023 un memorandum che prevede la consegna di motovedette avanzate, dotate di sistemi di sorveglianza capaci di intercettare, identificare e monitorare imbarcazioni e comunicazioni, spesso con il rischio di misidentificare le persone migranti come trafficanti. L’Italia nel frattempo amplia il coinvolgimento della Leonardo‑Finmeccanica 6, consolidando un modello in cui tecnologia, esternalizzazione delle frontiere e interessi industriali si intrecciano. ATTIVISTI NEL MIRINO La strategia italiana per contenere la migrazione dal Nord Africa prende di mira non solo le persone in movimento, ma anche attivisti, avvocati e giornalisti che documentano abusi e respingimenti. All’inizio del 2025, il caso Paragon aveva rivelato l’uso di tecnologie di sorveglianza di livello militare contro la società civile. Sebbene il governo italiano abbia inizialmente negato ogni coinvolgimento prima di giustificare l’operazione come questione di sicurezza nazionale, le analisi forensi mostrano che l’intrusione era iniziata mesi prima e ha successivamente colpito altri giornalisti, suggerendo un modello più ampio di monitoraggio di chi ostacola o denuncia l’agenda di esternalizzazione. La sorveglianza digitale è diventata un nuovo strumento per ridefinire la narrazione migratoria, eludere responsabilità e mettere a rischio sia i migranti sia le reti che li sostengono, in un contesto in cui l’Italia continua a fornire tecnologie avanzate ai partner nordafricani. FRONTEX: SORVEGLIANZA CON I DRONI E L’INDUSTRIA TECNOLOGICA Frontex svolge un ruolo centrale nell’allertare le guardie costiere libiche, egiziane e tunisine, oltre ai Paesi UE mediterranei, riguardo alle intercettazioni e gli arrivi delle persone in movimento (spesso preludio a procedure di espulsione). Parallelamente, l’agenzia rinnova contratti con aziende tecnologiche come ADAS (Germania) e IAI (Israele), consolidando la propria dipendenza da droni che inquadrano i migranti come minacce alla sicurezza. Italia, Grecia e Malta sostengono la sperimentazione di droni avanzati per la sorveglianza marittima. All’interno di Frontex, i finanziamenti destinati a questi sistemi crescono costantemente, mentre viene denunciata l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei droni per il riconoscimento facciale e in altri possibili processi decisionali critici. Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex. SCAMBI ILLECITI DI DATI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Lo scambio di dati per il controllo delle frontiere, un tempo limitato ai database UE come EURODAC 7 ed EU‑LISA 8, si è ampliato fino a includere per anni trasferimenti di dati personali e biometrici tra FRONTEX ed EUROPOL 9. Dal 2016 al 2023, almeno 13.000 persone sono state coinvolte in trasferimenti illeciti di informazioni, con gravi rischi di criminalizzazione senza basi legali. La scarsa trasparenza di EUROPOL suggerisce che tali dati possano essere stati usati per sospetti infondati di terrorismo o criminalità organizzata, alimentando pratiche di profilazione razziale. Approfondimenti/Confini e frontiere TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 Il policy paper mostra con chiarezza come l’UE stia investendo sempre più in tecnologie di sorveglianza marittima che privilegiano l’intercettazione delle imbarcazioni rispetto al soccorso, contribuendo alla militarizzazione e alla trasformazione tecnologica delle operazioni migratorie, senza alcuna tutela per le persone in movimento né per la loro privacy. Parallelamente, chi denuncia queste pratiche (attivisti per i diritti dei migranti, giornalisti e avvocati) diventa a sua volta bersaglio di sorveglianza e intimidazioni. Le istituzioni europee e i governi coinvolti possono invocare la sicurezza per giustificare metodi sempre più invasivi, ma, come ricordano gli autorə del rapporto “la sicurezza non dovrebbe mai essere ottenuta a costo di vite umane né attraverso misure illegali o discriminatorie” 10. 1. FTDES. (2025, 30 April). Tunisia’s designation as a safe third country of origin: The European Commission rewards Tunisian authorities for their cooperation on migration and whitewashes their abuses ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. The nexus of technology and migration tech-facilitated border control and implications for Tunisia, FTDES (27 ottobre 2025) ↩︎ 4. International Centre for Migration Policy Development, Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie ↩︎ 5. Alarmphone. (2024). The Illegal and Violent Practices of the Tunisian National Guard in the Central Mediterranean ↩︎ 6. Business and Human Rights Resource Centre. (2024, 4 June). Leonardo. Business and Human Rights Resource Centre ↩︎ 7. European Dactyloscopy: banca dati biometrica dell’Unione Europea contenente le impronte digitali dei richiedenti asilo e dei cittadini di paesi terzi ↩︎ 8. Agenzia dell’Unione europea per la gestione operativa dei sistemi IT su larga scala nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia ↩︎ 9. Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto ↩︎ 10. Dal policy paper, pagina 24 ↩︎
Dare i numeri sulla Libia
