
Assalto alla Feltrinelli di Torino: una riflessione scomoda
L'INDIPENDENTE - Monday, October 19, 2026Non tutte le domande sono facili da porsi. Alcune domande nascono anche da eventi che ci ripugnano. Ma andiamo con ordine. Sabato 17 ottobre un gruppo di giovani ha fatto irruzione nella libreria Feltrinelli della stazione di Porta Nuova, a Torino, rovesciando e vandalizzando i libri. Queste immagini hanno suscitato indignazione. Penso subito a quel povero libraio che si è trovato il negozio distrutto; e penso anche agli autori. So bene quanto costi stampare un libro e vedere quelle copie gettate a terra fa male. Eppure, al di là del gesto in sé, vorrei allargare il discorso, perché c’è una domanda che non posso fare a meno di pormi e anche se è scomoda voglio farla lo stesso: che cosa hanno da dire, oggi, i libri a una generazione che scende in piazza per protestare contro il mondo in cui vive?
Dove sono i libri che hanno incendiato una generazione o che semplicemente hanno dato voce al grande disagio di questa generazione? Dove sono i romanzi che hanno dato voce agli stravolgimenti culturali ed economici che hanno dilaniato l’Europa? Io penso immediatamente a Furore di Steinbeck, un libro che intrecciò la storia della famiglia Joad con l’esodo di massa di migliaia di famiglie americane, durante la siccità e la Grande Depressione degli anni ’30, verso la California. Quei patriarchi polverosi che si misero in cammino sulla Route 66 divennero il simbolo di un’intera generazione, così come Sulla strada di Kerouac divenne il simbolo della generazione beatnik, dei suoi sogni, delle sue speranze e, ahimè, delle sue illusioni.
Anche noi in Italia abbiamo avuto una grande depressione e i nostri profughi oggi non percorrono le polverose strade della Route 66 ma fanno la fila nei centri di collocamento o si raggruppano, i più disperati, in lunghi convogli davanti alle porte della Caritas. I sogni della nostra gioventù non si chiamano sogni ma disillusioni. Dove sono i romanzi che sono stati capaci di raccontare la rabbia, la disillusione, la precarietà, la perdita di prospettive di un’intera generazione?
Dove sono le odi ai caduti? Storia e decadenza di una famiglia, per citare I Buddenbrook, oggi dovrebbe essere Storia e decadenza della classe media. La fine della storia, profetizzata da Fukuyama, l’illusione cioè che il progresso e la democrazia e il benessere occidentale avessero messo fine alle guerre e alle violenze dei secoli scorsi, si è rivelata appunto un’illusione. All’alba del XXI secolo la gioventù europea, spogliata di futuro e prospettive, si è risvegliata in un mondo dove la guerra non è più un tabù e la corsa agli armamenti è una realtà. Addio alle armi di Hemingway oggi dovrebbe chiamarsi Ritorno alle armi.
Che fine hanno fatto quelle opere capaci di dare voce ai grandi conflitti morali, civili e sociali del nostro tempo, opere capaci di trasformare il disagio individuale in una storia collettiva, che aiutino le vecchie e le nuove generazioni a riconoscersi e a dare un nome a ciò che sta accadendo? E ancora: quali romanzi oggi si interrogano davvero sul bene e sul male? Io penso adesso a Delitto e castigo, che fuse la rivolta di un giovane contro un sistema sociale oppressivo con domande valide oggi quanto ieri: cosa è bene e cosa è male, cos’è lecito fare? Cosa può osare un uomo e cosa invece non dovrebbe desiderare?
L’assalto alla Feltrinelli di TorinoIn un mondo in cui “tutto è permesso”, in cui il forte domina sul debole, come deve agire e che scelta farà il singolo? In un mondo dove il diritto internazionale è carta straccia, discutere del bene e del male non è mai tempo perso. Insomma, di temi e di grandi questioni di cui dovrebbe occuparsi la narrativa ce ne sono a sufficienza, invece vedo una narrativa sempre più fiacca e ripiegata su sé stessa, una narrativa che ha rinunciato alla dimensione sociale e civica, dove l’autore/scrittore è spesso protagonista dei suoi stessi romanzi, che più che essere romanzi sono autobiografie travestite da romanzo.
