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Almeno 40 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane
Palestina occupata. Un gruppo palestinese per i diritti dei prigionieri afferma che almeno 40 giornalisti palestinesi, uomini e donne, sono stati rapiti dal regime israeliano e sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, evidenziando la dura repressione e le restrizioni imposte dal regime di Tel Aviv ai professionisti dei media. L’Asra Media Office ha dichiarato in un comunicato diffuso domenica che due giornalisti, identificati come Nidal al-Wahidi e Haitham Abdul Wahid, della Striscia di Gaza, continuano a essere vittime di sparizione forzata e che non sono disponibili informazioni sul loro luogo di detenzione. Ciò avviene mentre il Palestinian Journalists Syndicate, nel suo rapporto mensile sullo stato delle libertà dei media nei territori palestinesi occupati, pubblicato all’inizio di questo mese, ha rivelato che le forze israeliane hanno compiuto 99 violazioni contro i giornalisti palestinesi nel dicembre 2025, tra cui uccisioni, aggressioni fisiche, rapimenti e divieti di copertura mediatica. L’organizzazione ha affermato che un giornalista ha perso la vita mentre svolgeva mansioni sul campo, due giornalisti hanno riportato ferite gravi a causa di bombardamenti e di attacchi diretti, e due parenti di giornalisti sono stati uccisi – tutti gli episodi sono avvenuti nella Striscia di Gaza. Nella Cisgiordania occupata, il sindacato ha registrato 48 casi di rapimenti e di ostacoli alla copertura mediatica, insieme a 15 aggressioni che hanno comportato l’uso di gas lacrimogeni e granate stordenti mentre i giornalisti erano in servizio. Inoltre, si sono verificati due tentativi deliberati di investimento con veicoli contro i giornalisti, nove episodi di esibizione di armi con minacce rivolte ai giornalisti e sei casi di minacce verbali dirette. All’inizio di dicembre, l’Ufficio governativo per i media di Gaza ha dichiarato che 257 giornalisti palestinesi erano stati uccisi dall’inizio della guerra genocida nell’ottobre 2023.
Materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali. L’aula di giustizia non è un campo di battaglia
Materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali. L’aula di giustizia non è un campo di battaglia. Comunicato stampa del 12.1.2026. Versione italiana (English version below). La udienza al Tribunale del riesame per la scarcerazione si terrà al Tribunale di Genova venerdì 16.1 dalle 9. L’esito potrebbe anche essere comunicato in serata. ** I sottoscritti difensori dei coinvolti nel procedimento per asserito finanziamento del terrorismo in corso a Genova ritengono doveroso intervenire pubblicamente per denunciare una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza, ancora una volta apertamente violata. L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri. Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto. È un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso. Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia. A ciò si aggiunge un dato che non può essere ignorato: procedimenti del tutto analoghi, avviati in passato in diversi tribunali italiani sulla base di presupposti investigativi sovrapponibili, sono già stati archiviati dopo approfondite indagini dalla magistratura italiana, evidenziando l’assenza di elementi penalmente rilevanti e l’inidoneità del materiale informativo trasmesso a sostenere un’accusa in sede giudiziaria. Riproporre oggi le stesse ipotesi significa perseverare in una logica investigativa che ignora deliberatamente i precedenti giudiziari e svuota di senso il principio di legalità. È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo. L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali. Denunciamo infine il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato. La cooperazione penale internazionale non può trasformarsi in un canale di legittimazione di narrazioni di intelligence prodotte da una parte in guerra, né essere piegata a finalità politiche o militari. In assenza di un controllo giudiziario effettivo, indipendente e trasparente sull’origine e sull’affidabilità delle informazioni trasmesse, ogni loro utilizzo in sede penale è giuridicamente fragile e democraticamente pericoloso. Le difese continueranno a opporsi, in ogni sede, a questa deriva, ribadendo che la giustizia non può essere selettiva, asimmetrica o subordinata alle logiche del conflitto, e che il diritto penale non è — né deve diventare — un’arma di guerra. I Difensori (ordine alfabetico per cognome) • Nicola Canestrini • Fausto Gianelli • Elisa Marino • Gilberto Pagani • Pier Poli • Marina Prosperi • Nabil Ryah • Dario Rossi • Flavio Rossi Albertini • Giuseppe Sambataro • Fabio Sommovigo • Emanuele Tambuscio • Gianluca Vitale • Samuele Zucchini MILITARY INTELLIGENCE MATERIAL CANNOT FORM THE BASIS OF CRIMINAL PROCEEDINGS A COURTROOM IS NOT A BATTLEFIELD The hearing regarding the request for release will be held at the Genoa Court on Friday, 16 January, starting at 9:00 a.m. The outcome may also be communicated later the same day, in the evening. PRESS RELEASE The undersigned defence lawyers