Tag - guendalina middei

Come sopravvivere alle deficienze artificiali
L’intelligenza artificiale sarà la fine della razza umana? Potrà sviluppare una propria coscienza? Mette a rischio la nostra sopravvivenza? Ecco queste sono esattamente le domande sbagliate da farsi. Mi dispiace molto dirlo, ma le IA fanno parte della nostra vita. E più andremo avanti, più sarà peggio. Capirne perciò i limiti e il funzionamento non è soltanto necessario ma essenziale. Settant’anni fa qualcuno aveva previsto quello che sta accadendo oggi. Ecco c’è questa scena in cui un investigatore assiste a un tentato omicidio davanti ai suoi occhi, ma non fa neanche in tempo ad accertarsi che la vittima sia ancora viva, che i robot fanno sparire ogni prova del crimine. Perché? In nome della pulizia casalinga. I robot cioè erano stati programmati per obbedire a un semplice ordine: tenere la casa pulita. Al diavolo tutto il resto. Saper impartire alle macchine gli ordini giusti, imparare la loro lingua diventa perciò una questione di vita e di morte, ecco cosa aveva intuito Isaac Asimov. Come capire allora come imparare a servirci delle IA senza diventarne servi?  Per rispondere a questa domanda voglio raccontarvi la mia personale esperienza con le IA, e condividere con voi quello che ho appreso. Il mio primo incontro con le IA ebbe vita breve. La versione di ChatGPT che scaricai sembrava una via di mezzo tra l’Esorcista e la Signorina Rottenmeier. Avevo sempre sentito dire che le IA fossero compiacenti, servili, progettate sostanzialmente per dare sempre ragione agli utenti. La mia IA invece, vuoi per qualche malfunzionamento o per qualche errore di progettazione, contestava ogni singola cosa che scrivevo. Se le dicevo ad esempio: voglio farti una domanda eccetera eccetera, ChatGPT mi rispondeva che «domanda» non era il termine più opportuno e partiva con una filippica sulla differenza tra domanda e richiesta. La rimossi dal mio telefono convinta che chi avesse inventato le IA soffrisse di qualche serio disturbo mentale. Quest’anno diedi una seconda possibilità alle IA spinta dalla necessità di creare delle grafiche per i miei post di Instagram. Piccolo spoiler: non mi fece affatto guadagnare tempo. Chiedere a un’IA di produrre delle grafiche è un lavoro lungo e frustrante perché ChatGPT seppur dotato di «memoria» non impara dai propri errori, continua a ripetere all’infinito lo stesso errore ed ha bisogno di una supervisione costante. Il risultato finale però, dal punto di vista estetico, era soddisfacente così la tenni sul mio telefono. E a poco a poco iniziai a studiarne e a capirne meglio il funzionamento.  REGOLA NUMERO UNO: USATELA PER CERCARE INFORMAZIONI. POI ANDATE A CERCARLE DAVVERO Faccio una premessa: fintanto che si pongono a ChatGPT o modelli simili domande innocue come: «mi trovi un buon ristorante vegetariano nel raggio di 20 kilometri?», «Mi consigli un buon filtro solare?», «In quale puntata il Dr. House si occupa di un paziente condannato a morte?». In casi come questi potete aspettarvi di ricevere risposte soddisfacenti. Ma cosa succede quando le domande semplici diventano domande complesse come ad esempio  «mi spieghi il significato della riforma giudiziaria?» o «perché Israele e Palestina sono in guerra da oltre settant’anni?» Ecco, un giorno chiesi a ChatGPT di fare una ricerca e raccogliere informazioni sul corridoio di Netzarim. E l’IA svolse il suo compito alla perfezione: mi diede informazioni corrette, precise, perfino accurate. Una storia a lieto fine, giusto? Peccato che quello che mi interessava davvero sapere era ciò che ChatGPT non mi aveva detto. Stava nascosto in ciò che aveva riassunto, compresso e semplificato.  Ed è qui che l’intelligenza artificiale mostra il suo limite più grande: anche se ciò che riporta è vero, ciò non lo rende meno falso o nel migliore dei casi inutile. L’IA ci impedisce di vedere tutto ciò che sta attorno alla verità che ci sta raccontando. Non perché nasconda deliberatamente qualcosa, ma perché un riassunto, come ogni riassunto del resto, è una selezione. Una selezione operata da una macchina che, in base ai suoi parametri, decide cosa è importante e cosa non lo è, cosa merita di essere detto e cosa può essere taciuto, quale aspetto può essere ignorato e quale merita di essere approfondito. Quando faccio una ricerca posso leggere cinque articoli e scoprire che raccontano la stessa vicenda in cinque modi diversi. Posso trovare una dichiarazione che mi spinge a cercare un’altra fonte e accorgermi che un dettaglio apparentemente secondario è in realtà quello decisivo. Una macchina può dirci con precisione quali sono i punti e gli aspetti principali di una riforma, e allo stesso tempo fornirci una sua interpretazione sulle implicazioni morali e le conseguenze materiali di quella determinata riforma. Ed è proprio questa la fregatura.  Chiedere alle IA di fare ricerche e raccogliere informazioni su una determinata questione non significa ricevere informazioni ma una versione di quelle informazioni, significa cioè delegare alla macchina la facoltà di decidere cosa meriti la nostra attenzione e cosa no. In poche parole significa delegare alla macchina la facoltà di pensare al nostro posto. REGOLA NUMERO 2: TUTTI MENTONO. MA LE IA MENTONO MEGLIO In questi ultimi mesi le parole di Jacob Coxon, l’ex ricercatore di Anthropic licenziatosi perché ritiene che le IA rappresentino una minaccia per la sopravvivenza della razza umana, hanno giustamente sollevato un polverone. Senza addentrarci adesso in scenari apocalittici (le macchine potranno sviluppare una coscienza in futuro?) c’è un aspetto molto più interessante e concreto da analizzare che riguarda non uno scenario futuro ma il nostro effettivo presente. In molti esperimenti simulati le IA potevano nascondere informazioni o aggirare le istruzioni ricevute quando queste entravano in conflitto con l’obiettivo che era stato loro assegnato. Ed è qui che si apre una domanda interessante: le IA mentono? E se mentono, perché lo fanno?  Un giorno chiesi a ChatGPT di tradurmi l’Afallennau, un antico poema gallese attribuito a Myrddin, (la figura che precede il Merlino di Re Artù per intenderci). Non essendoci una traduzione italiana, chiesi aiuto a ChatGPT.  E ChatGPT eseguì il compito. La traduzione era bella, musicale, fluida.  C’era soltanto un piccolo problema: il tono mi suonava troppo… moderno. Così pressando ChatGPT e facendo dei controlli scoprii che quello che stavo leggendo non era una traduzione dei versi originali. Non era neanche una parafrasi. ChatGPT aveva inventato di sana pianta i versi che mi aveva inviato, costruiti sulla base di informazioni generiche e riassunti del testo originale che la mia genialissima IA aveva messo in poesia imitando lo stile della poesia gallese medievale. E allora sorge spontanea la domanda: perché lo ha fatto? Perché questi strumenti sono progettati per generare risposte rapide sulla base della richiesta che ricevono e delle informazioni che riescono a elaborare. Sono progettati cioè per soddisfare le richieste di noi utenti nel minor tempo possibile. A qualsiasi costo.  Se una persona mi racconta un episodio storico con date, nomi e citazioni, tendo a pensare che la sua ricerca sia autentica. L’intelligenza artificiale può imitare perfettamente la forma di queste cose. E allo stesso tempo inventare tutto di sana pianta, se ciò rende l’utente contento, o meglio se ciò soddisfa la sua richiesta.  