Dopo giorni di gogna mediatica, il caso di Youssef Siher è finito in nulla

L'INDIPENDENTE - Thursday, October 29, 2026

Dopo essere stato accusato di essere una possibile spia dell’Algeria, un potenziale infiltrato di Hamas, e un presunto terrorista islamico, Youssef Siher, il fondatore della pagina social del Movimento 17/10 è stato rilasciato. Siher era indagato per diversi reati, tra cui quello di terrorismo, ma la richiesta di fermo si concentrava sul solo reato di istigazione a delinquere con finalità terroristica. La gip di Milano, tuttavia, ha riconosciuto che nessuno dei messaggi di Siher incitava alla violenza e ha disposto la sua liberazione per l’infondatezza delle accuse. La decisione della giudice non è bastata a frenare la strumentalizzazione politica, con la premier Meloni che ha definito «vergognosa» la scelta della magistratura e rilanciato la fake news che attribuiva a Siher l’organizzazione dei disordini del 17 e 18 ottobre, nonostante la pagina da lui fondata sia sorta dopo gli eventi. Anche Tajani ha attaccato la giudice, giudicando la sua scelta «grave» perché «demotiva le forze dell’ordine».

«Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram del Movimento 17 ottobre, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi edifici commerciali a Milano». Le parole di Meloni, dure nei toni, ma prive di aderenza ai fatti, approfittano del caso mediatico della settimana per scoccare un altro attacco alla magistratura e accusarla di parzialità. In occasione della conferenza stampa sulla nuova manovra di bilancio, le è stato fatto notare che la pagina fondata da Siher sia sorta dopo le manifestazioni che hanno portato ai disordini di Milano, e la premier, con tono apparentemente stizzito, ha corretto il tiro, rilanciando tuttavia le accuse a Siher: «Sono molto contenta che lei ci tenga a difendere questa persona; effettivamente nel video ho sbagliato il tempo di un verbo, perché il tempo del verbo che avrei dovuto usare era “delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni” e invece ho detto “che hanno portato alle manifestazioni”. Ciò non toglie che Youssef Siher era indagato esattamente per quello che io ho detto».

Vale la pena ricordare al lettore che non è una mera questione di passato o trapassato. Nelle undici pagine di richiesta di convalida di fermo, che L’Indipendente ha letto integralmente, si legge che Siher era indagato per istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità terroristica, terrorismo e violenza organizzata, reato introdotto dal governo Meloni due giorno dopo la nascita della pagina del Movimento. Alla fine è stato accusato solo di istigazione a delinquere. Le accuse sostenevano che Siher avesse volontariamente generato uno scenario di terrore nella popolazione e incitato alla violenza; secondo la procura, inoltre, esisteva il rischio che fuggisse dall’Italia. Le frasi incriminate? «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove»; e ancora, «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». A Siher veniva contestato anche di aver condiviso un manuale di piazza contenente indicazioni generiche su come evitare di fare male a sé e agli altri; il documento da cui Siher sarebbe partito per redigere il proprio conterrebbe anche immagini illustrative sull’uso di scudi e vernice per contrastare le forze dell’ordine. Quest’ultimo, in ogni caso, non è mai stato reso pubblico.

Nella sua pagina Instagram e nella gemella su Telegram, Siher non incita mai alla violenza, ma si limita a muovere critiche, pur aspre, alle politiche del governo, con lo scopo esplicito di accrescere la coscienza collettiva. Sono queste le motivazioni con cui la gip di Milano ha disposto la sua liberazione. L’uso di espressioni colorite contro il governo «non può ritenersi integrante il delitto di istigazione a commettere delitti contro l’ordine pubblico»; gli inviti ad atti di disobbedienza civile «non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti»; il manuale con illustrazioni giudicate violente «non risulta essere stato integralmente pubblicato», mentre le pagine diffuse «non contengono riferimenti a strumenti offensivi»; la finalità della protesta lanciata da Siher era quella di «promuovere la formazione di una coscienza collettiva», non quella terroristica; infine, il pericolo di fuga non è comprovato da alcun elemento. Insomma, dichiarare «guerra al presente infame» non equivale a dichiarare guerra allo Stato, così come scrivere che i lacrimogeni non vanno raccolti da terra perché incandescenti non costituisce un atto di preparazione alla guerriglia.

La gip ha risposto duramente alle critiche di Meloni: «Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo ricoprenti anche cariche istituzionali rilasciate all’esito della decisione della giudice sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto», si legge nel comunicato della giudice; «La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione». Con questo scontro istituzionale, su cui anche Tajani e Salvini hanno voluto dire la loro, il caso Siher pare volgere al termine. Si chiude dopo una settimana di accuse mosse senza il supporto di alcuna prova e la diffusione di evidenti fake news, che paiono avere avuto il solo effetto di distogliere l’attenzione dalle ragioni reali del malcontento della popolazione e dalle numerose proteste che stanno attraversando la penisola, da Nord a Sud.

The post Dopo giorni di gogna mediatica, il caso di Youssef Siher è finito in nulla appeared first on L'Indipendente.