for the individuals involved in the ongoing proceedings in Genoa concerning the alleged financing of terrorism consider it necessary to intervene publicly in order to denounce a serious distortion of the principles of the rule of law, international judicial cooperation, and the fundamental guarantees of criminal proceedings — first and foremost, the presumption of innocence, once again openly violated. The judicial initiative currently underway regarding the alleged financing of terrorism does not concern criminal conduct established through judicially validated evidence, but rather the transmission and circulation of information acquired in a wartime scenario, originating from an ongoing armed conflict and produced by foreign security apparatuses. This must be stated with absolute clarity: these are not judicial proofs, but intelligence materials. Information that has not been validated, has not been subjected to judicial scrutiny, lacks adversarial testing, and does not meet the minimum standards of reliability required in a rule-of-law-based criminal justice system. It is an undisputed fact that the State of Israel systematically refuses to submit to the rules of international criminal justice, even withdrawing itself from the jurisdiction of the International Criminal Court in the face of serious and well-documented allegations of international crimes. It is therefore legally and politically unacceptable that the same State should, at the same time, seek to instrumentalise international judicial cooperation mechanisms in order to export abroad unilateral, unverified investigative hypotheses that are functional to an ongoing armed conflict. No Israeli judge has ever validated the investigative hypotheses currently being relied upon. They remain entirely within the domain of security services operating under the direct control of the executive and within an openly military logic. Importing such materials into criminal proceedings collapses the essential distinction — fundamental to any democracy — between war and justice. Moreover, there is a further element that cannot be ignored: entirely analogous proceedings initiated in the past before different Italian courts, based on overlapping investigative assumptions, have already been dismissed following thorough investigations by the Italian judiciary, which highlighted the absence of criminally relevant elements and the inadequacy of the transmitted informational material to support a criminal charge. Reintroducing today the same hypotheses already deemed unfounded means persisting in an investigative logic that deliberately ignores judicial precedents and empties the principle of legality of its substance. It is particularly serious, furthermore, that the presumption of innocence is systematically trampled through public statements and media narratives adopting a presumption-of-guilt approach, which anticipate judicial outcomes and transform investigations into de facto convictions, in open violation of Article 27 of the Italian Constitution, European law, and the fundamental principles of a fair trial. The use of intelligence-derived information as the basis for domestic criminal proceedings represents a dangerous shift toward an “enemy criminal law,” whereby categories and instruments proper to warfare are transferred into ordinary criminal justice, with devastating effects on fundamental rights. We also denounce the concrete risk of the indirect criminalisation of an entire community, targeted not for criminally established conduct, but for cultural, religious, and solidarity ties with a population involved in an armed conflict. International judicial cooperation cannot be transformed into a channel for legitimising intelligence narratives produced by one party to a war, nor can it be bent to political or military objectives. In the absence of effective, independent, and transparent judicial control over the origin and reliability of the transmitted information, any attempt to use such material in criminal proceedings is legally fragile and democratically dangerous. The defence teams will continue to oppose this drift in every forum, reaffirming that justice cannot be selective, asymmetrical, or subordinated to the logic of conflict, and that criminal law is not — and must never become — a weapon of war. Defence Counsel (alphabetical order by surname) • Nicola Canestrini • Fausto Gianelli • Elisa Marino • Gilberto Pagani • Pier Poli • Marina Prosperi • Nabil Ryah • Dario Rossi • Flavio Rossi Albertini • Giuseppe Sambataro • Fabio Sommovigo • Emanuele Tambuscio • Gianluca Vitale • Samuele Zucchini
Siamo in una pericolosa spirale totalitaria
