Il capitale sottostante
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#rivoluzioneindustriale #comunitàminerarie #estrattivismo #capitalismo
#immaginario #Zapruder #energia #miniera #risorse #lavoro #città
Tag - risorse
Morire per la Groenlandia?
Partiamo dai fatti, che per ora sono soprattutto diplomatici, mentre quelli
“militari” sono poco più che simbolici. Come ormai sapete, gli Stati Uniti di
Trump “vogliono la Groenlandia perché ne hanno bisogno per la loro sicurezza”.
La narrazione del tycoon recita che “La NATO sarà più formidabile ed efficace
quando […]
L'articolo Morire per la Groenlandia? su Contropiano.
Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta
muovendo con decisione e rapidità. Possiamo ironizzare sulle sue sparate in
mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma
sarebbe un’ironia malposta. Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della
politica internazionale […]
L'articolo Il destino del mondo nelle mani degli Usa? su Contropiano.
Gli USA all’assalto del Venezuela per depredare le risorse minerarie del paese
Nelle ultime ore abbiamo assistito a un fatto che scuote i pilastri del diritto
internazionale e della convivenza tra Stati: gli Stati Uniti hanno lanciato un
attacco militare su larga scala contro il Venezuela e, secondo l’annuncio del
presidente Donald Trump, hanno rapito il presidente Nicolás Maduro e sua moglie
[…]
L'articolo Gli USA all’assalto del Venezuela per depredare le risorse minerarie
del paese su Contropiano.
Voce grossa, gambe storte. Gli Usa in Venezuela
Che nessuno parli più di “diritto internazionale”, “ordine basato sulle regole”,
“valori della democrazia” contrapposti a quelli di altri sistemi
politico-economici. L’attacco Usa al Venezuela, culminato per ora nel rapimento
del suo presidente eletto Nicolàs Maduro, è pura applicazione della forza
militare per effettuare una rapina di risorse naturali: petrolio, […]
L'articolo Voce grossa, gambe storte. Gli Usa in Venezuela su Contropiano.
Il capitale sottostante
Il numero 68 di Zapruder si interessa alla miniera e alle comunità che intorno a
questa sorgono. Il contesto sociale "minerario" diventa uno dei punti di
ingresso all'analisi della rivoluzione industriale, ma anche delle geografie di
estrazione del ventunesimo secolo.
L'articolo Il capitale sottostante sembra essere il primo su
StorieInMovimento.org.
L’Africa da fornitore di materie prime a leader nell’innovazione sostenibile
> L’Africa sta tracciando una nuova rotta verso lo sviluppo economico, puntando
> sul valore aggiunto, sull’innovazione sostenibile e sulla sovranità per le
> proprie risorse naturali.
Dai giacimenti di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, passando per
la biotecnologia in Tunisia, fino alla trasformazione agricola, in tutto il
continente i governi e le imprese emergenti stanno inviando un messaggio chiaro:
il continente non vuole essere solo un fornitore di materie prime, ma un attore
chiave nelle catene globali del valore.
La Repubblica Democratica del Congo, che ospita le più grandi riserve mondiali
di cobalto, minerale essenziale per le batterie dei veicoli elettrici e le
tecnologie pulite, ha deciso di ripensare il proprio ruolo nel mercato globale.
Il governo del presidente Félix Tshisekedi sta esercitando pressioni affinché
gli accordi minerari includano benefici concreti come l’industrializzazione
locale, la creazione di posti di lavoro e una partecipazione più equa ai
profitti.
“Il Congo deve dare priorità alle clausole che garantiscono la creazione di
industrie locali e opportunità di lavoro”, ha affermato da Kinshasa Djimpe
Landry, socio di Innogence Consulting. Questo approccio, sebbene rafforzi la
posizione negoziale del Paese nei confronti di potenze come la Cina e gli Stati
Uniti, presenta anche delle sfide in termini di attrazione degli investimenti
senza cedere la sovranità sulle proprie risorse.
Sulla costa mediterranea della Tunisia, un’ iniziativa imprenditoriale nel
settore delle biotecnologie è riuscita a trasformare una minaccia ecologica in
opportunità. Il granchio blu, una specie invasiva che danneggiava le comunità di
pescatori locali, è ora materia prima per la produzione di chitina e chitosano
per il settore farmaceutico, materiali biodegradabili con applicazioni in
medicina, agricoltura e sostituti della plastica.
La startup tunisina, che processa oltre 5.000 tonnellate di scarti di granchio
all’anno, sta utilizzando la “chimica verde” per promuovere un’economia
circolare. Questo modello non solo offre una soluzione ambientale, ma posiziona
la Tunisia come un centro emergente di innovazione sostenibile nel Sud Globale.
