Continuare a immaginare il futuro a Belgrado

Comune-info - Tuesday, October 27, 2026

Sulle pagine di Comune lo abbiamo scritto in molti modi diversi: pensiamo che i cambiamenti profondi non passino da governi e parlamenti, ma naturalmente questo non significa che Lula e Bolsonaro sono la stessa cosa… Vale comunque la pena ragionare su quello che è accaduto in Serbia, sulle regioni e sulla cultura politica che ha vissuto in questi anni il movimento degli studenti e delle studentesse nato molto prima delle elezioni nei cortili universitari, ma anche sui sogni dei giovani che tendono a somigliarsi da un capo all’altro del mondo, sulla consapevolezza che l’attività di governo è ricca di limiti e contraddizioni, sulla capacità di continuare a immaginare e sperimentare mondi nuovi dentro e fuori dalle istituzioni

L’ingresso dell’università di Belgrado. Foto Unsplash.com

C’è un momento, nella vita di un Paese, in cui la rabbia smette di essere soltanto rabbia e diventa qualcos’altro. Diventa metodo. Diventa pazienza organizzata. Diventa possibilità diluita. Diventa, a volte, un sogno che si rifiuta di restare tale per incidere nella realtà. È quello che è successo in Serbia, dove un movimento nato nei cortili delle università, tra aule che da tempo discutevano di democrazia e futuro, ben prima di affacciarsi alle urne, ha fatto quello che nessun partito tradizionale era riuscito a fare in oltre un decennio: ha sconfitto alle elezioni Aleksandar Vučić e il suo apparato di potere.

Un movimento di protesta che è cresciuto gradualmente e non ha avuto bisogno di un leader carismatico a guidare la carica, né di una macchina di partito, di finanziamenti, di apparati consolidati: ha avuto bisogno soltanto di una piazza che per due anni non ha smesso di accoglierli, di una generazione che ha scelto di non guardare altrove, di migliaia di passi che, notte dopo notte, hanno battuto le stesse strade finché le strade non hanno imparato il loro nome. La Lista studentesca, così si chiama, senza il bisogno di un nome altisonante, perché il nome lo aveva già scritto la piazza nei due anni precedenti, fatti di manifestazioni enormi (partite a ridosso del tragico crollo alla stazione di Novi Sad del novembre 2024 e delle successive inchieste sulla corruzione), di notti insonni e turbolente, di un paese che non voleva più voltarsi dall’altra parte. Studentska lista – Studenti pobeđuju, il loro motto fin dalla prima ora: “Lista studentesca – Gli studenti vincono”.

E alla fine, quando le urne hanno parlato, hanno detto una cosa chiarissima, quasi commossa nella sua precisione aritmetica: i candidati degli studenti hanno ottenuto quasi il 53% dei consensi, contro il 39% del Partito progressista serbo di Vučić, conquistando 140 seggi su 250. Un ribaltamento netto, inequivocabile, di quelli che la storia impiega decenni a digerire e che invece, in Serbia, è arrivato in una sola notte di ottobre. E a renderlo ancora più potente c’è un numero che da solo racconta la febbre di un intero paese: quasi il 70% degli aventi diritto si è recato alle urne, una delle affluenze più alte mai registrate, come se ogni singolo cittadino avesse sentito, per una volta, che il proprio gesto contasse quanto un battito di cuore collettivo. Persino chi ha perso ha dovuto riconoscerlo, in diretta, senza scappatoie: il presidente uscente Vučić ha ammesso la sconfitta in diretta tv, dicendo semplicemente che il suo partito “ha perso le elezioni”. Poche parole che, per chi aveva dominato la scena politica serba per così tanto tempo, devono essere pesate come macigni, il suono di un’epoca intera che si chiude con la stessa semplicità con cui si chiude una porta dopo un lungo inverno.

È qui che va reso onore a qualcosa che spesso dimentichiamo: il valore della protesta come atto democratico, non come semplice sfogo. Per due anni le piazze serbe sono state accusate di essere tafferugli, caos, gioventù ingestibile. E invece quel rumore era democrazia che cercava una forma, era il suono sordo di un popolo che bussava a una porta chiusa da troppo tempo. Era un popolo che, non trovando rappresentanza nelle istituzioni, l’ha costruita da zero, nelle strade, prima ancora che nei seggi elettorali, con le mani nude e la pazienza ostinata di chi non ha altro che il proprio corpo da mettere in piazza. Protestare non è l’opposto di governare: è, spesso, la sua prima condizione necessaria, il grembo oscuro e rumoroso da cui ogni cambiamento vero deve nascere. Senza quella piazza con la condivisione di tempo e prospettive da parte di migliaia di giovani, senza quelle notti, non ci sarebbe stata nessuna lista da votare.