Di Angela Lano. Da alcuni anni siamo pienamente entrati in una pericolosa spirale totalitaria: operazioni di guerre biologiche con annessa dittatura sanitaria; guerra USA-NATO contro la Russia per interposta Ucraina – ancora in corso e verso rapidi orizzonti di guerra mondiale, voluta dalle elite corrotte e guerrafondaie europee, sempre più lontane e scollegate dai popoli che goverano e da cui sono profodamente disprezzate. E, dal 2023 in poi, siamo spettatori impotenti del genocidio gazawi e dell’espansione del colonialismo di insediamento israeliano in tutta la Palestina storica, in Libano e in Siria… Mentre il Sud globale si stacca dall’Occidente egemonico e strutturalmente bellico e violento e non ne vuole più sapere di guerre, massacri, furti e pirateria di risorse, il Sistema-mondo imperniato sui disvalori di 500 anni di colonialismi brutali e genocidari volge gli artigli repressivi e totalitari verso tutte le forme di dissidenza, di difesa dei popoli oppressi e di informazione indipendente. E il passo verso la persecuzione politica è breve o immediato. Il Sistema-Italia, vassallo della più ampia struttura egemonica occidentale e sionista in declino (il sionismo niente altro è che una emanazione del colonialismo occidentale, e suo braccio armato nell’Asia occidentale e non solo), scatena l’inferno, aiutato da un giornalismo disiformativo e sempre più ridicolo e immorale, contro associazioni umanitarie e contro giornalisti engagé, in senso gramsciano, nella denuncia delle atrocità israeliane a Gaza e in Cisgiordania. Per tappare la bocca all’informazione libera e alle pratiche di assistenza umanitaria a quasi due milioni di sfollati gazawi, ha tirato fuori la collaudata – da tutti i regimi totalitari passati e presenti – accusa di “terrorismo” e minaccia alla democrazia – in una palese proiezione freudiana – contro chi non si allinea o dissente. Scrivere di Palestina, di genocidio a Gaza, raccontare di morti e feriti, di bambini fatti a pezzi, di donne e uomini stuprati nelle prigioni israeliane vale l’accusa di terrorismo, a quanto pare. Per renderla più credibile, nominano Hamas – il movimento di resistenza islamica palestinese che lotta, secondo quanto garatito dall’ONU, per la liberazione dal colonialismo israeliano in terra nativa palestinese -, e mi redono, nientepopodimeno, la portavoce o l’addetta alla propaganda ufficiale. Tutto ciò, su informative di Israele, entità genocida e coloniale, che, come consueto, proietta e attribuisce agli altri gli strumenti e le azioni che lei utilizza: in questo caso la hasbara, ricca e potente propaganda. Chiariamo, dunque, alcune cose: 1) non sono, non siamo, la propaganda o il megafono di Hamas, ma del popolo palestinese oppresso e schiacchiato, e informiamo sugli effetti, ben visibili a tutti, ma occultati da Israele e dai media ad esso connessi, che il colonialismo di insediamento ha prodotto in oltre 100 anni nella Palestina storica, e negli ultimi tre nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania – stiamo parlando di qualcosa come 300-400 mila morti e dispersi da ottobre 2023, oltre a un numero spaventoso di feriti e mutilati, tra cui decine di migliaia di bambini e donne. Stiamo svolgendo un ottimo e seguito lavoro di controinformazione, contrastando, per come possiamo, la milionaria hasbara israeliana e i suoi valvassini in Italia: per questa ragione, Israele ci ha inseriti nella sua mappa del “terrorismo” – di nuovo, una proiezione freudiana del crimine di cui si macchia e che è condannato dal mondo intero. 2) L’agenzia InfoPal è edita dall’omonima associazione, che provvede a sostenerla materialmente: non sono soldi di Hamas o da Hamas, ma dei musulmai italiani, che, come tradizione islamica, si tassano periodicamente per la zakat e altre forme di offerte. A me spetta il compito di gestire il lavoro di informazione, come qualsiasi altro giornalista di testate piccole o grandi, mainstream o indipendenti. Inoltre, come giornalista, storica e antropologa del Nord Africa e del Medio Oriente, ho viaggiato, studiato, ricercato, incontrato, intervistato chi mi pareva più interessate e utile, raccogliendo materiale, fotografie, registrazioni, badge, cartoline, spillette, collane, bracciali, gadget, di popoli, organizzazioni e fazioni politiche, culture, religioni e tradizioni, o ricordi associati a interviste e incontri professionali. E’ un mio diritto, fa parte della mia libertà di ricerca e lavoro, e non deve essere oggetto di speculazioni o accuse, o di attacco della macchina del fango. Sono una giornalista professionista, umanamente coinvolta nel mio lavoro, ma anche una ricercatrice, una storica e un’antropologa, con titoli accademici e pubblicazioni da far invidia alla media del gioralismo italico, poco preparato, per non dire di peggio. Sono anche un’intellettuale politicamente e socialmente impegnata, non organica al Sistema, cosa di cui vado assolutamete fiera. Pertanto, lo squallido sbertuggiamento di articoli, uno clone dell’altro, in stile gossip, contro di me, rappresenta una palese manifestazione di un giornalismo degno della scadente posizione in cui si trova nelle classifiche interazionali: la più recente, sulla libertà di stampa nel 2025, lo colloca al 49° posto globale, secondo Reporters Without Borders (RSF), la peggiore dell’Europa occidentale, indicando una salute precaria dell’informazione nel nostro Paese…  Un Paese che sta precipitando rapidamente in forme totalitarie di oscura memoria, insieme alla sempre più devastante situazione economica, e che ha bisogno di politici etici e dediti al bene della Nazione e non a prendere ordini dall’estero, concorrendo, oltre tutto, all’accusa di genocidio.