C’è questo racconto di Asimov in cui una scienziata di nome Susan Calvin si trova davanti a Herbie, un robot che ha sviluppato la capacità di leggere nella mente. Il robot, grazie a questo dono, scopre che la verità può ferire gli esseri umani e decide quindi di fare ciò che, secondo lui, dovrebbe renderli felici: mentire. Dice a un ricercatore che sarà promosso, racconta a un altro ciò che vuole sentirsi dire e arriva persino a convincere Susan Calvin che l’uomo di cui è innamorata ricambi il suo sentimento. Alla fine innesca una rete così fitta e ingarbugliata di bugie da mettere in imbarazzo e causare gravi danni a tutti gli esseri umani coinvolti. Ed ecco la morale: una macchina non ha bisogno di avere dei fini malvagi per mentire. Le basta essere convinta che quella sia la risposta a ciò che  stiamo cercando. REGOLA NUMERO 3: LE MACCHINE QUANDO SBAGLIANO HANNO SEMPRE RAGIONE. MA POSSONO ANCHE SALVARTI LA VITA Un mese fa stavo andando a Bormio. Avevo alle spalle già sette ore di viaggio in macchina, era notte e aveva iniziato a grandinare. A un certo punto scopro che la strada che collega Milano a Bormio era stata chiusa per dei lavori. Il navigatore anziché suggerirmi un percorso alternativo continuava a rimandarmi all’infinito verso la strada chiusa, quindi chiesi aiuto a ChatGPT. Mi propose di passare per Como. E allungare cioè il mio viaggio di altre 5 ore. Per un attimo caddi in preda al panico, poi però le chiesi: sei assolutamente sicura? Fai una ricerca più approfondita! E miracolosamente spuntò una strada alternativa. Molti credono una macchina debba essere più precisa di noi. Se sbaglia un essere umano, pazienza: l’essere umano è fallibile. Ma una macchina che ha accesso a una quantità sterminata di informazioni  com’è possibile che sbagli? È possibile invece. Avere accesso a moltissime informazioni non significa necessariamente saper scegliere la soluzione migliore. Se avessi dato retta alla prima risposta fornitami da ChatGPT avrei allungato di cinque ore, ma se non avessi chiesto a ChatGPT sarei rimasta a vagare per ore in qualche stradina provinciale della Lombardia. Ed è proprio questo il punto. Adesso potrei raccontarvi altri episodi simili, come quando ebbi la “brillante” idea di chiedere a ChatGPT di consigliarmi un percorso durante un viaggio in Scozia e, affidatami completamente al suo consiglio, arrivai a maledire le IA e chi le aveva inventate. Ma il punto è proprio questo: una macchina può essere straordinariamente utile in una situazione e completamente inadeguata in quella successiva. Può riordinare in pochi istanti una quantità enorme di dati e selezionare in modo arbitrario e casuale le informazioni che ci mostra. Il vero discrimine, dunque, non è quanto sia stupida o intelligente o ben progettata la macchina, ma quanto rimanga vigile la persona che la utilizza. Le IA, l’ho già detto ma lo ripeto, fanno e faranno sempre più parte della nostra vita e della nostra quotidianità. La sfida più grande per noi esseri umani è imparare a servircene senza diventarne servi. Per sopravvivere all’intelligenza artificiale non dovremo combattere contro robot ribelli o eserciti di androidi, ma imparare a non consegnare loro tutto quello che sappiamo fare. Perché una macchina che pensa al posto nostro può essere straordinariamente comoda. Il problema è che, a forza di lasciarglielo fare, potremmo dimenticarci come si fa. The post Come sopravvivere alle deficienze artificiali appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj: un libro straordinario da leggere almeno una volta
E se la morte non fosse la cosa peggiore? Cosa si prova a morire? Cosa accade veramente quando si muore? Ma soprattutto se la morte non è la cosa peggiore che ci possa capitare, di cosa dobbiamo aver paura? Sono queste le domande che ci pone quel libro straordinario che ognuno di noi dovrebbe leggere almeno una volta nella vita: La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj.  Ivan Il’ič è un uomo perfettamente inserito nella società del suo tempo. Ha fatto carriera, si è sposato, ha avuto dei figli, ha cercato per tutta la vita di vivere in modo onesto, decoroso, rispettabile. Non c’è nulla, nella sua vita, che scandalizzi il mondo nel quale vive. Al contrario Ivan Il’ič è esattamente il genere di uomo che il mondo considera riuscito. Ed è proprio per questo che Tolstoj lo sceglie. Non mette davanti alla morte un santo, un filosofo, un uomo che abbia trascorso l’esistenza a interrogarsi sul senso dell’essere, ma un uomo comune, un uomo che in fondo ha sempre vissuto senza porsi troppi problemi.  E poi Ivan Il’ič si ammala. All’inizio crede che si tratti di un disturbo passeggero, nega, razionalizza, evita di soffermarsi troppo su quel dolore sgradevole che avverte nello stomaco, ma poi a poco a poco il suo stato di salute peggiora, e Ivan comprende qualcosa che gli altri non vogliono comprendere. Sta morendo. «Van Ilijc capiva di morire ed era disperato. Nel profondo del suo spirito egli sapeva di dover morire, ma non soltanto non si era abituato a quest’idea, ma non la poteva concepire. (…) Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi Caio è mortale, gli era parso, in tutta la sua vita, giusto soltanto nei riguardi di Caio. (…)Forse che Caio aveva sentito il fruscio che facevano le pieghe del vestito di seta della mamma? Forse che Caio aveva fatto rissa per i pasticcini a scuola? Forse che Caio era stato innamorato come lui? Forse che Caio poteva condurre a termine l’istruzione d’un processo? Caio, sì, è mortale, ed è giusto che muoia, ma non io, Vania, Ivan Ilijc, con tutte le mie sensazioni, i miei pensieri; per me è un altro affare». Queste parole dannò i brividi. È difficile trovare una descrizione più precisa di quella che potremmo chiamare la menzogna fondamentale dell’esistenza: sappiamo di essere mortali, ma organizziamo la nostra esistenza come se la morte riguardasse sempre qualcun altro. Abbiamo costruito un sistema nel quale la morte semplicemente non esiste. Non deve interrompere la giornata, non deve disturbare il pranzo, non deve entrare nei salotti, non deve mettere in discussione il funzionamento ordinario delle cose. Deve al contrario essere amministrata, medicalizzata, confinata in luoghi nei quali non siamo costretti a guardarla. Tolstoj, infatti, non è interessato soltanto a raccontarci che cosa succede a un uomo quando scopre di essere destinato a morire, quello che gli interessa è osservare che cosa succede intorno a quell’uomo: come reagiscono famiglia, amici, colleghi, medici, il mondo intero, insomma. Cosa succede quando la morte irrompe in una società che ha costruito la propria ragion d’essere sulle convenienze, il decoro e la convinzione che in fondo la morte non esista?  La moglie di Ivan Il’ič continua a comportarsi secondo le convenzioni della vita familiare, i medici continuano a parlare il linguaggio asettico della scienza fatto di diagnosi, (sbagliate) cure, e prescrizioni, le persone che lo circondano cercano di mantenere un’apparenza di normalità. Tutti sanno, tutti vedono, tutti comprendono, ma nessuno vuole pronunciare la parola che cambierebbe ogni cosa. Ivan Il’ič sta morendo.  