A partire dall’ultimo Displacement Tracking Matrix (DTM) – Round 59 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni 1, si propone una lettura critica dei numeri utilizzati per descrivere la presenza migrante in Libia. In un contesto segnato da violenze sistematiche, frammentazione istituzionale e accesso umanitario ridotto, la produzione stessa dei dati e la loro lettura è fondamentale perché propone una lettura della realtà. Ma se molte persone restano fuori da ogni rilevazione perché intercettate, detenute arbitrariamente, intrappolate in circuiti informali di sfruttamento o costrette a una mobilità continua cosa raccontano le cifre? E ancora: l’assenza strutturale di dati è neutra? I numeri, indispensabili, se parziali, finiscono così per produrre un’illusione di conoscenza e  non descrivono quel  mondo in cui le violazioni dei diritti umani restano sistematicamente invisibili. PH: A.S. PH: B.M. Numeri. Dati.  Si usano per descrivere la realtà quando si parla di migrazione e persone in movimento. Tracciarle è complesso e forse ora avrebbe più senso parlare di people intercepted o blocked e non people on mouv. Perché questo è il loro attuale destino: restare bloccate tra Tunisia e Libia. Cifre che non sono mai precise, ma sempre troppo approssimative.  «Migrant report Round 59 (august-october 2025)» del programma Displacement Tracking Matrix (Dtm) dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è un rapporto 2 edito il 22 dicembre 2025 e riguarda le persone migranti provenienti dall’Africa sub- sahariana. Sul piano metodologico, Mobility Tracking del Dtm raccoglie dati con cadenza bimestrale attraverso interviste a non ben definiti informatori chiave a livello municipale e comunitario e dichiara di coprire formalmente tutte le 100 municipalità libiche.  In quest’ultimo report di OIM, si racconta che in Libia sono stati identificati 928.839 migranti nel periodo compreso tra agosto e ottobre 2025. Rispetto alla precedente rilevazione, si assiste ad un aumento: nel Round 58 3, che raccoglie dati tra maggio-luglio 2025, si parlava di 894.890 presenze. Si tratta di una stima che riguarda persone migranti presenti sul territorio libico, censite in 100 municipalità e appartenenti a 44 nazionalità. Le comunità più numerose provengono da Sudan (36%), Egitto (20%), Niger (19%), Ciad (9%) e Nigeria (3%). Un elemento centrale del quadro delineato dall’Oim è la condizione socio-economica: il 74% dei migranti risulta senza lavoro, una situazione che aumenta l’esposizione allo sfruttamento, alla detenzione arbitraria e alla violenza. Ovviamente, la grande maggioranza sono uomini, sfruttati nei lavori edili. Nel Displacement Tracking Matrix (Dtm). Round 59, dal punto di vista geografico, si racconta che la Libia occidentale resta l’area a maggiore densità migratoria, con il 52% delle presenze. Segue la Libia orientale, che ospita il 37% del totale, un dato che riflette il crescente ruolo della Cirenaica come snodo logistico delle rotte migratorie. Le regioni meridionali del Fezzan, pur essendo punti chiave dei transiti transfrontalieri, concentrano circa l’11% dei migranti. Il report segnala inoltre una persistente concentrazione nelle zone costiere e un consolidamento della presenza straniera anche nel mercato del lavoro locale. Quanto alla situazione abitativa, continua il rapporto: La maggior parte dei migranti intervistati (86%) ha dichiarato di vivere in alloggi in affitto, con gli affitti privati che rappresentano la principale opzione abitativa in tutta la Libia. Un gruppo più ristretto di migranti (7%) risiede nel proprio luogo di lavoro, mentre il 5% vive con famiglie ospitanti. Solo il 2% risiede in altri alloggi, come campi informali. La stragrande maggioranza dei migranti (97%) non ha subito minacce o è stata oggetto di sfratto. Il 3% che è stato sfrattato o ha subito minacce di sfratto ha citato una serie di motivi. Una verità inconfutabile emerge al suo interno:  Viaggiare verso e attraverso la Libia espone le persone migranti a gravi pericoli, tra cui tortura, violenza sessuale, lavoro forzato e detenzione arbitraria, spesso perpetrati da attori non statali, comprese reti di contrabbando e tratta di esseri umani, e in alcuni contesti anche da autorità statali, come documentato da fonti indipendenti sui diritti umani 4 . Purtroppo, trovare documentazione indipendente recente sui diritti umani è molto complesso. L’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato ad aprile del 2025 5, dipinge una situazione agghiacciante. Le organizzazioni internazionali che operano ancora il Libia sono pochissime; alcune sono state costrette a lasciare il paese, come MSF durante il 2025. La sede dell’IOM in Libia resta attiva e opera in questo senso: Attraverso il Risultato Collettivo 2 (CO2) del Quadro di cooperazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNSDCF) sulla gestione delle migrazioni, OIM e UNHCR continuano a mantenere aggiornati tutti i partner umanitari sugli sviluppi alle frontiere, inclusa l’assistenza salvavita fornita da tutte le agenzie delle Nazioni Unite. L’OIM coordina inoltre la risposta umanitaria operativa di tutti i partner alle frontiere con la Tunisia e l’Algeria. Ora: qualche semplice considerazione è doverosa: in Libia, in un contesto segnato da frammentazione istituzionale e violenze sistematiche, la produzione stessa dei dati è parte del problema. Le cifre restituite nel rapporto di IOM sono solo una fotografia parziale. PH: B.M. Quante