Come i media occidentali favoriscono il genocidio israeliano e l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza
 Teheran – Presstv.ir. Mai nella storia dell’umanità gli esseri umani avevano assistito a un genocidio in tempo reale, come stiamo vedendo accadere oggi a Gaza. Abbiamo visto persone colpite dai cecchini, ospedali rasi al suolo, rifugiati nelle tende bruciati vivi, la popolazione ridotta alla fame e molto altro ancora, tutto sui nostri schermi. Gran parte di ciò a cui assistiamo è dovuta all’instancabile e coraggioso impegno dei giornalisti palestinesi a Gaza, consapevoli di poter essere uccisi in qualsiasi momento dal regime, ma che, nonostante questo, continuano a mostrarci la realtà di ciò che accade sul campo. È un lavoro estremamente difficile; tuttavia, la trasmissione di video e la copertura in diretta hanno finalmente contribuito a cambiare la narrazione sulla Palestina e sulla sua occupazione a livello globale. Prima di quest’ultima ondata di genocidio, indipendentemente dal tipo di brutalità e oppressione subite dai palestinesi, ci si trovava di fronte a commenti come: «Israele ha il diritto di difendersi» o «Gli israeliani non hanno scelta, a causa dei missili di Hamas che piovono sull’innocente popolazione israeliana». Ma ora la più grande paura del regime israeliano si sta avverando: i sionisti stanno perdendo il controllo della narrazione. La verità sta emergendo, un crimine di guerra dopo l’altro. Le persone in tutto il mondo si sono risvegliate e molti non credono più alla versione hasbara degli eventi. Il regime assassino di bambini ha cercato di impedire che ciò accadesse. Così, fin dall’inizio di quest’ultima ondata di guerra genocida contro il popolo palestinese, ai giornalisti internazionali è stato vietato dal regime israeliano di entrare a Gaza. La scusa ufficiale era la protezione della loro sicurezza, ma la realtà è che non si voleva far emergere la vera storia di ciò che sta accadendo. Di conseguenza, la responsabilità principale di mostrare la realtà sul campo è ricaduta sui giornalisti palestinesi, che il regime israeliano continua a cercare di controllare, screditare o mettere a tacere. Per questo, il deliberato attacco ai giornalisti palestinesi da parte del regime è stato spietato e si è intensificato col tempo. Gli assassinii a sangue freddo di giornalisti hanno raggiunto a Gaza un livello senza precedenti. Mai prima d’ora i giornalisti erano stati presi di mira in questo modo. Al momento della stesura di questo articolo, 242 giornalisti sono stati uccisi a Gaza, e gli ultimi cinque omicidi sono avvenuti solo domenica sera. Una tenda che ospitava giornalisti di Al Jazeera è stata deliberatamente presa di mira dal regime, uccidendo tutti e cinque i membri della troupe. Israele si è assunto la responsabilità delle uccisioni, affermando che la tenda ospitava una “cellula di Hamas”. Questa è l’azione di un regime al quale le potenze occidentali hanno concesso l’impunità. Israele non subisce sanzioni per aver ucciso neonati nelle incubatrici, né è chiamato a rispondere per aver affamato un’intera popolazione. Non subisce alcuna pressione. Negli ultimi 22 mesi, abbiamo visto l’espansione di questi attacchi contro i giornalisti in tutta la regione, compresi la Cisgiordania occupata, il Libano e l’Iran, dove l’edificio principale dell’emittente della Repubblica Islamica dell’Iran (IRIB) è stato preso di mira, causando tre morti. Perché? Perché può farlo. Non viene ritenuto responsabile. E se arrivano condanne, sono soltanto formule di circostanza a livello internazionale, che non portano a conseguenze concrete in grado di fermare le sue azioni illegali. Così, la macchina politica occidentale e i suoi media corporativi sono pienamente complici del genocidio israeliano a Gaza. Il giorno dopo l’uccisione del giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, molte testate occidentali, come BBC, Reuters e Fox News, hanno ripetuto le accuse israeliane secondo cui Anas era a capo di una cellula terroristica di Hamas o che in passato aveva lavorato per l’ufficio stampa di Hamas. Invece di mostrare indignazione per l’uccisione di colleghi giornalisti, la BBC – che si vanta di essere la più grande emittente radiotelevisiva del mondo – si è limitata a ripetere la propaganda israeliana. Ecco perché 238 giornalisti sono stati uccisi a Gaza negli ultimi 22 mesi e i loro colleghi nei Paesi occidentali non hanno fatto nulla, o hanno perfino amplificato le menzogne del regime sionista. Questi cosiddetti giornalisti stanno seguendo la linea dei sionisti. Perché la BBC, Reuters, il New York Times o altri media non hanno accusato Israele di aver impedito loro di inviare giornalisti a Gaza? Perché cercare di demonizzare il messaggero appena assassinato, a meno che anche voi, come il regime israeliano, non vogliate impedire che il messaggio venga diffuso? Anche per voi la rivelazione della vera narrazione sulla Palestina e su Israele è fatale? Siete tutti complici del genocidio e i vostri sforzi per soffocare la verità arrivano troppo tardi, perché troppe persone si sono già risvegliate. La narrazione è cambiata. Sempre più persone si stanno rendendo conto che la Palestina non era una terra senza popolo, come era stato loro insegnato,né che i palestinesi avevano accettato che la loro terra venisse presa. C’è stata una Nakba che non è mai finita, e tutte le parti complici vengono smascherate, mentre il mondo si risveglia e manifesta il proprio disprezzo per il genocidio e per chi lo sostiene. Marzieh Hashemi è una giornalista, commentatrice e documentarista nata negli Stati Uniti e residente in Iran.
