La Rotta Balcanica: l’istituzionalizzazione della violenza nella governance europea delle frontiere
CAMILLA DELLA VIDA
Ogni giorno, la gestione delle migrazioni lungo la Rotta Balcanica continua a
produrre violenze sistemiche che colpiscono le persone in movimento ben oltre il
momento dell’attraversamento della frontiera.
Migliaia di persone attraversano confini, boschi e campi informali nel tentativo
di raggiungere un luogo sicuro, scontrandosi però con un sistema di controllo
sempre più violento e militarizzato.
In seguito agli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno
progressivamente iniziato a funzionare come una zona cuscinetto, finalizzata a
contenere e regolare i movimenti migratori prima che raggiungessero gli Stati
membri dell’Unione Europea. Più che rimanere un corridoio umanitario temporaneo,
la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata all’interno del più
ampio sistema europeo di governance delle frontiere esterne.
Personalmente, ho lavorato due mesi in Serbia con l’organizzazione No Name
Kitchen e ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze su come la
violenza non si limiti al confine fisico, ma continui attraverso procedure
arbitrarie, sospensione dei diritti, detenzioni illegali e produzione di
irregolarità.
Nel mio periodo a Sjenica, dove ho lavorato in un centro diurno che tutti i
giorni accoglie i richiedenti asilo del campo, ho avuto la fortuna di conoscere
K., un uomo siriano di 33 anni, che ha lasciato la Siria dopo che lui e la sua
famiglia sono stati presi di mira dalle autorità locali.
Ph: Camilla Della Vida – reception center di Bujanovac
La sua storia mostra come la violenza di frontiera assuma l’aspetto di procedure
opache, detenzione, precarietà giuridica e continua incertezza.
Dopo essere passato dalla Turchia, dove racconta di aver subito discriminazioni
a causa delle sue origini armene, è arrivato in Bulgaria attraversando il
confine con un parapendio, ferendosi gravemente durante l’atterraggio. Dopo
essere stato fermato dalla polizia bulgara, racconta di essere stato picchiato e
detenuto per un mese in un centro dove, nonostante avesse chiesto asilo, veniva
costantemente interrogato e scoraggiato dal proseguire la procedura. Una volta
uscito dal centro, ha camminato fino in Serbia dove poi ha dovuto chiedere
assistenza medica a causa di un forte dolore alle ginocchia.
Oggi si trova ancora in attesa di una decisione sulla sua domanda d’asilo,
lontano dalla sua famiglia e senza sapere quale direzione prenderà la sua vita
nei prossimi mesi.
Anche R., cittadino pakistano ed ex medico patologo, arrivato in Turchia
legalmente con il visto, racconta di anni di detenzione amministrativa e
criminalizzazione nel Paese. Dopo aver tentato di raggiungere la Grecia con la
moglie incinta, è stato accusato più volte di essere uno smuggler – un
trafficante di esseri umani – detenuto per mesi e sottoposto a continui obblighi
di firma, pur non essendo mai stato condannato.
La sua famiglia è stata progressivamente separata a causa delle politiche
migratorie: la moglie e i figli vivono oggi a Cipro in condizioni precarie,
mentre lui si trova in Serbia dopo aver attraversato Turchia e Bulgaria a piedi
insieme ad altre persone in movimento.
«Don’t trust smugglers, come legally, so you will not suffer like me», racconta.
Eppure, per molte persone, le vie legali rimangono inaccessibili.
Durante la cosiddetta “lunga estate delle migrazioni” del 2015, la Rotta
Balcanica operava come un corridoio relativamente aperto che permetteva a un
gran numero di migranti e rifugiati di muoversi verso l’Europa occidentale e
settentrionale. Questa temporanea apertura è stata rapidamente sostituita da
politiche di transito sempre più restrittive. Dopo la Dichiarazione UE-Turchia
del 2016, la costruzione di barriere, la chiusura delle frontiere e
l’intensificazione delle misure securitarie hanno contribuito al consolidamento
di strategie di contenimento lungo la Rotta.
Questi sviluppi hanno avuto un ruolo importante nella graduale normalizzazione
dei pushback, in quanto l’UE ha iniziato ad affidarsi sempre più ai Paesi dei
Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e
gestione delle procedure d’asilo, spostando di fatto parte della governance
migratoria al di fuori dei propri confini territoriali formali.
Ph: Camilla Della Vida – distribuzione di acqua e cibo
Il termine pushback si riferisce generalmente al respingimento informale e
illegale di persone oltre frontiera, senza accesso alle procedure d’asilo o alle
garanzie legali previste.
Tali pratiche rappresentano violazioni del diritto nazionale, europeo e
internazionale, inclusi il divieto di espulsioni collettive, il principio di
non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche
frequentemente documentate, come la detenzione arbitraria, la violenza fisica e
le umiliazioni, configurano trattamenti inumani o degradanti e lasciano
conseguenze fisiche e psicologiche durature.
Quella che inizialmente veniva presentata come una risposta eccezionale si è
gradualmente trasformata in una pratica ordinaria, portata avanti dalle autorità
di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena in cui le
persone vengono respinte ripetutamente attraverso diversi confini.