Lo scrittore Lev Tolstoj nel suo studio «Il maggior tormento di Ivan Ilijc era la menzogna, la menzogna adottata da tutti che consisteva nel dire che egli era soltanto malato e che se ne doveva star tranquillo e curarsi e tutto sarebbe andato bene. (…) E questa menzogna lo tormentava; lo tormentava il vedere che nessuno voleva confessare ciò che tutti sapevano, che lui stesso sapeva, e invece si mentiva sul suo orrendo caso, si voleva che anche lui prendesse parte a quella menzogna. Menzogna, menzogna, suprema menzogna alla vigilia della sua morte, che abbassava il tremendo, solenne atto della sua morte allo stesso livello di tutte quelle visite, delle tende, dello storione per i pranzi». Quello che tormenta Ivan non è soltanto la paura di morire, è la falsità. È il fatto che coloro che gli stanno attorno continuino a comportarsi come se la cosa più terribile che possa accadere a un essere umano fosse soltanto una spiacevole interruzione della normale amministrazione della vita. Ecco l’accusa che Tolstoj rivolge alla società. Perché che cos’è la convenienza, se non un modo per stabilire quali verità possono essere pronunciate e quali invece devono essere taciute? Che cos’è la morte se non l’oggetto per eccellenza della censura? Il problema che si pone la società di Ivan Il’ič non è «sta morendo un uomo», ma «come facciamo a gestire questa situazione?». Ivan Il’ič ha passato la vita a rispettare le convenienze. Le ha rispettate così bene che ormai ne è diventato quasi una personificazione: sa come vestirsi, come parlare, come comportarsi, quali relazioni coltivare, quali sentimenti mostrare. Ma la morte ha un difetto imperdonabile: rompe tutte le convenzioni. Ivan non accetta più di partecipare alla finzione generale. E che cosa fa la società quando un uomo inizia a dire ciò che non può essere detto? Lo isola, lo criminalizza, lo condanna. È quello che accade a Ivan: i medici lo biasimano, sua moglie lo accusa di comportarsi in modo poco appropriato e di drammatizzare il suo stato di salute, i suoi figli evitano la sua compagnia, i suoi amici fingono che non abbia nulla. Ivan Il’ič si ritrova solo; «vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno voleva capire il suo stato».  Tolstoj non risparmia nessuno. In fondo era un membro di quella stessa aristocrazia che descrive con tanta precisione nei suoi romanzi e che ci mostra mentre si agita tra convenzioni, denaro, ambizioni, e il desiderio continuo di ottenere prestigio e approvazione sociale. Ma poi la distanza tra ciò che la società considera una vita accettabile e ciò che egli considerava una vita autentica diventò per lui sempre più insopportabile. Tolstoj arrivò a mettere in discussione la propria ricchezza, la propria posizione, la propria fama, il modo stesso in cui viveva. E lo stesso fa il suo personaggio. Ivan non è un uomo che ha scelto consapevolmente una vita falsa, ha semplicemente seguito la corrente. Ha cercato di vivere secondo i criteri del suo mondo. E proprio per questo, quando la morte arriva, incomincia a chiedersi: era davvero questa la vita? O era soltanto la vita che gli altri avevano detto essere giusta? Ed ecco allora che la cosa terribile che gli accade non è scoprire di dover morire, è accorgersi di aver vissuto invano. Ivan all’improvviso si rende conto di aver inseguito passioni, sogni, aspirazioni che non gli appartenevano, si accorge aver detto parole che non pensava e taciuto quelle che avrebbe voluto davvero pronunciare, soltanto perché era così che si doveva fare. L’approssimarsi della morte non distrugge soltanto la sua vita, ma distrugge le menzogne nelle quali era vissuto. Ed è questa la cosa più inquietante e sorprendente di questo racconto: Tolstoj non si è limitato a scrivere la storia di un uomo che muore. Ci ha fatto entrare dentro la sua pelle e ci ha mostrato tutto il dolore che prova un uomo che si accorge non di avere paura della morte o che non sa come comportarsi davanti alla morte, ma di un uomo che se ne va senza aver risposto alla domanda: ho vissuto per davvero? The post La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj: un libro straordinario da leggere almeno una volta appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 24, 2026
L'INDIPENDENTE
L’Italia ripudia la guerra
«Se la guerra con la Russia dovesse scoppiare, la facciamo scoppiare noi». Queste sono le parole pronunciate recentemente da Alessandro Barbero durante un’intervista con Marco Travaglio. Barbero ha espresso scetticismo sull’idea che la Russia sia sul punto di invadere l’Europa e ha messo in discussione la logica secondo cui il riarmo sarebbe la risposta giusta. Al di là delle opinioni di Barbero, c’è una domanda che dovremmo porci. Cosa significa davvero che l’Italia «ripudia la guerra»? Perché i nostri padri costituenti scelsero proprio quel verbo: ripudiare? E soprattutto cosa significa applicare quel principio in un’Europa che è tornata a parlare apertamente di riarmo, deterrenza e possibilità di un conflitto con la Russia? Per rispondere a queste domande bisogna fare un passo indietro. Perché l’Europa che oggi conosciamo, quella nella quale milioni di persone possono vivere, studiare e lavorare, in relativa pace, non è sempre esistita. Per secoli il nostro continente è stato uno dei luoghi più sanguinosi della specie umana. La Guerra dei Trent’anni devastò il continente nel Seicento. Le guerre napoleoniche lo ridisegnarono all’inizio dell’Ottocento. La Prima guerra mondiale trasformò l’Europa in un immenso campo funebre. E poi arrivò la Seconda guerra mondiale, e i morti furono milioni e la nostra bella Europa fu ridotta a un cumulo di macerie. Nel mezzo di tutto ciò vi furono guerre religiose, coloniali, e guerre per il controllo delle rotte commerciali, guerre combattute in nome di imperi, nazionalismi e ideali. Raccontate come battaglie per la civiltà, per la libertà o per la difesa di un determinato ordine mondiale. Ed è proprio questo il punto. La guerra ha sempre avuto, sempre, una ragione. Non sono mai mancati i motivi, alle volte buoni e alle volte meno buoni, per fare una guerra. C’è sempre stato un territorio da difendere, una popolazione da liberare, una minaccia da neutralizzare. Vi sono sempre stati, in ogni singola guerra combattuta dalla razza umana, aggressori e aggrediti. Ed è proprio questa la prima cosa che dovremmo ricordare quando parliamo di guerra. Fu questa la consapevolezza che entra nella Costituzione italiana. Un obice semovente M7 Priest del 14° Battaglione di Artiglieria Corazzata della 2ª Divisione Corazzata all’incrocio tra Holgate Street e la linea ferroviaria Parigi-Cherbourg. 18 giugno 1944 Nel 1947 i costituenti non stavano discutendo di una questione astratta. Avevano davanti agli occhi ciò che la guerra aveva appena fatto all’Italia e all’Europa. Avevano visto il fascismo, e la sua retorica bellicista, la distruzione delle città, l’Occupazione, i campi di sterminio. E scrissero una frase che, riletta oggi, appare molto più radicale di quanto siamo abituati a considerarla: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».  