La guerra di Israele a Gaza è diventata la più mortale per i giornalisti nella storia recente
La guerra di Israele a Gaza è diventata la più mortale per i giornalisti nella storia recente. Il progetto Costs of War della Brown University riporta che, dall’inizio del genocidio, il 7 ottobre 2023, a Gaza sono stati uccisi più giornalisti che nella Guerra Civile Americana, nella Prima e Seconda Guerra Mondiale, nella Guerra di Corea, nella Guerra del Vietnam, nelle guerre nell’ex Jugoslavia e nella guerra in Afghanistan post-11 settembre messe insieme. Durante la Seconda Guerra Mondiale, 69 giornalisti furono uccisi e 63 giornalisti morirono nella Guerra del Vietnam. A Gaza, il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 242, incluso il recente assassinio della troupe di Al Jazeera, tra cui Anas Al-Sharif e Mohammad Qreiqea.
Israele assassina 5 giornalisti, tra cui 2 di al-Jazeera
Gaza-InfoPal. Domenica sera, Israele ha compiuto una nuova strage di giornalisti. Un massacro mirato in una tenda, per coprire il genocidio di Gaza. L’assassinio è avvenuto poche ore dopo una conferenza stampa del primo ministro israeliano, mandate in onda in diretta dalle Tv italiane, tra cui la RAI, durante la quale ha ripetuto false accuse contro i media, sostenendo che distorcono quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza. Cinque giornalisti sono stati assassinati dalle forze israeliane, tra cui due corrispondenti di Al Jazeera, i giornalisti Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqah, in un attacco diretto contro una tenda dei giornalisti di fronte al complesso medico Al-Shifa, nella città di Gaza. Insieme a Al-Sharif e Mohammed Qreiqea sono stati uccisi i cameraman Ibrahim Daher, Moumin Alaywa e Mohammed Noufal, e altre persone. Dopo settimane di campagne diffamatorie da parte di funzionari e portavoce israeliani contro il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, Israele lo ha assassinato… Anas Jamal Mahmoud era nato il 3 dicembre 1996 e aveva vissuto nel campo profughi di Jabalia. Aveva studiato presso le scuole dell’UNRWA e del ministero dell’Istruzione palestinese. Nel 2014 si era iscritto all’Università di Al-Aqsa, specializzandosi in radio e televisione. Il 23 settembre 2018, era stato ferito all’addome da schegge di proiettile mentre copriva una marcia a est della collina di Abu Safiya, a nord-est di Jabalia. Aveva iniziato come volontario presso il North Media Network prima di unirsi ad Al Jazeera come corrispondente durante la guerra in corso. Era stato minacciato dalle forze di occupazione israeliane a causa della sua copertura del genocidio di Gaza. L’11 dicembre 2023, aerei da guerra israeliani avevano bombardato la sua casa di famiglia nel campo di Jabalia, uccidendo suo padre. Il giornalista Mohammed Qreiqah era entrato ad Al Jazeera dopo aver lavorato come ricercatore in un’organizzazione per i diritti umani. Sua madre è stata uccisa in un attacco israeliano durante l’assedio del complesso medico di Al-Shifa lo scorso anno. Il canale satellitare Al Jazeera ha condannato fermamente l’assassinio del suo corrispondente Anas ash-Sharif e di quattro colleghi, avvenuto ieri sera in un attacco mirato contro la loro tenda vicino all’ospedale Al-Shifa di Gaza City, da parte dell’esercito di occupazione israeliano. Sette persone sono state uccise nell’attacco alla tenda situata fuori dall’ingresso