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Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero
Procede a tamburo battuto il folle piano del riarmo europeo. Mentre gli Stati, incuranti di ciò che pensa la popolazione e di ciò che vuole la popolazione, fanno debito su debito per comprare armi, progettare armi e costruire armi, per l’immensa gioia dell’industria bellica, mentre insomma non cessa la retorica del si vis pacem, para bellum, qualcuno potrebbe smontarla punto per punto… se soltanto venisse letto almeno. È in momenti come questo che trovo sollievo in questo poema scritto quasi tremila anni fa, che parla di una città assediata e di un esercito che combatte per l’onore, il bottino e la gloria, per tutto ciò che gli uomini hanno raccontato a sé stessi, nel corso dei secoli, per rendere la guerra accettabile.  O più precisamente trovo sollievo in una scena dell’Iliade; sto parlando della celebre incontro tra Priamo e Achille che in un clima come quello attuale meriterebbe più di qualche parola. Ettore è appena morto. Allora Priamo si traveste da mendicante e avanza nella notte per raggiungere la tenda di Achille. E cosa accade? Si mette in ginocchio davanti all’assassinio di suo figlio! C’è quest’uomo, un uomo amato e onorato dalla sua gente, che ha letteralmente potere di vita e di morte sulla sua terra, che s’inginocchia e bacia quelle «mani tremende». Bacia la mano di chi gli ha ucciso il figlio. E in quel momento la guerra non è più gloriosa, non è più eroica, non ci sono canti o celebrazioni di grandi gesta, c’è soltanto il dolore di questo padre che chiede che gli venga restituito il corpo del figlio.  E poi Priamo fa una cosa altrettanto sconvolgente: «Abbi pietà di me», dice ad Achille «ricordando tuo padre; io sono ancora più sventurato, ho sopportato quello che nessun altro mortale ha sopportato: di portare alla bocca la mano dell’uccisore di mio figlio». E le sue parole sono talmente eloquenti, tanto autentico è il suo dolore, che riesce a fare breccia nell’animo di Achille. E Achille l’invincibile, l’inamovibile, scosta Priamo dalle sue ginocchia e lo abbraccia. E i due piangono assieme. L’Iliade, in effetti, termina col funerale di Ettore, ma in realtà è proprio questa la scena d’azione conclusiva del poema. L’Iliade, il poema della forza, si conclude con la riconciliazione di due acerrimi nemici.  Priamo chiede ad Achille di restituire il corpo di Ettore. Dipinto del 1824 di Aleksandr Andreevich Ivanov Ciò che rende davvero interessante questa scena non è tanto la riconciliazione in sé, ma come e perché sia avvenuta. Cosa vede Achille quando Priamo gli bacia la mano?  È una domanda tutt’altro che marginale. Perché tutta la guerra si fonda sulla capacità di non vedere l’altro nella sua individualità. L’esercito non è fatto di uomini ma di soldati; il nemico non è più una persona ma un obiettivo; una città è soltanto un territorio da conquistare. Per poter uccidere, bisogna prima trasformare l’altro in qualcosa che possa essere ucciso. E Omero sembra sapere perfettamente che cosa accade quando questa trasformazione viene meno. Quando Priamo entra nella tenda di Achille, la guerra, per un istante, si interrompe. Non perché sia finita. Ettore è morto, Troia è ancora assediata, Achille resta un guerriero e Priamo è il re della città che è sua nemica. Nulla di tutto questo è cambiato. È cambiato però il modo in cui i due uomini si guardano l’uno all’altro. E basta questo perché, dentro quella tenda, la logica della guerra perda per un momento il proprio potere. Sia ben chiaro, l’Iliade non è affatto un poema pacifista. È un poema pieno di violenza, di sangue, di corpi mutilati, di città distrutte, di uomini che insomma si uccidono e vengono uccisi in modo brutale. Omero non ci risparmia nulla: ci mostra la ferocia, la vendetta, l’odio. Ma proprio per questo quella scena finale assume un significato ancora più grande. Perché l’Iliade non ci mostra soltanto degli uomini che combattono, ci mostra uomini che hanno bisogno di raccontarsi perché combattono. Gloria, onore, vendetta, patria, bottino: la guerra non è mai soltanto una questione di armi; è anche e soprattutto una narrazione. Gli eroi di Omero devono trovare continuamente le parole capaci di trasformare la morte in qualcosa che possa essere sopportato. Achille deve credere che la