persone restano fuori da ogni conteggio e rilevazione possibile, perché in movimento continuo, trattenute in luoghi informali, inserite in circuiti di sfruttamento per scomparire ad ogni tentativo di monitoraggio indipendente? Quante persone riescono ad accedere agli uffici di OIM? Quanti operatori di questa organizzazione hanno accesso alle carceri in cui i migranti sono detenuti arbitrariamente e illegalmente? L’assenza strutturale di dati non è mai neutra. In questo caso, è frutto diretto delle politiche europee di esternalizzazione del controllo delle frontiere attuate attraverso programmi come il Support to Integrated Border and Migration Management in Libya (SIBMMIL) e la missione EUBAM Libya, ma anche da accordi bilaterali tra EU e autorità libiche. I programmi rafforzano capacità di intercettazione e contenimento delle persone migranti senza garantire trasparenza, accesso alle informazioni e meccanismi effettivi di responsabilità. In questo quadro, la mancanza di dati affidabili rende più difficile accertare violazioni dei diritti umani, frammenta le responsabilità politiche, ma soprattutto contribuisce a normalizzare un sistema fondato sull’opacità.  I numeri dell’Oim, pur indispensabili, vanno quindi letti anche per quello che non riportano: come segnali di ciò che resta fuori campo, di quello che non si dice. Raccontano, tra le righe, che il Mediterraneo centrale è governato anche attraverso il silenzio statistico, che in Libia non si sa quante persone migranti siano davvero presenti, né quante arbitrariamente torturate, detenute, vendute, scambiate con privati o con gli agenti di stato tunisini. Non si conosce il numero di chi è ricatturato in mare, chi è detenuto, chi vive nei campi informali. Non sia sa quante persone siano destinate alla schiavitù lavorativa, quante alle servitù domestica, o a quella sessuale. E allora le cifre hanno una lettura politica. I numeri che circolano producono l’illusione di conoscenza, ma in realtà richiamano all’invisibile. Contano chi può essere contato, registrano chi riesce a emergere per un istante, ma lasciano fuori chi è intrappolato: nei centri informali, nelle carceri, nei circuiti di tratta e sfruttamento che prosperano. 1. Oim, in Libia censiti 928.839 migranti tra agosto e ottobre 2025, AnsaMed (7 gennaio 2026) ↩︎ 2. Migrant report Round 59 (august-october 2025), OIM ↩︎ 3. Migrant report Round 58 (may-july 2025), OIM ↩︎ 4. Mission Overview, IOM Lybia (maggio 2025) ↩︎ 5. Consulta le informazioni ↩︎
“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia? Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli Gatti Queste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2. Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.  Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3. L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati. L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia, contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma da fuoco 5.  Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal Senato italiano il 15 febbraio 2024 6. L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:  «Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova intrappolato» 8. Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti definite “illegali”. La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una negazione del problema in quanto tale.  Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare. L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.  Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82 famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto. La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa solo su mutevoli esigenze morali o religiose. Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e del rimpatrio delle salme.  L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e costituisce un’altra forma di violenza 12. Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti: il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati, l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.  L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato. La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione dell’identificazione forense dei corpi. Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari per un successivo riconoscimento. Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza con videochiamata. Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto dell’identità religiosa delle persone decedute. Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il rito musulmano. Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di violenza».   Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il tempo richiesto da questo tipo di procedure. Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto al lutto e alla memoria.  Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per la sicurezza delle proprie popolazioni. Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza: «per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio caro» 14.  Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata, le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale processo di lutto. È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza. La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se “lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la situazione rimane irrisolta). In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con «l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.  Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le rivendicazioni delle famiglie. Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta. Rapporti e dossier NAUFRAGIO MAR IONIO, 17.6.2024. I MORTI INVISIBILIZZATI E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea) Mem.Med 26 Giugno 2024 Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio, permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei loro diritti. Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza, perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno deciso di intraprendere il viaggio. Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella sociale e storica» 22. Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.   1. La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎ 5. IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action | International Organization for Migration ↩︎ 6. Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎ 7. I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel 1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania (Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎ 8. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎ 9. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi ↩︎ 10. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎ 11. Ivi, p. 51. ↩︎ 12. Ivi, p. 20. ↩︎ 13. Ivi, p. 35. ↩︎ 14. Ivi, p. 44. ↩︎ 15. P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard University Press, 2000 ↩︎ 16. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎ 17. Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎ 18. Ivi, p. 51. ↩︎ 19. Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report: Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎ 20. Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone. Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran, Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎ 21. Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto ai loro cari ↩︎ 22. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎
«Il diritto allo studio contro ogni frontiera»
Studiare, per migliaia di giovani provenienti da contesti di guerra e crisi, non è solo una scelta formativa ma «un atto di resistenza». È da questa consapevolezza che nasce il rapporto annuale 2024-2025 di Yalla Study Project 1, un progetto promosso dal Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, che documenta le attività annuali del servizio e le barriere sistemiche all’accesso all’istruzione universitaria in Italia per studenti e studentesse provenienti da Siria, Palestina, Libano, Africa subsahariana e Asia. Scarica il rapporto completo Nei contesti di conflitto la crisi educativa è devastante. In Siria oltre 2,4 milioni di bambini sono fuori dalla scuola e più di 7.000 edifici scolastici sono stati distrutti; in Palestina, nella Striscia di Gaza, «il 100% delle università è stato annientato dai bombardamenti» e più di 625.000 studenti hanno perso l’intero anno scolastico. In Libano, i rifugiati palestinesi restano esclusi dall’istruzione secondaria e universitaria a causa di «barriere strutturali, economiche e legali» che alimentano abbandono scolastico e lavoro minorile. Non a caso, ricorda il report, «meno del 6% dei rifugiati nel mondo ha accesso all’università». Il rapporto è il risultato di un anno di accompagnamento legale e sociale: oltre 200 richieste di supporto raccolte tra novembre 2024 e il 2025, 212 persone assistite, 62 casi seguiti legalmente e 16 ricorsi contro rigetti di visto giudicati illegittimi. Un lavoro che parte dal principio che «l’istruzione è un diritto inalienabile», sancito dall’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma ancora oggi negato a intere generazioni. In questo quadro globale, l’Italia secondo Yalla Study appare marginale e miope. Le borse di studio MAECI – circa 5 milioni di euro l’anno per 480 posti – risultano fortemente squilibrate: solo 23 borse alla Siria, 12 alla Palestina e 127 all’intera Africa subsahariana, mentre Cina e India ne ricevono 60 ciascuna. Una sproporzione che il rapporto mette in relazione con le scelte di spesa pubblica: «le risorse destinate alle missioni militari all’estero superano di quattro volte quelle investite nella cooperazione educativa». Un capitolo centrale del report riguarda il sistema dei visti, definito «arbitrario e discriminatorio». I rigetti monitorati da Yalla Study si fondano spesso su «motivazioni standardizzate e prive di personalizzazione»: presunta insufficienza economica, dubbi sull’intenzione di rientro, incoerenza del percorso di studi o assenza di certificazioni linguistiche già valutate dalle università. Prassi che, secondo il dossier, violano la normativa vigente e trasformano il diritto allo studio in «un privilegio per pochi». Accanto alla denuncia, il rapporto racconta anche le risposte dal basso. In particolare, la mobilitazione della società civile italiana in sostegno agli studenti e alle studentesse palestinesi ha dato vita a reti di solidarietà, tutoraggio e accoglienza, capaci di trasformare l’indignazione in percorsi concreti di studio. Emblematico il caso di tre studentesse di Gaza ammesse all’Università di Siena: grazie a un ricorso promosso da Yalla Study, il TAR del Lazio ha imposto procedure consolari flessibili, riconoscendo che «in contesti di guerra le regole ordinarie non possono diventare ostacoli insormontabili». Il report si chiude con una serie di raccomandazioni: un osservatorio nazionale sui visti per studio, più borse di studio umanitarie, criteri economici contestualizzati, canali educativi permanenti per Palestina e Siria, e un maggiore coinvolgimento delle università. Perché, come ribadisce Yalla Study, «difendere il diritto allo studio significa difendere il diritto al futuro». 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
