
Quale società stiamo costruendo
Comune-info - Thursday, October 29, 2026Non basta domandarsi come fermare le destre, dobbiamo domandarci quale società stiamo costruendo, dobbiamo partire dalla capacità di non rinunciare alle domande. La democrazia non è qualcosa che, una volta conquistato, ci appartiene per sempre. È una pratica da ricostruire, ogni volta, nelle relazioni e nelle istituzioni, molto oltre le vittorie elettorali. Si tratta di un modo diverso di abitare la società
Napoli 24 ottobre 2026, manifestazione contro il carovita. Foto di Ferdinando KaiserCi sono momenti in cui quello che accade in un paese lontano ci riguarda più di quanto immaginiamo. Non perché le situazioni siano uguali, né perché le storie possano essere sovrapposte, ma perché ci costringono a porci domande che attraversano tutte le nostre democrazie.
In Brasile, Lula ha vinto le elezioni del 25 ottobre, battendo Flávio Bolsonaro al ballottaggio. Poche settimane fa il ritorno al potere della famiglia Bolsonaro appariva una possibilità concreta; tuttavia, la campagna elettorale, la mobilitazione nelle piazze e la partecipazione sui social hanno contribuito a una rimonta che ha portato alla riconferma di Lula. In Serbia, dopo quasi due anni di proteste contro la corruzione e il crescente autoritarismo, gli studenti hanno portato la loro sfida fino alle urne, sconfiggendo il blocco politico che faceva capo ad Aleksandar Vučić. Una protesta nata dalla richiesta di responsabilità per la morte di sedici persone nel crollo della pensilina della stazione di Novi Sad è così diventata una domanda più ampia: quale paese vogliamo essere? Quali istituzioni vogliamo?
Sono vicende diverse, ma in entrambe c’è qualcosa che merita attenzione: persone che non si sono rassegnate all’idea che la politica fosse ormai una questione riservata a chi detiene il potere si sono fatte sentire, sono scese in piazza, hanno chiamato tutti alla lotta per la democrazia e hanno provato a riaprire uno spazio, a dire che il futuro non è già deciso. Non significa che una vittoria elettorale risolva d’incanto i problemi di un paese: Lula dovrà governare con un Parlamento in cui le forze conservatrici mantengono un peso importante, e in Serbia la vittoria degli studenti apre una fase nuova ma non cancella le difficoltà che hanno generato la protesta.
Eppure, queste vicende ci restituiscono una possibilità che troppo spesso dimentichiamo: le cose possono cambiare anche quando sembrano destinate a restare come sono.
Il consenso e le sue contraddizioni
Ma è proprio qui che occorre fermarsi. Perché, accanto alla domanda su come si possa costruire un’alternativa, ce n’è un’altra, forse più difficile: come può una società continuare, invece, a sostenere un potere che produce sofferenza, restringe i diritti o mette in discussione i principi democratici che dovrebbero proteggerla? Dopo la Seconda guerra mondiale, i processi di Norimberga e Tokyo posero una questione che non poteva esaurirsi con la condanna dei responsabili dei crimini: quale rapporto era esistito tra quei regimi e le società che li avevano sostenuti? Quale responsabilità avevano avuto le popolazioni, al di là di quella dei governanti e degli esecutori materiali? È una domanda che non appartiene soltanto alla storia.
Oggi ci troviamo di fronte a società nelle quali governi contestati per le loro politiche, per le violazioni dei diritti o per l’indebolimento delle istituzioni democratiche continuano a raccogliere un consenso significativo. Occorre comprendere perché una parte della popolazione continui a riconoscersi in quel potere, anche quando le conseguenze delle scelte sembrano contraddire gli interessi e i valori che dichiara di difendere. Perché una persona può trovarsi in difficoltà economica e continuare a votare per chi non migliora le sue condizioni? Perché può subire gli effetti di politiche ingiuste e considerarle comunque necessarie? Perché può riconoscere la sofferenza del proprio gruppo e diventare indifferente a quella degli altri? Non credo che esista una sola risposta.