In tutto il continente, anche l’Africa sta puntando su una trasformazione
agricola basata su fertilizzanti sostenibili. Per decenni, la scarsa fertilità
del suolo e l’accesso limitato ai mezzi di produzione hanno impedito al settore
agricolo di raggiungere il suo potenziale. Oggi, governi e investitori stanno
promuovendo soluzioni agroecologiche che arricchiscono naturalmente il suolo,
riducendo la necessità di fertilizzanti chimici importati.
“Il potenziale è enorme”, afferma Wlodek Bogucki, investitore in tecnologie
agricole. “Se ampliata, questa strategia non solo potrebbe nutrire l’Africa, ma
anche trasformarla in un fornitore chiave di cibo per il mondo”.
Ciò che accomuna questi tre casi è una visione condivisa: l’Africa non accetta
più un ruolo passivo nell’economia globale. Dall’estrazione mineraria alla
biotecnologia e all’agricoltura, il continente sta puntando su modelli più
sostenibili, inclusivi e redditizi. La competizione per le sue risorse rimane
intensa, ma con una posizione più ferma e strategica, l’Africa cerca di
garantire che la sua ricchezza vada anche a beneficio della propria popolazione.
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Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.
Pressenza IPA
Overshoot day: la via delle scelte disarmanti
Come ogni brava sentinella addetta a segnalare il pericolo, da cinquantaquattro
anni l’istituto statunitense Global Footprint Network vigila per avvertirci
quando oltrepassiamo il limite di sicurezza imposto dalla capacità biologica del
pianeta. Quest’anno il nostro ingresso in zona insicura scatta il 24 luglio, un
record mai raggiunto prima. Più precisamente il 24 luglio segna la data in cui
l’umanità ha esaurito tutto ciò che il sistema naturale è stato capace di
fornire per il 2025 attraverso il meccanismo della rigenerazione biologica:
nuovi raccolti agricoli, nuove piante da taglio, nuovi animali per alimentarci,
nuovo sistema fogliare per sbarazzarci dell’anidride carbonica. Il Global
Footprint Network chiama questo giorno “overshootday”, in inglese “giorno del
sorpasso”, ad indicare la data in cui nostra voracità supera la capacità di
rigenerazione della natura. E se ci pare che il problema non esista è perché
finiamo l’anno a spese del capitale naturale, un po’ come quella famiglia che
avendo finito la legna da ardere, continua a scaldarsi gettando nel cammino
suppellettili o addirittura travicelli del tetto. Lì per lì sembra che tutto
tenga, ma se l’operazione si ripete ogni anno, finisce che quella famiglia si
ritrova senza legna e senza casa. L’umanità corre lo stesso rischio, precisando
che la responsabilità dello squilibro non ricade su tutti nella stessa misura.
Qualcuno, addirittura, non ha colpa alcuna. Il Global Footprint Network ci
ricorda che per rimanere in equilibrio con la capacità rigenerativa del pianeta
ognuno di noi dovrebbe avere un’impronta ecologica non superiore a 1,6. In altre
parole dovremmo mantenere i nostri consumi annuali di cibo, legname, prodotti
energetici, entro livelli compatibili con 1,6 ettari di terra fertile. In realtà
gli abitanti del Lussemburgo hanno consumi che richiedono la disponibilità pro
capite di 12,8 ettari, gli statunitensi di 7,9, gli italiani di 4,5 ettari. Solo
tre paesi (Sudan, Senegal, Sud Sudan), per un totale di appena 80 milioni di
abitanti, sono in linea con l’impronta sostenibile di 1,6. Ma poi ce ne sono
altre decine con un’impronta inferiore. Schematicamente potremmo dividere
l’umanità in tre gruppi: un terzo con un’impronta di molto superiore a quella
sostenibile, un terzo di poco superiore, un terzo al di sotto. Il terzo con
un’impronta di molto superiore è quella che conserva la responsabilità maggiore
dello squilibrio planetario e quindi deve tagliare di più i propri consumi.
