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Ddl “Antisemitismo”: una ragion di stato filoisraeliana per reprimere il dissenso
MEMORIA STRUMENTALIZZATA, DISSENSO CRIMINALIZZATO: PERCHÉ LA DEFINIZIONE IHRA MINACCIA LA DEMOCRAZIA ITALIANA Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata uno dei laboratori più avanzati in Europa per la trasformazione dell’antisemitismo — reale e gravissimo fenomeno da combattere — in strumento di repressione politica. Dietro la retorica della “difesa della memoria”, si sta costruendo un impianto normativo e culturale che equipara critica a Israele, solidarietà con il popolo palestinese occupato, e attivismo per i diritti umani a forme di odio razziale. Al centro di questa deriva c’è la definizione IHRA dell’antisemitismo: un testo non giuridico, politicamente orientato, adottato nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance e da allora promosso con crescente aggressività da governi, istituzioni e lobby legate allo Stato di Israele. UNA LUNGA STORIA La screditata definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è sempre più utilizzata come strumento per reprimere le critiche alle politiche di Israele, inclusa l’occupazione illegale, la discriminazione razziale e atti che equivalgono a genocidio, nonché l’attivismo fondato sui diritti umani e sul diritto internazionale. L’IHRA si inserisce in una lunga traiettoria di protezione di Israele dalle responsabilità legali ogniqualvolta le sue politiche di spossessamento e oppressione siano oggetto di scrutinio internazionale. Dalle prime manovre retoriche degli anni Sessanta, al discorso sul “nuovo antisemitismo” emerso negli anni Settanta e Ottanta, fino all’adozione formale della definizione IHRA nel 2016, tali sforzi hanno costantemente confuso la critica legittima a Israele con l’antisemitismo. > Le accuse di antisemitismo come strumento di diplomazia politica si sono > storicamente intensificate nei momenti di maggiore pressione internazionale su > Israele per violazioni dei diritti umani. Negli anni Sessanta, il ministro degli Esteri Abba Eban paragonò la richiesta di ritiro dai territori occupati ai confini di Auschwitz, inquadrando il dibattito in termini emotivi e delegittimando la critica internazionale. Negli anni Settanta e Ottanta, con l’aumento dello scrutinio sulle politiche israeliane, si affermarono le narrazioni sul “nuovo antisemitismo”, inizialmente rivolte contro la sinistra occidentale e successivamente, dagli anni Duemila, anche contro organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch. In questo contesto si sviluppò la definizione operativa di antisemitismo che sarebbe stata adottata dall’IHRA nel 2016, attraverso processi di redazione guidati da gruppi di advocacy filo-israeliani che equiparano antisionismo e antisemitismo e sopprimono il diritto all’autodeterminazione palestinese. Dopo il 2014, in seguito all’operazione “Margine Protettivo” su Gaza, le accuse di “nuovo antisemitismo” si intensificarono, colpendo in particolare il movimento BDS (Boycott Divest Sanctions), descritto dal governo israeliano come “antisemitismo sotto nuove vesti”. SOPPRIMERE LA CRITICA ALL’APARTHEID E AL GENOCIDIO SU SCALA INTERNAZIONALE Un esempio centrale della definizione IHRA — che qualifica come antisemita il sostenere che Israele si sia costituito e continui a reggersi attraverso politiche di stampo razzista — ha reso la definizione uno strumento privilegiato per attaccare i rapporti che, dal 2021, sulla scia dei rapporti e delle analisi della società civile palestinese, hanno descritto Israele come un regime di apartheid, tra cui quelli di B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International. Tali rapporti sono stati respinti come antisemiti dalle autorità israeliane e da organizzazioni a esse allineate, richiamandosi esplicitamente agli esempi IHRA relativi alla “demonizzazione” e ai “doppi standard”. Dopo il 2016, la definizione IHRA è stata adottata da numerosi governi e istituzioni come strumento per limitare l’attivismo non violento, accademico e studentesco in solidarietà con la Palestina. Nell’Unione Europea, la definizione è stata approvata nel 2017 come risposta al “nuovo antisemitismo”, suscitando però forti critiche da parte di ONG e reti per i diritti umani. > Durante il genocidio a Gaza, la strumentalizzazione dell’IHRA è emersa con > particolare chiarezza, anche attraverso il ruolo del Coordinatore UE per la > lotta all’antisemitismo, che ha contribuito a proteggere Israele da sanzioni. In Germania, la definizione è stata adottata come criterio per l’accesso ai finanziamenti pubblici per cultura e scienza, nonostante l’opposizione di giuriste e giuristi e intellettuali ebree ed ebrei, rafforzando un approccio di Staatsräson che restringe lo spazio del dissenso politico. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’IHRA è stata incorporata in quadri normativi statali o universitari, suscitando allarmi sul suo effetto dissuasivo sul discorso politico protetto. Sono stati compiuti tentativi analoghi di promuovere l’adozione della definizione IHRA nel sistema delle Nazioni Unite. Studiosi ed esperti hanno avvertito che ciò rischierebbe di trasformare la definizione in uno strumento per delegittimare organismi ONU, come l’UNRWA o la Corte Penale Internazionale. Nel 2023, oltre cento organizzazioni della società civile hanno scritto al Segretario Generale dell’ONU mettendo in guardia contro l’uso dell’IHRA per sopprimere la libertà di espressione e impedire la critica di crimini come l’apartheid. IL CONTESTO ITALIANO In Italia, la strumentale sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo si è sviluppata a partire dagli anni Duemila e ha portato, nel 2020, all’adozione formale della definizione IHRA e alla creazione di una strategia nazionale contro l’antisemitismo. La strategia, pubblicata nel 2022, confonde l’antisemitismo con i boicottaggi di Israele e include l’antirazzismo e l’anticolonialismo tra le possibili manifestazioni di antisemitismo, attribuendo alla definizione IHRA una rilevanza giuridica autonoma. Dopo l’ottobre 2023, Israele ha intensificato campagne diplomatiche e comunicative che, facendo leva sull’IHRA, etichettano come antisemite la difesa dell’UNRWA, le accuse di apartheid e il BDS. In questo contesto, il Coordinatore Nazionale italiano ha ridefinito l’antisemitismo come una minaccia alla sicurezza nazionale, equiparandolo al terrorismo, con il rischio di securitizzare e criminalizzare ogni forma di critica alle politiche israeliane. L’edizione 2025 della “Strategia Nazionale contro l’antisemitismo” (aggiornamento della versione del 2021) ribadisce questa impostazione, presentando la definizione IHRA come chiave interpretativa centrale del cosiddetto “nuovo antisemitismo”. La definizione IHRA è diventata il fondamento della strategia. In questo modo la lotta all’antisemitismo del governo italiano criminalizza il dissenso, militarizza il dibattito pubblico e cancella la distinzione tra antisionismo — posizione politica legittima — e antisemitismo — odioso pregiudizio contro ebree ed ebrei. Peggio, alla luce dei disegni di legge presentati nell’ultimo anno, essa rischia di mettere in pericolo la Costituzione italiana. Essa rischia di essere incardinata nel codice penale attraverso disegni di legge come quello di Maurizio Gasparri (ddl s. 1627/2025), che punisce con pene fino a sei anni di carcere chi critica il “diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione”. Nel frattempo, il ddl Delrio propone controlli preventivi sulle università e online, anticipando un clima di autocensura già documentato in altri paesi. Più che difesa della memoria, quello in corso sembra una sorta di sequestro della memoria dello sterminio europeo del popolo ebraico — di cui il popolo palestinese non ha responsabilità—a fini geopolitici. DALLA PROPAGANDA ALLA REPRESSIONE L’antisemitismo è già ampiamente sanzionato in Italia. L’articolo 604-bis del codice penale, introdotto con la legge Mancino nel 1993 e più volte rafforzato, punisce con pene severe chi incita all’odio o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inclusa la negazione della Shoah. La giurisprudenza ha chiarito che non ogni parola è reato: servono concretezza dell’offesa, pericolosità sociale e finalità propagandistica. La critica storica, politica o giuridica — anche aspra — è protetta dall’articolo 21 della Costituzione. Eppure, i nuovi disegni di legge vogliono stravolgere questo equilibrio. Il ddl Gasparri non si limita a inasprire pene esistenti: crea una nuova categoria penale ideologica, fondata non su fatti, ma su “percezioni” e “esempi” ambigui tratti dall’IHRA. Tra questi, spicca l’equazione tra “sostenere che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista” e l’antisemitismo. > Una formulazione che compie un’opera di revisionismo storico e negazione della > pulizia etnica della Palestina nel 1948, e che colpisce al cuore il diritto > d’inchiesta, la libertà accademica e il dissenso internazionalista. Per capire la portata della minaccia, secondo la logica IHRA, tutti gli attori della società civile palestinese, israeliana e internazionale che