Ci sono la paura, il bisogno di sicurezza, l’appartenenza, la ricerca di un’identità, il risentimento, la sfiducia nelle alternative. C’è il desiderio di trovare qualcuno che sappia indicare con chiarezza chi è dalla nostra parte e chi è il nemico, e c’è la difficoltà di vivere dentro una realtà complessa, nella quale le responsabilità sono distribuite, le cause si intrecciano e le soluzioni richiedono tempo. Una risposta autoritaria offre una rassicurazione immediata: promette ordine, indica un colpevole, separa il mondo in amici e nemici, pur rischiando di aggravare i problemi che dichiara di voler risolvere. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante: non sempre il consenso nasce dall’ignoranza di ciò che accade. A volte nasce dalla disponibilità ad accettare ciò che accade agli altri, purché si ritenga che serva a proteggere noi stessi.
È una differenza sostanziale, che ci obbliga a interrogarci non soltanto sulla manipolazione del potere, ma sui confini della nostra responsabilità morale.
Naturalmente le responsabilità non sono tutte uguali – non possiamo mettere sullo stesso piano chi decide una guerra, chi commette un crimine, chi lo sostiene consapevolmente e chi vive nella paura o nella disinformazione –, ma comprendere le condizioni che producono il consenso non significa cancellare la capacità delle persone di giudicare e scegliere.
E in Israele?
Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno restituito un paese profondamente diviso, senza una maggioranza parlamentare chiaramente definita. Ma il dramma di fondo va ben oltre la contrapposizione tra questo o quel partito, o la figura di Netanyahu: il vero nodo è che, a prescindere da chi vinca o da quale governo si formerà, la prospettiva per la Palestina rischia di non cambiare in modo sostanziale, schiacciata com’è dal dominio incontrastato di un’idea di sicurezza perseguita a qualsiasi costo.
Come si spiega che, dopo la devastazione di Gaza, l’estensione dei conflitti e le contestazioni rivolte al governo, una parte così significativa della società israeliana continui a sostenere forze oltranziste, mentre anche gran parte dell’opposizione fatica a mettere in discussione i fondamenti di quella stessa politica? E come si spiega, nello stesso tempo, che tanti cittadini israeliani chiedano un cambiamento e contestino le scelte del governo?
Non possiamo rispondere ignorando il trauma del 7 ottobre, le vittime, i rapimenti, la paura e il bisogno di sicurezza. Ma non possiamo neppure considerare il dolore subito una ragione sufficiente per accettare qualsiasi conseguenza delle politiche intraprese in nome di quella stessa sicurezza. Il dolore può aprire alla comprensione della sofferenza altrui oppure chiudere in una convinzione tragica: che soltanto la nostra vita conti, che soltanto la nostra paura sia legittima, che i diritti degli altri possano essere sospesi, fino a smarrire la propria umanità e “diventare simili ai loro carnefici”.
È qui che una società si trova davanti a una scelta profonda, che non riguarda soltanto il governo da eleggere, ma l’idea stessa di convivenza che vuole difendere. La democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di votare, ma dal riconoscimento dei diritti di chi appartiene a un’altra comunità, di chi è minoranza, di chi non può difendersi con la stessa forza. E il rispetto della dignità umana non può dipendere dall’appartenenza nazionale o dalla possibilità di ricambiare il male subito.
L’Italia e l’Europa
Anche noi dobbiamo porci queste stesse domande. In Italia, il governo Meloni conserva un consenso consistente, mentre le difficoltà economiche e sociali, la precarietà, le disuguaglianze e le preoccupazioni per il futuro attraversano la vita di molte persone. In Europa, forze nazionaliste e di destra radicale continuano a raccogliere sostegno in paesi diversi, facendo leva sulla paura, sulla sicurezza e sulla promessa di ristabilire un ordine perduto. In questo scenario, si confermano spesso tendenze profondamente disumane nei confronti dei migranti, accompagnate da un’incapacità strutturale di ascoltare i giovani e di dare valore alle istanze di cambiamento che esprimono.