E a chi guarda questa storia con lo stupore di chi assiste a qualcosa di inedito, vale la pena ricordare che la Serbia non è sola in questa traiettoria, che i sogni dei giovani, quando sono abbastanza ostinati, tendono a somigliarsi da un capo all’altro del mondo. Certo a volte sono storie molto differenti ma che hanno una base comune, l’entusiasmo e la voglia di cambiare. Facendo riferimento solo al nuovo millennio ricordo bene, circa quindici anni fa, dall’altra parte dell’oceano, un’altra generazione di studenti scendeva in piazza in Cile, chiedendo un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità. Tra quei volti c’era un giovane Gabriel Boric, allora leader studentesco, che da quella piazza avrebbe percorso una strada lunga ma diritta fino al Palazzo de La Moneda, diventando presidente del Cile nel 2022 insieme a una squadra di governo che portava con sé, letteralmente, lo spirito di quelle manifestazioni: ministri e ministre cresciuti politicamente negli stessi cortei universitari, nelle stesse assemblee studentesche, con lo stesso odore di gas lacrimogeno ancora addosso. Il parallelo non è perfetto, lo so bene, e le differenze contano quanto le somiglianze: il Cile ha avuto un decennio di transizione, un leader riconoscibile attorno a cui costruire un progetto, una coalizione politica che si è via via strutturata attorno a quella generazione. La Serbia, invece, sembra voler resistere ancora alla tentazione del volto unico, della leadership verticale, scommettendo su una lista senza gerarchie riconoscibili (i “capolista” non hanno assunto un valore di leader vero e proprio), quasi a voler dimostrare che un sogno collettivo può restare tale anche quando diventa governo. Ma il filo che unisce le due storie è innegabile: entrambe dimostrano che le piazze universitarie, lungi dall’essere un episodio passeggero di gioventù ribelle, possono diventare la fucina di una classe dirigente reale, capace di passare dall’opposizione di strada alla responsabilità di governo, senza perdere per strada il fuoco che le ha generate. Se il Cile sa sussurrare qualcosa alla Serbia di oggi, è una lezione antica quanto la speranza: la limpidezza luminosa delle piazze dovrà, prima o poi, fare i conti con l’ombra pesante del potere. Dovrà misurarsi con la polvere e la fatica di governare un Paese fatto di carne e ossa e non più soltanto di sogni scanditi all’unisono. Lo sa bene Gabriel Boric, che una volta varcata la soglia del palazzo di governo ha dovuto portare sulle spalle il peso delle riforme sfuggite, dei compromessi dolorosi, degli estenuanti confronti dentro e fuori i palazzi e di quel divario tagliente tra l’utopia urlata nei cortei e la misura stretta di un accordo in parlamento.

Certo, non è una condanna senza appello, ma un avvertimento che stringe il cuore: quella stessa purezza che oggi fa grande la voce degli studenti serbi sarà domani il loro banco di prova più aspro. È il prezzo, inevitabile e altissimo, che ogni sogno deve pagare quando sceglie di abbandonare il calore della strada per entrare, finalmente, nelle stanze fredde dove si scrivono le leggi.

E c’è, in filigrana, un’altra scommessa identitaria che il paese dovrà affrontare: i vincitori hanno promesso che i rapporti con la Russia non verranno recisi e che non ci saranno sanzioni contro Mosca, mantenendo la Serbia militarmente neutrale, mentre la questione dell’adesione all’Unione Europea verrà affidata a un referendum popolare. Una posizione di equilibrio, forse necessaria, ma che dovrà misurarsi con le pressioni di un continente diviso, in bilico come tutta la Serbia tra due mondi che la chiamano a sé.

E mentre Belgrado festeggia (nello stesso giorno in cui festeggia Lula in Brasile), non si può fare a meno di guardare al resto d’Europa e di chiedersi se quella febbre serba non sia, in realtà, un sintomo più ampio, il segno visibile di un malessere che da settimane, da mesi, attraversa il continente intero. In questi stessi giorni d’autunno, infatti, un’altra generazione è scesa in piazza, meno organizzata, meno vittoriosa, ma non meno ostinata nella propria rabbia. In Italia, da Torino a Bologna, da Milano a Roma, decine di migliaia di giovani hanno occupato scuole e università, hanno piantato tende davanti agli atenei, hanno marciato dietro a uno slogan che suona come un atto d’accusa diretto: “soldi per la scuola, non per la guerra”. Non è un movimento politicizzato, ideologico, nel senso tradizionale del termine, non ha ancora trovato la propria lista, il proprio leader, la propria disciplina organizzativa; è piuttosto un’onda di fondo, a tratti informe, spinta da un senso di soffocamento che le istituzioni tendono a rubricare frettolosamente come “disordine” o “tensione”. Ma quelle fiamme che occasionalmente si accendono nei cortei non sono che fumo negli occhi, concedendo un assist perfetto alla narrazione della criminalizzazione. Si punta l’indice contro la reazione, additandola come mera violenza, per non dover mai rendere conto della causa: la violenza ben più profonda, silenziosa e sistematica dell’abbandono sociale, della mancanza di prospettive e del vuoto di politiche per le nuove generazioni. È un grido che si scaglia contro un copione che i giovani italiani, come quelli spagnoli e francesi, conoscono a memoria: un carovita che divora gli stipendi, affitti che inghiottono metà del salario, un diritto allo studio che si fa sempre più raro e costoso, mentre i bilanci statali si gonfiano di miliardi destinati al riarmo.