lottano contro l’apartheid coloniale e per punire il genocidio di Gaza, così come le Corti internazionali che hanno dichiarato l’occupazione d’Israele un sistema di discriminazione razziale illegale, potrebbero essere considerati “antisemiti”. Non per aver espresso odio contro il popolo ebraico, ma per aver denunciato politiche statali di discriminazione razziale. Qui sta il paradosso: in nome della lotta a una forma di razzismo (l’antisemitismo), se ne legittima un’altra (l’apartheid coloniale israeliana), blindandola da ogni scrutinio. IL PRINCIPIO DI TASSATIVITÀ TRADITO I disegni di legge in discussione violano frontalmente il principio di tassatività, pilastro del diritto penale democratico (art. 25 Cost.). Questo principio esige che le norme penali siano chiare, precise e prevedibili, affinché nessuno possa essere punito per condotte non esplicitamente vietate dalla legge. La definizione IHRA, invece, è deliberatamente vaga: si basa su “percezioni”, “esempi” soggettivi e categorie psicologiche (“odio”) non oggettivabili. Come può un cittadino sapere se una frase come “Israele pratica l’apartheid” configuri reato? E come può un giudice applicare una norma che non definisce un comportamento, ma un’opinione? La Corte di Cassazione (Sez. I, n. 39243/2024) ha ribadito che la propaganda di cui all’art. 604-bis richiede una “concreta offensività” e una “idoneità sociale a produrre effetti di consenso”. Ma i ddl IHRA aggirano questa garanzia: puniscono non l’atto, ma il pensiero. In questo modo, si torna a un diritto penale ideologico, tipico dei regimi autoritari, dove la legge serve non a proteggere beni giuridici, ma a difendere narrazioni politiche. IL RUOLO DEL CDEC E LA FABBRICA DEL “NUOVO ANTISEMITISMO” L’Italia non agisce nel vuoto. La sua deriva è guidata da un attore chiave: il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Da almeno sei anni, il CDEC produce rapporti annuali sull’antisemitismo in Italia utilizzando esclusivamente la definizione IHRA. I suoi documenti classificano come “antisemitismo” qualsiasi critica strutturale a Israele: il boicottaggio delle merci israeliane, la commemorazione della Nakba, la denuncia dell’uccisione di Shireen Abu Akleh, perfino la richiesta di rispettare la Risoluzione ONU 194 sul diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Nel 2024, il CDEC si è spinto oltre: definire il conflitto israelo-palestinese come “due tragedie inumane” — una comparazione etica, non equiparazione storica — è stato bollato come “antisemitismo”. Anche il sostegno a UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, è stato presentato come atto ostile a ebree ed ebrei. E il processo per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia è stato descritto come “trigger” dell’antisemitismo. Queste distorsioni non restano sulla carta. Sono diventate fonte primaria per i Coordinatori nazionali contro l’antisemitismo, nominati da governi di ogni colore politico. Nel 2025, il generale dei Carabinieri Pasquale Angelosanto — attuale Coordinatore — ha definito l’antisemitismo una “minaccia alla sicurezza nazionale”, equiparandolo implicitamente al terrorismo. La sua strategia prevede georeferenziazione delle manifestazioni pro-Palestina e presidio preventivo da parte delle forze dell’ordine. Non si tratta più di contrastare reati, ma di sorvegliare opinioni. AUTOCENSURA MEDIATICA E CONTROLLO UNIVERSITARIO La deriva si estende ai media e alle università. Nel 2023, l’Ordine dei Giornalisti ha adottato la definizione IHRA come criterio deontologico, aprendo la strada a sanzioni disciplinari per chi usi termini come “apartheid”, “colonialismo” o “genocidio” riferiti a Israele — perfino quando supportati da sentenze internazionali. Il risultato è un giornalismo sempre più cauto, che evita analisi strutturali per timore di essere accusato di “antisemitismo”. Parallelamente, il ddl Delrio prevede figure di controllo nelle università per monitorare corsi e seminari “antisemiti” secondo l’IHRA. Il rapporto BRISMES/ELSC (British Society for Middle Eastern Studies/European Legal Support Centre, 2024) mostra che nel Regno Unito, dove l’IHRA è stata adottata dalle università, si è creato un “effetto paralizzante”: docenti e studenti evitano temi “scomodi” pur in assenza di condanne. In Italia, con un generale dei Carabinieri a capo della Strategia antisemitismo, il rischio è ancora più grave: la ricerca critica viene trattata come minaccia alla sicurezza nazionale. CONFRONTO EUROPEO: L’ITALIA VERSO UNA STAATSRÄSON FILOISRAELIANA L’Italia non è sola, ma la sua deriva è particolarmente rapida. In