principale dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City, nella tarda serata di domenica. Tra loro, anche il corrispondente di Al Jazeera Mohamed Qreiqeh e i cameraman Ibrahim Zaher, Mohamed Nofal e Moamen Aliwa, secondo quanto riportato da Al Jazeera. In una dichiarazione di lunedì, Al Jazeera Media Network ha condannato le uccisioni definendole “un altro attacco palese e premeditato alla libertà di stampa”. “Questo attacco si inserisce nel contesto delle catastrofiche conseguenze dell’attuale assalto israeliano a Gaza, che ha visto il massacro incessante di civili, la fame forzata e la distruzione di intere comunità”, ha dichiarato l’emittente. “L’ordine di assassinare Anas ash-Sharif, uno dei giornalisti più coraggiosi di Gaza, e i suoi colleghi, è un disperato tentativo di mettere a tacere le voci che denunciano l’imminente sequestro e occupazione di Gaza”, ha aggiunto. Al Jazeera ha invitato la comunità internazionale e tutte le organizzazioni competenti ad “adottare misure decisive per fermare questo genocidio in corso e porre fine agli attacchi deliberati ai giornalisti”. Al Jazeera ha sottolineato che “l’immunità per i colpevoli e la mancanza di responsabilità incoraggiano le azioni di Israele e un’ulteriore oppressione contro i testimoni della verità”. Il mese scorso, dopo che il portavoce dell’esercito israeliano Avichai Adraee ha ricondiviso un video sui social media in cui accusava ash-Sharif di essere un membro del braccio armato di Hamas, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, Irene Khan, si è dichiarata “profondamente allarmata dalle ripetute minacce e accuse dell’esercito israeliano” contro ash-Sharif. “I timori per la sicurezza di ash-Sharif sono fondati, poiché vi sono crescenti prove che i giornalisti a Gaza sono stati presi di mira e uccisi dall’esercito israeliano sulla base di affermazioni infondate secondo cui sarebbero stati terroristi di Hamas”, ha dichiarato Khan. Oggi, Khan ha espresso profondo dolore per la morte di Anas ash-Sharif e dei suoi colleghi, piangendo la loro perdita. A Gaza, i giornalisti pagano il prezzo più alto per portare al mondo la verità sulla libertà di Israele. atrocità, ha dichiarato ad Al Jazeera. Ha affermato che i suoi precedenti avvertimenti non hanno dissuaso l’esercito israeliano dal continuare a prendere di mira i giornalisti, sottolineando che l’esercito israeliano e i suoi leader “non conoscono il significato dell’onore”. L’Ufficio stampa governativo di Gaza, GMO, ha dichiarato: “Condanniamo fermamente il brutale, atroce e orribile crimine commesso dall’esercito di occupazione israeliano, che ha assassinato 5 giornalisti a seguito di un attacco diretto alla tenda dei giornalisti vicino all’ospedale Al-Shifa di Gaza. “Con l’assassinio dei cinque colleghi giornalisti da parte dell’occupazione, il numero di giornalisti uccisi dall’occupazione israeliana nella Striscia di Gaza durante il genocidio è salito a 237. “Gli attacchi dell’occupazione israeliana contro giornalisti e istituzioni mediatiche costituiscono un vero e proprio crimine di guerra, volto a mettere a tacere la verità e a oscurare i crimini di genocidio. Questo è il preludio al piano criminale dell’occupazione israeliana per insabbiare i massacri brutali passati e futuri che ha compiuto e intende compiere nella Striscia di Gaza”. (Fonti: Al Jazeera, PIC, Quds News, GMO).