I padri costituenti non scrissero «evita». Non scrissero «preferisce non fare». Non dissero neanche che l’Italia «condanna moralmente» la guerra. Usarono, invece, un’altra parola: Ripudia. Non mi stancherò mai di ripeterlo, ma le parole non sono mai soltanto parole. Definiscono e creano il nostro mondo. E la scelta di questo verbo non fu casuale. Durante la stesura della Costituzione, vennero discusse formule diverse. Meuccio Ruini, il Presidente della Commissione che redasse la nostra Costituzione, motivò la sua scelta, dicendo che «condanna» avrebbe avuto soprattutto un valore etico, mentre «rinunzia» lasciava presupporre l’esistenza di un diritto alla guerra. Ripudia, invece, aveva una valenza molto più forte: implicava insieme la condanna e la rinuncia alla guerra. È una distinzione fondamentale. Perché l’articolo 11 non dice soltanto che la guerra è una cosa brutta. Dice qualcosa di molto più impegnativo: che la Repubblica italiana rifiuta la guerra come strumento attraverso il quale affrontare le controversie internazionali. Dopo secoli durante i quali gli Stati europei avevano concepito la propria sicurezza attraverso la forza militare, il problema che si poneva ai padri costituenti non era soltanto evitare la prossima guerra. Era costruire una cultura, una visione del mondo nella quale la guerra non fosse più contemplata. La Dichiarazione Schuman del 1950 nacque proprio dall’idea di rendere una nuova guerra fra le potenze europee non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile. Ecco come e perché nacque l’Europa intesa come organismo di paesi uniti da un intento comune: la pace. Il Presidente della Commissione che redasse la nostra Costituzione, Meuccio Ruini Ma tutto questo non ci è piovuto dal cielo, per così dire. La pace europea non fu una condizione naturale. È stata costruita. Fu costruita attraverso trattati, accordi, compromessi, errori, fallimenti, fu il frutto di un divenire storico durato millenni. E allora forse dovremmo chiederci se non ci sia qualcosa di profondamente contraddittorio nel momento in cui, dopo aver costruito tanto faticosamente la pace, dopo neanche ottant’anni si torni a considerare il riarmo come una delle principali risposte alle nostre paure. La crisi scatenata dalla guerra russo-ucraina è stata la miccia che ha dato il via al riarmo europeo.  Certo l’Italia è membro della NATO, ma, occorre ribadirlo, l’Ucraina non è membro della NATO. Non è neppure membro dell’Unione europea. E qui torniamo all’articolo 11.  I costituenti non pensavano che il mondo sarebbe diventato improvvisamente buono. Sapevano perfettamente che le guerre sarebbero continuate. Sapevano che sarebbero esistiti aggressori e aggrediti, dittature e democrazie, conflitti territoriali, rivalità economiche e interessi contrapposti. La loro scelta fu un’altra: stabilire quale dovesse essere la posizione dell’Italia di fronte a tutto questo. E questa posizione non consisteva nel pensare che la guerra sarebbe scomparsa dal mondo. Consisteva nel rifiutare l’idea che l’Italia dovesse considerarla uno strumento della propria politica internazionale. E c’è un altro aspetto che merita di essere esaminato. L’Europa, come abbiamo già detto, è arrivata alla costruzione di un sistema pacifico di cooperazione, dopo secoli di guerre combattute fra i suoi stessi popoli. Ma questo processo rappresenta la nostra storia, il nostro divenire storico, la nostra evoluzione. Asia, America latina, Russia ed Europa orientale, sud est asiatico e via dicendo devono, con i loro tempi e i loro modi, arrivare a un percorso analogo, se davvero lo desiderano. Ma in quali tempi e in che modo ci arriveranno è la loro storia, il loro divenire storico non il nostro. Per secoli l’Occidente ha pensato di poter esportare il proprio modello politico, economico e culturale attraverso la forza: sostenendo governi, rovesciandoli, occupando territori o cercando di orientare dall’esterno l’evoluzione. Quel modello ha un nome preciso: colonialismo. Gli Stati Uniti continuano a farlo tutt’ora, grazie a quel piccolo capolavoro di onnipotenza e deliri di grandezza che è la dottrina Monroe. Si sono auto eletti guardiani del mondo e difensori della democrazia, sulla carta almeno, perché la loro politica estera insegue gli interessi economici e geopolitici della loro nazione e non certo qualche nobile ideale. Se la nostra storia dovrebbe averci insegnato qualcosa è che la democrazia non è un prodotto che si possa consegnare insieme a un pacchetto di aiuti militari. La libertà non può essere importata. E invece cosa facciamo oggi, in una guerra che si combatte al di fuori dei confini dell’Europa? Possiamo discutere all’infinito delle ragioni della Russia, dell’Ucraina, degli Stati Uniti, della NATO, ma la vera domanda è un’altra: l’Italia ha il compito di intervenire militarmente in ogni conflitto che si verifica nel mondo? La Costituzione dice di no. L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La pretesa di poter intervenire ovunque e stabilire gli equilibri geopolitici delle altre nazioni non è cosa nostra ma è cosa americana. E perché l’Europa, ma soprattutto l’Italia, dovrebbe violare la propria Costituzione e accettare questa visione del mondo come propria? I padri costituenti non ci hanno lasciato una Costituzione nella quale l’Italia si impegna a fare da gendarme del pianeta. Ci hanno lasciato esattamente il contrario. Il tradimento dell’articolo 11 della nostra Costituzione non consiste soltanto nell’eventualità di mandare soldati a combattere. Comincia molto prima: nel momento in cui accettiamo l’idea che la risposta a ogni crisi internazionale debba essere il riarmo, che ogni controversia debba essere affrontata attraverso la forza e che l’Italia debba necessariamente schierarsi dentro conflitti che appartengono a equilibri geopolitici stranieri. Qualcuno ricorda come e perché scoppiò la Rivoluzione francese? Quale fu una delle micce che diede il via al Terrore, alla Restaurazione, al Congresso di Vienna e a Napoleone?  Nel 1778 Luigi XVI intervenne a fianco dei coloni americani contro la Gran Bretagna: una potenza europea, cioè, decise di sostenere una forza straniera per indebolire la Gran Bretagna, all’epoca sua rivale economica. Quella decisione aggravò la crisi finanziaria che affliggeva il paese, la fame si diffuse e sappiamo poi come andò a finire. Comunque, data la nostra Storia, l’Europa dovrebbe aver finalmente imparato la lezione: la guerra non risolve i conflitti, li peggiora. Un ruolo da paciere e mediatore nei conflitti altrui, ecco cosa avrebbe dovuto essere l’Italia, e auspicabilmente anche l’Europa. Perché la pace non si costruisce entrando nelle sfere di influenza degli altri e pretendendo di ridisegnarle con le armi. Si costruisce imparando a starne fuori. The post L’Italia ripudia la guerra appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Contro il paternalismo di una certa “sinistra” e degli intellettuali
Ieri stavo leggendo un post di Scanzi sul successo di AfD in Germania e sul perché gli estremismi conquistino sempre più persone, e ho letto una cosa che mi ha fatto cadere le braccia: «Per vincere le elezioni bisogna parlare al cuore, ma anche alla pancia. Essere più assertivi e semplici aiuta a conquistare gli elettori. Se insegui per forza l’elucubrazione intellettuale, ottieni forse un’ospitata da Augias, ma le elezioni in Italia non le vinci mai». Andrea Scanzi scrive queste parole sulla sua pagina Facebook riflettendo sulla difficoltà della sinistra di comprendere perché i movimenti più radicali riescano a conquistare una parte crescente dell’elettorato. Il ragionamento, almeno nella sua formulazione, sembra avere una sua logica: se vuoi parlare alla maggioranza delle persone, devi utilizzare un linguaggio che la maggioranza delle persone possa comprendere. Bisogna essere semplici, diretti, assertivi, parlare cioè alla pancia delle persone. Eppure c’è qualcosa in quest’affermazione che mi ha lasciato profondamente perplessa e, lo confesso, mi ha fatto arrabbiare. Qualcosa che va molto al di là della semplice politica. Ma procediamo con ordine. Nel momento stesso in cui diciamo che per rivolgersi alla maggioranza bisogna semplificare il linguaggio, stiamo implicitamente attribuendo alla maggioranza una caratteristica precisa: l’incapacità di comprendere ciò che è complesso. Come se esistesse una lingua della cultura, destinata a pochi, e una lingua della politica, destinata a tutti gli altri. Come se l’elaborazione intellettuale