Germania, il Bundestag ha reso l’IHRA condizione per l’accesso a finanziamenti pubblici, nonostante le proteste di intellettuali ebree ed ebrei. In Gran Bretagna, l’adozione dell’IHRA ha portato a cancellazioni di eventi e autocensura, senza però introdurre reati penali. In Italia, invece, si va oltre: si punta a inserire l’IHRA direttamente nel codice penale, con pene carcerarie. Si tratta di una vera e propria Staatsräson filoisraeliana, dove la difesa di Israele prevale sui diritti costituzionali. DAL CARCERE ALLA DEPORTAZIONE: I CORPI DEL DISSENSO La repressione non è solo proiettata nel futuro: è già in atto. Nel novembre 2025, Mohamed Shahin, imam di Torino residente in Italia da 21 anni, è stato arrestato e trattenuto in un CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) in attesa di espulsione. Il motivo? Durante una manifestazione, aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre “una reazione” all’occupazione. La Procura ha archiviato il caso per insussistenza del reato — le sue parole non costituivano incitamento all’odio — ma il ministero dell’Interno ha comunque emesso un decreto di espulsione, motivandolo con vaghe accuse di “radicalizzazione” e “ideologia antisemita”. Il ricorso è stato poi accolto dai giudici contro il trattenimento. Ancora più grave il caso di Seif Bensouibat, cittadino algerino a cui nel maggio 2024 è stato revocato lo status di rifugiato, riconosciutogli nel 2013, sulla base di due post su Instagram e un’immagine su WhatsApp. Amnesty International ha denunciato la decisione come “immotivata” e in violazione del principio di non-refoulement, che vieta di rimpatriare chi rischia persecuzioni. Ma a contare, ancora una volta, è stata l’etichetta “antisemitismo”, applicata in modo discrezionale per legittimare misure eccezionali. Questi casi mostrano una tendenza inquietante: il diritto penale non serve più a punire atti, ma a espellere corpi indesiderati. La soglia del reato si abbassa: basta un sospetto, un’associazione ideologica, una critica fuori dal coro. MEMORIA ANTIFASCISTA VS. MEMORIA SECURITARIA La Costituzione italiana è nata dalla Resistenza, dall’esperienza del fascismo e della Shoah. Ma mentre si invoca la memoria della Shoah per giustificare nuove pene, si cancella quella del fascismo italiano — che introdusse leggi razziali, occupò territori e represse il dissenso. Oggi, quell’eredità andrebbe rivendicata: non per opporre tragedie, ma per ricordare che ogni regime di oppressione va contrastato, ovunque si manifesti. La vera memoria antifascista non è securitaria: è emancipatrice. Non punisce il dissenso: lo protegge. Non difende Stati: difende persone. E sa che la lotta all’antisemitismo non può mai giustificare la complicità con l’apartheid. ABOLIZIONISMO CRITICO Da una prospettiva penalistica critica, va ribadito che non serve un nuovo reato per proteggere Israele. Serve, piuttosto, un impegno per smantellare le strutture di oppressione — sia in Palestina, sia nelle nostre istituzioni. L’abolizionismo penale non nega la realtà dell’odio, ma rifiuta di rispondere con la repressione. Propone educazione, responsabilizzazione e pluralismo. E ricorda che il diritto penale, quando diventa strumento di politica estera, tradisce finanche la sua funzione costituzionale. > I disegni di legge in discussione non proteggono le persone di religione > ebraica. Proteggono un modello di Stato: coloniale, discriminatorio, immune da > scrutinio. E minano le fondamenta della nostra democrazia: la libertà di espressione, l’eguaglianza di fronte alla legge, il primato del diritto internazionale. La Costituzione italiana — antifascista, repubblicana, internazionalista — offre già tutti gli strumenti per contrastare ogni forma di odio. Non servono nuovi reati. Serve coraggio politico: per dire che la memoria non è proprietà di nessuno, e che nessuno Stato è al di sopra dei diritti umani. Come scriveva Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Oggi, conoscere significa anche rifiutare che la memoria diventi uno scudo per le violazioni del diritto internazionale. La solidarietà alle e ai palestinesi non è antisemitismo: è antirazzismo. E la vera lotta all’antisemitismo comincia quando smettiamo di usarla per coprire l’ingiustizia. Tatiana Montella è parte del Legal Team della delegazione italiana Global Sumud Flotilla Nicola Perugini è docente di Relazioni Internazionali all’Università di Edimburgo La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ddl “Antisemitismo”: una ragion di stato filoisraeliana per reprimere il dissenso proviene da DINAMOpress.