Vite sacrificabili
GIOVANNA VACCARO 1 No Name Kitchen (NNK) è un movimento indipendente senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, l’organizzazione lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021. Il titolo del report, pubblicato nel settembre del 2025, la cui traduzione in italiano è «Vite sacrificabili: la sofferenza dei migranti sotto le politiche UE-Marocco» 2 chiarisce fin da subito il suo contenuto. «Questo rapporto» – si spiega nell’introduzione – «intende denunciare l’impatto degli accordi strategici di esternalizzazione sulla vita dei migranti: l’esclusione, la violenza, la precarietà forzata e le morti per le quali il governo spagnolo continua a pagare milioni. Le testimonianze incluse in questo rapporto provengono dal progetto Bloody Borders, un database aperto e collaborativo che monitora la violenza alle frontiere». L’analisi si concentra sulla relazione tra le politiche migratorie europee e spagnole, i lauti finanziamenti che ne derivano a favore del Marocco, la messa a sistema della violazione dei diritti fondamentali e della violenza come elementi delle politiche di esternalizzazione e il diretto impatto che tutto questo ha sulla vita delle persone migranti che tentano di attraversare la frontiera a sud della Spagna e dell’Europa, rimanendo bloccate per mesi ed anni. Nello specifico, nel report viene analizzato quanto accade a Ceuta e Melilla evidenziando come le due enclavi spagnole siano diventate il fulcro della politica di contenimento migratorio dell’UE; rappresentando così il punto di partenza della politica di esternalizzazione verso il Marocco. Nell’analisi del contesto di tali politiche viene sottolineata, alla stregua di quanto già segnalato da Statewatch nel 2019 relativamente ai finanziamenti al Regno del Marocco da parte dell’UE e della Spagna, la difficoltà di rilevare e monitorare l’assegnazione delle spese destinate alle politiche di esternalizzazione delle frontiere 3. Le ragioni sono riconducibili sia alla molteplicità degli attori attraverso cui passano i fondi, sia alla difficoltà di tracciamento, poiché, ad esempio, anche nelle sintesi del Consiglio Europeo le indicazioni delle spese assegnate per il controllo delle frontiere non vengono distinte da quelle indirizzate ai “fondi per lo sviluppo”. In poche pagine, il report mette, dunque, in evidenza la condivisione di responsabilità tra UE, Spagna e il Marocco, partner chiave nelle politiche migratorie; nella determinazione di quello che viene definito un “regime necropolitico” che controlla la vita e la morte delle persone migranti attraverso: respingimenti a caldo, torture, trattamenti inumani e degradanti, detenzioni arbitrarie, esclusione, abusi razziali, deportazioni nel deserto del Sahara. Tutte pratiche, a cui non vengono risparmiati neanche i minori. È, inoltre, messa in luce la pericolosità dei trasferimenti delle persone in diverse città del Marocco che le allontanano dalla giurisdizione di frontiera. Anche a questo proposito vengono riportate alcune testimonianze di violenze e violazioni raccolte nell’ambito del progetto Bloody Borders. È un progetto indipendente che raccoglie testimonianze dirette di persone che hanno subito respinti illegali (pushbacks) e violenze alle frontiere europee, con l’obiettivo di portare alla luce queste pratiche, chiedere responsabilità legali e politiche, e promuovere politiche migratorie più umane e sicure. Infine, il report sottolinea come tali relazioni e finanziamenti rischino “anche di rafforzare regimi non democratici e paramilitari” e di aumentare “la dipendenza da attori non statali, aprendo la strada alla strumentalizzazione del movimento migratorio”; in quanto la creazione di vite ai margini, costrette a una precarietà forzata e al limitato accesso ai diritti e servizi essenziali, costantemente “pronte a saltare in qualsiasi momento”, risulta funzionale alla strumentalizzazione dei corpi, a fini politici. 1. Laureata in Scienze della Cooperazione Internazionale, dal 2010 mi occupo di migrazioni e politiche migratorie. Ho maturato esperienza nel settore sociale, lavorando sul monitoraggio istituzionale e indipendente del sistema di accoglienza e contribuendo con articoli e interventi pubblici. Attualmente mi dedico alla formazione tecnica per équipe di progetti sociali, alla sensibilizzazione della cittadinanza e alla formazione trasversale nell’ambito delle politiche attive per il lavoro ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Aid, border security and EU-Morocco cooperation on migration control, StateWatch (Novembre 2019) ↩︎