State trafficking, un’economia della schiavitù

Jacobin Italia - Wednesday, October 21, 2026

Nel febbraio del 2025 e nell’aprile del 2026 sono stati pubblicati due rapporti di ricerca sulla vendita di esseri umani – nello specifico, migranti neri, uomini e donne, minori e bambini – alla frontiera tunisino-libica. 

Nei due rapporti si introduce il termine Tratta di Stato, dato che i responsabili del fenomeno hanno la particolarità di indossare un’uniforme e di appartenere a corpi finanziati anche attraverso le risorse destinate dall’Unione europea al contrasto della migrazione irregolare. 

In questo articolo consideriamo la tratta di esseri umani promossa da apparati dello Stato tunisino non tanto come un’anomalia o un’eccezione prodotta dall’agire di singoli agenti corrotti, quanto come un punto di saldatura tra due differenti economie della violenza, finora considerate in modo distinto. 

In questo senso, il contenimento forzato delle partenze, che la Tunisia esercita per conto dell’Unione europea, finisce così per alimentare l’economia libica del sequestro, del ricatto e della schiavitù. Fra questi due sistemi ha, infatti, preso forma una catena logistica transfrontaliera che consente di estrarre valore tanto dalla cattura delle persone in movimento, quanto dal loro sequestro. 

I rapporti sulla tratta di Stato sono basati su 63 testimonianze di persone vendute nel corso di 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia verso la Libia; in essi si stima che non meno di 7.400 persone siano state vittime della tratta di Stato dal giugno 2023 al dicembre 2025. Si tratta di una stima per difetto, dato che non si  conosce il numero totale delle operazioni realizzate dalla Garde Nationale Tunisienne (Gnt), il corpo di polizia tunisino responsabile di proteggere le frontiere (europee) in terra e in mare. 

Presentati al Parlamento europeo, al Senato e alla Camera dei Deputati in Italia, non hanno suscitato troppa attenzione mediatica, né, soprattutto, risposta politica. Qualcosa sembra muoversi nel giugno 2026, quando l’organismo della Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr, Human Rights Office of the High Commissioner) ha chiesto conto alla Tunisia e alla Libia delle detenzioni arbitrarie e delle violenze (fra cui quella sessuale è generalizzata) inflitte a queste 7.400 persone. 

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La tratta di Stato è anzitutto una catena logistica: mette in comunicazione due mercati prima separati e, così facendo, trasforma le persone in merce e in forza-lavoro schiavizzata. Questo è possibile perché lo Stato tunisino fa propri gli obiettivi delle politiche di frontiera europee e si serve dei fondi che l’Unione stessa versa a questo scopo. Sino alla firma del Memorandum del 16 luglio 2023,  lo Stato tunisino, come altri della sponda sud del Mediterraneo, disponeva di una sorta di rendita geografica: la capacità di regolare il flusso delle partenze era infatti una risorsa da spendere nelle relazioni con l’Europa. Questa rendita, che a livello macro si esprimeva nel volume variabile delle partenze, a livello micro prendeva la forma di un «mercato del passaggio» in cui gli apparati di sicurezza svolgevano la funzione di attori principali. Nelle interviste raccolte nel 2023 alle isole Kerkennah e sulla costa di Sfax era senso comune che occorresse pagare un’autorità di polizia, di solito la Gnt, per raggiungere Lampedusa; «5mila dinari barca piccola, 25mila barca grande» era il ritornello che abbiamo ascoltato spesso.

Il viaggio undocumented era insomma un grande mercato, popolato da una molteplicità di attori e intermediari, trafficanti e truffatori, il cui esito in ultima istanza dipendeva dalle scelte di laissez passer o di chiusura della frontiera marittima da parte della Tunisia. 

La svolta, tuttavia, non prende forma né a Bruxelles, né a Roma, ma scaturisce il 21 febbraio 2023, quando davanti al Consiglio di sicurezza nazionale il presidente tunisino Kais Saied descrive l’arrivo di «orde» di migranti subsahariani come elemento di un più vasto agire politico volto a modificare la composizione etnica e religiosa del paese. Con quel discorso, che riecheggia la retorica dell’estrema destra globale sulla «grande sostituzione», si apre una fase di aggressioni, licenziamenti, sfratti e sgomberi contro qualunque soggetto razzializzato come nero, indipendentemente dal suo status legale. 