January 27, 2026
DINAMOpress
Attivisti palestinesi accusati di finanziare Hamas: doppio standard e delegittimazione delle proteste contro il genocidio
L’arresto di nove palestinesi da parte della Procura nazionale antimafia e della Procura di Genova, con l’accusa di “finanziare Hamas dall’Italia” ha avuto ampio risalto sulla stampa ed è oggetto di dibattito sulle presunte responsabilità a carico degli indagati. Non volendo entrare nel merito delle indagini, affidate agli organi competenti, il GMTG Italia ribadisce come l’intera vicenda sia stata trattata a livello mediatico secondo una metodologia che non tutela gli accusati con il principio giuridico della presunzione di innocenza fino a sentenza, bensì formulando sulla stampa sommarie accuse di terrorismo che, allo stato attuale del procedimento giudiziario, sono ancora da tutte da verificare. Lo scopo è quello di delegittimare a livello mediatico il sostegno alla Palestina e silenziare le proteste contro il genocidio ad opera dello Stato oppressore di Israele. Gli attivisti palestinesi indagati, insieme ad altre centinaia di migliaia di persone, in questi anni hanno animato iniziative e manifestazioni per la liberazione della Palestina dalla violenza di Israele e dalla pulizia etnica che prosegue sulla popolazione palestinese inerme. Ricordiamo che la risoluzione Onu 37/43 del 1982 afferma la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza e la liberazione dal dominio coloniale e dall’occupazione straniera. Non conosciamo i dettagli dell’operazione che ha prodotto gli arresti, ma sappiamo che la narrazione effettuata da una parte di stampa risulta totalmente fuorviante: quella stessa stampa che negli ultimi due anni di propaganda è stata al servizio dello Stato di Israele e del governo Meloni complice e che pertanto sulla vicenda ha riportato acriticamente le veline della Questura. Quel che emerge chiaramente, che osserviamo e viviamo ogni giorno, è il doppio standard politico, giudiziario e mediatico esistente nel nostro Paese in merito al genocidio in Palestina, unito a una repressione delle organizzazioni di movimento e del dissenso, sempre più pesante e costante. L’Italia è il Paese dove i cittadini palestinesi arrestati vengono condannati e tacciati come “terroristi” dai media e dai politici prima ancora del processo, ma è anche lo stesso Paese dove soldati dell’esercito di occupazione di Israele vanno in vacanza “per riprendersi” dagli orrori del genocidio, dopo aver ucciso donne e bambini inermi. L’Italia è il Paese dove viene accolto a Roma il generale dello stato genocidario Ghassan Alian, accusato di crimini di guerra, ed è lo stesso Paese in cui può tranquillamente muoversi Benjamin Netanyahu che, nonostante un mandato di cattura internazionale, vola con il suo aereo di Stato sopra i nostri cieli sicuro della sua impunità. Sono i doppi standard e le vergognose contraddizioni che hanno portato l’Italia e l’Occidente tutto a perdere di credibilità di fronte al resto del mondo e che continueremo a denunciare fino a quando non saranno ripristinati il rispetto del diritto internazionale e l’autodeterminazione del popolo palestinese libero dall’oppressione di Israele.   Global Movement to Gaza
December 31, 2025
Pressenza
frittura mista|radio fabbrica 28/10/2025@1
Il primo argomento della serata è stata l’assemblea “Nessun sostegno al genocidio. Nessun accordo con Israele” che si terrà giovedì 30 ottobre alle 18 in piazza Castello. Ne abbiamo parlato con chi della nostra redazione sta partecipando a queste assemblee e con due ospiti in studio tra i promotori delle stesse. Si tratta del tentativo […]
October 29, 2025
Radio Blackout - Info
frittura mista|radio fabbrica 28/10/2025@0
Il primo argomento della serata è stata l’assemblea “Nessun sostegno al genocidio. Nessun accordo con Israele” che si terrà giovedì 30 ottobre alle 18 in piazza Castello. Ne abbiamo parlato con chi della nostra redazione sta partecipando a queste assemblee e con due ospiti in studio tra i promotori delle stesse. Si tratta del tentativo […]
October 29, 2025
Radio Blackout - Info
Lettera aperta sul DDL di censura alle critiche a Israele
