L’autunno del nostro scontento

Jacobin Italia - Friday, October 23, 2026

Fermento e nervosismo, eccitazione e paura, tensione e speranza. Il dibattito pubblico italiano in questi giorni è stretto in una tenaglia psicologica ed emotiva, generando confusione e smarrimento in molti. La matassa va sbrogliata, se si vuole mantenere il filo di una lettura politica di ciò che sta accadendo e di potenziali direzioni da seguire.

Il punto di partenza è un fatto politico: stiamo vivendo un autunno di opposizione sociale molto più vivo dei precedenti. Una costellazione sparsa e frammentata di forze sociali sta riempiendo le piazze in opposizione al governo Meloni e allo stato di cose presente. Dagli studenti alle piazze «indignate», dal sindacato agli autotrasportatori, c’è un fermento diffuso, anche in settori sociali normalmente poco attivi se non contigui alla destra. L’illusione del melonismo, che per quattro anni ha nascosto la propria strutturale incapacità di affrontare le questioni sociali dietro la patina della guerra culturale, si incrina ogni giorno di più. Ciò provoca un forte nervosismo nel governo e in vasti settori dell’establishment, impegnati da una parte a difendere l’esecutivo e dall’altra a evitare in ogni modo che eventuali alternative siano davvero tali. La risposta è una strategia della paura: con distorsioni mediatiche e l’accurata e scientifica diffusione di notizie inventate, si cerca di creare il panico nella popolazione per giustificare risposte repressive e il futuro appello al popolo per i pieni poteri alla donna forte.

Per questo c’è bisogno di lucidità. Ritrovare il filo che unisce parti diverse dell’opposizione sociale in un discorso su prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità, che ormai in vasti settori della popolazione si è fatto senso comune. Guardare quello che succede in Italia in un contesto internazionale di subbuglio e di protagonismo giovanile, che prende varie forme, anche contraddittorie, ma spinge in una direzione ben precisa. Non cadere nella trappola che prova a fare del conflitto sociale un problema «nostro», chiedendo continui giudizi su ogni singolo episodio: il conflitto è un problema «loro», di chi non ha la minima idea di come affrontare le questioni sociali che segnala. Nel campo dell’opposizione e dell’alternativa, le sfide sono quelle della partecipazione di massa e dell’organizzazione.

Le Italie in piazza

L’operazione propagandistica di vasta portata in atto in questi giorni ha come primo obiettivo rimuovere un dato, che infatti non appare, in barba a ogni obiettività, sulle prime pagine dei giornali: stiamo vivendo un autunno di mobilitazione. Niente di paragonabile a quanto si è visto nelle scorse settimane e ancora si vede in Spagna, in Francia o in Albania, certamente. Però è un dato di fatto che mettere in fila i fronti di conflitto aperti tra il governo Meloni e chi nella società vi si oppone, in queste settimane, faccia una certa impressione. 

Un mese fa, a Roma, decine di migliaia persone hanno sfilato in difesa dello spazio occupato Spin Time, sotto sgombero da parte di un fondo speculativo, in una vertenza che segnala l’avvitamento del rapporto tra rendita immobiliare, sviluppo turistico e accesso all’abitare nelle grandi città. Nelle settimane successive, in risposta alle misure «anti-stranieri» proposte nelle scuole dal ministro Valditara, azioni e occupazioni sono spuntate a macchia di leopardo sul territorio nazionale, fino ai cortei di venerdì scorso, con decine di migliaia di studenti in piazza in tutta Italia e l’irruzione, sull’esempio francese, del tema dello stato degli edifici scolastici, emblema di un intero sistema di servizi pubblici pericolante. Contemporaneamente, in molti territori del Sud, la protesta contro i costi del carburante è montata tra agricoltori e autotrasportatori, fino ai blocchi di questi giorni. Sabato scorso, piazze autorganizzate in stile indignados hanno raccolto centinaia di persone in molte città italiane. La piazza milanese ha attirato particolarmente l’attenzione per gli scontri con la polizia e per gli attacchi ad alcuni negozi del centro che ne sono seguiti, dinamica che si è poi ripetuta domenica nella stessa città, con vetrine rotte e merci sottratte. Contemporaneamente, sabato, a Roma, centomila persone hanno sfilato in un corteo organizzato dalla Cgil, che in quell’occasione ha proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre. Un altro sciopero generale, proclamato dall’Usb, si terrà già la settimana prossima, il 30 ottobre.