morte di Patroclo debba essere vendicata. I Greci devono credere che la loro guerra abbia un significato. Gli eroi devono credere che morire sul campo di battaglia sia preferibile a tornare a casa senza gloria. E invece cosa accade nella tenda di Achille? Accade qualcosa che in guerra non dovrebbe accadere mai: Achille torna a vedere l’uomo che ha davanti. Fino a quel momento Priamo è il re dei Troiani, il padre di Ettore, il capo del popolo contro il quale combatte; Ettore è il nemico che ha ucciso Patroclo e che per questo deve essere punito. Ci sono i Greci e ci sono i Troiani, ci sono i nostri morti e ci sono i loro morti. È così che funziona una guerra: prima ancora di uccidere un uomo bisogna trasformarlo in un nemico. Bisogna convincere gli uomini che quelli che moriranno dall’altra parte non sono uomini come noi, che il loro dolore pesa meno del nostro, che la loro morte è necessaria, inevitabile, perfino desiderabile. Bisogna smettere di chiamarli padri, figli, fratelli, madri. Bisogna chiamarli soldati, bersagli, obiettivi, minacce. È così che una città può diventare un obiettivo militare. È così che migliaia di morti possono essere ridotti a una cifra. Funerali di Ettore. Tela di Vincenzo Baldacci dipinta nei primi anni dell’Ottocento Ma poi Priamo entra nella tenda di Achille e quella costruzione crolla. Achille non vede più davanti a sé il re di Troia; vede un padre. Priamo non vede più davanti a sé l’uomo invincibile che ha ucciso Ettore; vede un altro uomo che ha avuto un padre. Per un istante cioè la guerra perde la sua capacità di dividere il mondo in due categorie: noi e loro. Ed è in questo preciso momento che Omero oltrepassa qualsiasi distanza temporale.  Oggi, invece, si parla continuamente di deterrenza, sicurezza, minaccia, capacità militari. Ma che cosa nasconde, cosa scompare dentro questo linguaggio? Scompare l’uomo. È questa, forse, la cosa più inquietante della retorica del riarmo. Non è tanto il fatto di spendere miliardi che potrebbero essere destinati a cose come la sanità, l’istruzione, le pensioni, il lavoro, tutto ciò che contribuirebbe al benessere dei cittadini insomma, ma ciò che desta preoccupazione è che questo tipo di retorica ci abitua progressivamente a pensare alla guerra attraverso le categorie della macchina militare e non attraverso quelle dell’esperienza umana. Frasi asettiche e impersonali come «centotrenta miliardi per le armi», il «cinque per cento del PIL», nel concreto significano uomini che un giorno potrebbero essere mandati a combattere e che potrebbero essere uccisi. Significano padri, figli, fratelli, persone. L’incontro tra Priamo e Achille raccontato da Omero ci costringe invece a rimettere un volto dove la guerra aveva messo un bersaglio. E forse è per questo che la scena dell’Iliade è così sconvolgente. Omero ci ha regalato una scena nella quale due uomini smettono di essere ciò che la guerra ha ordinato loro di essere. Priamo dovrebbe odiare Achille. Achille dovrebbe odiare Priamo. E invece piangono insieme.  E quando il nemico torna a essere un uomo, la guerra diventa improvvisamente molto più difficile da raccontare. Ecco perché rileggere Omero, per ricordare cosa la retorica militare, di oggi e di ieri, vuole farci rimuovere. Perché la vera domanda non è solo quante armi stiamo comprando, ma quali parole vengono usate su di noi, quali parole ci abituiamo ad usare che plasmano e plasmeranno il nostro modo di pensare alla guerra. Cosa succede, infatti, quando una società comincia a ripetersi di continuo che il Nemico è un nemico appunto e la guerra è inevitabile da finire per considerarla inevitabile davvero? Omero ce lo ha mostrato. Chissà se arriverà mai il giorno in cui potremmo dire di avere davvero capito la lezione… The post Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
La censura di domani: il caso Anthropic e il project Panama spiegato punto per punto