La stagione aperta dal Memorandum, con l’insistente domanda europea di contenimento delle partenze, si innesta sulla diffusione del razzismo di Stato in Tunisia. Da questa combinazione traggono origine altre due economie della violenza: quella dell’intercettazione e quella della vendita. La prima è legata ai sempre più ingenti fondi che Italia e Unione europea destinano alla chiusura della rotta tunisina e che finanziano l’insieme degli apparati di controllo della frontiera (benzina, motovedette e pick up, uniformi, tecnologie, armi, droni); la seconda nasce, invece, come conseguenza della prima e mette a valore le persone catturate rivendendole «all’ingrosso» alla frontiera tunisino-libica. 

I due rapporti descrivono bene le diverse fasi di questa tratta di Stato che prevedono l’intercettazione durante il viaggio in mare o negli accampamenti dei migranti subsahariani lungo la costa di Sfax, il concentramento (usiamo consapevolmente questo termine) delle persone in specifiche aree di «stoccaggio» (come il porto di Sfax), la conduzione alla frontiera su autobus snodati e la detenzione lungo un arcipelago di caserme della Gnt nell’attesa di perfezionare gli accordi di vendita con gli acquirenti libici. 

Dalle interviste dei 63 testimoni si può osservare come nel corso del tempo, lungo ogni snodo di questa catena logistica, aumenta il grado di violenza esercitato dagli apparati di Stato in spregio dei più elementari diritti umani. Le persone catturate sono private di ogni bene, di ogni documento (quale che sia il loro statuto legale in Tunisia di studenti, rifugiati, lavoratori con permesso o clandestini), di ogni tipo di assistenza medica o legale; nessun bisogno primario è garantito ai trafficati; cibo, acqua e cure mediche vengono negati in modo sistematico, al punto che i rapporti descrivono la privazione non come un effetto collaterale, ma come un metodo.

La violenza, infatti, deumanizza, e prepara i prigionieri a divenire «cose», merci di cui si può disporre liberamente, dislocandole e vendendole; diversi testimoni, ad esempio, raccontano di essere stati trattenuti in gabbie e di essere stati spostati su mezzi adibiti al trasporto di animali. 

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Una particolare attenzione viene dedicata dalla Gnt, l’attore principale di questa catena logistica, alla requisizione dei telefoni; nessun contatto con il mondo è permesso alle persone catturate perché nessuna documentazione visiva o sonora deve circolare. A ogni fermata lungo la strada che da Sfax porta a Tataouine o Ben Gardane, a ogni caserma in cui il contingente dei catturati passa di mano in mano, si ripetono perquisizioni intime, violenze di ogni tipo, torture fisiche e sessuali. Tutti raccontano di aver visto un proprio compagno di deportazione morire come esito delle percosse o dell’assenza di cure mediche. Ascoltiamo ad esempio la testimonianza di una donna ventenne:

