
Se la sicurezza limita la libertà
Comune-info - Thursday, October 29, 2026I giovani del collettivo artistico Rabbia dal Basso di Roma, protagonisti di un’iniziativa di solidarietà al Polo Civico Esquilino, sono stati identificati e trattenuti per diverse ore nella caserma dei Carabinieri di via Tasso. Un intervento che ha impedito loro di partecipare alla manifestazione del 24 ottobre e che solleva interrogativi sulle modalità dei controlli preventivi, sul rispetto delle libertà fondamentali e sul rapporto tra istituzioni e giovani impegnati nella partecipazione sociale. Un episodio che, insieme a quanto denunciato da altri studenti di alcune scuole romane pone una questione che va oltre i singoli fatti: quale spazio resta alla partecipazione e al dissenso quando la sicurezza rischia di trasformarsi in controllo?

Sabato 24 ottobre, a Roma, alcuni giovani del collettivo artistico Rabbia dal Basso sono stati fermati per strada dai Carabinieri, accompagnati nella caserma di via Tasso e trattenuti per diverse ore, senza poter partecipare alla manifestazione che intendevano raggiungere. A raccontare l’accaduto sono gli stessi ragazzi e ragazze del collettivo. Secondo la loro testimonianza, al momento dell’intervento le forze dell’ordine non erano neppure a conoscenza della loro intenzione di partecipare al corteo. Restano dunque da chiarire le ragioni e le modalità di un intervento che si è protratto per ore. Perché fermare per strada un gruppo di giovani e trattenerlo per diverse ore in caserma? Sulla base di quali elementi concreti è stata disposta una misura che ha inciso sulla loro libertà personale? La vicenda assume un rilievo ulteriore alla luce dell’impegno sociale dei giovani coinvolti. Poco tempo prima, gli stessi ragazzi avevano organizzato al Polo Civico Esquilino il brunch solidale “Un Futuro per Rama”, un’iniziativa per sostenere una loro coetanea palestinese in attesa di poter lasciare Gaza e raggiungere Roma per studiare all’università. Un’attività pubblica di solidarietà che rende ancora più importante comprendere le circostanze e le motivazioni dell’intervento, senza presumere un collegamento tra i due episodi.
Per contribuire alla raccolta fondi, i giovani del collettivo avevano realizzato opere artistiche appositamente dedicate al progetto, coinvolgendo gli studenti internazionali del corso di laurea in Global Humanities e la Comunità Afghana di Roma, che aveva partecipato preparando piatti della propria tradizione. Un’esperienza di solidarietà concreta, nella quale arte, cultura e partecipazione giovanile si erano incontrate per sostenere il diritto allo studio e costruire relazioni tra comunità diverse.
È proprio questo contrasto a colpire: da una parte giovani impegnati in attività di cittadinanza attiva, dall’altra un intervento delle forze dell’ordine che li ha portati a trascorrere diverse ore in caserma.

Il confine tra sicurezza e libertà
Durante la giornata del 24 ottobre, Roma è stata assediata da un ampio dispositivo di sicurezza, con controlli predisposti in occasione delle manifestazioni. Ma la tutela della sicurezza pubblica non può prescindere dal rispetto delle libertà fondamentali.
L’articolo 13 della Costituzione stabilisce che la libertà personale è inviolabile e disciplina rigorosamente le possibili restrizioni. L’articolo 17 riconosce il diritto dei cittadini di riunirsi pacificamente e senz’armi. Sono principi che impongono di valutare con attenzione il fondamento giuridico, la necessità e la proporzionalità di qualsiasi intervento che limiti concretamente la libertà delle persone.
Le forze dell’ordine dispongono di poteri di identificazione e, nei casi previsti dalla legge, di accompagnamento presso i propri uffici e come ben sappiamo i recenti decreti sicurezza danno ulteriore copertura a queste operazioni di polizia. Ma questi poteri dovrebbero avere dei presupposti, finalità e limiti. Non possono diventare strumenti generalizzati di controllo preventivo, svincolati da circostanze specifiche e verificabili.
Nel caso dei giovani di Rabbia dal Basso, la durata del trattenimento e le circostanze dell’intervento rendono indispensabile una spiegazione puntuale.
Non basta richiamare genericamente la necessità di prevenire eventuali disordini. Occorre chiarire quali elementi concreti abbiano giustificato l’accompagnamento in caserma di ciascuno dei ragazzi e perché sia stato necessario trattenerli per diverse ore.
La distinzione è fondamentale. Qualsiasi misura restrittiva deve avere un fondamento previsto dalla legge e rispettare le garanzie individuali. La semplice appartenenza a un collettivo o la presunta intenzione di partecipare a una manifestazione non possono, da sole, essere considerate una giustificazione sufficiente per limitare la libertà personale.
