La speranza in ciò che abbiamo

Comune-info - Friday, November 6, 2026

Il mondo che desideriamo non è del tutto estraneo al nostro presente. Esiste già, in forma fragile e incompiuta, nelle pratiche di chi prova a vivere diversamente, nella quotidianità delle persone che si prendono cura degli altri, si impegnano per la giustizia, costruiscono occasioni di incontro e solidarietà. La nostra responsabilità è non lasciarle sole. Una riflessione a partire da un testo di Giorgio Agamben

Khan Younis, sud della Striscia di Gaza. Foto di Sami Abuomar di Gaza FREEstyle. Un gruppo di bambini ha ripulito le macerie di un ex mercato e costruito un campo da pallavolo. “Non sconfiggerete mai la voglia di vivere dei palestinesi” scrive Gaza FREEstyle

C’è un testo apparso su Comune di Giorgio Agamben, intitolato “Speranza e desiderio“, che mi ha fatto fermare a riflettere. Sono poche righe, ma contengono un modo di guardare alla speranza che trovo particolarmente necessario, soprattutto in un tempo in cui sembra diventato difficile immaginare un futuro diverso.

Agamben comincia richiamando Dante e la condizione degli abitanti del Limbo, descritta da Virgilio con queste parole: «sanza speme vivemo in disio». Viviamo nel desiderio, ma senza speranza. È un’immagine che descrive con precisione una condizione che ci è familiare: continuiamo a desiderare un mondo più giusto, relazioni più umane, la pace, una società capace di non lasciare indietro nessuno. Eppure questi desideri convivono spesso con la sensazione che le cose non possano cambiare davvero. Desideriamo, ma facciamo fatica a credere nella possibilità che ciò che desideriamo possa realizzarsi. Il futuro appare come uno spazio difficile da abitare.

Agamben propone però un rovesciamento profondo. Siamo abituati a rivolgere la speranza verso un bene che ci manca, qualcosa che vorremmo raggiungere. Lui ci invita invece a rivolgerla «a quello che già abbiamo, al bene che è in noi, perché resti vivo e ci faccia vivere».

La speranza, allora, non deve necessariamente essere collocata tutta nel futuro, in un’attesa astratta. Può cominciare dal riconoscimento di ciò che già esiste e che rischiamo di non vedere più: le persone che si prendono cura degli altri, chi si impegna per la giustizia, chi costruisce occasioni di incontro e solidarietà. Presenze vive che impediscono al mondo di appiattirsi sull’indifferenza.

È qui che la riflessione di Agamben mi ha aperto una domanda. Quando scrive che «la speranza in ciò che abbiamo è una forma speciale di memoria», non leggo soltanto un invito a ricordare ciò che è stato. Mi sembra piuttosto un modo per interrogare il nostro rapporto con ciò che, nel presente, continua a meritare attenzione e cura.

Da questa intuizione nasce, almeno per me, un legame profondo tra memoria e responsabilità.

Tra memoria e responsabilità il passaggio non è automatico. È il percorso che queste parole mi suggeriscono. Ricordare, infatti, non significa semplicemente guardare indietro o celebrare nostalgicamente ciò che è stato, che si tratti delle conquiste democratiche, delle lotte per i diritti o dei gesti quotidiani di solidarietà. Se la memoria resta confinata al passato, perde gran parte della sua forza. Diventa invece una pratica viva quando ci chiama a riconoscere ciò che oggi è fragile e prezioso e a non lasciarlo dissolvere nell’indifferenza. In questo senso, la responsabilità non coincide con la semplice conservazione di ciò che esiste, ma con la scelta di accompagnarne la crescita e la possibilità di futuro.

Accogliere questo sguardo mi sembra importante per non rinunciare alla speranza. Il rischio, altrimenti, è duplice: da un lato lasciarsi sfuggire ciò che è già vivo e presente; dall’altro inseguire promesse astratte, prive di radici nell’esperienza concreta.

Ancorare la speranza a ciò che già esiste significa darle consistenza. Leggendo Agamben, mi pare che questa vigilanza sia una delle forme possibili del pensiero. A me suggerisce anche qualcosa di ulteriore: una responsabilità concreta verso quelle esperienze, relazioni e pratiche che rendono il mondo più abitabile. Non una conservazione immobile, ma una forma di fedeltà capace di generare nuova vita.

Questo non significa affatto accontentarsi né rinunciare a contrastare le ingiustizie e la negazione dei diritti. Al contrario, significa riconoscere che il mondo che desideriamo non è del tutto estraneo al nostro presente. Esiste già, in forma fragile e incompiuta, nelle pratiche di chi prova a vivere diversamente. La nostra responsabilità è non lasciarlo solo.

Agamben conclude identificando questa trasformazione della speranza in memoria con il pensiero, con «la vita della mente». È una conclusione che trovo particolarmente feconda. Se, come suggerisce Agamben, il pensiero nasce anche da questa capacità di custodire la memoria del bene che abbiamo, allora esso diventa anche una resistenza contro tutto ciò che tende a renderlo invisibile.

Da qui nasce, per me, una conseguenza ulteriore: pensare non significa soltanto comprendere il mondo, ma restare fedeli alle possibilità di umanità che esso già contiene. Per questo il mondo che desideriamo non comincia soltanto domani. È già presente, in modo fragile e incompiuto, nelle relazioni e nelle esperienze che ogni giorno lo rendono possibile. E forse sperare significa anche questo: riconoscerlo, averne cura e non lasciarlo scomparire.

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