Da qualche giorno non si parla d’altro che dello scandalo di Anthropic, una delle più importanti aziende di intelligenze artificiali, che ha acquistato in segreto migliaia di libri per smembrarli, scannerizzarli e utilizzarli nell’addestramento dei propri modelli linguistici. L’operazione ha preso il nome di Project Panama, ed aveva lo scopo di dare in pasto alle IA tutti i libri del mondo, distruggendoli fisicamente nel processo al fine di ridurre i tempi e massimizzare i profitti. Al di là degli aspetti più ovvi, ce n’è un altro, ben più grave, che è stato sottaciuto. La notizia, infatti, ha giustamente suscitato indignazione. Molti hanno parlato di uno sfregio alla cultura, altri hanno puntato il dito contro la distruzione materiale dei libri a cui è stato amputato il dorso per velocizzare i tempi di scannerizzazione. Sono considerazioni più che legittime. Ma la questione è molto più sottile. E proprio per questo più inquietante. Ma partiamo dall’inizio. Da secoli il libro rappresenta il simbolo stesso della memoria. Un’opera nasce, viene pubblicata, letta e conservata nelle biblioteche e tramandata alle generazioni successive. Eppure ciò che sta accadendo rovescia completamente questa prospettiva. Il libro non viene più acquistato per essere letto ma per essere distrutto. Viene letteralmente smontato pagina dopo pagina, per essere trasformato in una sequenza di dati da far assimilare a una macchina. Già questo di per sé è sufficiente per suscitare indignazione.  Ogni civiltà ha avuto le proprie risorse strategiche. Oggi la vera materia prima è il linguaggio. Non è un caso che le aziende più ricche del pianeta non estraggano più minerali ma informazioni. Il sapere non è più ciò che permette all’uomo di comprendere il mondo; è diventato il combustibile con cui alimentare un’industria che genera profitti miliardari. Il libro, in questa prospettiva, non vale più per quello che dice. Vale per ciò che può insegnare a un algoritmo. I libri stanno diventando miniere di dati. Giacimenti linguistici da trasformare in profitto. Per secoli inoltre l’autore ha immaginato di scrivere per un lettore. Oggi, spesso senza nemmeno rendersene conto, scrive per una macchina. E viene equiparato a una macchina. Più di una volta mi è capitato di leggere tra i commenti della mia pagina Instagram frasi come: «sembra scritto dall’IA». È un’accusa che rivela un equivoco enorme. L’intelligenza artificiale non possiede uno stile. Non ha una voce. Non ha una sensibilità o un linguaggio. Fa qualcosa di molto diverso: osserva milioni di pagine scritte dagli esseri umani, ne assorbe il ritmo, il lessico, la sintassi, e ci restituisce una nuova combinazione, una copia, un’imitazione, di ciò che ha imparato. In altre parole, ciò che molti chiamano «stile dell’intelligenza artificiale» non è altro che il riflesso degli stili che noi stessi le abbiamo consegnato.  Ebbene sì: siamo noi, oggi, ad addestrare gli strumenti che domani ci renderanno superflui. Qualcosa potrebbe obiettare: chi se ne importa degli scrittori, chi se ne importa dei giornalisti, sono destinati a diventare pezzi da museo, figure mitologiche appartenenti a un lontano passato come i poeti, i pittori, gli scultori, monoliti solitari di un tempo che fu. Triste, ma inevitabile insomma, come accadrà alle altre centinaia di professioni destinati a sparire nella nuova era delle IA.  Il CEO di Anthropic Dario Amodei Ma ciò che davvero mi fa rizzare i peli sulle braccia è un’altra questione che, per parafrasare Leopardi, mi fa spavento. Perché qua non si tratta soltanto della distruzione dei libri, o della trasformazione della cultura in materia prima, o del fatto che gli uomini di oggi stiano addestrando le macchine destinate a sostituirli domani. La questione, cari signori e gentili signore, è molto più sottile. Molti, infatti, immaginano l’intelligenza artificiale come una sorta di arbitro imparziale, limitato, molte volte stupido, ma tutto sommato neutro. Incapace cioè di avere una visione politica e di difenderla, perché dopotutto una macchina non pensa. Ed è proprio qui l’errore. Non c’è nulla di più parziale di un’IA.  Queste macchine non vengono costruite da una misteriosa entità senza volto. Vengono progettate da aziende private, aziende americane per la precisione.  