Ci hanno catturato il 20 ottobre 2025 (in mare). Erano i tunisini con le piccole barche. Noi ci siamo rifiutati di salire, ci hanno picchiate lì, maltrattate, picchiate, picchiate in acqua. Sì, sì, c’è gente che urla, ci sono i bambini con noi. I tunisini hanno iniziato a rovinare l’acqua. Finché la barca si è capovolta. Eravamo 42 persone. Sono stati loro stessi, la Guardia Nazionale. 26 sopravvissuti, 16 morti quel giorno. […] Le persone che sono annegate, sì, sono rimaste in acqua. La Guardia Nazionale… erano loro che avrebbero potuto salvarli. Avrebbero potuto prenderli, come noi. (Al porto di Sfax) non puoi parlare, ti perquisiscono, ti prendono tutto quello che hai addosso, picchiano gli uomini. E per le donne è la stessa cosa, se parli ti picchiano. Le donne non venivano violentate lì, ma quando ci hanno venduto ai libici… è lì che ci hanno violentate. Eravamo in tanti, l’autobus era pieno, c’erano cinque autobus. […] L’autobus era bianco con delle strisce verdi. Hanno cambiato la squadra di poliziotti, ci hanno fatte scendere nei pressi di Tataouine. Ci hanno picchiate. La gente piangeva, non c’era niente, non c’era cibo, non c’era acqua, niente. C’era il loro capo della polizia lì. Ci hanno picchiato, picchiato con i loro bastoni. E con quelli ti picchiano sulla testa. Picchiano tutto, non ci pensano nemmeno, anche sull’autobus. Io non lo so, non lo so (quanto tempo sono rimasta a Tataouine). (Al confine libico) Poi ci hanno fatto inginocchiare tutti quanti, siamo scesi dall’autobus. Hanno scambiato qualcosa, hanno firmato, li abbiamo visti, hanno firmato, comunicano tra loro, hanno firmato un documento. Eravamo in ginocchio. Erano in tanti (i poliziotti), c’erano altri che venivano a picchiare dalle spalle. […] Erano due autobus per la Libia. Eravamo in tanti, più di 100 persone. Sì, sì, erano tutte guardie, è terribile. I tunisini indossavano uniformi nere, abiti neri. I libici… abiti color cachi. I volti coperti. Poi ci hanno rinchiuse in un camion, è pazzesco, non si vedeva nulla fuori. Le persone portate in Libia vengono vendute. Noi stesse abbiamo visto che ci hanno venduto in cambio di soldi. Abbiamo visto scambiarsi i soldi al confine tra Libia e Tunisia. Quando scendiamo dall’autobus. (I libici) sono fuori che aspettano. Loro non hanno un autobus. È una specie di… un’auto ben chiusa con… con delle catene. Sì, sì, non è un camion, è una piccola auto, ma ci mettono gli esseri umani, come se ci mettessero gli animali dentro […] Era tutto chiuso, non si vedeva nulla. Niente finestrini, niente di niente, la gente urlava e batteva alla porta. Una volta arrivati alla prigione di Al Assah in Libia, le donne subiscono violenze, quando facciamo rumore, le guardie vengono e ci picchiano. Sì, sì. Di notte ti violentano, vengono, ti chiamano, «vieni, andiamo fuori». Ti fanno quello che vogliono. Sì, è successo anche a me, molte volte, ho anche le prove (sul corpo) […] Sì, c’è un’altra stanza lì (nella prigione). Sì, ci violentano, la guardia viene lì, ci dice di andare. Dicono che ci libereranno, che quando ti dai a loro ti liberano, ma quando hanno finito ti rimettono dentro…

In questo quadro, la caserma di El Meguissem si configura come il centro della vendita dal lato tunisino, mentre la prigione e le installazioni militari di Al Assah, a pochi chilometri di distanza, sono il centro degli acquisti, dal lato libico. Non è un dettaglio da poco il fatto che Al Assah sia il quartier generale della Libyan Border Guard, un’altra istituzione ampiamente finanziata dall’Unione europea, e più volte visitata da funzionari internazionali e diplomatici europei. 

Ma perché milizie e apparati di Stato afferenti al governo di Tripoli (Gnu) comprano esseri umani dalla Gnt? Per capirlo, occorre prendere in considerazione da un lato una lunga storia di legami sociali, familiari-parentali, e di traffici (di Stato e non) in questa zona di frontiera; dall’altro il ruolo eminentemente economico dell’istituzione-prigione in Libia. Come raccontano i testimoni dei rapporti, i mezzi di pagamento della loro vendita non sono solo il denaro o l’hashish, ma anche e soprattutto il carburante: una tanica da venti litri diventa così l’unità principale di misura di un essere umano. Chiunque abbia messo piede a Ben Gardane rimane stupito, e affascinato, dall’incredibile corridoio commerciale con la Libia che lì prende forma: prodotti industriali di ogni tipo, beni agricoli, animali e tanto petrolio uniscono la strada costiera che dalla Tunisia porta alla frontiera libica. D’altra parte, nel sud della Tunisia la rete di vendita di carburante artigianale e di contrabbando è ovunque, mentre le stazioni di rifornimento delle grandi compagnie sono solo un’infima minoranza. 

Nelle testimonianze appare, inoltre, come funzionari e soldati libici vadano a trattare affari, per fissare i prezzi della «merce umana», direttamente nelle caserme della Gnt, facendo emergere così il carattere poroso per alcuni di quella che resta una frontiera estremamente militarizzata.  

In questo quadro, le prigioni dal lato libico estraggono valore dalle persone acquistate alla frontiera, contribuendo allo sviluppo del territorio circostante. Due, e interrelati fra loro, sono i circuiti economici che prendono corpo nelle strutture detentive: da un lato l’economia del riscatto, dall’altro la schiavitù per debito. 

Nel primo caso la liberazione è ottenuta attraverso il taglieggiamento delle famiglie (nei paesi di origine o in Europa) delle persone catturate. I prezzi richiesti per il rilascio ai testimoni dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking variano dai 600/700 euro per gli uomini, ai 1.000/1.200 euro per le donne, contribuendo così a impoverire e a indebitare ulteriormente le reti di parentela delle persone razzializzate. 