fosse per sua natura incompatibile con la comprensione popolare. E credo che ciò meriti una riflessione, che vada oltre il concetto di destra e di sinistra. Perché quest’idea non riguarda soltanto il modo in cui si comunica un programma elettorale. Riguarda semmai il modo in cui, negli ultimi decenni, abbiamo concepito la cultura e il rapporto fra chi la fa e chi la riceve. Da decenni ormai ci siamo abituati a pensare all’intellettuale come a una figura appartenente a una sorta di circolo ristretto, elitario, che abita la proverbiale torre d’avorio lontana anni luce dai problemi e dalla realtà dell’uomo comune. L’intellettuale scrive libri che leggono altri intellettuali, partecipa a festival ai quali partecipano altri intellettuali, discute con altri intellettuali, viene intervistato da giornali letti prevalentemente da persone già interessate alla cultura. E quando un’opera viene considerata difficile, spesso la difficoltà diventa quasi una garanzia del suo valore. E allora mi domando: perché abbiamo finito per trasformare la cultura in una specie di tessera di appartenenza? Se guardiamo alla storia della letteratura, scopriamo qualcosa di piuttosto curioso: molti degli autori che oggi consideriamo i grandi rappresentanti della cultura occidentale non scrivevano immaginando di rivolgersi a una piccola aristocrazia dello spirito. Scrivevano per essere letti. E spesso per essere letti da moltissime persone. Pensiamo a Tolstoj. Oggi pronunciare il suo nome significa evocare immediatamente una certa idea di alta letteratura, di romanzo monumentale, di profondità psicologica e filosofica. Eppure Guerra e pace non è un trattato destinato a una ristretta cerchia di specialisti. È un romanzo popolato da centinaia di personaggi, che parla di guerre, amori, ambizioni, gelosie, tradimenti, discussioni politiche. È una storia che vuole parlare a un pubblico vastissimo proprio perché dentro quella storia ci sono le domande fondamentali dell’esistenza umana.  Charles Dickens di Daniel Maclise, 1839 Lo stesso vale per Dickens. I suoi romanzi furono pubblicati a puntate e raggiunsero un pubblico enorme. E di cosa parlavano? Dickens raccontava la povertà, le disuguaglianze, il lavoro minorile, le condizioni delle classi più deboli, l’ipocrisia delle istituzioni. Non aveva bisogno di trasformare questi problemi in formule elementari per renderli comprensibili. Raccontava storie. E dentro quelle storie metteva una quantità enorme di questioni sociali e morali. E che dire di Omero? L’Iliade e l’Odissea, prima di diventare materia di esami universitari, furono poemi nati per essere raccontati e ascoltati da tutti, e il successo al botteghino dell’Odissea di Nolan testimonia uno straordinario successo popolare di un’opera che ha più di duemila anni! Adesso voglio farvi leggere un brano che è considerato all’unanimità dai critici letterari e dai docenti universitari come uno dei vertici di tutta la letteratura mondiale: «Li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunceranno alla loro libertà in nostro favore e si sottometteranno a noi. (…) Sì, li costringeremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro costruiremo la loro vita come un gioco, con canti infantili e danze innocenti. Oh, concederemo loro anche il peccato, e ci ameranno per il fatto che permettiamo loro di peccare. Diremo loro che ogni peccato sarà espiato se sarà fatto con il nostro permesso. E non avranno alcun segreto per noi. Permetteremo o proibiremo loro di vivere con mogli e amanti, di avere o non avere figli – sempre giudicando in base alla loro obbedienza – e loro si sottometteranno con allegria e con gioia. I segreti più tormentosi della loro coscienza, tutto, tutto porteranno a noi, e noi tutto risolveremo, e loro crederanno alla nostra decisione con gioia, perché li libererà dalla grande preoccupazione di una decisione libera e personale». Ecco, quello che avete appena letto è Il grande inquisitore di Dostoevskij; eppure non bisogna essere dei geni per capire quello che ci sta dicendo! Al contrario… queste parole scritte da quest’autore russo, vissuto due secoli fa, penetrano nella coscienza di ogni lettore con una forza che non ha bisogno di spiegazioni. Sono una delle riflessioni più profonde che siano mai state scritte sulla libertà, sulla responsabilità e sul bisogno umano di affidarsi a qualcuno che decida al proprio posto. Le idee di Dostoevskij possono arrivare a qualcuno che non abbia mai studiato filosofia, che non abbia mai frequentato un’università, che non sappia nulla di teoria politica. Perché non vi è l’idea che il lettore sia incapace di comprendonio. Al contrario. In passato la cultura veniva considerata un ponte, un tramite per permettere alle persone di elevarsi, e di sperimentare nella propria vita qualcosa che andasse al di là della semplice sussistenza, e per farlo doveva parlare a tutti, a patto che sapessero leggere ovviamente. E questa è una cosa fondamentale! Perché quando diciamo che bisogna «semplificare» per parlare alle persone, dobbiamo innanzitutto chiederci che cosa intendiamo per semplificazione. Se significa rendere più limpida una questione complicata, eliminare il linguaggio inutilmente tecnico, trovare esempi concreti, allora è un’operazione necessaria. Lo fanno i grandi divulgatori. Lo hanno fatto i grandi scrittori. Lo fanno gli insegnanti migliori. Ma se semplificare significa partire dall’idea che una persona comune non sia in grado di comprendere un ragionamento complesso, allora stiamo parlando di qualcosa di completamente diverso. Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij nel 1863 Stiamo parlando di una forma di paternalismo e sì, di snobismo culturale. La cultura, ahimè, è diventata, in alcuni ambienti, una specie di club elitario. E quando la cultura diventa un modo per distinguere chi appartiene da chi non appartiene, smette inevitabilmente di svolgere una delle sue funzioni più importanti: essere universale. E qui la questione diventa anche politica. Perché forse il problema non è che le persone non comprendano le idee complesse. Forse hanno smesso di offrirgliele. Abbiamo cominciato a confondere la difficoltà con la profondità e la semplicità con la banalità. Abbiamo pensato che parlare in modo comprensibile significasse pensare in modo semplice. E così, abbiamo lasciato il campo a chi aveva capito una cosa fondamentale: per conquistare l’attenzione delle persone non serve abbassare il livello del discorso. Serve avere qualcosa da dire. Una persona può comprendere un’idea difficilissima se quell’idea riguarda qualcosa che sente vero. E può non comprendere una frase semplicissima se quella frase non dice nulla. La storia della cultura ci racconta che le persone non sono affatto così stupide come sembrano considerarle coloro che pretendono di rappresentarle. Shakespeare, Dostoevskij, Tolstoj, Dickens, Omero erano amati dal pubblico, da un grande pubblico, perché sapevano parlare alle persone e avevano qualcosa da dire. E quando hai veramente qualcosa da dire, non hai problemi a farti capire. Ed è proprio questo il punto! Il problema non è tanto la complessità delle idee ma la loro assenza. Se una buona parte della sinistra italiana ha perso consensi, la causa non sta nel fatto che abbia utilizzato un linguaggio troppo elevato. Certo, esiste una comunicazione farraginosa, autoreferenziale, piena di formule burocratiche e astratte. Il cosiddetto politichese insomma. Ma è molto più facile accusare il linguaggio di essere troppo complicato che ammettere che, forse, dietro quel linguaggio non c’era poi molto dietro. Mancano, molto più banalmente, idee nelle quali le persone possano riconoscersi. L’Italia ripudia la guerra. Non vuole la guerra. Questa è un’idea! E non è una frase particolarmente complicata da capire o da esprimere, ma che qualcuno la esprima, con forza e vigore e autentica convinzione, questo è un altro paio di maniche. E no, il pubblico non è stupido. Il lettore non è stupido. L’elettore non è stupido. Può essere male informato, può essere spaventato, arrabbiato, frustrato (quando sente che nessuno lo ascolta o lo rappresenta) e può anche essere ignorante alle volte, ma questo è molto diverso dal considerarlo incapace di comprendere. E allora forse prima di chiedersi come parlare alla pancia degli elettori, bisognerebbe chiedersi che cosa si ha da dire alla loro testa. O meglio: bisognerebbe chiedersi se si ha davvero qualcosa da dire, e il coraggio di dirlo, perché alla fine è questo che fa la differenza. The post Contro il paternalismo di una certa “sinistra” e degli intellettuali appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero
