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Trump ha revocato la protezione alle terre indigene per permettere l’estrazione petrolifera
L’amministrazione Trump ha assestato un altro duro colpo ai diritti dei popoli indigeni e alla tutela ambientale, annunciando una revoca delle protezioni federali su due dei più importanti parchi nazionali e siti sacri dello Utah: il Bears Ears National Monument e il Grand Staircase-Escalante. La regione contiene migliaia di siti archeologici e culturali, tra cui abitazioni nelle rocce, arte rupestre, luoghi cerimoniali e villaggi ancestrali. I cittadini tribali continuano anche a cacciare, raccogliere piante medicinali e condurre pratiche culturali tradizionali in tutta l’area. La decisione riduce la superficie tutelata di oltre il 90%. Non si tratta di un mero riassetto burocratico della gestione territoriale, ma di un vero e proprio atto di aggressione neocoloniale. Smantellando le tutele costruite faticosamente, la Casa Bianca riapre circa due milioni di acri di terre ancestrali native agli appetiti delle corporazioni energetiche, spianando la strada a trivellazioni petrolifere e a massicce campagne di estrazione mineraria.  La superficie protetta nei due siti passerebbe da più di 3 milioni di acri complessivi a circa 300.000 acri complessivi. La mossa, presa lo scorso 13 luglio, ha innescato un’immediata sollevazione delle nazioni indigene, pronte alla battaglia legale per difendere non solo un ecosistema, ma la propria sovranità culturale, spirituale e politica. La decisione di Trump ha portato anche allo scioglimento della Bears Ears National Monument, una commissione di co-gestione che riuniva i rappresentanti di cinque nazioni native (Navajo, Hopi, Ute Indian Tribe, Ute Mountain Ute e Zuni), incaricata di gestire queste aree. Questo modello di governance rappresentava un raro esempio, negli Stati Uniti, di integrazione tra le istituzioni federali e la sovranità indigena, riconoscendo formalmente il diritto dei popoli originari di amministrare i luoghi che abitano da millenni. Cancellare questa commissione con un colpo di spugna significa riportare la gestione di questi territori a un modello di stampo coloniale, fortemente centralizzato, in cui le decisioni che incidono sulle comunità native vengono prese a Washington senza il loro coinvolgimento diretto e in contrasto con i trattati storici vincolanti. I leader nativi, tra cui Georgie Pongyesva (Hopi), Crystalyne Curley, (Navajo Nation Council), Curtis Yanito, (Navajo Nation Council), Gwen Cantsee, (vicepresidente della Ute Mountain Ute Tribe e commissario di Bears Ears) Mikah Kewanimptewa (vicepresidente della tribù Hopi e commissario Bears Ears), Betsy Chapoose (Ute Indian Tribe of Uintah and Ouray Reservation Cultural Rights and Protection Director e commissario Bears Ears), affiancati dal Native American Rights Fund (NARF), hanno condannato l’atto come apertamente illegale e incostituzionale. Per le nazioni indigene, Bears Ears e Grand Staircase-Escalante non sono mai stati semplici appezzamenti di terreno, né mere “risorse” paesaggistiche o rovine archeologiche destinate al turismo. Sono, al contrario, paesaggi intrinsecamente vivi. Come sottolineato dai rappresentanti delle comunità, ogni roccia, canyon e sorgente di queste terre custodisce le preghiere dei loro antenati: sono luoghi sacri in cui si tramandano le memorie storiche e si celebrano le cerimonie.  Come dichiarato da Matthew Campbell, vicedirettore del Native American Rights Fund, l’offensiva legale e politica che le tribù stanno organizzando si preannuncia come una delle più importanti battaglie della nostra epoca. Le cause intentate puntano a dimostrare che il presidente in carica non possiede l’autorità legale per smantellare un monumento nazionale precedentemente istituito ai sensi dell’Antiquities Act del 1906. Al di là del cruciale cavillo giuridico, la sfida che si giocherà nei tribunali rappresenta l’emblema di uno scontro tra due visioni del mondo radicalmente inconciliabili.  Dietro la retorica dello sviluppo economico e della presunta indipendenza energetica, il provvedimento svela l’ennesimo capitolo di una logica estrattiva che subordina sistematicamente i diritti umani, l’autodeterminazione dei popoli e la salvaguardia dell’ambiente al profitto. Le corporazioni del fossile e dell’uranio, da tempo in pressing sulle istituzioni, ottengono un via libera senza precedenti per sfruttare territori un tempo incontaminati. È l’espressione di un modello di sviluppo predatore, che concepisce il pianeta come un serbatoio di risorse e le popolazioni locali come ostacoli da marginalizzare. In questa prospettiva, la lotta per Bears Ears non si limita a rappresentare una questione locale, ma riflette dinamiche più ampie, in cui i i diritti e le terre dei popoli originari vengono minacciati da interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali. The post Trump ha revocato la protezione alle terre indigene per permettere l’estrazione petrolifera appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
L'INDIPENDENTE
La Bolivia e il litio, tra orgoglio e pazienza