Chi utilizza Facebook saprà bene cos’è accaduto alle opere d’arte. Lentamente, quasi senza che ce ne accorgessimo, le fotografie delle statue greche, dei dipinti rinascimentali, delle sculture classiche hanno cominciato a scomparire. Un seno scolpito nel marmo, un corpo dipinto da Botticelli, perfino opere conservate nei musei sono state oscurate, rimosse e falcidiate da algoritmi che applicano standard culturali modellati dalla mentalità americana, dalla pruderie americana che ha fatto guerra all’arte. E quella guerra l’ha vinta. Oggi su Facebook si espongono opere d’arte rigorosamente vestite o tagliate dal petto in su. La visione della sessualità americana ha finito per imporsi su milioni di persone non attraverso una legge, ma attraverso un algoritmo. Ogni algoritmo, infatti, assimila criteri, gerarchie, filtri, sensibilità culturali. E vale lo stesso per le intelligenze artificiali. Le IA sono create, prodotte ed addestrate da una determinata cultura, che a sua volta porta avanti una determinata visione politica del mondo, programmata per decidere ciò che è accettabile da ciò che non lo è. L’intelligenza artificiale lavora direttamente sul linguaggio. E il linguaggio non è mai neutrale. Adesso con il caso Antrophic le IA si stanno lentamente sostituendo all’ultima roccaforte rimasta: la letteratura. Smembrano letteralmente i libri per imitarne il linguaggio e sostituirsi, a lungo andare, ad esso. Più questi sistemi migliorano, si evolvono, almeno in apparenza, più diventerà difficile rinunciare ad essi. Già oggi sono molti coloro che anziché leggere i giornali, chiedono a ChatGPT o strumenti affini un riassunto di quanto riportano i giornali. Ma più ci abituiamo a consumare informazioni digerite e filtrate dalle IA, più tutto ciò che è scomodo, controverso, politicamente scorretto, e dunque artisticamente valido, è destinato a sparire. La letteratura, occorre sempre ricordarlo, non nasce per rassicurare. Nasce per disturbare. Le opere che hanno cambiato la storia erano quasi sempre scandalose, offensive, provocatorie. Hanno urtato la sensibilità del loro tempo, hanno infranto tabù religiosi, politici e morali. Dostoevskij scandalizzava. Céline scandalizzava. Pasolini scandalizzava. Se fossero stati costretti a scrivere entro i limiti imposti dagli standard di accettabilità delle grandi piattaforme contemporanee, molte delle loro pagine più scomode non sarebbero mai esistite. Il problema quindi non è la macchina, ma chi decide quali libri leggerà la macchina. Quali parole apprenderà, quali idee considererà pericolose. Quali toni saranno ammessi. Quale cultura, detta in poche parole, meriti di sopravvivere. Ed è questa la vera censura, la censura più profonda e radicale, più difficile da combattere, perché non verrà più riconosciuta come tale. La censura di domani non sarà sbandierata ai quattro venti, ma sarà invisibile, silenziosa, perché senza rendercene conto la nostra visione del mondo sarà influenzata da sistemi di filtraggio delle informazioni e informazioni stesse forniteci dalle IA e da chi le ha prodotte.  The post La censura di domani: il caso Anthropic e il project Panama spiegato punto per punto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi
Poche cose mi danno sui nervi quanto leggere frasi come «facciamo un brainstorming», «l’Italia punta sul reshoring», «ha una magnifica location». Oggi leggere i giornali significa barcamenarsi tra una sfilza di anglicismi, calchi linguistici e pessimi adattamenti come il caso di smart working, letteralmente lavoro intelligente che in italiano chissà perché ha preso il significato di lavoro da remoto. Persino molte riforme italiane vengono presentate ai cittadini attraverso espressioni come spending review, jobs act, recovery plan. Il compianto linguista Tullio de Mauro nel 2016 parlava di «tsunami anglicus»; per il professor Jeffrey Earp gli italiani usano l’inglese «più per mostrarsi colti o moderni che per comunicare nella maniera più chiara possibile.»  Non è un caso che molte parole inglesi vengano preferite anche quando esiste un perfetto equivalente italiano. Non diciamo meeting invece di riunione perché meeting sia più preciso o mission invece di obiettivo perché l’italiano non possieda il termine adeguato, scegliamo la parola inglese perché comunica prestigio, autorevolezza, modernità. È un fenomeno simbolico prima ancora che linguistico. «Le lingue cambiano», si dice. «È sempre successo». Ma siamo davvero sicuri che il problema sia linguistico? O forse la lingua è soltanto il luogo visibile di dinamiche più profonde?  