Procede a tamburo battuto il folle piano del riarmo europeo. Mentre gli Stati, incuranti di ciò che pensa la popolazione e di ciò che vuole la popolazione, fanno debito su debito per comprare armi, progettare armi e costruire armi, per l’immensa gioia dell’industria bellica, mentre insomma non cessa la retorica del si vis pacem, para bellum, qualcuno potrebbe smontarla punto per punto… se soltanto venisse letto almeno. È in momenti come questo che trovo sollievo in questo poema scritto quasi tremila anni fa, che parla di una città assediata e di un esercito che combatte per l’onore, il bottino e la gloria, per tutto ciò che gli uomini hanno raccontato a sé stessi, nel corso dei secoli, per rendere la guerra accettabile.  O più precisamente trovo sollievo in una scena dell’Iliade; sto parlando della celebre incontro tra Priamo e Achille che in un clima come quello attuale meriterebbe più di qualche parola. Ettore è appena morto. Allora Priamo si traveste da mendicante e avanza nella notte per raggiungere la tenda di Achille. E cosa accade? Si mette in ginocchio davanti all’assassinio di suo figlio! C’è quest’uomo, un uomo amato e onorato dalla sua gente, che ha letteralmente potere di vita e di morte sulla sua terra, che s’inginocchia e bacia quelle «mani tremende». Bacia la mano di chi gli ha ucciso il figlio. E in quel momento la guerra non è più gloriosa, non è più eroica, non ci sono canti o celebrazioni di grandi gesta, c’è soltanto il dolore di questo padre che chiede che gli venga restituito il corpo del figlio.  E poi Priamo fa una cosa altrettanto sconvolgente: «Abbi pietà di me», dice ad Achille «ricordando tuo padre; io sono ancora più sventurato, ho sopportato quello che nessun altro mortale ha sopportato: di portare alla bocca la mano dell’uccisore di mio figlio». E le sue parole sono talmente eloquenti, tanto autentico è il suo dolore, che riesce a fare breccia nell’animo di Achille. E Achille l’invincibile, l’inamovibile, scosta Priamo dalle sue ginocchia e lo abbraccia. E i due piangono assieme. L’Iliade, in effetti, termina col funerale di Ettore, ma in realtà è proprio questa la scena d’azione conclusiva del poema. L’Iliade, il poema della forza, si conclude con la riconciliazione di due acerrimi nemici.  Priamo chiede ad Achille di restituire il corpo di Ettore. Dipinto del 1824 di Aleksandr Andreevich Ivanov Ciò che rende davvero interessante questa scena non è tanto la riconciliazione in sé, ma come e perché sia avvenuta. Cosa vede Achille quando Priamo gli bacia la mano?  È una domanda tutt’altro che marginale. Perché tutta la guerra si fonda sulla capacità di non vedere l’altro nella sua individualità. L’esercito non è fatto di uomini ma di soldati; il nemico non è più una persona ma un obiettivo; una città è soltanto un territorio da conquistare. Per poter uccidere, bisogna prima trasformare l’altro in qualcosa che possa essere ucciso. E Omero sembra sapere perfettamente che cosa accade quando questa trasformazione viene meno. Quando Priamo entra nella tenda di Achille, la guerra, per un istante, si interrompe. Non perché sia finita. Ettore è morto, Troia è ancora assediata, Achille resta un guerriero e Priamo è il re della città che è sua nemica. Nulla di tutto questo è cambiato. È cambiato però il modo in cui i due uomini si guardano l’uno all’altro. E basta questo perché, dentro quella tenda, la logica della guerra perda per un momento il proprio potere. Sia ben chiaro, l’Iliade non è affatto un poema pacifista. È un poema pieno di violenza, di sangue, di corpi mutilati, di città distrutte, di uomini che insomma si uccidono e vengono uccisi in modo brutale. Omero non ci risparmia nulla: ci mostra la ferocia, la vendetta, l’odio. Ma proprio per questo quella scena finale assume un significato ancora più grande. Perché l’Iliade non ci mostra soltanto degli uomini che combattono, ci mostra uomini che hanno bisogno di raccontarsi perché combattono. Gloria, onore, vendetta, patria, bottino: la guerra non è mai soltanto una questione di armi; è anche e soprattutto una narrazione. Gli eroi di Omero devono trovare continuamente le parole capaci di trasformare la morte in qualcosa che possa essere sopportato. Achille deve credere che la morte di Patroclo debba essere vendicata. I Greci devono credere che la loro guerra abbia un significato. Gli eroi devono credere che morire sul campo di battaglia sia preferibile a tornare a casa senza gloria. E invece cosa accade nella tenda di Achille? Accade qualcosa che in guerra non dovrebbe accadere mai: Achille torna a vedere l’uomo che ha davanti. Fino a quel momento Priamo è il re dei Troiani, il padre di Ettore, il capo del popolo contro il quale combatte; Ettore è il nemico che ha ucciso Patroclo e che per questo deve essere punito. Ci sono i Greci e ci sono i Troiani, ci sono i nostri morti e ci sono i loro morti. È così che funziona una guerra: prima ancora di uccidere un uomo bisogna trasformarlo in un nemico. Bisogna convincere gli uomini che quelli che moriranno dall’altra parte non sono uomini come noi, che il loro dolore pesa meno del nostro, che la loro morte è necessaria, inevitabile, perfino desiderabile. Bisogna smettere di chiamarli padri, figli, fratelli, madri. Bisogna chiamarli soldati, bersagli, obiettivi, minacce. È così che una città può diventare un obiettivo militare. È così che migliaia di morti possono essere ridotti a una cifra. Funerali di Ettore. Tela di Vincenzo Baldacci dipinta nei primi anni dell’Ottocento Ma poi Priamo entra nella tenda di Achille e quella costruzione crolla. Achille non vede più davanti a sé il re di Troia; vede un padre. Priamo non vede più davanti a sé l’uomo invincibile che ha ucciso Ettore; vede un altro uomo che ha avuto un padre. Per un istante cioè la guerra perde la sua capacità di dividere il mondo in due categorie: noi e loro. Ed è in questo preciso momento che Omero oltrepassa qualsiasi distanza temporale.  