È evidente che non si tratti di un unico movimento né che si possa facilmente ricomporre questa molteplicità di vertenze attraverso le differenze di classe, di forma di mobilitazione, di rivendicazioni. Non c’è oggi «l’Italia in piazza», per citare lo slogan delle piazze di sabato, ma ci sono tante Italie in tante piazze, con convergenze evidenti quantomeno nell’identificare nel governo Meloni, nel suo immobilismo sulle questioni sociali e nell’inflazione energetica generata dalle avventure belliche del suo alleato Donald Trump, l’obiettivo principale. Un’opposizione sociale diffusa e molteplice, con un alto grado di trasversalità e un evidente protagonismo giovanile. Tutto questo avviene a un anno dai cortei oceanici in solidarietà con Gaza e la Global Sumud Flotilla: un’ondata di mobilitazione che abbiamo troppo facilmente rimosso come episodica ma che ha sedimentato qualcosa nella coscienza collettiva, in particolare giovanile.

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Se qualcuno è stupito nel vedere il protagonismo sociale e politico delle fasce più giovani della popolazione, in Spagna e in Francia come in Italia, evidentemente non ha letto l’ultimo numero di Jacobin Italia, e soprattutto non ha seguito con attenzione quello che è successo nel nostro paese e altrove in questi anni. 

La generazione a cui, in occasione della pandemia, era stata promessa una ripartenza a base di transizione ecologica, centralità della cura e rilancio dei servizi pubblici, si trova ora alle prese con un mondo che letteralmente brucia, tra emergenza climatica, guerra in Ucraina e genocidio in Palestina. I percorsi di politicizzazione degli ultimi anni, dal movimento femminista a quello in solidarietà per Gaza, hanno sedimentato chiavi di lettura e punti di vista: l’ipocrisia dei governi su Gaza ha rotto i vincoli di fiducia, la retorica del riarmo ha illustrato chiaramente l’assenza di ogni responsabilità nei confronti delle generazioni future, e gli esempi che arrivano dai paesi vicini hanno evidentemente avuto un effetto. Ridurre tutto ciò a qualche vetrina spaccata è un’operazione miope, anche se quel dato non va rimosso. 

Come è stato scritto nei giorni scorsi, il riot urbano, a opera di una composizione giovanile spesso radicata nelle periferie delle metropoli, non è un fenomeno nuovo non solo in Europa, ma neanche in Italia. Altre volte episodi simili erano avvenuti all’interno o a margine di grandi cortei a cui di conseguenza erano stati ascritti in termini di lettura politica. Le caratteristiche tutte particolari delle piazze di sabato hanno conferito sicuramente maggior centralità e protagonismo a queste forme d’azione. Ha poco senso attribuire esternamente una voce politica, come alcuni stanno facendo con maggiore o minore buona fede in queste ore, ad azioni e soggetti che, quando e se ne avranno voglia, parleranno da sé. Chi ha parlato, ovviamente non si sa con quanta rappresentatività, si è raccontato come parte del fermento più ampio che si sta provando a raccontare. E va notato che, rispetto al passato anche recente, il tentativo di concentrare l’attenzione sulla condanna dell’illegalità, in settori tutt’altro che irrilevanti dell’opinione pubblico, ha avuto molto meno successo. Un fenomeno che non stupisce, in un’epoca in cui la risposta politica alle istanze manifestate dal basso è rarissima, e di conseguenza cala l’aspettativail senso di efficacia della protesta in senso tradizionale. Mitizzare l’estetica del casseur o additare lo spettro del maranza, in questo contesto, serve a poco, e rischia di distrarre dal dato politico generale, e cioè lo scontento diffuso in settori molto ampi della popolazione, in particolare giovanile, e la vasta disponibilità al conflitto che ciò sembra aver generato. 

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Come si diceva, sarebbe velleitario porsi l’obiettivo di ricomporre la molteplicità delle Italie in piazzae, così come pretendere di imporvi la stessa razionalità politica. Ciò che appare interessante è ricercare il filo che unisce settori sociali così diversi, per trarre dallo scontento una prospettiva alternativa. La materialità della crisi energetica e le sue conseguenze inflazionistiche forniscono un oggetto immediatamente leggibile all’opposizione sociale. Non perché il caro carburante esaurisca le preoccupazioni e le ambizioni di chi è in piazza, in particolare i più giovani: in discussione c’è ben altro, c’è la credibilità di un intero sistema. Ma la contraddizione tra un discorso pubblico sequestrato dalle guerre culturali e dalla retorica del riarmo e la realtà materiale della vita delle persone, in termini di costo della vita così come di accesso all’abitare, di salari, di speranza futura o anche solo di tenuta statica degli edifici scolastici dove si passano decine di ore a settimana, non potrebbe essere più palese. È così in Italia, come in Francia, come in Spagna, come in Albania: sono, come ogni tanto accade, i nodi rimossi delle nostre società che vengono al pettine, e lo fanno come le circostanze della fase storica determinano, non come a ognuno di noi potrebbe idealmente piacere. 