Alcuni docenti, in nome di quel residuo di libertà di insegnamento che consiste nel concepire la propria classe come un gruppo di apprendimento che non inizia un percorso formativo standardizzato, ma elaborato su misura per loro, per allenarli alla socioanalisi e farne poi dei futuri cittadini consapevoli, non ci stanno! Col DDL Gasparri, equiparare l’antisemitismo all’antisionismo o semplicemente far rientrare nel primo anche una semplice critica all’establishment di un criminale di guerra come Netanyahu, rappresenta un salto all’indietro di ottant’anni e dà la misura della forza delle connessioni politiche ed economiche con uno Stato maestro in colonialismo di insediamento, gli USA (vd. genocidio di circa 50milioni di nativi americani) e con il suo vassallo in Medio Oriente, Israele (vd. genocidio in corso e 80 anni di colonialismo di insediamento e apartheid). Gasparri, senatore di Forza Italia, emergeva già due anni fa in un servizio di “Report” su RaiTre, con tutti i suoi legami imbarazzanti con le lobby sioniste e in particolare con chi si occupa di Cybersecurity, fiore all’occhiello di Israele (https://www.thegoodlobby.it/conflitto-di-interessi-porte-girevoli-lobbying-maurizio-gasparri-sembrerebbe-non-farsi-mancare-nulla/). È anche grazie al proprio apparato di spionaggio digitale ( vs. ultime novità su Wired:  https://www.wired.it/article/paragon-spyware-caltagirone-orcel-copasir-indagine-audizione-mantovano/) che Israele tiene sotto ricatto mezzo mondo “occidentale”, prima fra tutti l’Italia, consentendogli di avere alleati bipartisan tra i parlamentari e gli eurodeputati che organizzano la copertura politica, tramite l’inattività e/o la disinformazione. In quest’ultimo settore della cosiddetta guerra ibrida, rientra la campagna mediatica che attraverso un massiccio bombardamento di news tendenziose sta presentando il progetto immobiliare-colonialista di Trump & Co. per Gaza, addirittura come un piano di pace. Alcuni docenti, quindi, non ci stanno e scrivono questa lettera aperta: Dopo le manifestazioni oceaniche in solidarietà con la Palestina che hanno visto la partecipazione di insegnanti, studenti ed educatori, siamo allarmati dalla possibilità che nel nostro Paese venga approvata una legge che di fatto renderebbe illegale l’espressione di quelle critiche nelle scuole, nelle università e nelle strade.  Sono, infatti, in discussione al Senato ben tre disegni di legge che, con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’antisemitismo, rischiano invece di mettere il bavaglio a ogni possibile critica allo Stato di Israele. Ci riferiamo al DDL 1627 – Gasparri (FI), al DDL 1004 – Romeo (Lega) e al DDL 1575 – Scalfarotto (Italia Viva). Questi testi sono così simili che la commissione del Senato il 30 settembre scorso ha deciso di unificarli e per questo anche noi li consideriamo come un’unica minaccia alla libertà d’espressione nel nostro Paese.   Innanzitutto, in questi disegni di legge si vuole rendere legalmente vincolante la definizione di antisemitismo proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa decisione, però, come è stato rilevato anche da tanti esperti (1) (e in ultimo dalla storica Anna Foa in audizione al Senato il 23/09 scorso), porterà ad effetti paradossali ampliando l’accusa di antisemitismo ad ogni possibile critica ad Israele. Negli esempi, infatti, si legge che sono da considerare antisemitismo:  * “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” * “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele, richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico.” * “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti.” Vogliamo ricordare, però, che le condanne a Israele arrivano da istituzioni come la Corte di Giustizia Internazionale e le Nazioni Unite (2) e sono accuse circostanziate basate sul diritto internazionale. Sollevare la critica nei confronti di Israele e richiamare tutte le autorità, compreso il nostro governo, ad agire per fermare questi crimini non può essere considerato espressione di antisemitismo. Cosa che, invece, sta già accadendo nei Paesi in cui l’applicazione di questa definizione ha portato a una stretta repressiva ingiustificata.  In Inghilterra, ad esempio, recentemente sono state arrestate 890 persone per il solo fatto di aver partecipato a una manifestazione per la Palestina (3). In Germania il governo ha accusato di antisemitismo associazioni per i diritti umani quali Amnesty International o Human Rights Watch, che hanno mostrato nei loro rapporti le somiglianze tra quanto sta commettendo Israele nei territori occupati e le politiche segregazioniste attuate in Sudafrica durante il regime di apartheid (4). Sempre in Germania è stata messa al bando, perché ritenuta antisemita, un’associazione nonviolenta come BDS. Ma questa associazione, proprio ispirandosi alla storia luminosa della lotta al regime sudafricano, propone campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele sino a quando non rispetterà, nei fatti, i principi del Diritto Internazionale liberando dal terribile regime di occupazione militare i territori palestinesi, riconoscendo il diritto al ritorno dei rifugiati, smantellando il muro dell’apartheid e trattando con pari diritti i cittadini palestinesi che oggi vivono in Israele.  