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Il secondo circuito è quello della schiavitù: non tutti i prigionieri hanno una famiglia in grado di pagare il riscatto, e allora il debito si estingue con il lavoro forzato, alle condizioni e per il tempo che decide, a sua discrezione, chi detiene la persona. Per gli uomini si tratta, principalmente, di lavori agricoli o nel settore dell’edilizia (anche legati all’ampliamento delle stesse prigioni e di altre installazioni militari); per le donne, invece, è la prostituzione forzata e, in minor misura, il lavoro servile domestico. 

Il debito può, inoltre, essere comprato da terzi che a loro volta lo mettono a valore organizzando squadre di lavoro, agendo come agenzie interinali, o rivendendo la «merce umana» ad altre prigioni, a imprese di diverso tipo presenti sul territorio o, appunto, a case di prostituzione forzata. 

Si tratta insomma di un’economia della schiavitù per debito che si articola attorno alle strutture di detenzione che si configurano quali centri di collocamento principale della manodopera. Ed è proprio la dimensione sistemica di questo processo a giustificare la necessità di un circuito di alimentazione continuo, attraverso il quale sia possibile rivendere «servizi lavorativi» al territorio circostante o sostenere continuativamente l’economia del sequestro e del riscatto

Nel settore nord-occidentale della Libia, il flusso di entrata nelle prigioni proviene o dagli acquisti di «merce umana» operati alla frontiera tunisina, attraverso la collaborazione della Gnt, o dai raid di polizia e/o di milizie private nelle città della costa di Sabratha e Zwara, o infine dalle intercettazioni in mare effettuate dalla cosiddetta «Guardia costiera libica». 

L’esistenza di un mercato di schiavi in Libia non è cosa nuova; un reportage della Cnn nel 2017 testimoniava ad esempio l’esistenza di aste di compra-vendita di esseri umani; e più in generale una vasta letteratura scientifica ha esplorato i diversi contorni di una costellazione economica che pur ruotando attorno al lavoro forzato e alla schiavitù per debito non ha mai impedito all’Unione europea di sostenere, direttamente o indirettamente, apparati di Stato e milizie come una sorta di «corpo di guardia» della nostra frontiera. 

La novità messa in luce dai rapporti sulla tratta di Stato è il saldarsi sotto l’impulso del Memorandum del 2023 (e dei finanziamenti a esso connessi) di due economie della violenza, precedentemente disgiunte; da un lato il controllo violento e il contenimento delle mobilità operato dalla Tunisia per conto dell’Ue; dall’altro in Libia l’economia del sequestro e la riduzione delle persone comprate, o catturate, a forme di schiavitù per debito. Ne deriva l’emergere di una catena logistica transfrontaliera, sostenuta da ingenti risorse europee, nella quale il blocco della mobilità e l’estrazione di valore dalla cattura delle persone in movimento diventano momenti reciprocamente interconnessi e funzionali. 

Che Stati e istituzioni siano fra gli attori rilevanti nelle operazioni di traffico di esseri umani è una storia vecchia e risaputa; in epoche diverse la tratta transatlantica, quella transahariana, e la riduzione in schiavitù fra le due sponde del mediterraneo sono state promosse, sostenute e organizzate grazie a un connubio fra poteri politici e interessi economici. La cifra del presente è che le politiche dell’Ue di esternalizzazione della frontiera verso la Tunisia e la Libia, nel mentre individuano retoricamente nei «trafficanti» i loro bersagli principali, sono esse stesse materialmente all’origine della costruzione e del finanziamento di una nuova tratta di Stato.

*Roberta Derosas è dottoranda all’Università di Palermo, operatrice sociale e redattrice di Melting Pot Europa. Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, insegnano entrambi Sociologia delle migrazioni all’Università di Genova. Il collettivo RR[X], autore dei rapporti sulla Tratta di Stato oggetto di questo articolo, firma i rapporti in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare a raccoglierne la voce. Come parte della coalizione che sostiene il progetto (insieme a Asgi, OnBorders, BorderForensic, The Routes Journal e Melting Pot Europa) abbiamo avuto accesso all’intero corpus delle interviste su cui si fonda la presente analisi. 

Questo articolo è dedicato a Nadège, testimone n. 56 del rapporto Women State Trafficking, morta in mare nel settembre del 2026 cercando di sfuggire alle situazioni che qui si raccontano. 

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