Piuttosto che impedire efficacemente le migrazioni, queste pratiche costringono
spesso le persone a cercare percorsi alternativi e più pericolosi, aumentando il
rischio di ferite, traumi e morte. Allo stesso tempo, questi meccanismi
contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo le persone migranti
più vulnerabili all’esclusione e all’espulsione nel più ampio quadro della
governance migratoria.
Numerosi report prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di
monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di queste pratiche. Le
testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti
di espulsioni e violenze, suggerendo che tali pratiche non possano essere
comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema
di gestione delle frontiere.
La progressiva fortificazione e securitizzazione delle frontiere europee è stata
accompagnata da un aumento dei respingimenti violenti nei confronti delle
persone in transito, soprattutto dopo il luglio 2016 1. La cosiddetta “Regola
degli 8 km”, introdotta dall’Ungheria, autorizzava la polizia a ricondurre oltre
il confine chiunque venisse intercettato entro 8 km dalla frontiera. Inoltre, a
queste persone veniva impedito di presentare domanda d’asilo, aggirando di fatto
le garanzie legali previste 2.
Nel 2020 questa pratica è stata duramente condannata dalla Corte di Giustizia
dell’Unione Europea, poiché viola il principio di non-respingimento. Dopo anni
di mancato rispetto della sentenza del 2020, nel giugno 2024 la CGUE ha imposto
all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1
milione di euro. Nell’aprile 2026, l’importo complessivo dovuto dall’Ungheria è
stimato intorno a 800 milioni di euro.
Dopo le elezioni dell’aprile 2026, Péter Magyar ha espresso la volontà di
fermare le sanzioni quotidiane, senza però manifestare l’intenzione di
rispettare maggiormente i diritti umani; al contrario, il nuovo governo sembra
intenzionato a mantenere una linea rigida sulle migrazioni e a conservare la
barriera di confine.
L’esperienza delle persone in movimento lungo la Rotta Balcanica mostra inoltre
come la violenza non si manifesti soltanto attraverso i pushback o le violenze
fisiche dirette, ma finisca spesso per essere incorporata negli stessi sistemi
di asilo e accoglienza.
Molte persone, dopo essere state fermate dalla polizia, raccontano di essere
state trattenute illegalmente per giorni in garage o strutture informali prima
di essere trasferite nei campi, spesso senza accesso ad acqua o cibo. Altre si
trovano invece intrappolate nella lentezza delle procedure istituzionali e
nell’incertezza costante legata alla propria situazione giuridica. Nel
frattempo, la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha raggiunto un
accordo sulla proposta della Commissione relativa alle nuove regole sui
rimpatri, conosciuta come Return Regulation.
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Il voto in plenaria conferma l’approvazione del Regolamento Deportazioni del
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14 Aprile 2026
Si tratta di una riforma che contribuisce a delineare una nuova politica europea
delle deportazioni, destinata con ogni probabilità a produrre una maggiore
criminalizzazione delle persone migranti, raid nelle comunità e la creazione di
centri detentivi in paesi extra-UE, definiti dall’UE come “return hubs”. In
queste strutture, le persone deportate dal territorio europeo rischiano di
essere esposte ad abusi e violazioni dei diritti umani.
Le modifiche più recenti riguardanti i cosiddetti “Paesi sicuri” si inseriscono
nel più ampio Patto Europeo su Asilo e Migrazione, adottato nel 2024 e che
entrerà in vigore a giugno 2026. Uno degli elementi centrali del Patto, l’Asylum
Procedure Regulation (APR), punta ad accelerare l’esame delle domande di asilo
all’interno dell’UE. Il regolamento introduce una lista comune dei cosiddetti
“Paesi di origine sicuri” (Safe Countries of Origin, SCO) e modifica il
funzionamento dei “paesi terzi sicuri” (Safe Third Countries, STC) 3.
Questi cambiamenti rischiano però di avere conseguenze molto concrete sulla vita
delle persone richiedenti asilo. Procedure accelerate e criteri sempre più
restrittivi aumentano il rischio di decisioni superficiali o arbitrarie,
soprattutto nei confronti di persone che hanno già vissuto esperienze
traumatiche. Persone in condizioni di vulnerabilità o appartenenti a gruppi
marginalizzati potrebbero essere rimandate in paesi dove la loro sicurezza non è
garantita o finire in luoghi in cui diritti e dignità non vengono realmente
tutelati.
Si tratta di misure che incidono direttamente sulla vita di adulti e bambini già
costretti a lasciare le proprie case a causa dell’aumento delle disuguaglianze
globali, dei conflitti e delle violenze che popolano il mondo di oggi.
Lungo la Rotta Balcanica, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come
una componente strutturale della governance migratoria europea. Dai pushback
alle deportazioni accelerate, fino agli ostacoli nell’accesso all’asilo, emerge
un sistema sempre più orientato alla deterrenza e alla criminalizzazione delle
persone migranti piuttosto che alla tutela dei loro diritti.
1. “Introduction to Context”, Border Violence Monitoring Network, n.d. ↩︎
2. “Access to the territory and pushbacks, Asylum Information Database”, 19
Maggio 2026 ↩︎
3. “What do the latest decisions on “safe countries” and returns mean for
people on the move?” – International Rescue Committee (IRC), 9 Marzo 2026 ↩︎