Inoltre, in quei Paesi europei e negli USA la stessa definizione viene utilizzata oggi per accusare di antisemitismo le associazioni ebraiche come Jewish Voices for Peace che si sono mobilitate contro il genocidio. Le università vengono ricattate con il taglio dei fondi (5) e si arriva al punto di vincolare i finanziamenti all’adesione preventiva a tale definizione dell’IHRA, cosa che comporta l’obbligo di vigilanza sui contenuti dei corsi di insegnamento, determinando un meccanismo di forte autocensura e limitazione delle libertà di espressione (6).    Per questo, temiamo che, se dovesse passare questo disegno di legge, la repressione del dissenso che vediamo in altri Paesi potrebbe realizzarsi anche nel nostro. Infatti, sulla base della definizione di antisemitismo dell’IHRA e richiamandosi al codice Rocco di epoca fascista, sarà possibile negare per ragioni di “moralità” l’autorizzazione a manifestazioni pubbliche “anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita” (art. 3 del DDL 1004 – Romeo). Addirittura, nel DDL 1627 – Gasparri si prevede la condanna da due a sei anni di reclusione per la propaganda dell’ostilità “in tutto o in parte” nei confronti dello Stato di Israele ed è prevista l’aggravante dell’utilizzo di simboli riconducibili a questa definizione di antisemitismo (Art. 4 – DDL Gasparri). Cosa ne sarà dei nostri cartelloni contro Netanyahu o delle bandiere della Palestina? Saranno considerati dei reati come avviene in altri Paesi europei?  La libertà di espressione e di insegnamento nelle nostre scuole e università verrebbe gravemente minacciata, dato che nel DDL 1627 – Gasparri è previsto sulla base della definizione dell’IHRA l’obbligo di “tempestiva segnalazione” alle autorità di polizia e le sanzioni previste possono arrivare fino al licenziamento (art. 3 – DDL Gasparri).  Si prevedono, inoltre, corsi di formazione per alunni e alunne organizzati dal Ministero dell’Istruzione che dovranno equiparare l’antisemitismo e l’antisionismo. Corsi analoghi sono previsti per le forze dell’ordine, in modo da rendere più efficace l’individuazione e la repressione di casi che rimandano a questo tipo di definizione. (art. 2 DDL – Gasparri) Tutto questo ci spaventa molto perché in questo modo si finisce per confondere un’ ideologia razzista come l’antisemitismo, ancora viva nel nostro Paese e da contrastare, con la critica a un progetto di colonialismo di insediamento che si è espresso mediante la sistematica infrazione del diritto internazionale. Ribadiamo che non c’è nulla di ebraico nel colonialismo, nell’apartheid o nel genocidio. Per questo contrastare le politiche violente e razziste di Israele oggi non può essere considerato una forma di antisemitismo. Critiche al sionismo, tra l’altro, provengono anche dal mondo ebraico e sono centrali nel pensiero di intellettuali ebrei che consideriamo tra i fondatori della nostra riflessione sulla Shoah, come Hannah Arendt e Primo Levi. Con questa legge anche questi autori finirebbero per essere tacciati di antisemitismo.  Siamo convinti che lasciare che anche le voci più critiche nei confronti di Israele possano esprimersi sia essenziale per dare ai nostri studenti la possibilità di capire e imparare a individuare con chiarezza cosa sia davvero l’antisemitismo, o l’antisionismo, e che questo non sia confuso in nessun caso con il primo. Riteniamo, quindi, di estrema importanza per le sorti democratiche del nostro Paese quanto si sta discutendo oggi in Parlamento. L’approvazione di questi disegni di legge comporterebbe un rischio di violazione degli articoli della Costituzione che riguardano i diritti inviolabili dell’uomo, sia come individuo, sia nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la sua personalità (art. 2); la libertà di espressione (art. 21) e la libertà di insegnamento (art. 33). Per questo, facciamo appello a tutta la società civile, affinché si mobilitino tutte le forze democratiche del nostro Paese al fine di manifestare, dentro e fuori dal proprio posto di lavoro, tutta la propria contrarietà a questo disegno di legge liberticida. Non vogliamo lavorare in una scuola censurata e controllata, non vogliamo che la ricerca accademica si svolga sotto minaccia, non vogliamo vivere in un Paese dove le libertà di parola, opinione, espressione sono represse.  Docenti, educatrici ed educatori per il rispetto dei diritti umani in Palestina  (1) https://morasha.it/artisti-e-intellettuali-anche-ebrei-firmano-una-lettera-contro-la-definizione-diantisemitismo-dellihra/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=kolot-artisti-eintellettuali-anche-ebrei-firmano-una-lettera-contro-la-definizione-di-antisemitismo-dell-ihra_334 (2) https://www.un.org/unispal/document/report-of-the-secretary-general-icj19dec24/?utm_source=chatgpt.com (3) https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/09/07/polizia-890-arresti-a-protesta-palestine-action-alondra_a29f9a92-d4db-4a9a-b467-870e0d52f777.html (4) https://www.dw.com/en/germany-rejects-amnestys-apartheid-label-for-israel/a60637149?utm_source=chatgpt.com (5) https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/07/trump-administration-cancels-columbia-universityfunding (6) https://www.theguardian.com/education/2023/sep/13/antisemitism-definition-used-by-uk-universitiesleading-to-unreasonable-accusations?utm_source=chatgpt.com     Stefano Bertoldi