Basti vedere la sestina finalista al Premio Strega di quest’anno. Ne Lo sbilico di Alcide Pierantozzi lo scrittore-autore fa delle proprie cartelle cliniche un’autobiografia della sua malattia e della sua personale lotta contro la depressione. Ne I convitati di pietra di Michele Mari un uomo anziano riflette sul trascorrere del tempo e fa un macabro gioco con i suoi compagni di classe: il tempo passa, i compagni invecchiano e muoiono, ma il mondo esterno resta fuori dalla pagina e la vicenda privata diventa quasi un esercizio letterario che indulge su sé stesso. Elena Rui con le sue Vedove di Camus mescola saggistica e narrativa in una ricostruzione della vita di Camus, mentre Teresa Ciabatti con il suo Donnaregina trasforma un’intervista in un romanzo di inchiesta.
Gli unici due romanzi in senso stretto sono La sonnambula di Bianca Pitzorno, un romanzo storico, e Platone di Matteo Nucci, che volge pur sempre il suo sguardo al passato, a un passato remoto. E ci restituisce sì un ritratto vivace della vita nell’antica Grecia, ma non può essere definita un’opera che vive di contemporaneità e dalla contemporaneità trae linfa e ispirazione.
La grande assente dalla sestina finalista del Premio Strega è proprio la contemporaneità, forse perché la contemporaneità è scomoda e scivolosa, a meno che non venga declinata in una forma privata e personale e spogliata dunque di legami con la collettività, con la politica, con la dimensione sociale dell’esistenza. Non voglio dire che il Premio Strega debba essere per forza l’emblema della narrativa odierna, ma di certo ne è un termometro. Anche negli anni precedenti i grandi protagonisti della narrativa italiana furono storie di “relazioni disfunzionali”, di “famiglie disfunzionali”, di donne che vanno alla ricerca delle proprie origini o di uomini che si domandano come affrontare il lutto, il dolore, la perdita o il trascorrere del tempo. Insomma, il particolare ha preso il posto dell’universale, il soggettivismo ha soppiantato il collettivismo.
Non è un caso che oggi la maggior parte dei libri pubblicati nella narrativa letteraria siano scritti in prima persona. Abbiamo un’abbondanza di viaggi nella memoria, di libri dove l’Io dell’autore interroga sé stesso, e analizza sé stesso, e racconta a noi lettori le proprie vicende private e i propri dolori (oggi sembra che gli scrittori italiani vogliano imitare a tutti i costi Proust), ciò che manca semmai è l’esperienza corale e collettiva della vita umana. Le idee, le pressioni, le lotte, i mutamenti, i conflitti, la dimensione cioè morale, civile e sociale di questa generazione e di quest’epoca. Manca lo scrittore che si serviva della scrittura per uscire fuori da sé stesso, e aveva la voglia o semplicemente la pazienza per raccontare l’Altro. Per passare dall’Io al «Noi».
Al di là del triste episodio di Torino, se i giovani distruggono i libri e non hanno amore per i libri, se non leggono, e leggono poco, forse è anche perché i libri hanno cessato di fare loro domande e di suggerire risposte alle loro domande o, ancora meglio, di imprimere su carta quelle domande che essi stessi non riescono ma vorrebbero formulare. Hanno cessato di parlargli e di rappresentarli. E di parlare non solo alle nuove ma anche alle vecchie generazioni, che spesso si rifugiano nei classici o cercano nella narrativa un passatempo e un diversivo con cui distrarsi, al pari della televisione, perché nel frattempo i molteplici aspetti della vita civile, sociale, politica e morale hanno semplicemente cessato di essere rappresentati su carta.
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