Oltre 100 fotoreporter e corrispondenti di guerra chiedono l’accesso immediato a Gaza
Doha. Oltre 100 giornalisti, fotografi e corrispondenti di guerra di fama internazionale hanno firmato una petizione per chiedere l’accesso immediato e senza censure alla Striscia di Gaza, al fine di documentare la guerra in corso. La petizione, lanciata nell’ambito dell’iniziativa “Right to Cover” dal pluripremiato fotografo di guerra André Liohn, esorta sia Israele che Hamas a garantire ai media indipendenti pieno accesso per realizzare reportage sul campo. Tra i firmatari figurano personalità di spicco di importanti testate giornalistiche internazionali come Alex Crawford di Sky News, il giornalista Mehdi Hassan, Clarissa Ward della CNN e l’acclamato fotografo di guerra Don McCullin. I fotografi hanno sottolineato che l’attuale divieto imposto ai giornalisti stranieri dall’inizio del conflitto nel 2023 rappresenta una palese violazione del diritto del pubblico a essere informato. “Non si tratta solo di Gaza”, si legge nella petizione. “Si tratta di salvaguardare la libertà di stampa a livello globale. La verità non deve essere appannaggio esclusivo di chi porta armi e controlla la narrazione”. L’iniziativa “Right to Cover” si impegna a sostenere l’ingresso dei giornalisti a Gaza “con ogni mezzo legittimo”, sia in modo indipendente sia in coordinamento con organizzazioni umanitarie o della società civile. La petizione afferma che la presenza dei media è necessaria non solo per documentare le atrocità, ma anche per impedire la manipolazione della realtà da parte delle parti in conflitto. Hamas ha accolto con favore l’iniziativa, condannando l’attuale politica israeliana di vietare l’ingresso ai giornalisti internazionali come un tentativo deliberato di sopprimere la verità e nascondere i propri crimini di guerra. Ezzat al-Resheq, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha definito il divieto “un crimine che si aggiunge alla lunga lista di violazioni dell’occupazione contro i professionisti dei media a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme occupata”. Al-Resheq ha osservato che, dall’inizio della guerra, 233 giornalisti e operatori dei media palestinesi sono stati uccisi, e ha invitato la comunità internazionale ad aumentare la pressione per criminalizzare tali atti e garantire che ai giornalisti sia consentito testimoniare e riportare la piena realtà del genocidio, della fame e della distruzione inflitti alla popolazione di Gaza. (Fonti: PIC e Quds News).
Le forze di occupazione israeliane irrompono nell’ufficio di Al Jazeera a Ramallah, estendono la chiusura per la terza volta
Ramallah. Lunedì all’alba, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno fatto irruzione nell’ufficio, chiuso, di Al Jazeera, nel centro di Ramallah, estendendo la chiusura forzata per ulteriori 60 giorni, segnando la terza proroga consecutiva dall’ordine originale dello scorso settembre. Secondo fonti locali, le IOF sono entrate nell’edificio e hanno affisso un ordine militare all’ingresso, ribadendo il divieto di operare della rete nella Cisgiordania occupata. Al Jazeera ha condannato la perquisizione, definendola un “atto criminale” finalizzato a mettere a tacere la stampa libera e a nascondere le azioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania. La rete ha accusato il governo israeliano di reprimere il giornalismo indipendente e ha respinto le giustificazioni fornite per l’irruzione, definendole false e motivate politicamente. Al Jazeera ha ritenuto il governo israeliano, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, responsabile della sicurezza del proprio personale e si è impegnata a intraprendere azioni legali per tutelare i diritti dei propri giornalisti. Nonostante la crescente pressione, la rete ha promesso di continuare a fare reportage con professionalità e obiettività. L’irruzione segue l’applicazione da parte di Israele, nel maggio 2024, della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha consentito la chiusura immediata delle attività della rete all’interno della Linea Verde su ordine del ministro delle comunicazioni. (Fonti: Al Jazeera, PIC). Traduzione per InfoPal di F.F.
BBC, AFP, AP e Reuters: i giornalisti di Gaza “sempre più impossibilitati a sfamarsi” a causa della carestia provocata da Israele
Gaza – Quds News. Associated Press, AFP, BBC News e Reuters hanno rilasciato giovedì una dichiarazione congiunta esprimendo profonda preoccupazione per i loro giornalisti a Gaza, che sono “sempre più incapaci di sfamarsi e sfamare le proprie famiglie”, mentre Israele continua a bloccare l’ingresso degli aiuti nell’enclave da oltre quattro mesi. “Siamo estremamente preoccupati per i nostri giornalisti a Gaza, che sono sempre più incapaci di procurarsi il cibo per sé e per le loro famiglie” — hanno dichiarato le quattro principali testate giornalistiche. “Per molti mesi, questi giornalisti indipendenti sono stati gli occhi e le orecchie del mondo sul campo a Gaza. Ora si trovano ad affrontare le stesse condizioni disperate delle persone di cui stanno raccontando”. “I giornalisti sopportano molte privazioni e difficoltà nelle zone di guerra. Siamo profondamente allarmati dal fatto che ora