Terza condanna per il Viminale: il “registro degli eventi critici” del CPR di Gjadër va reso pubblico

Pressenza - Friday, November 6, 2026

Con una decisione lampo – a quattro giorni dall’udienza – il 30 ottobre il TAR del Lazio ha riconfermato quanto detto meno di un anno fa: nuovamente riconosciuto il diritto di Altreconomia a consultare e far conoscere all’opinione pubblica il contenuto del documento.

Assistita dagli avvocati Anna Pellegrino, Salvatore Fachile e Federica Remiddi, Altreconomia ha impugnato il nuovo diniego della prefettura di Roma che aveva impedito di consultare il documento che racconta la sofferenza quotidiana nel centro di detenzione in Albania. Un ostacolo paradossale considerato che prima il Tar del Lazio e poi il Consiglio di Stato ne avevano già stabilito l’illegittimità.

Per la terza volta in meno di un anno il ministero dell’Interno è stato condannato per non aver consentito l’accesso al “registro degli eventi critici” del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gjadër in Albania.

Il 30 ottobre il Tribunale amministrativo del Lazio ha nuovamente riconosciuto con una decisione lampo – a quattro giorni dall’udienza – il nostro diritto a poterlo consultare e farne conoscere il contenuto all’opinione pubblica.

Un contenuto scomodo perché descrive la sofferenza quotidiana all’interno di quelle strutture presentate come “modello” dal governo di Giorgia Meloni. Forse proprio per questo il Viminale aveva fatto orecchie da mercante. Nonostante prima il 13 novembre 2025 e poi in appello il 26 marzo 2026, il Consiglio di Stato avesse già chiarito che non c’erano ragioni valide per non far conoscere ai giornalisti il contenuto di quel documento.

In particolare si paventava un pericolo di violazione della privacy, anche se nomi e cognomi delle persone all’interno del registro possano essere agevolmente cancellati.

“L’Amministrazione non è stata in grado di dimostrare per quale ragione la copia del registro, con oscuramento selettivo dei nominativi, ovvero dei codici identificativi, avrebbe potuto ciononostante esporre gli aventi diritto all’identificazione, escludendo tout-court la possibilità di un accesso parziale, risultante al contrario possibile e doveroso”, aveva scritto la massima autorità amministrativa nella sentenza.

Nonostante questo, una volta ottenuta copia del registro per il quale era stato presentato ricorso, abbiamo avanzato una nuova richiesta per poter visionare quello relativo al periodo compreso tra l’11 aprile 2025 e il 24 marzo 2026. Anche questa volta però la prefettura di Roma ha negato l’accesso al documento. In una nota a firma del prefetto Giannini tornava a essere sollevata la questione della privacy, già censurata in due gradi di giudizio, alla quale si aggiungevano ulteriori motivazioni.

Il primo riguardava possibili accertamenti investigativi in corso che richiedevano “un’apposita istruttoria presso gli uffici giudiziari ai fini dell’acquisizione delle previste autorizzazioni” e quindi la conoscibilità di quei documenti avrebbe ostacolato “il corso di possibili indagini di polizia”. Il secondo “la possibilità di rivelare punti di debolezza dell’infrastruttura e le modalità con cui i sistemi di protezione possono essere elusi, con evidenti pregiudizi delle esigenze di sicurezza”. E poi il terzo con cui addirittura si minava la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica perché il documento contiene informazioni “concernenti gli interventi delle forze di polizia con annotazione dei tempi di reazione, del numero di unità impiegate per sedare le criticità e delle tecniche operative utilizzate per ripristinare la sicurezza.

Altreconomia ha impugnato questo diniego difesa da Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Anna Pellegrino di fronte (nuovamente) al Tar del Lazio che, dopo l’udienza del 27 ottobre, ha deliberato in appena tre giorni. Il testo è un “copia e incolla” di quanto deciso un anno fa e poi di quanto scritto dal Consiglio di Stato, ribadendo che non vi sono ragioni “per discostarsi da tale posizione, considerato che questo caso è identico a quello già deciso, cosicché anche il ricorso in esame va considerato e pertanto accolto”.

“In tre diversi giudizi il ministero non è mai riuscito a dimostrare nulla di quello che sosteneva: prima la privacy, poi le indagini in corso, infine la sicurezza. Tutto questo è stato paventato come rischio ma mai ‘provato’. Evidentemente le ragioni erano altre ma giuridicamente insostenibili: non far conoscere che cosa succede in Albania”, sottolinea l’avvocata Pellegrino.

Leggendo il contenuto di quello che accade nel Cpr di Gjadër (come in tutti gli altri dieci attivi in Italia) si capisce il perché: dall’11 aprile al 28 maggio 2025 il bilancio, come detto, è di 54 annotazioni in 48 giorni, la maggior parte per autolesionismo (22), tentativi di suicidio (12) e proteste dei reclusi (11).

Il Tar ha dato trenta giorni alla prefettura di Roma per inviare il documento. Salvo un nuovo -e a questo punto improponibile- appello del ministero.

 

 

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