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Spagna e Francia segnalano anche due modelli di interpretazione politica della mobilitazione di massa: nel primo caso, una polarizzazione molto forte con il centrosinistra che decide di giocarsi sul tema della casa e sulla capacità di rispondere alle istanze del movimento, anche in contraddizione con quanto fatto fino a quel momento, le proprie possibilità nella contesa elettorale; nel secondo, un compattamento istituzionale tra centro liberale, centrosinistra moderato ed estrema destra nel criminalizzare le proteste e nell’utilizzarle per mettere in discussione la legittimità democratica dell’opposizione di sinistra.

Scelta, quest’ultima, ben chiara al governo Meloni e all’establishment italiano, che scommettono nettamente sulla via francese. È difficile, in questi giorni, non vedere i segnali diffusi di un’operazione propagandistica mirata a spaventare le persone a giustificazione di una svolta sempre più autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e in prospettiva dello stesso ordinamento dello Stato.

Da giorni social e media tradizionali, in alcune regioni, amplificano a dismisura il panico morale creato dalla diffusione di screenshot di presunte chat di «maranza» che minacciano un’ondata di atti di violenza sessuale in occasione delle prossime manifestazioni. In Veneto, il Gazzettino ieri apriva la prima pagina con «la psicosi stupri», e lo stesso faceva il dorso regionale del Corriere della Sera, titolando: «Lista di stupri in chat: ‘Superato il limite’». Tutto ciò avviene in un contesto in cui, in occasione degli scontri nelle vie del centro di Milano, non risulta che sia stato riportato alcun episodio di violenza sessuale. Puro panico. Quanto si tratti di una psicosi diffusa simile alla «Grande paura» del 1789 e quanto invece sia una strategia pianificata, resta da capire. 

Allo stesso tempo, una parte importante del commentariato liberale, su stampa e social, denuncia da giorni come si sia in presenza di un «attacco all’Italia» da parte della Russia e dell’Islam, esempio di «guerra ibrida» (un concetto talmente vago e generico da poter essere utilizzato per fenomeni talmente diversi da portare a metterne in discussione la validità generale). Qualche vetrina rotta a Milano diventa un «attacco all’Italia», una «guerra». E alla guerra si risponde con la guerra. Il governo che schiera i militari, peraltro privi di poteri nella gestione dell’ordine pubblico, lo fa esattamente per alimentare questa narrazione: siamo in guerra.

«C’è un attacco coordinato contro l’Italia da parte di potenze straniere che usano gli immigrati per stuprare le vostre figlie». Un messaggio che mira a spaventare le persone per farle stare in casa. Per evitare che le Italie in piazza diventino una sola, che si crei nella mobilitazione quella convergenza che già si sta dando nel senso comune (prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità) e che avrebbe un impatto molto significativo sul clima politico del paese. Per evitare, insomma, che succeda come in Spagna. Non sia mai che, uscendo, le persone si accorgano che i «maranza» sono i figli dei loro vicini di casa, con cui condividono molto se non tutto.  

La strategia della paura, inoltre, è utile a creare il clima necessario a un’ulteriore stretta autoritaria prima di tutto sull’ordine pubblico (Meloni ha già annunciato l’ennesimo decreto), poi sull’immigrazione (non siamo molto lontani dal vedere la destra di governo fare la campagna elettorale sulla «remigrazione») e, in prospettiva, sullo stesso ordinamento dello Stato, con una campagna tra il trumpiano e il gollista in cui Meloni possa porre le persone di fronte all’alternativa tra i pieni poteri alla donna forte e il caos. Sullo sfondo, resta la militarizzazione. Chiacchierare di «attacco» e «guerra ibrida» prepara a una società in cui esercito, armamenti e disciplina hanno un ruolo ben più forte di quello che abbiamo conosciuto.

Un contesto che dovrebbe invitare, come si diceva, alla lucidità. A non cadere nella trappola della paura, a fare il possibile per smontarla, a non scavare fossati con settori generazionali e sociali attraverso discutibili iniziative di condanna, bensì a mettere in campo percorsi ampi di mobilitazione, che diano spazio e orizzonte a quello scontento. Se c’è una disponibilità diffusa alla partecipazione, ai soggetti sociali e politici sta la responsabilità di coglierla, innovando rispetto alla ritualità autunnale e intercettando la volontà di convergenza, concretezza e radicalità che sembra caratterizzare queste piazze. Gli scioperi generali delle prossime settimane in questo senso possono essere appuntamenti estremamente utili, così come molto ci si può aspettare dalla capacità che il movimento studentesco ha mostrato in passato di dare continuità e un orizzonte comune, per le particolari caratteristiche della soggettività studentesca, a mobilitazioni molto frammentate. Le piazze spagnole di queste settimane, del resto, raccontano di una partecipazione di massa, trasversale e diretta e allo stesso tempo del ruolo attivo e determinante di realtà organizzate. Le differenze con il contesto italiano sono evidenti, ma la sfida è aperta, e sarebbe davvero un peccato non coglierla. 

*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).



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