
Nel pieno della crisi del carburante ENI segna profitti record: +70% in un anno
L'INDIPENDENTE - Saturday, October 24, 2026Mentre il caro energia erode il potere d’acquisto di famiglie e imprese, Eni chiude i primi nove mesi del 2026 con un utile netto rettificato di 6,4 miliardi di euro, il 70% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nel giorno dei risultati, l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha annunciato la proroga fino a dicembre del tetto ai prezzi di benzina e gasolio, lasciando però aperta la possibilità di aumentarne i livelli. Intanto, il gruppo partecipato dallo Stato rafforza la remunerazione degli azionisti. Uno scenario che alimenta lo scontro politico su extraprofitti, accise e prezzi, con le opposizioni che denunciano il contrasto tra l’impoverimento delle famiglie e la crescita dei profitti delle compagnie energetiche.
Il colosso partecipato dallo Stato ha chiuso il terzo trimestre con 2,8 miliardi di utile rettificato, il 125% in più su base annua. L’utile netto fa ancora meglio: 7,6 miliardi nei nove mesi (+202%), di cui 3,2 nel solo trimestre estivo (+299%). Cifre sopra le attese degli analisti, con il titolo in rialzo del 5,8% a fine seduta. L’indebitamento finanziario netto, prima delle passività per leasing, è sceso di circa 2,8 miliardi rispetto a fine 2025, attestandosi a 6,7 miliardi. Il gearing pro forma, al 9%, è ai minimi storici. Riviste al rialzo anche le stime sulla produzione di petrolio e gas: crescita tra il 6 e il 7%, non più il 5%. Ne beneficeranno gli azionisti: a dicembre arriverà un dividendo straordinario da 0,46 euro per azione, pari a 1,3 miliardi complessivi, mentre il piano di riacquisto di azioni proprie sale a 3,8 miliardi.
Il price cap, in vigore dal 28 settembre e nato come misura di un mese, fissa il gasolio a 2,25 euro al litro e la benzina a 1,99. Per il diesel il livello è più alto di sei centesimi rispetto a quello di partenza, dopo il mancato rinnovo dello sconto sulle accise da parte del governo. Secondo le stime di Eni, le politiche di contenimento dei prezzi, compreso il tetto ai carburanti, avranno un impatto di circa 700 milioni tra marzo e fine anno. Il tetto, però, potrebbe salire ancora: da febbraio, con il conflitto in Iran, gas e petrolio sono rincarati rispettivamente del 180% e del 66% e le quotazioni restano in rialzo. Ip, Q8 e Tamoil hanno seguito l’esempio, coprendo circa metà del mercato, mentre i distributori più piccoli non hanno le risorse per reggere il confronto: così si rafforzano le posizioni dominanti.
Evidente il paradosso: i prezzi alla pompa restano alti e non calano in modo significativo, i profitti delle mega-imprese crescono e i salari reali si riducono, nel quadro di un’inflazione al 4,2% che dall’energia fossile si trasmette agli altri settori. Oltre due miliardi spesi per il taglio delle accise non hanno prodotto effetti duraturi sui prezzi. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, i rincari energetici registrati da fine febbraio hanno inciso sull’inflazione italiana più che su quella media dell’area euro, mentre le retribuzioni reali sono nove punti sotto il livello del 2020. Le opposizioni hanno contestato, con posizioni convergenti, una situazione in cui le famiglie faticano sempre più a sostenere il costo della vita mentre le società energetiche vedono aumentare i propri utili, chiedendo una tassa sugli extraprofitti, un tetto ai prezzi esteso all’intera rete e all’extrarete, un taglio effettivo delle accise e misure strutturali per difendere il potere d’acquisto.
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