È lo stesso filo rosso, cucito su scala continentale: dalla Spagna, dove la crisi degli alloggi ha spinto migliaia di persone in piazza, fino all’Italia, dove gli studenti denunciano miliardi stanziati in spese militari mentre si azzerano i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica, la sanità e il welfare. È la stessa domanda, posta con accenti diversi da Lisbona a Belgrado, da Madrid a Roma: perché un continente che si professa ricco non riesce più a garantire una casa, un’istruzione, un futuro ai suoi giovani e trova invece sempre nuove risorse per gli armamenti? Non sono proteste identiche a quella serba, certo: dove gli studenti di Belgrado hanno saputo trasformare la rabbia in organizzazione e l’organizzazione in voto, quelle italiane e spagnole restano ancora, in larga parte, grido senza struttura, fuoco senza regia, a tratti tradita da frange e modalità che appaiono violente e che rischiano di offuscarne la sostanza più vera e più giusta (lascio volontariamente fuori dall’analisi la storia, nota, degli infiltrati che è storia “in vigore” dagli anni ’70 e riproposta puntualmente ad ogni movimento sociale insorgente). Ma è proprio per questo che la vittoria serba, vista da qui, assume il valore di una promessa: dimostra che quella rabbia diffusa per l’Europa, quella fame di futuro che brucia nelle piazze italiane e spagnole, non è destinata per forza a restare soltanto un incendio, ma può, se trova pazienza e metodo, farsi un giorno anche lei percorso di cambiamento, governo, storia.

E qui si apre una domanda che attraversa, carsica, tutta questa storia e che vale la pena di enunciare con il nome di chi l’ha posta con più radicalità. Vent’anni fa, John Holloway scriveva Cambiare il mondo senza prendere il potere, un libro che è rimasto un manifesto per intere generazioni di movimenti. Era la lezione, dichiaratamente ispirata agli zapatisti del Chiapas, secondo cui la vera trasformazione sociale non passa per la conquista delle istituzioni, ma per la costruzione di spazi di autonomia, di relazioni diverse, di un “potere di fare” che si sottrae al “potere di comandare”. Non a caso gli zapatisti, per farsi vedere, hanno scelto di coprirsi il volto: il passamontagna non nasconde un’identità, la moltiplica, dice che chiunque può essere il subcomandante, che la lotta non ha bisogno di un volto riconoscibile per esistere e per contare. Eppure la Serbia, in queste ore, sembra raccontare quasi l’esatto contrario, o forse solo un capitolo successivo della stessa storia. Gli studenti serbi non hanno indossato passamontagna: hanno mostrato il volto, hanno costruito una lista, si sono presi la briga di entrare in un parlamento, di contare seggi, di misurarsi con il linguaggio arido e concreto del potere formale. È come se, senza dirlo esplicitamente, avessero risposto a Holloway con un emendamento silenzioso: si può anche provare a cambiare il mondo prendendolo, il potere, a patto di non lasciarsi cambiare da esso nel processo. Il paradosso è tutto qui, ed è un paradosso fertile: la stessa energia orizzontale, anonima, che in Chiapas ha scelto il volto coperto come atto politico, a Belgrado ha scelto il voto scoperto come stesso identico atto politico. Due strade diverse per la medesima domanda che ancora oggi, da Roma a Madrid, da San Cristóbal a Belgrado, i giovani si ostinano a porre al mondo: è possibile restare fedeli alla propria rabbia originaria anche una volta seduti nelle stanze dove si decide?

Eppure, qualunque cosa accada da qui in avanti, resta un fatto che nessuna difficoltà futura potrà cancellare: per una notte, in Serbia, la democrazia dal basso ha vinto, e ha vinto con la grazia disarmata di chi non chiedeva permesso a nessuno. Non con un re, un leader, ma con migliaia di nomi senza volto che hanno scelto di crederci fino in fondo, di camminare al buio finché il buio non si è fatto alba. E forse è proprio questo, oggi, il messaggio che da Belgrado attraversa l’Europa intera, fino alle strade di Milano e di Roma e alle strade in fiamme di Parigi e di Madrid: che il sogno di una generazione, quando trova la pazienza per non restare solo rabbia, può ancora cambiare la forma del mondo sotto i propri passi.

E se governare sarà sempre più difficile che protestare, è altrettanto vero che senza il coraggio di protestare nessuno, da nessuna parte, avrebbe mai la possibilità di provare a farlo. In un mondo in cui il neoliberismo domina le scelte strategiche e uniforma i partiti alla difesa delle economie dei potenti, quel coraggio resta l’ultimo, insostituibile argine per continuare a immaginare il futuro.

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