Oggi, invece, si parla continuamente di deterrenza, sicurezza, minaccia, capacità militari. Ma che cosa nasconde, cosa scompare dentro questo linguaggio? Scompare l’uomo. È questa, forse, la cosa più inquietante della retorica del riarmo. Non è tanto il fatto di spendere miliardi che potrebbero essere destinati a cose come la sanità, l’istruzione, le pensioni, il lavoro, tutto ciò che contribuirebbe al benessere dei cittadini insomma, ma ciò che desta preoccupazione è che questo tipo di retorica ci abitua progressivamente a pensare alla guerra attraverso le categorie della macchina militare e non attraverso quelle dell’esperienza umana. Frasi asettiche e impersonali come «centotrenta miliardi per le armi», il «cinque per cento del PIL», nel concreto significano uomini che un giorno potrebbero essere mandati a combattere e che potrebbero essere uccisi. Significano padri, figli, fratelli, persone. L’incontro tra Priamo e Achille raccontato da Omero ci costringe invece a rimettere un volto dove la guerra aveva messo un bersaglio. E forse è per questo che la scena dell’Iliade è così sconvolgente. Omero ci ha regalato una scena nella quale due uomini smettono di essere ciò che la guerra ha ordinato loro di essere. Priamo dovrebbe odiare Achille. Achille dovrebbe odiare Priamo. E invece piangono insieme.  E quando il nemico torna a essere un uomo, la guerra diventa improvvisamente molto più difficile da raccontare. Ecco perché rileggere Omero, per ricordare cosa la retorica militare, di oggi e di ieri, vuole farci rimuovere. Perché la vera domanda non è solo quante armi stiamo comprando, ma quali parole vengono usate su di noi, quali parole ci abituiamo ad usare che plasmano e plasmeranno il nostro modo di pensare alla guerra. Cosa succede, infatti, quando una società comincia a ripetersi di continuo che il Nemico è un nemico appunto e la guerra è inevitabile da finire per considerarla inevitabile davvero? Omero ce lo ha mostrato. Chissà se arriverà mai il giorno in cui potremmo dire di avere davvero capito la lezione… The post Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
La censura di domani: il caso Anthropic e il project Panama spiegato punto per punto
Da qualche giorno non si parla d’altro che dello scandalo di Anthropic, una delle più importanti aziende di intelligenze artificiali, che ha acquistato in segreto migliaia di libri per smembrarli, scannerizzarli e utilizzarli nell’addestramento dei propri modelli linguistici. L’operazione ha preso il nome di Project Panama, ed aveva lo scopo di dare in pasto alle IA tutti i libri del mondo, distruggendoli fisicamente nel processo al fine di ridurre i tempi e massimizzare i profitti. Al di là degli aspetti più ovvi, ce n’è un altro, ben più grave, che è stato sottaciuto. La notizia, infatti, ha giustamente suscitato indignazione. Molti hanno parlato di uno sfregio alla cultura, altri hanno puntato il dito contro la distruzione materiale dei libri a cui è stato amputato il dorso per velocizzare i tempi di scannerizzazione. Sono considerazioni più che legittime. Ma la questione è molto più sottile. E proprio per questo più inquietante. Ma partiamo dall’inizio. Da secoli il libro rappresenta il simbolo stesso della memoria. Un’opera nasce, viene pubblicata, letta e conservata nelle biblioteche e tramandata alle generazioni successive. Eppure ciò che sta accadendo rovescia completamente questa prospettiva. Il libro non viene più acquistato per essere letto ma per essere distrutto. Viene letteralmente smontato pagina dopo pagina, per essere trasformato in una sequenza di dati da far assimilare a una macchina. Già questo di per sé è sufficiente per suscitare indignazione.  Ogni civiltà ha avuto le proprie risorse strategiche. Oggi la vera materia prima è il linguaggio. Non è un caso che le aziende più ricche del pianeta non estraggano più minerali ma informazioni. Il sapere non è più ciò che permette all’uomo di comprendere il mondo; è diventato il combustibile con cui alimentare un’industria che genera profitti miliardari. Il libro, in questa prospettiva, non vale più per quello che dice. Vale per ciò che può insegnare a un algoritmo. I libri stanno diventando miniere di dati. Giacimenti linguistici da trasformare in profitto. Per secoli inoltre l’autore ha immaginato di scrivere per un lettore. Oggi, spesso senza nemmeno rendersene conto, scrive per una macchina. E viene equiparato a una macchina. Più di una volta mi è capitato di leggere tra i commenti della mia pagina Instagram frasi come: «sembra scritto dall’IA». È un’accusa che rivela un equivoco enorme. L’intelligenza artificiale non possiede uno stile. Non ha una voce. Non ha una sensibilità o un linguaggio. Fa qualcosa di molto diverso: osserva milioni di pagine scritte dagli esseri umani, ne assorbe il ritmo, il lessico, la sintassi, e ci restituisce una nuova combinazione, una copia, un’imitazione, di ciò che ha imparato. In altre parole, ciò che molti chiamano «stile dell’intelligenza artificiale» non è altro che il riflesso degli stili che noi stessi le abbiamo consegnato.  Ebbene sì: siamo noi, oggi, ad addestrare gli strumenti che domani ci renderanno superflui. Qualcosa potrebbe obiettare: chi se ne importa degli scrittori, chi se ne importa dei giornalisti, sono destinati a diventare pezzi da museo, figure mitologiche appartenenti a un lontano passato come i poeti, i pittori, gli scultori, monoliti solitari di un tempo che fu. Triste, ma inevitabile insomma, come accadrà alle altre centinaia di professioni destinati a sparire nella nuova era delle IA.  Il CEO di Anthropic Dario Amodei Ma ciò che davvero mi fa rizzare i peli sulle braccia è un’altra questione che, per parafrasare Leopardi, mi fa spavento. Perché qua non si tratta soltanto della distruzione dei libri, o della trasformazione della cultura in materia prima, o del fatto che gli uomini di oggi stiano addestrando le macchine destinate a sostituirli domani. La questione, cari signori e gentili signore, è molto più sottile. Molti, infatti, immaginano l’intelligenza artificiale come una sorta di arbitro imparziale, limitato, molte volte stupido, ma tutto sommato neutro. Incapace cioè di avere una visione politica e di difenderla, perché dopotutto una macchina non pensa. Ed è proprio qui l’errore. Non c’è nulla di più parziale di un’IA.  Queste macchine non vengono costruite da una misteriosa entità senza volto. Vengono progettate da aziende private, aziende americane per la precisione.  Chi utilizza Facebook saprà bene cos’è accaduto alle opere d’arte. Lentamente, quasi senza che ce ne accorgessimo, le fotografie delle statue greche, dei dipinti rinascimentali, delle sculture classiche hanno cominciato a scomparire. Un seno scolpito nel marmo, un corpo dipinto da Botticelli, perfino opere conservate nei musei sono state oscurate, rimosse e falcidiate da algoritmi che applicano standard culturali modellati dalla mentalità americana, dalla pruderie americana che ha fatto guerra all’arte. E quella guerra l’ha vinta. Oggi su Facebook si espongono opere d’arte rigorosamente vestite o tagliate dal petto in su. La visione della sessualità americana ha finito per imporsi su milioni di persone non attraverso una legge, ma attraverso un algoritmo. Ogni algoritmo, infatti, assimila criteri, gerarchie, filtri, sensibilità culturali. E vale lo stesso per le intelligenze artificiali. Le IA sono create, prodotte ed addestrate da una determinata cultura, che a sua volta porta avanti una determinata visione politica del mondo, programmata per decidere ciò che è accettabile da ciò che non lo è. L’intelligenza artificiale lavora direttamente sul linguaggio. E il linguaggio non è mai neutrale. Adesso con il caso Antrophic le IA si stanno lentamente sostituendo all’ultima roccaforte rimasta: la letteratura. Smembrano letteralmente i libri per imitarne il linguaggio e sostituirsi, a lungo andare, ad esso. Più questi sistemi migliorano, si evolvono, almeno in apparenza, più diventerà difficile rinunciare ad essi. Già oggi sono molti coloro che anziché leggere i