La mancanza di spiegazioni pubbliche non dimostra automaticamente l’illegittimità dell’intervento. Ma rende indispensabile conoscere i presupposti effettivi della decisione, le procedure adottate e le ragioni della sua durata.
Non è soltanto una questione giuridica. È anche una questione democratica, perché riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni e la possibilità di esercitare i propri diritti senza temere limitazioni arbitrarie o insensate.
Quale spazio lasciamo ai giovani?
C’è un’altra questione, forse meno immediata, che questa vicenda porta alla luce. Riguarda il rapporto che questo modello di sicurezza sta costruendo con le nuove generazioni.
Oggi chiediamo continuamente ai giovani di impegnarsi, di non isolarsi, di partecipare alla vita collettiva, di assumersi responsabilità. Ci interroghiamo sulla loro solitudine, sulla difficoltà di costruire relazioni, sulla distanza dalla politica e sulla crescente sfiducia verso le istituzioni.
Eppure, quando alcuni ragazzi decidono di organizzarsi davvero, di sostenere cause politiche e sociali attraverso modalità pacifiche e nonviolente, di mettere la propria creatività al servizio della solidarietà, non sempre trovano il riconoscimento e l’attenzione che queste esperienze meriterebbero.
I ragazzi e le ragazze di Rabbia dal Basso hanno scelto di incontrarsi, costruire un collettivo artistico, confrontarsi su ciò che accade nel mondo, prendere posizione e impegnarsi concretamente. Lo hanno fatto anche attraverso il Polo Civico Esquilino, uno spazio sociale che rende possibili relazioni tra generazioni, culture e comunità differenti.
Sono esperienze preziose, soprattutto in una società nella quale trovare luoghi accessibili di incontro, aggregazione e socialità non è sempre facile. Spazi nei quali non sia necessario consumare qualcosa per stare insieme, dove sia possibile costruire idee, confrontarsi, esprimere dissenso e sperimentare forme di partecipazione collettiva.
I ragazzi hanno sempre più bisogno di ritrovarsi in luoghi dove senza paternalismo , possono sentirsi accolti, ascoltati, riconosciuti e dove possano vivere un loro spazio di autonomia. Possono sperimentare responsabilità, elaborare idee, confrontarsi con punti di vista differenti, imparare a gestire le divergenze e trovare forme collettive di espressione.
Il compito di una comunità responsabile dovrebbe essere anche quello di favorire le condizioni perché il dissenso, anche quando è scomodo, possa esprimersi attraverso il confronto, la responsabilità e la partecipazione no violenta.
È qui che quanto accaduto il 24 ottobre solleva una domanda aperta. Quale messaggio arriva a questi ragazzi quando, dopo essersi impegnati in attività sociali e culturali, vengono accompagnati in caserma e trattenuti per diverse ore, senza che siano state pubblicamente chiarite le ragioni specifiche dell’intervento?
Non si tratta soltanto del fatto che, a causa del trattenimento, non abbiano potuto partecipare alla manifestazione. Si tratta dell’esperienza di una limitazione della propria libertà, delle modalità con cui viene esercitato il potere e delle conseguenze che questo può produrre sul rapporto tra giovani, istituzioni e società.

Non rischiamo, attraverso interventi di cui non si comprendono le ragioni, di alimentare proprio quella distanza, quella sfiducia e quelle tensioni che il lavoro quotidiano delle realtà sociali cerca di ridurre?
È una domanda che merita attenzione. Perché costruire fiducia richiede tempo, ascolto, cura e presenza. Richiede adulti, associazioni, educatori, istituzioni e comunità disponibili a riconoscere i giovani come interlocutori, non soltanto come destinatari di interventi o potenziali problemi da gestire.
Chi opera nei territori conosce la fatica di questo lavoro. Il ruolo delicato che hanno le comunità educanti è quello di creare continuità nelle relazioni, coinvolgere i ragazzi, accompagnare esperienze di autorganizzazione e trasformare energie, inquietudini e domande di cambiamento in percorsi collettivi. Sa anche quanto facilmente la fiducia possa essere compromessa da episodi vissuti come ingiusti o incomprensibili.
La sicurezza non si costruisce attraverso il controllo. Si costruisce attraverso la qualità delle relazioni sociali, la possibilità di partecipare, il riconoscimento reciproco e la presenza di luoghi nei quali i conflitti possano essere espressi ed elaborati senza trasformarsi in violenza.
La domanda allora diventa anche un’altra: che senso ha investire nella costruzione di spazi di aggregazione, nella partecipazione giovanile, nella prevenzione del disagio e nella coesione sociale, se poi non prestiamo sufficiente attenzione agli effetti che determinate pratiche di controllo possono avere proprio su questi percorsi?
