
Vietato criticare ENI: la multinazionale diffida un avvocato per dei video su Instagram
L'INDIPENDENTE - Monday, October 12, 2026Commentare sui social network le strategie commerciali di un colosso energetico può costare una richiesta di cancellazione dei contenuti e una rettifica da concordare con l’azienda. È quanto accaduto all’avvocato romano Riccardo Veli, raggiunto da una diffida di ENI dopo aver pubblicato sul proprio account Instagram tre video dedicati al tetto sui carburanti e allo sconto sulle bollette. La società denuncia argomentazioni diffamatorie, mentre Veli si difende rivendicando il diritto di critica e dicendo no alla rimozione dei video. La vicenda riporta al centro il rapporto tra potere economico e libertà di espressione: l’Italia ha appena recepito le norme europee contro le cause bavaglio, ma lo ha fatto con un provvedimento che escluderebbe nove casi su dieci.
Nel primo video contestato, datato 26 settembre, Veli è partito dal price cap lanciato da ENI a fine settembre – con il tetto di 2,19 euro al litro per il gasolio e di 1,99 per la benzina e lo sconto del 30% su luce e gas – per parlare di scorte. «A fine 2025 ENI aveva in magazzino 3,8 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi», ha dichiarato l’avvocato, aggiungendo che in Italia devono essere garantite riserve pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette. Il prezzo alla pompa, ha sostenuto, non dipende solo dal petrolio del giorno, ma anche da contratti e forniture già programmati. «E qui arriva il trucco – ha detto nel video -, se alzano troppo il prezzo a un certo punto la gente consuma meno». Gli altri due filmati riguardano le bollette: dietro lo sconto, ipotizza l’avvocato, ci sarebbero il timore di perdere clienti e quello di un’imposta sugli extraprofitti.
Come riferito da Veli, ENI ha risposto con una diffida, inviata all’avvocato tramite uno studio milanese, chiedendo di cancellare subito i contenuti e di pubblicare una rettifica da concordare in anticipo, annunciando altrimenti azioni giudiziarie, richiesta di risarcimento e un ricorso urgente per far rimuovere i contenuti. In merito alle scorte, ENI sostiene che «la riserva obbligatoria non può essere venduta»; i video sulle bollette, invece, conterrebbero «affermazioni false» diffuse «con il solo scopo di screditare l’operato della società», senza però dare ulteriori specifiche. Gli effetti negativi, causati in particolare dal filmato sul price cap, sarebbero secondo il colosso petrolifero già visibili, essendo apparso un cartello con la scritta «ENI! Non generosità ma farsa» fuori da una stazione Enilive di Massa, poi fatto rimuovere dai carabinieri. Il nesso causale con i video, tuttavia, è tutto da dimostrare. La società ha negato di monitorare sistematicamente i social: il primo filmato sarebbe apparso casualmente – forse per le combinazioni algoritmiche – a un suo addetto alla comunicazione.
L’avvocato Veli, a ogni modo, non ha intenzione di rimuovere i contenuti non graditi ad ENI. «Non ho formulato accuse personali né intrapreso campagne contro l’azienda», ha spiegato, affermando di aver voluto solo rendere comprensibili dinamiche economiche assenti dalle comunicazioni della società. Attraverso il suo legale ha inoltre evidenziato di non aver mai attribuito a ENI un uso illecito delle scorte obbligatorie: la lettura della società sarebbe «estensiva», non corrispondendo al «tenore letterale del contenuto». Le sue parole sono, per la difesa, «espressione di opinione, commento e critica», tutelate dalla libertà di manifestazione del pensiero.
La vicenda va in scena mentre l’Italia ha appena recepito, peraltro con enorme ritardo, la direttiva UE 2024/1069 contro le SLAPP, le azioni legali temerarie usate per intimidire giornalisti, attivisti e whistleblower. Il decreto però protegge solo i casi transfrontalieri e i procedimenti civili, lasciando fuori quelli domestici e quelli penali, inclusa la diffamazione. Quest’ultima rappresenta in Italia lo strumento più utilizzato per intimidire giornalisti, attivisti e cittadini impegnati nel dibattito pubblico (mentre in gran parte dei Paesi d’Europa è stata depenalizzata). Secondo il decreto, inoltre, basta che attore e convenuto siano domiciliati in Italia per escludere le tutele: in tal modo, anche una controversia con elementi sostanzialmente internazionali rischia di essere considerata non transfrontaliera se entrambe le parti risiedono in Italia.
Secondo i dati raccolti da Case (Coalition Against Slapp in Europe) – coalizione di 17 organizzazioni della società civile – le SLAPP transfrontaliere censite rappresentano meno del 10% del totale europeo. I processi penali, invece, costituiscono circa un quinto delle azioni temerarie registrate fino alla fine del 2024. CASE ha fatto sapere che porterà la questione alla Commissione europea, mentre il 22 ottobre scenderà in piazza a Roma per chiedere maggiori tutele.
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