Piazze in rivolta: perché ci serve un Ministero della Pace

Pressenza - Thursday, October 29, 2026

La voce che si leva dalle piazze europee e italiane non nasce da un semplice disagio generazionale. Sono il segnale di una gioventù che chiede di contare, di partecipare e di ridisegnare un futuro più giusto. I giovani non contestano solo ciò che non funziona: denunciano l’abisso tra le promesse delle istituzioni e la realtà quotidiana, tra i valori sbandierati e le scelte economiche che condizionano le loro esistenze.

Ci chiedono quale società stiamo costruendo. Ci interrogano sul senso di un modello che misura il progresso unicamente attraverso il PIL, la produttività e il profitto, relegando ai margini la dignità umana, la qualità delle relazioni e la felicità delle persone. Liquidare questa domanda come un problema di ordine pubblico è miope.

Dobbiamo interrogarci sulle responsabilità delle istituzioni nel creare il terreno fertile in cui germogliano rabbia, esclusione e conflitto.

La violenza non si esaurisce nelle armi. Esiste una violenza sistemica, invisibile ma implacabile: quella che produce povertà e disuguaglianze, che umilia, esclude e trasforma l’insicurezza in una condizione permanente. È una violenza che si insinua nelle strutture economiche, nel linguaggio e nell’indifferenza con cui accettiamo sofferenze evitabili.

Le logiche tribali, la polarizzazione e l’anestesia morale giustificano ogni forma di dominio. È il terreno su cui prospera la necropolitica: il potere di decidere quali vite proteggere e quali lasciare esposte all’abbandono o alla morte.

Abbiamo bisogno di condizioni sociali e politiche in cui i conflitti non degenerino. Ma la pace non si ottiene invocandola: richiede competenze. Servono pensiero critico, alfabetizzazione mediatica e digitale per smascherare algoritmi e manipolazioni. Servono educazione emotiva, ascolto attivo e comunicazione nonviolenta per trasformare il dissenso in confronto costruttivo.

Competenze fondamentali che non possono essere affidate alla buona volontà di singoli insegnanti o associazioni, ma che devono diventare pilastri strutturali dei percorsi educativi, delle amministrazioni e delle politiche pubbliche. Senza un investimento programmatico nella formazione dei cittadini e nella prevenzione sociale, la convivenza civile rischia di rimanere un guscio vuoto, costantemente esposto alla cassa di risonanza dell’odio e della paura.

Lo stesso vale per l’Europa. Se vogliamo un’Unione capace di promuovere diritti e giustizia, dobbiamo investire non solo nella difesa militare, ma nella prevenzione, nella diplomazia e nella coesione sociale. La sicurezza non è la sola reazione alla minaccia: è la capacità di estirparne le radici profonde e di costruire tessuti comunitari capaci di resistere alle tensioni geopolitiche e interne: la vera sicurezza è quella umana!

Ed è proprio a questo orizzonte a cui risponde la scienza amministrativa del peacebuilding, che trova nel Ministero della Pace come innovativo dicastero di politiche attive, la sua naturale architettura istituzionale: una struttura capace di restituire alla pace la dignità di priorità pubblica e di bene comune. Riconoscere la pace come funzione essenziale dello Stato significa dotarla di responsabilità definite, continuità d’azione e risorse adeguate.

Un Ministero della Pace darebbe finalmente coerenza a politiche oggi frammentate tra educazione, politiche giovanili, cooperazione internazionale, servizio civile e difesa nonviolenta e non armata. Potrebbe promuovere programmi permanenti di educazione alla pace, sostenere i territori nella gestione dei conflitti locali e spostare l’asse dell’azione pubblica dall’emergenza alla prevenzione.

Non un’istituzione burocratica che parla ai giovani al posto loro, ma una struttura aperta che valorizza le loro competenze e li rende protagonisti reali delle decisioni collettive e soprattutto non li condanna solo a subire la violenza sistemica e a riprodurla.

Istituire un Ministero della Pace significa affermare che la nonviolenza non è debolezza, ma una scelta politica lucida, rigorosa e indispensabile per la stabilità democratica. Significa trattare la prevenzione con la stessa serietà e i medesimi budget riservati alle crisi civili o militari.

Non dobbiamo chiedere ai giovani di smettere di protestare. Dobbiamo costruire istituzioni capaci di ascoltare le ragioni della loro rabbia e di trasformarle in cambiamento. La pace non è un’alternativa ingenua alla politica: è la sua responsabilità più alta.

Scegliere di investire nella prevenzione significa decidere che la violenza non è un destino inevitabile, ma la conseguenza di scelte omissioni che possiamo e dobbiamo correggere.

Perché i giovani non sono soltanto il futuro della pace: sono la responsabilità del nostro presente. E un Paese che vuole davvero consegnare loro un domani diverso deve cominciare oggi a dare alla pace competenze, risorse e istituzioni concrete.

Laila Simoncelli

Redazione Italia