Odissea lavoro: quando il discrimine è la maternità

Pressenza - Saturday, October 24, 2026

Con questo articolo inizia l’odissea nel mondo del lavoro, e in particolare, nel mondo delle lavoratrici. Dal reato di maternità ai lavori fake: ombre e luci del mondo lavorativo, nero su bianco.

Quando una delle prime domande al colloquio di lavoro è: “Ha intenzione di avere figli?” oppure “Ha un marito, un compagno?”, bene sorella, scappa. Anzi no: ricorda al recruiter che queste domande sono illegali e fuori legge. Oppure, rimandale al mittente: “E lei, invece, ha figli? Davvero si? Allora mi riveli il suo segreto: come fa a conciliare lavoro e famiglia?”.

Il mood è, sempre più spesso, questo: la candidata si siede per il colloquio e il recruiter – anzi, pardon, l’HR – il più delle volte il curriculum non lo ha neanche letto. In realtà, al netto delle competenze, il suo interesse principale è assicurarsi che quella donna che ha davanti non abbia nella sua testolina l’idea di diventare madre. Si perché poi magari inizierebbe il valzer delle assenze durante la gestazione, poi l’aspettativa post partum, poi le malattie del pupo. Quindi, a parità di titoli, viene spesso preferito un uomo. Senza contare il fatto che adesso anche lui ha diritto a permessi e aspettativa per l’accudimento dei figli.

Per esperienza diretta, dagli anni ’90 a oggi è cambiato veramente poco nelle procedure di selezione, rispetto all’assunzione delle donne. Le stesse domande, lo stesso tono semi inquisitorio, la stessa discriminazione di genere. Certo, sono state emanate leggi per cercare di eradicare questa cattiva abitudine, però quello che si è ottenuto è, a conti fatti, solo il suo contenimento. Ossia: queste domande vengono ancora poste, ma in maniera più subdola.

Secondo i dati diffusi da RaiNews nel secondo trimestre del 2026, il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in Italia si attesta al 54,8%, a fronte del 71,9% maschile, registrando una differenza di 17,1 punti percentuali. Una differenza notevole che pesa come un macigno.

La maternità era ed è vista come un ostacolo: ho assistito al licenziamento di una collega solo perché aveva deciso di sposarsi, allontanamento camuffato come “periodo di ferie” nel quale occuparsi del matrimonio e dal quale poi sarebbe tornata per rioccupare lo stesso posto. L’episodio più agghiacciante però è stato quando ho ascoltato una conversazione tra il capo e una dipendente, durante la quale lei gli comunicava di essere incinta. Le sue parole testuali sono state “sgravate come vacche”. Non credo che servano commenti. Ho visto colleghe assunte senza contratto, che accettavano di lavorare per bisogno, e poi venivano allontanate per avere commesso il reato di maternità.

La domanda è: come risolvere la questione? Il nuovo decreto lavoro (decreto-legge 62/2026) ha introdotto, all’articolo 1, una importante misura: il Bonus donne 2026.

Si tratta di un incentivo che prevede un esonero totale (100%) dai contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 riservato a donne in situazione di svantaggio : https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2026.05.bonus-donne-2026-guida-alle-assunzioni-con-sgravio-inps-100.html

Sicuramente si tratta di una misura interessante, che però riduce la questione a un bonus, rimandando la questione fino a 24 mesi. Vale a dire che, dopo due anni, il bonus finirà e con esso, molto probabilmente, finirà anche il contratto. Perciò siamo alle solite: la coperta è troppo corta e la decisione è tra coprirci la testa o scoprirci i piedi.

Mentre la spesa del riarmo aumenta, le politiche del lavoro stagnano. Il programma GOL – acronimo che sta per Garanzia Occupabilità Lavoratori – ha permesso la riqualificazione di migliaia di lavoratori e lavoratrici; tuttavia, per quelle di loro che hanno scelto obtorto collo di ritirarsi dal mondo del lavoro per accudire familiari, spesso anziani o portatori di handicap, quale rientro lavorativo si prevede? Come è possibile rientrare dopo anni di assenza, visto che l’età è forse uno dei primi ostacoli da superare per ricominciare un’attività? E perché il caregiving non viene considerato un lavoro a tutti gli effetti, con tanto di stipendio e contributi?

Inizia qui il nostro viaggio nel mondo del lavoro. Ne vedremo delle belle, questo è sicuro.

Stefania Catallo