
Il prezzo della crisi climatica e come uscirne
Pressenza - Wednesday, October 28, 2026“La giusta causa” è stata intentata presso il Tribunale di Roma da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 persone vittime di disastri ambientali contro ENI perché tagli del 45% le emissioni entro il 2030 e risarcisca per i danni ambientali provocati.
Se ne è discusso ieri all’Istituto Gramsci di Palermo nel corso dell’incontro “Il prezzo che paghiamo. Crisi climatica e responsabilità dell’industria fossile” con Chiara Campione, direttora esecutiva di Greenpeace Italia, e Antonio Tricarico, direttore del programma ReCommon.
Entrambi puntano il dito sulla maggiore azienda del fossile italiana, prima responsabile dei cambiamenti climatici e relativi disastri ambientali.
La causa, la cui prossima udienza è fissata per febbraio 2027, rappresenta un evento storico.
Si tratta, infatti, della prima causa ammessa in Italia di Climate Litigation intentata contro un’azienda privata (dopo il “Giudizio Universale”, causa rigettata “in mancanza di legislazione specifica”!).
La Corte di Cassazione ne ha ora dichiarato l’ammissibilità dopo aver preso atto che la tutela dell’ambiente è presente in Costituzione dal 2022 (con le modifiche degli articoli 9 e 41).
ENI, a sua volta, ha risposto con una SLAPP (causa pretestuosa da parte di un soggetto potente contro attivisti, ong ecc…) nei confronti di ReCommon e Greenpeace, ma per fortuna l’Italia si è già dotata di una normativa contro tali azioni.
I danni provocati dal riscaldamento globale e da inquinamento e devastazione locale sono stati documentati nel video realizzato da ReCommon (disponibile sul sito https://www.recommon.org/) e mostrato a una platea sgomenta: l’alluvione in Emilia Romagna, la riserva naturale di Val d’Agri in Basilicata violata da trent’anni dal più grande Centro Olio d’Italia gestito da ENI e Shell, i dati sui morti per le temperature estive sempre più anomale, che saranno sempre più la normalità.
Ovviamente non si è parlato di ‘adattamento’ alle nuove condizioni climatiche (previste già dagli anni ’70), ma di lotta su tutti i piani – legale, politico culturale – per bloccare l’estrazione e l’uso dei combustibili fossili e contrastare lo strapotere di ENI, che con i suoi profitti stellari controlla amministrazioni locali, decisori politici nazionali e quasi tutti i grandi media. Si può quasi considerare uno Stato parallelo. Tramite la pubblicità (200 milioni l’anno) affidata a Plenitude, azienda ‘verde’, e a testimonial accattivanti, la partecipazione a grandi eventi culturali e sportivi, l’educazione ambientale nelle scuole (!!), controlla anche la narrazione sulla transizione a fonti energetiche rinnovabili, in cui però investe solo le briciole.
Per fortuna, secondo Greenpeace, il percorso verso la transizione è avviato: già il 90% dei nuovi investimenti (altrui) in Italia è sulle rinnovabili.
Le rinnovabili sono più democratiche perché la riconversione di impianti industriali in rinnovabili è possibile in modo rapido (il nucleare più che dalle scelte politiche è stato messo fuori gioco dal mercato).
Dagli interventi del pubblico è emersa qualche riserva: le rinnovabili possono creare dipendenza per l’approvvigionamento di materie prime non presenti sul nostro territorio.
In un altro intervento è stata illustrata la campagna di GEA (Giustizia Ecologica Ambientale) e altre associazioni per una graduale, ma rapida uscita dal fossile puntando su una nuova economia a minore consumo energetico. La proposta è nata nel raduno dei popoli di questa primavera a S. Marta in Colombia – dopo il fallimento di 30 COP istituzionali – e verrà rinnovata a Tuvalu (arcipelago destinato ad essere sommerso con l’innalzamento degli oceani) nel luglio 2027.
In ogni caso si è affermato che uscire dall’economia fossile è una questione irrinunciabile di giustizia sociale e di democrazia.