October 18, 2025
Pressenza
La scuola non si arresta. Studenti ai domiciliari e senza lezioni per aver manifestato
Il 25 settembre 2025 a Milano si è svolta l’udienza per l3 due student3 arrestat3 durante la manifestazione del 22. Dopo essere state tradotte al Beccaria per tre notti, da oggi l3 student3, un ragazzo e una ragazza di 17 anni di un liceo milanese, sono agli arresti domiciliari accusat3 di resistenza aggravata e danneggiamenti senza possibilità di frequentare la scuola. Per i prossimi sei mesi, quando si terrà il processo vero e proprio, l3 due ragazz3 minorenni verranno privat3 del diritto allo studio. Come lavoratrici e lavoratori della scuola consideriamo tutto ciò una condanna pesantissima poiché nega un diritto fondamentale e inalienabile della persona sancito dalla Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Con la riforma Valditara e il famigerato cinque in condotta, abbiamo da subito intuito il decorso della scuola pubblica sempre più lontano dai suoi fondamenti di inclusività e di spazio di possibilità per tutt3, soprattutto per chi non parte da posizioni privilegiate o vive situazioni di disagio causate da situazioni più personali. Quanto accaduto oggi va oltre il modello di scuola razzista, classista e militarizzato che abbiamo visto degenerare negli ultimi anni. Quanto accaduto oggi va oltre le misure previste dal decreto sicurezza attualmente legge 80/2025. Quanto accaduto oggi mostra che siamo ufficialmente in un processo di israelizzazione della scuola e delle istituzioni. Dopo la manifestazione del 22 settembre Israele ha pubblicato un dossier sulle piazze italiane riportando coordinate geografiche e pericolosità, classificando gli organizzatori delle piazze in livelli di rischio. Ciò che salta all’occhio è che la maggior parte delle organizzazioni segnalate sono collettivi universitari e studenteschi. La piazza del 22 ha denunciato a gran voce il genocidio in Palestina e ha portato in piazza, come non si vedeva da tempo,  studenti e insegnanti oltre alle altre migliaia di persone. Riteniamo che il ruolo della comunità educante in questo momento sia cruciale. Il 22 in piazza c’erano dei ragazzi giovanissimi, chi parte di qualche collettivo, chi per la prima volta in manifestazione. Chissà quant3 ragazz3 hanno finalmente trovato o ritrovato la voglia e la forza di scendere in piazza. Riteniamo che sia fondamentale dire all3 student3 che il 22 è stata una data storica. A Milano c’era una piazza moltitudinaria che ha attraversato le strade della città e che, come accaduto in tutto il resto del paese, chiedeva di entrare in stazione per “bloccare tutto”. La rivendicazione di 80.000 persone scese in piazza, di cui moltissimi giovani, non è stata accolta in alcun modo ed è stata brutalmente repressa. Il modello Milano non si ferma davanti a nulla, né davanti all’assenza di diritti di chi abita questa città né davanti alla morte del popolo palestinese. Ci preme denunciare la violenza delle tre ore di lacrimogeni ad altezza uomo in una piazza di lavoratori, student3, famiglie, bambin3 e animali mentre si poteva concedere spazio come in altre città (a Napoli è stata simbolicamente occupata la stazione ferroviaria, a Roma bloccata l’autostrada, senza alcun intervento della polizia, ndR). Ci preme denunciare la violenza che abbiamo visto e vediamo nella complicità delle nostre istituzioni, scuole e università comprese, con Israele. Ci preme denunciare la violenza che vediamo oggi negando il diritto allo studio a due ragazz3 privat3 della loro dignità di student3. Invitiamo tutta la comunità della scuola a prendere posizione contro questa assurda condanna: a stare accanto all3 loro student3, ad informarl3 su quello che accade all3 loro compagn3, non per intimidirl3 ma per renderl3 sempre più consapevoli di come il modello Israele stia occupando le nostre vite e il nostro agire. Perché Gaza è la vetrina di una macchina bellica che passa sopra i diritti umani, ma è anche la più grande occasione per riprenderci i nostri diritti e la dignità delle nostre vite. Riferimenti e link: Dossier del Ministero israeliano della diaspora e della lotta all’antisemitismo Report – Italy – Nationwide Demonstrations and General Strike in Solidarity with Gaza – September 22, 2025 Intervento della mamma di una delle arrestat3 durante la conferenza stampa del 26.09.2025 https://www.instagram.com/reel/DPEMvpfCNwD/?igsh=MXIxaWk2dzZ1N3RoeQ== Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
September 27, 2025
Pressenza