La riduzione dei consumi richiama tre livelli: quello d’impresa, di famiglie e
di collettività. A livello d’impresa la grande sfida è cambiare filosofia. Più
che in termini di denaro, le imprese devono ragionare in termini di risorse,
quelle concrete: minerali, acqua, energia, rifiuti. Oggi il loro obiettivo è
spendere meno soldi possibile. Domani dovranno chiedersi come fare per ottenere
prodotti col minor impiego di risorse e la minor produzione di rifiuti
possibile. I loro bilanci non dovranno essere solo economici, ma soprattutto
idrici, energetici, ambientali. Più che di ragionieri dovranno dotarsi di
esperti che sappiano calcolare i consumi di risorse, le emissioni di veleni, non
solo durante la fase produttiva di loro diretta pertinenza, ma durante l’intero
arco di vita del prodotto. L’ufficio per l’eco-efficienza dovrà essere il
comparto più sviluppato di ogni singola azienda, sapendo che le strategie della
sostenibilità produttiva passano per quattro vie: il risparmio come capacità di
ridurre al minimo la quantità di energia e di materiale impiegato; la
rinnovabilità come capacità di ottenere energia e materie prime da fonti
rinnovabili; il recupero come capacità di sfruttare al meglio ogni unità di
energia, di acqua, di materiale, attraverso operazioni di sinergia e riciclo; il
locale come capacità di privilegiare approvvigionamento, scambi e vendita a
livello territoriale.
Come famiglie, la sfida è cambiare stili di vita cominciando ad eliminare
l’inutile e il superfluo. Nei nostri armadi accumuliamo troppi vestiti e ne
diamo troppi allo straccivendolo. Sprechiamo l’acqua e usiamo l’automobile anche
quando potremmo andare a piedi o in bicicletta. In concreto dobbiamo convertirci
alla sobrietà che non significa vita di stenti, ma meno quantità più qualità,
meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più
legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno cibi surgelati più
prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno
cibi precotti più tempo in cucina, meno recipienti a perdere più prodotti alla
spina. Significa anche capacità di diventare prosumatori, ossia produttori di
ciò che consumiamo, come succede quando dotiamo le nostre case di pannelli
solari o produciamo da soli la nostra insalata.
Ci sono aspetti del modo di vivere che tutti possono cambiare senza difficoltà,
anzi traendone benefici per il portafogli e la salute. Valga come esempio la
riduzione del consumo di carne. Ma ci sono cambiamenti a volte impossibili a
causa della propria condizione economica o del contesto in cui si vive. I più
poveri, ad esempio, difficilmente potranno fare gli investimenti che servono per
migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione o convertirsi alle
rinnovabili. Allo stesso modo risulterà difficile sbarazzarsi dell’auto se si
vive in una periferia sprovvista di servizi e di trasporti pubblici. Per questo
è importante chiamare in causa la collettività l’unico soggetto in grado di
rimuovere gli ostacoli che impediscono anche ai più deboli di compiere scelte di
tipo sostenibile. Una funzione che la collettività può svolgere garantendo
ovunque buoni trasporti pubblici, una buona connessione internet, un forte
sostegno agli investimenti di transizione energetica, ma soprattutto buoni
servizi sanitari, sociali e scolastici.
Si è a lungo parlato dell’esigenza di consumo critico e responsabile da parte
delle famiglie. Ma ora dobbiamo chiedere anche alla sfera pubblica di adottare
criteri di spesa critica e responsabile. Tanto più oggi che si parla
insistentemente di aumento delle spese militari. La peggiore delle spese
possibili non solo perché finalizzata alla morte, ma perché gravida di
conseguenze negative anche da un punto di vista finanziario, sociale,
ambientale. Il sistema militare si basa su un uso massiccio di combustibili
fossili che lo pongono fra i maggiori produttori di gas a effetto serra. Secondo
le organizzazioni Conflict and Environment Observatory (CEOBS) e Scientists for
Global Responsibility (SGR), il sistema bellico contribuisce al 5.5% delle
emissioni globali, tanto che se fosse una nazione sarebbe al quarto posto della
graduatoria mondiale. Senza contare ciò che viene rilasciato durante le guerre.
Un gruppo di esperti ha calcolato che durante i primi tre anni di guerra fra
Russia e Ucraina sono state prodotte 230 milioni di tonnellate di anidride
carbonica, l’equivalente di quante ne emettono in un anno Austria, Ungheria,
Slovacchia e Repubblica Ceca, messi insieme. L’Unione Europea ha lanciato un
piano di riarmo europeo del valore di 800 miliardi di euro, che se venisse
applicato farebbe aumentare considerevolmente le emissioni del settore, in
aperto contrasto con l’Accordo di Parigi del 2015 e con gli Obiettivi di
Sviluppo Sostenibile. I nostri governanti sostengono che bisogna armarsi per
prevenire la possibile morte indotta da potenziali aggressioni. Ma ha senso
esporsi a rischi certi per evitare rischi potenziali? O non sarebbe più
intelligente seguire la via della pace disarmata e disarmante indicata da Papa
Leone?
Francesco Gesualdi