Non possiamo chiedere ai giovani di impegnarsi, di non isolarsi, di partecipare alla vita collettiva e poi sottovalutare ciò che accade quando incontrano forme di esercizio dell’autorità che non vengono adeguatamente spiegate.
È una contraddizione sulla quale occorre interrogarsi, senza semplificazioni. Perché il bisogno di sicurezza dei cittadini e il bisogno dei giovani di essere ascoltati, riconosciuti e liberi di partecipare non dovrebbero essere considerati esigenze contrapposte.

Quando la prevenzione rischia di scoraggiare la partecipazione
In assenza di motivazioni chiare e verificabili, episodi come questo rischiano di alimentare la sfiducia tra giovani e istituzioni e di scoraggiare la partecipazione pubblica. Un rischio ancora più significativo quando riguarda ragazzi e ragazze che si organizzano e si impegnano in iniziative sociali, culturali e umanitarie.
Se l’appartenenza a un gruppo, la presenza in un luogo o la presunta intenzione di partecipare a una manifestazione diventassero elementi sufficienti a giustificare trattenimenti prolungati, il confine tra prevenzione e limitazione delle libertà fondamentali rischierebbe di assottigliarsi.
La questione va oltre il diritto di manifestare: riguarda la libertà di movimento e il rischio che il timore di essere fermati finisca per scoraggiare l’esercizio di un diritto, senza bisogno di vietarlo formalmente.
Il Polo Civico Esquilino, dove il collettivo ha organizzato l’iniziativa solidale per Rama, rappresenta uno di quei luoghi in cui la partecipazione diventa concreta: associazioni, studenti e comunità diverse si incontrano per costruire progetti condivisi.
Difendere questi spazi significa riconoscere il valore sociale dell’impegno collettivo e del dissenso pacifico. Non perché chi vi partecipa debba godere di maggiori diritti, ma perché una società democratica dovrebbe considerare la partecipazione giovanile una risorsa, non un motivo di sospetto.
Non possiamo restare a guardare
Quanto accaduto ai giovani di Rabbia dal Basso non può lasciarci indifferenti. Certo, servono risposte. Dobbiamo sapere perché quei ragazzi e quelle ragazze sono stati portati in caserma e trattenuti per ore. Ma c’è una domanda ancora più grande che riguarda tutti e tutte noi: che società stiamo diventando se incontrarsi, organizzarsi e partecipare rischia di trasformarsi in un motivo di sospetto?
Non possiamo abituarci all’idea che la sicurezza significhi sempre più controlli, più paura, meno libertà. Non possiamo accettare come normale che dei giovani che costruiscono relazioni, fanno arte, organizzano iniziative di solidarietà e vogliono far sentire la propria voce possano ritrovarsi a dover giustificare la loro presenza nello spazio pubblico.
La vicenda di Rabbia dal Basso non è isolata. Nella stessa giornata del 24 ottobre, anche alcuni studenti minorenni del liceo Pilo Albertelli e di altre scuole romane sarebbero stati fermati e identificati mentre si recavano a una manifestazione. Un gruppo di genitori ha denunciato, attraverso una lettera aperta, trattenimenti prolungati e modalità ritenute intimidatorie, esprimendo preoccupazione per le conseguenze sulla fiducia dei ragazzi nelle istituzioni e sulla loro libertà di partecipazione.
Episodi che, pur nelle loro differenze, sollevano una questione comune e chiamano in causa anche la responsabilità della società civile, delle associazioni e della cittadinanza: non lasciare che un modello di sicurezza fondato sul controllo e sul sospetto finisca per restringere gli spazi di libertà e di partecipazione, soprattutto delle nuove generazioni.
Perché è proprio questo il rischio di un modello securitario che mette il controllo davanti alle persone: che poco alla volta ci abituiamo, che smettiamo di farci domande, che ciò che oggi ci indigna domani ci sembri normale.
E invece non deve diventare normale.
Non deve diventare normale che dei giovani vengano trattenuti per ore senza che siano chiarite pubblicamente le ragioni. Non deve diventare normale guardare con sospetto chi si organizza, chi pratica solidarietà, chi prova a cambiare le cose.
La vicenda di Rabbia dal Basso ci riguarda tutti e tutte. Perché oggi sono quei ragazzi, domani potrebbe essere chiunque scelga di partecipare, manifestare o semplicemente occupare uno spazio pubblico insieme ad altri.
La democrazia non si difende soltanto chiedendo conto di ciò che accade. Si difende non restando in silenzio, prendendosi cura degli spazi comuni, costruendo legami e rifiutando di considerare inevitabile una società in cui la paura prende il posto della libertà.
È da qui che dobbiamo ripartire. Insieme.
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