Non basta allora denunciare le contraddizioni di chi governa. Se vogliamo comprendere ciò che accade, dobbiamo chiederci che cosa renda quelle proposte convincenti per una parte della società: quali bisogni intercettano, quali paure interpretano, quali domande lasciamo senza risposta. Non possiamo attribuire tutto alla propaganda, come se le persone fossero soltanto vittime passive di ciò che viene raccontato. Il consenso nasce anche da convinzioni profonde, interessi, identità, esperienze personali e delusioni accumulate. Per questo contrastarlo richiede più della semplice denuncia: richiede di ricostruire legami, offrire risposte credibili, rendere visibili alternative capaci di incidere nella vita concreta delle persone.
Accanto a ciò c’è l’astensione, che non sempre significa disinteresse. Può esprimere la sensazione che nessuno rappresenti davvero le proprie domande, che le decisioni importanti siano già prese altrove, che votare non serva a modificare ciò che conta. Quando questa convinzione si diffonde, la democrazia rischia di perdere proprio ciò di cui ha più bisogno: la partecipazione di chi non si sente ascoltato.
Forse dovremmo smettere di considerare il consenso un dato immobile e chiederci come si forma, come si trasforma, quali condizioni permettono alle persone di sottrarsi alla rassegnazione. Il Brasile e la Serbia ci ricordano che la mobilitazione può riaprire possibilità che sembravano chiuse. Israele ci mostra quanto sia difficile trasformare una società attraversata dalla paura e dalla guerra. L’Italia e l’Europa ci pongono davanti alla necessità di comprendere perché la promessa di ordine e protezione continui a risultare convincente, anche quando entra in conflitto con i diritti e con la giustizia sociale.
Non ci sono percorsi uguali, né risultati garantiti, ma c’è una domanda che attraversa tutte queste esperienze: che cosa permette alle persone di riconoscersi come parte di una comunità democratica, anziché come individui impauriti che cercano protezione a qualsiasi prezzo?
Una democrazia ha bisogno di cittadini capaci di formarsi un giudizio, di confrontarsi con le ragioni degli altri, di riconoscere i limiti del proprio gruppo. Ha bisogno di una società nella quale la sicurezza non sia contrapposta alla libertà, e la dignità di alcuni non venga difesa sacrificando quella di altri. Ma questa capacità non nasce nel vuoto: si costruisce attraverso l’educazione, le relazioni, la partecipazione, la possibilità di vivere con dignità. Si costruisce anche quando le istituzioni dimostrano che le persone contano, che la loro voce può incidere, che la politica non è soltanto una competizione tra gruppi di potere.
Per questo non credo che basti domandarsi come fermare la destra o come vincere le prossime elezioni. Dobbiamo domandarci quale società stiamo costruendo, quali bisogni lasciamo senza risposta, quali disuguaglianze rendiamo normali, quale idea di umanità trasmettiamo. E dobbiamo continuare a chiederci che cosa accade quando la sofferenza degli altri smette di rappresentare un limite alle nostre scelte politiche.
Forse è proprio da qui che occorre ripartire: non dalla certezza di possedere tutte le risposte, ma dalla capacità di non rinunciare alle domande. Perché la democrazia non è qualcosa che, una volta conquistato, ci appartiene per sempre. È una pratica da ricostruire, ogni volta, nelle istituzioni e nelle relazioni, nella possibilità di dissentire e in quella di riconoscere nell’altro qualcuno i cui diritti non dipendono dal fatto che ci somigli.
Le piazze brasiliane e quelle serbe ci dicono che le persone possono tornare protagoniste. La domanda è se sapremo creare le condizioni perché questa possibilità non si esaurisca in una vittoria elettorale, ma diventi un modo diverso di abitare la società. E se sapremo farlo anche noi.
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