> Non c’è Paese senza destino se si prende cura delle proprie radici. Il litio è > la radice del XXI secolo. E la Bolivia ce l’ha già nelle sue mani. Le riserve della Bolivia stimate di 23 milioni di tonnellate (33,6% del totale mondiale) sono le prime al mondo. Produzione 2023 quasi nulla (0,0% della produzione mondiale). Valore stimato: oltre 460.000 milioni di dollari. Dati del Servizio Geologico degli Stati Uniti. La Bolivia possiede le maggiori riserve di litio del pianeta, ma ancora non ha una produzione industriale rilevante né una catena di valore consolidata. Non è un Paese povero, è un Paese saccheggiato con una dignità intatta. Ha le risorse, ha la storia e soprattutto ha il litio. Ma mentre il mondo corre dietro il minerale bianco come se fosse sangue per le auto elettriche, la Bolivia cammina al proprio ritmo. Questa pazienza, che per alcuni è arretratezza, potrebbe essere la sua più grande forza. Il cosiddetto triangolo del litio (Cile, Argentina, Bolivia) concentra oltre il 60% delle riserve globali. La Bolivia, con il Salar de Uyuni come epicentro. Esiste un potenziale anche nelle saline di Coipasa a Oruro e di Pastos Grandes a Potosí. Salar de Uyuni: ≈ 21 milioni di tonnellate. Proporzione del “Salar de Uyuni” sul totale del Paese: ≈ 91%. Ciò significa che praticamente tutta la ricchezza di litio della Bolivia si trova sotto la superficie del “Salar de Uyuni”, rendendolo il più grande giacimento singolo del pianeta. Eppure nel 2023 la Bolivia ha fatturato solo circa 180 milioni di dollari per il litio e i suoi derivati. La produzione è stata bassa. Ma il 100% di questa cifra rimane nelle mani dello Stato. Non esistono concessioni private. L’intera catena è sotto il controllo di Yacimientos de Litio Bolivianos (YLB). Un modello sovrano sì, ma ancora in fase di sviluppo. E in disputa perché ogni passo compiuto dallo Stato dà fastidio a coloro che vorrebbero gestire il litio come hanno gestito l’argento o il rame. Il litio boliviano è più difficile da lavorare. È mescolato con il magnesio, il che rende più costosa la separazione. Richiede tecnologia, investimenti e sovranità. E la Bolivia ha preferito costruire questa sovranità piuttosto che ripetere la storia dello stagno, del gas o dell’argento. Ecco perché il litio è al 100% di proprietà dello Stato. Non ci sono SQM o Albemarle (aziende chimiche, la prima cilena, la seconda statunitense, N.d.R). Nessun privato può sfruttarlo senza associarsi con YLB. Non ci sono concessioni aperte. Solo uno Stato che ha scelto di essere proprietario del proprio sottosuolo. Oggi YLB gestisce tre impianti chiave: 1. Impianto Pilota di Carbonato di Litio a Llipi, Potosí 2. Impianto Industriale di Cloruro di Potassio, inaugurato nel 2018 3. Impianto Industriale di Carbonato di Litio, entrato in funzione nel 2023 Nel 2023, la Bolivia ha prodotto soltanto 1.400 tonnellate di carbonato di litio. Molto al di sotto delle 40.000-60.000 tonnellate che producono Argentina o Cile. L’obiettivo ufficiale è di raggiungere 100.000 tonnellate annue entro il 2030, con impianti moderni e tecnologia DLE (estrazione diretta). Per accelerare questo percorso, la Bolivia ha firmato due accordi strategici: uno con il consorzio cinese CATL BRUNP CMOC per 1.400 milioni di dollari  per la costruzione di due impianti con tecnologia DLE, e un altro con la società russa Uranium One Group, parte del colosso statale Rosatom, per lo sviluppo di nuovi progetti. Entrambi gli accordi rispettano la sovranità nazionale. YLB mantiene il controllo delle risorse e partecipa ai profitti. Cina e Russia forniscono la tecnologia, ma non si prendono né le saline né la proprietà. Ogni impianto previsto avrà una capacità di 25.000 tonnellate all’anno, avvicinando la Bolivia ai maggiori produttori entro il 2026-2027. Ma la Bolivia non vuole essere solo esportatrice di salamoia. Il suo obiettivo è creare una catena di valore completa, dalla salamoia alle batterie e alle auto elettriche. Nel 2019 ha inaugurato il suo primo impianto pilota per la produzione di batterie. Oggi, punta ad attrarre fabbriche di catodi, elettroliti, componenti strategici e assemblaggio completo di batterie. AMBIZIOSO? SÌ. LENTO? ANCHE. DEGNO? DECISAMENTE. La Bolivia vuole che il litio generi occupazione, tecnologia e sovranità. E che non finisca nelle mani di multinazionali che operano da paradisi fiscali. E questo dà fastidio. Perché ci sono Paesi e aziende che preferiscono il litio senza la Bolivia. O una Bolivia senza Stato. COSA MANCA? 1. Aumentare l’efficienza degli impianti esistenti 2. Superare i colli di bottiglia tecnologici nell’estrazione. 3. Ampliare le infrastrutture logistiche. 4. Formare un maggior numero di tecnici e scienziati nazionali 5. Accelerare la messa in funzione di nuovi impianti E soprattutto blindare politicamente la sovranità sul litio. Perché ogni volta che la Bolivia fa dei progressi, emerge una crisi, un sabotaggio, un colpo di Stato o una campagna internazionale. È già successo nel 2019. Il litio non è solo un minerale. È geopolitica. La salina tace, ma non dimentica. A ogni alba bianca su Uyuni, il litio ricorda che è stato evaporato mille volte dal sole, ma mai dall’oblio. La Bolivia ha le risorse. Ha la dignità. Ha la storia. Manca solo il tempo. E il tempo a volte è dalla parte di chi non tradisce le proprie radici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Mauricio Herrera Kahn
July 25, 2025
Pressenza