giornali, chiedono a ChatGPT o strumenti affini un riassunto di quanto riportano i giornali. Ma più ci abituiamo a consumare informazioni digerite e filtrate dalle IA, più tutto ciò che è scomodo, controverso, politicamente scorretto, e dunque artisticamente valido, è destinato a sparire. La letteratura, occorre sempre ricordarlo, non nasce per rassicurare. Nasce per disturbare. Le opere che hanno cambiato la storia erano quasi sempre scandalose, offensive, provocatorie. Hanno urtato la sensibilità del loro tempo, hanno infranto tabù religiosi, politici e morali. Dostoevskij scandalizzava. Céline scandalizzava. Pasolini scandalizzava. Se fossero stati costretti a scrivere entro i limiti imposti dagli standard di accettabilità delle grandi piattaforme contemporanee, molte delle loro pagine più scomode non sarebbero mai esistite. Il problema quindi non è la macchina, ma chi decide quali libri leggerà la macchina. Quali parole apprenderà, quali idee considererà pericolose. Quali toni saranno ammessi. Quale cultura, detta in poche parole, meriti di sopravvivere. Ed è questa la vera censura, la censura più profonda e radicale, più difficile da combattere, perché non verrà più riconosciuta come tale. La censura di domani non sarà sbandierata ai quattro venti, ma sarà invisibile, silenziosa, perché senza rendercene conto la nostra visione del mondo sarà influenzata da sistemi di filtraggio delle informazioni e informazioni stesse forniteci dalle IA e da chi le ha prodotte.  The post La censura di domani: il caso Anthropic e il project Panama spiegato punto per punto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi
Poche cose mi danno sui nervi quanto leggere frasi come «facciamo un brainstorming», «l’Italia punta sul reshoring», «ha una magnifica location». Oggi leggere i giornali significa barcamenarsi tra una sfilza di anglicismi, calchi linguistici e pessimi adattamenti come il caso di smart working, letteralmente lavoro intelligente che in italiano chissà perché ha preso il significato di lavoro da remoto. Persino molte riforme italiane vengono presentate ai cittadini attraverso espressioni come spending review, jobs act, recovery plan. Il compianto linguista Tullio de Mauro nel 2016 parlava di «tsunami anglicus»; per il professor Jeffrey Earp gli italiani usano l’inglese «più per mostrarsi colti o moderni che per comunicare nella maniera più chiara possibile.»  Non è un caso che molte parole inglesi vengano preferite anche quando esiste un perfetto equivalente italiano. Non diciamo meeting invece di riunione perché meeting sia più preciso o mission invece di obiettivo perché l’italiano non possieda il termine adeguato, scegliamo la parola inglese perché comunica prestigio, autorevolezza, modernità. È un fenomeno simbolico prima ancora che linguistico. «Le lingue cambiano», si dice. «È sempre successo». Ma siamo davvero sicuri che il problema sia linguistico? O forse la lingua è soltanto il luogo visibile di dinamiche più profonde?  Per capire davvero la posta in gioco bisogna liberarsi di un equivoco. Ogni volta che si affronta questo tema, il dibattito viene immediatamente trasformato in una questione di purismo linguistico. Come se chi critica l’abuso degli anglicismi desiderasse congelare la lingua, impedirle di evolvere, costruire una sorta di museo dell’italiano. Ma le lingue non sono mai rimaste immobili. Hanno sempre accolto parole straniere. L’italiano è pieno di termini provenienti dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo, dal tedesco. Il punto non è se una lingua debba o meno prendere in prestito vocaboli stranieri. La vera domanda è perché, in determinati periodi storici, una lingua diventa improvvisamente dominante sulle altre? Perché alcune parole vengono percepite come prestigiose, moderne, inevitabili, mentre altre vengono progressivamente abbandonate? Perché una nazione finisce per descrivere sé stessa utilizzando sempre più spesso il vocabolario di un’altra? Dietro questi fenomeni non agiscono soltanto meccanismi linguistici. Agiscono soprattutto rapporti di potere.  La storia delle lingue, infatti, coincide quasi perfettamente con la storia delle grandi egemonie culturali. Le parole viaggiano insieme agli eserciti, al commercio, alla scienza, alla tecnologia, ai grandi centri finanziari. Ogni civiltà dominante esporta inevitabilmente anche il proprio lessico. Non perché lo imponga, ma perché tutto ciò che produce diventa il modello a cui gli altri finiscono per guardare. Quando si parla di anglicismi si lancia sempre un appello accorato in difesa della lingua italiana, quasi mai ci si arrischia ad analizzare fino in fondo questo fenomeno. Sembra un aspetto marginale, mentre sta esattamente al centro del delicatissimo sistema socio-politico e socio-culturale di un paese. Nel II secolo d.C. il greco diventa la lingua d’elezione di  ei quell’élite di intellettuali – allora chiamati neosofisti – che contrapponevano la propria grecità al potere politico romano Il latino diventò la lingua dell’Europa perché Roma conquistò militarmente e politicamente gran parte del continente. Il francese fu per secoli la lingua della diplomazia internazionale perché la Francia rappresentava una delle principali potenze politiche e culturali d’Europa. Chi legge per la prima volta Guerra e Pace non può non sentirsi confuso, spaesato, perfino infastidito. Il famoso ricevimento di Anna Pavlovna che dà il là al romanzo è scritto quasi interamente in francese. Nel salotto della leonessa di Pietroburgo gli invitati parlano in francese. Metà delle frasi sono in francese, l’altra metà abbonda di parole come mon ami, chère, ridicule, ma tante.  Non si tratta di una trovata letteraria, Tolstoj ha descritto fedelmente l’atteggiamento linguistico della nobiltà russa. Ancora oggi il linguaggio della musica conserva decine di termini italiani come allegro, adagio, crescendo, soprano, non per una curiosa coincidenza filologica, ma perché tra Rinascimento e Seicento fu proprio l’Italia a esercitare una straordinaria supremazia culturale in quel campo. Che cosa contiene allora la lingua, che cosa custodisce? La lingua riflette un’identità culturale, innata, mancante o acquisita.. E le trasformazioni linguistiche riflettono l’avvicendarsi di primati culturali e supremazie politiche.  Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, non hanno semplicemente esercitato un’influenza militare. Hanno costruito la più vasta egemonia culturale della storia contemporanea: Hollywood, le multinazionali, Internet, i social network, l’intrattenimento, la finanza globale. Ogni settore strategico ha contribuito a fare dell’inglese non semplicemente una lingua internazionale, ma la lingua stessa della modernità. Quando una classe dirigente adotta sistematicamente il linguaggio di un’altra potenza, non sta soltanto scegliendo parole diverse. Sta riconoscendo implicitamente quale sia il centro culturale del mondo al quale desidera appartenere.  Viviamo all’ombra di una civiltà più forte, dinamica e agguerrita della nostra che ha affermato su di noi la sua egemonia. In definitiva non è possibile criticare e contestare l’uso sproporzionato di parole inglesi nella nostra lingua, se non mettiamo prima in discussione i nostri rapporti politici e culturali con la nazione che ne è l’origine. Perché una lingua non racconta soltanto come parla un popolo. Racconta anche davanti a quale civiltà quel popolo, consapevolmente o meno, ha deciso di mettersi in ginocchio. The post Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
L'INDIPENDENTE