anche la fame sia una di queste”. La dichiarazione chiede a Israele di permettere ai giornalisti di entrare e uscire da Gaza e di autorizzare l’ingresso di adeguati rifornimenti alimentari nel territorio. “Rinnoviamo il nostro appello alle autorità israeliane affinché permettano ai giornalisti di entrare e uscire da Gaza. È essenziale che la popolazione riceva rifornimenti alimentari adeguati”. Mercoledì, anche Al Jazeera Media Network ha sollecitato la comunità giornalistica, le organizzazioni per la libertà di stampa e gli organi legali competenti a “intraprendere azioni decisive” per fermare “la fame forzata e i crimini” commessi da Israele contro i giornalisti e i professionisti dei media a Gaza. “Da oltre 21 mesi, i bombardamenti israeliani e la fame sistematica inflitta a quasi due milioni di persone a Gaza hanno portato un’intera popolazione sull’orlo della morte” — ha dichiarato l’emittente. “I giornalisti sul campo, che hanno coraggiosamente denunciato questo genocidio in corso, hanno messo a rischio le proprie vite e quelle delle loro famiglie per dare visibilità a queste atrocità. Ma ora lottano per la propria sopravvivenza”. Il 19 luglio, i giornalisti di Al Jazeera hanno iniziato a pubblicare messaggi strazianti sui social media, segnalando che la loro capacità di continuare a lavorare sta venendo meno. “Non ho smesso di raccontare ciò che accade nemmeno per un momento, in 21 mesi, e oggi lo dico chiaramente… e con un dolore indescrivibile. Sto annegando nella fame, tremo per la stanchezza e resisto agli svenimenti che mi colgono a ogni istante… Gaza sta morendo. E noi moriamo con lei” — ha scritto Anas al-Sharif di Al Jazeera. Mostefa Souag, direttore generale di Al Jazeera Media Network, commentando la situazione dei giornalisti a Gaza, ha dichiarato: “Dobbiamo amplificare le voci dei coraggiosi giornalisti di Gaza e porre fine alle insopportabili sofferenze che stanno subendo a causa della fame forzata e delle uccisioni mirate da parte delle forze di occupazione israeliane”. “La comunità giornalistica e il mondo hanno una grande responsabilità: è nostro dovere far sentire la loro voce e mobilitare tutti i mezzi disponibili per sostenere i nostri colleghi in questa nobile professione. Se non agiamo ora, rischiamo un futuro in cui non ci sarà più nessuno a raccontare le nostre storie. La nostra inazione sarà ricordata come un fallimento monumentale nella difesa dei nostri colleghi giornalisti e come un tradimento dei principi che ogni giornalista dovrebbe difendere”. 232 giornalisti palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza dall’inizio del genocidio in corso, nell’ottobre 2023. Domenica, anche l’AFP ha lanciato un grave allarme: i suoi giornalisti a Gaza rischiano di morire di fame, una tragedia mai vissuta nei suoi 80 anni di storia. “Per la prima volta temiamo di perdere colleghi a causa della fame” — ha affermato in un comunicato la Società dei Giornalisti (SDJ) dell’agenzia. “Abbiamo assistito a ferite di guerra, incarcerazioni e morti sul campo, ma mai a questo”. Gli avvertimenti arrivano mentre continua ad aumentare il numero delle vittime dell’assedio e della carestia imposti da Israele. Secondo quanto riferito mercoledì dal ministero della Sanità palestinese, dall’inizio del genocidio nell’ottobre 2023, sono morte per fame e malnutrizione 111 persone, tra cui 81 bambini. Oltre 100 organizzazioni umanitarie — tra cui Amnesty International, Medici Senza Frontiere (MSF) e Oxfam — hanno avvertito mercoledì che la “fame di massa” si sta diffondendo a Gaza, con i loro colleghi nell’enclave che si consumano per la fame mentre Israele continua a bloccare l’ingresso degli aiuti da oltre quattro mesi. “I medici segnalano tassi record di malnutrizione acuta, in particolare tra i bambini e gli anziani” — si legge in una nota. “Si diffondono malattie come la diarrea acquosa acuta, i mercati sono vuoti, i rifiuti si accumulano, e gli adulti crollano per le strade per la fame e la disidratazione”. “A Gaza arrivano in media solo 28 camion al giorno — ben lontani dal soddisfare i bisogni di oltre due milioni di persone, molte delle quali non ricevono aiuti da settimane” — hanno aggiunto. “Il sistema umanitario guidato dall’ONU non ha fallito: gli è stato impedito di funzionare”. Le ONG hanno dichiarato che i governi devono smettere di aspettare un’autorizzazione per agire. “È il momento di agire con decisione: chiedere un cessate il fuoco immediato e permanente; revocare tutte le restrizioni burocratiche e amministrative; aprire tutti i valichi di frontiera; garantire accesso completo a tutta Gaza; rifiutare modelli di distribuzione controllati dai militari; ripristinare una risposta umanitaria guidata dall’ONU, fondata su principi, e continuare a finanziare organizzazioni umanitarie imparziali e indipendenti”. “Accordi parziali e gesti simbolici, come lanci aerei o accordi di aiuto difettosi, sono solo una cortina fumogena per l’inazione” — conclude la dichiarazione. “Non possono sostituire gli obblighi legali e morali degli Stati di proteggere i civili palestinesi e garantire un accesso efficace e su larga scala. Gli Stati possono e devono salvare vite umane prima che non ne resti più nessuna da salvare”.