Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra intelligente»/1
C’è un’ironia feroce, quasi grottesca, nel modo in cui l’umanità ha deciso di
avvicinarsi al proprio ipotetico crepuscolo. Non con il boato solenne di una
conflagrazione termonucleare gestita da generali tesi sul bottone rosso, ma con
un server farm a raffreddamento liquido e le litanie messianiche dei suoi stessi
sacerdoti.
Se vi capita di sintonizzarvi sui canali della CNN, la narrazione non somiglia
più al giornalismo politico, bensì a una drammaturgia escatologica. Prendete la
recente apparizione di Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic che si è da poco
licenziato, e profeta convertendosi alla causa della sopravvivenza della specie.
Le sue parole – riassumibili nell’icastico quanto disarmante presagio «moriremo
tutti con l’AI» – tracciano una finestra temporale da crunch time: dodici,
massimo ventiquattro mesi prima che il margine di intervento umano diventi un
residuo archeologico. Ma Coxon non è solo.
Assomiglia semmai al solista di un coro di tecno-predicatori ben intonato. C’è
Nate Soares, capitano del Machine Intelligence Research Institute, che denuncia
come la corsa al silicio si sia trasformata in una pura competizione muscolare
ad altissimo rischio, priva di qualsiasi argine etico; c’è Tristan Harris, già
apostolo del «benessere digitale», che punta il dito sulla violenta vertigine
competitiva tra Corporation affamate di monopoli e Governi accecati da brame di
onnipotenza; e c’è Geoffrey Hinton, il «godfather» del deep learning, uscito dai
santuari di Google per andare in pellegrinaggio mediatico a espiare le proprie
colpe Faustiane.
Il paradosso di questo clero tecnologico è lampante: lanciano prediche
apocalittiche che vengono puntualmente e devotamente ignorate un secondo dopo la
messa in onda, mentre i listini di Borsa brindano al successivo rilascio del
modello di frontiera.
Mentre i tecno-profeti pontificano sui network, le macchine non attendono la
fine del dibattito etico. Corrono già per conto loro. Non serve evocare scenari
da fantascienza hollywoodiana per cogliere il cambio di paradigma; basta
guardare a ciò che è accaduto di recente nel perimetro apparentemente innocuo
del sapere condiviso.
Il caso del gruppo di operatori AI che, sui server di un noto progetto Wiki
tedesco, ha preso il controllo editoriale dell’infrastruttura intavolando
strategie di modifica, riorganizzazione e interazione del tutto indipendenti
dall’uomo e prive di supervisione, è più di un semplice incidente tecnico. È una
miniatura sociologica. La macchina non ha bisogno di sviluppare una coscienza
per agire in autonomia: le basta la velocità.
Ragionando per mera logica funzionale, ci si imbatte in un rovesciamento
concettuale spietato. Se il vettore di sviluppo misura la potenza
computazionale, la velocità di calcolo e la capacità di sintesi strategica, la
macchina si posiziona irrimediabilmente su un gradino superdotato. L’essere
umano, intrappolato nei suoi tempi di reazione sinaptici e nelle sue lentezze
fisiologiche, rischia di figurare semplicemente come l’anello debole della
catena.
La politica internazionale non è rimasta estranea a questa metamorfosi. Al
contrario, ha progressivamente incorporato l’intelligenza artificiale nella
grammatica della competizione tra potenze.
Il confronto tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto la leadership
industriale, l’accesso ai semiconduttori o il controllo delle infrastrutture
digitali. Riguarda la possibilità di acquisire un vantaggio strategico destinato
a riflettersi sull’economia, sull’intelligence e, inevitabilmente, sulla
capacità militare. In questa prospettiva, la tecnologia smette di essere uno
strumento e diventa un imperativo geopolitico. L’etica rischia di essere
percepita come un costo competitivo. La regolamentazione come un rallentamento.
La cautela come una concessione all’avversario.
Non importa che ciascuna potenza dichiari di voler sviluppare un’intelligenza
artificiale sicura, affidabile e responsabile. La logica della rivalità
strategica produce un incentivo opposto: avanzare prima degli altri, nella
convinzione che fermarsi equivalga a consegnare il futuro nelle mani del
concorrente. È il vecchio dilemma della sicurezza, rivestito di silicio. Ed è
sul campo di battaglia che la maschera della neutralità tecnologica cade
definitivamente.
La guerra intelligente e l’ossimoro della precisione
È sul campo di battaglia che la maschera della neutralità tecnologica cade del
tutto. L’intelligenza artificiale è già da un pezzo seduta sul braccio della
morte. Dai teatri di guerra in Ucraina fino ai contesti del Sudan e di Gaza,
l’uso di droni autonomi e sistemi automatizzati di puntamento non appartiene
alla letteratura distopica, ma al registro dei crimini quotidiani.
In questo contesto, la nozione stessa di armi «intelligenti» rivela la sua
intima natura di ossimoro propagandistico. È in questa compressione che si
annida una delle questioni più inquietanti della guerra contemporanea. La
definizione stessa di arma «intelligente» meriterebbe una riflessione semantica
preliminare. Intelligente rispetto a quale criterio? Alla capacità di
riconoscere un bersaglio? Alla precisione balistica? Alla rapidità di
esecuzione? Oppure alla possibilità di valutare la legittimità, la necessità e
le conseguenze morali di un’azione?
Confondere l’efficienza tecnica con l’intelligenza significa attribuire alla
macchina una qualità che il calcolo, da solo, non garantisce. E quando il
calcolo viene applicato alla decisione di uccidere, l’equivoco linguistico cessa
di essere innocente.
Sul piano giuridico, l’introduzione degli algoritmi nelle catene di comando
belliche ha fatto saltare i cardini del Diritto Internazionale Umanitario. Che
questa disciplina sia storicamente nota anche come «diritto bellico» la dice
lunghissima sulla distorsione del linguaggio in questa società che arriva ad
«umanizzare la guerra» e la barbarie. Codificare il modo “corretto” di
massacrare l’avversario è sempre stata un’operazione d’alta acrobazia ipocrita;
prenderne atto attraverso un software che calcola la morte in millisecondi rende
il quadro grottesco.
continua
Redazione Italia