Arrivano anche Egitto e Inghilterra: la guerra in Yemen diventa sempre più grande
La guerra civile in Yemen si sta trasformando sempre più in un conflitto
regionale. Da settimane, agli scontri tra Ansar Allah, il movimento meglio noto
come Houthi, e il governo internazionalmente riconosciuto, guidato dal Consiglio
presidenziale di comando (PLC), si è aggiunto il coinvolgimento diretto
dell’Arabia Saudita, bersaglio degli attacchi Houthi e principale alleato del
PLC. Dopo il recente ingresso di Turchia e Pakistan a sostegno di Riyad, il
prossimo attore a intervenire potrebbe essere l’Egitto. Il presidente Abdel
Fattah al-Sisi ha dichiarato che il Paese è pronto ad aiutare l’Arabia Saudita e
a «prendere ogni misura per proteggere» i propri «fratelli nel Golfo». Il
conflitto coinvolge ormai direttamente anche l’Europa, tanto che il Regno Unito
ha annunciato l’invio di caccia in Arabia Saudita, dove da oltre sei mesi sono
già presenti velivoli e contingenti italiani.
«Non dimenticherò mai e poi mai i nostri fratelli nel Golfo». Con queste parole,
il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato che l’Egitto è pronto
ad aiutare l’Arabia Saudita nel conflitto in corso in Yemen e a «prendere ogni
misura per proteggere» Riyad. L’eventuale dispiegamento di mezzi e soldati sarà
sottoposto al voto del Parlamento la prossima settimana, in un contesto di
escalation della guerra civile yemenita, che coinvolge un numero crescente di
attori regionali. Sul campo, oltre al PLC e all’Arabia Saudita da una parte, e
ad Ansar Allah dall’altra, sono intervenuti, seppur con un coinvolgimento ancora
limitato, anche Turchia e Pakistan. All’inizio di ottobre, i due Paesi,
firmatari del Patto della Mecca, la cosiddetta «NATO islamica», hanno inviato a
Riyad equipaggiamenti e supporto tecnico e a carattere difensivo: il contributo
turco comprende sistemi di difesa aerea e strumenti a sostegno della
pianificazione strategica e della logistica militare, oltre al coinvolgimento di
personale nei settori dell’intelligence, della sorveglianza e della
ricognizione; il Pakistan, invece, ha fornito equipaggiamenti militari che,
secondo le informazioni disponibili, vengono impiegati nelle operazioni contro
Ansar Allah.
Il motivo per cui Pakistan e Turchia si stanno concentrando prevalentemente sul
sostegno tecnico e logistico a Riyad è che il Patto della Mecca non è ancora
stato ratificato. Ieri, tuttavia, la Turchia ha presentato al Parlamento il
documento per la ratifica dell’accordo di difesa reciproca, accelerando il
processo che potrebbe aprire la strada a un coinvolgimento diretto nel
conflitto. Se la guerra dovesse estendersi anche all’Egitto, quello che ha avuto
origine come un fronte collaterale della guerra israelo-statunitense contro
l’Iran rischierebbe di trasformarsi in un conflitto regionale su vasta scala,
coinvolgendo tutte le principali potenze militari dell’area. Secondo il Global
Firepower Index (GFP), l’Egitto occupa il 19° posto nella classifica mondiale
delle potenze militari, risultando primo in Nordafrica e quinto nell’area del
Medio Oriente e Nordafrica intesa in senso esteso, comprendente anche Turchia,
Pakistan e Afghanistan. Lo precedono, tra i Paesi di questa area, proprio la
Turchia (nona potenza militare mondiale), il Pakistan (14esima), Israele
(15esima) e l’Iran (16esima).
L’escalation ha ormai spinto anche il Regno Unito a intervenire: ieri, Londra ha
annunciato il dispiegamento di caccia Typhoon in Arabia Saudita per contribuire
alla difesa del Paese dagli attacchi di Ansar Allah, sempre più sotto pressione
per le offensive del gruppo. Il governo britannico ha precisato che i velivoli
non attaccheranno gli Houthi, ma saranno impiegati esclusivamente in missioni
difensive e di supporto logistico. È lo stesso principio alla base delle
missioni militari italiane attive nella regione dallo scorso marzo: concepite
inizialmente come dispositivi di difesa circoscritti, lontane dal fronte
principale della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, le missioni italiane
sono finite coinvolte in uno dei teatri più caldi della regione e sono tuttora
dispiegate nell’area a sostegno dell’alleato saudita. Parallelamente, l’UE sta
studiando modi per intervenire, valutando l’ampliamento della missione Aspides
lanciata proprio contro Ansar Allah nel 2024. Il motivo del coinvolgimento
sempre più diretto anche da parte europea risiede nella rilevanza strategica del
Mar Rosso, snodo fondamentale per il traffico marittimo globale; un blocco
simultaneo del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz, inoltre, ridurrebbe
ulteriormente il traffico di idrocarburi ed estenderebbe le difficoltà
nell’approvvigionamento energetico anche al commercio internazionale di beni.
Gli scontri in Yemen sono riesplosi all’inizio di settembre, ma in un saliscendi
di intensità proseguono dalla seconda metà di luglio, quando in risposta agli
attacchi delle forze filosaudite contro Sana’a Ansar Allah ha annunciato l’avvio
di un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. Dopo una rapida avanzata che ha
portato gli Houthi a conquistare l’intera costa yemenita affacciata sul Mar
Rosso, il PLC ha annunciato una controffensiva volta a riconquistare i territori
perduti, riuscendo a riprendere il controllo di parte della costa e ad allargare
il fronte del conflitto all’entroterra, in particolare all’area di Ta’izz, la
terza città del Paese. Negli ultimi giorni, gli attacchi reciproci si sono
intensificati: Ansar Allah è riuscita a conquistare alcune delle principali vie
di collegamento tra Ta’izz e Aden, capitale provvisoria del governo filosaudita,
e ha intensificato gli attacchi contro le installazioni militari del PLC e le
infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, compresa la capitale Riyadh; PLC
e sauditi, invece, si sono concentrati sulla capitale yemenita Sana’a e sui
centri conquistati da Ansar Allah lo scorso settembre.
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