Per capire davvero la posta in gioco bisogna liberarsi di un equivoco. Ogni volta che si affronta questo tema, il dibattito viene immediatamente trasformato in una questione di purismo linguistico. Come se chi critica l’abuso degli anglicismi desiderasse congelare la lingua, impedirle di evolvere, costruire una sorta di museo dell’italiano. Ma le lingue non sono mai rimaste immobili. Hanno sempre accolto parole straniere. L’italiano è pieno di termini provenienti dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo, dal tedesco. Il punto non è se una lingua debba o meno prendere in prestito vocaboli stranieri. La vera domanda è perché, in determinati periodi storici, una lingua diventa improvvisamente dominante sulle altre? Perché alcune parole vengono percepite come prestigiose, moderne, inevitabili, mentre altre vengono progressivamente abbandonate? Perché una nazione finisce per descrivere sé stessa utilizzando sempre più spesso il vocabolario di un’altra? Dietro questi fenomeni non agiscono soltanto meccanismi linguistici. Agiscono soprattutto rapporti di potere.  La storia delle lingue, infatti, coincide quasi perfettamente con la storia delle grandi egemonie culturali. Le parole viaggiano insieme agli eserciti, al commercio, alla scienza, alla tecnologia, ai grandi centri finanziari. Ogni civiltà dominante esporta inevitabilmente anche il proprio lessico. Non perché lo imponga, ma perché tutto ciò che produce diventa il modello a cui gli altri finiscono per guardare. Quando si parla di anglicismi si lancia sempre un appello accorato in difesa della lingua italiana, quasi mai ci si arrischia ad analizzare fino in fondo questo fenomeno. Sembra un aspetto marginale, mentre sta esattamente al centro del delicatissimo sistema socio-politico e socio-culturale di un paese. Nel II secolo d.C. il greco diventa la lingua d’elezione di  ei quell’élite di intellettuali – allora chiamati neosofisti – che contrapponevano la propria grecità al potere politico romano Il latino diventò la lingua dell’Europa perché Roma conquistò militarmente e politicamente gran parte del continente. Il francese fu per secoli la lingua della diplomazia internazionale perché la Francia rappresentava una delle principali potenze politiche e culturali d’Europa. Chi legge per la prima volta Guerra e Pace non può non sentirsi confuso, spaesato, perfino infastidito. Il famoso ricevimento di Anna Pavlovna che dà il là al romanzo è scritto quasi interamente in francese. Nel salotto della leonessa di Pietroburgo gli invitati parlano in francese. Metà delle frasi sono in francese, l’altra metà abbonda di parole come mon ami, chère, ridicule, ma tante.  Non si tratta di una trovata letteraria, Tolstoj ha descritto fedelmente l’atteggiamento linguistico della nobiltà russa. Ancora oggi il linguaggio della musica conserva decine di termini italiani come allegro, adagio, crescendo, soprano, non per una curiosa coincidenza filologica, ma perché tra Rinascimento e Seicento fu proprio l’Italia a esercitare una straordinaria supremazia culturale in quel campo. Che cosa contiene allora la lingua, che cosa custodisce? La lingua riflette un’identità culturale, innata, mancante o acquisita.. E le trasformazioni linguistiche riflettono l’avvicendarsi di primati culturali e supremazie politiche.  Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, non hanno semplicemente esercitato un’influenza militare. Hanno costruito la più vasta egemonia culturale della storia contemporanea: Hollywood, le multinazionali, Internet, i social network, l’intrattenimento, la finanza globale. Ogni settore strategico ha contribuito a fare dell’inglese non semplicemente una lingua internazionale, ma la lingua stessa della modernità. Quando una classe dirigente adotta sistematicamente il linguaggio di un’altra potenza, non sta soltanto scegliendo parole diverse. Sta riconoscendo implicitamente quale sia il centro culturale del mondo al quale desidera appartenere.  Viviamo all’ombra di una civiltà più forte, dinamica e agguerrita della nostra che ha affermato su di noi la sua egemonia. In definitiva non è possibile criticare e contestare l’uso sproporzionato di parole inglesi nella nostra lingua, se non mettiamo prima in discussione i nostri rapporti politici e culturali con la nazione che ne è l’origine. Perché una lingua non racconta soltanto come parla un popolo. Racconta anche davanti a quale civiltà quel popolo, consapevolmente o meno, ha deciso di mettersi in ginocchio. The post Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
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