La Commissione approva la norma truffa per (non) proteggere i giornalisti dalle querele temerarie
In piena estate, la Commissione giustizia di Camera e Senato ha espresso parere
favorevole al decreto di recepimento della direttiva europea contro le querele
temerarie approntato dal governo Meloni, che però è pieno di evidenti buchi e
criticità. Presentato lo scorso 9 luglio e da allora al vaglio del Parlamento,
il testo limita infatti l’efficacia delle nuove garanzie alle sole cause civili
a carattere transfrontaliero, lasciando fuori i procedimenti penali e le
controversie interamente nazionali. Una scelta che, nell’Italia maglia nera
europea per azioni bavaglio, lascia privi di protezione oltre nove casi su dieci
e rischia di spalancare le porte a nuove sanzioni da parte di Bruxelles.
La direttiva europea, approvata nel 2024 e spesso indicata come «legge Daphne»
in memoria della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa nel 2017,
avrebbe dovuto essere recepita dall’Italia entro il 7 maggio 2026. Il ritardo ha
già prodotto una procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea il 15
luglio. Ma è soprattutto il contenuto del decreto a sollevare le maggiori
perplessità. L’Italia ha infatti scelto di recepire la direttiva europea contro
le SLAPP, le cosiddette querele bavaglio, applicando il perimetro più stretto
consentito: le nuove garanzie delineate nello schema di decreto legislativo lo
scorso 9 luglio valgono infatti esclusivamente per le cause civili che
presentano un elemento transfrontaliero, ovvero quando le parti coinvolte
risiedono in Stati membri diversi. Vengono dunque escluse tutte le cause
interne: non ci saranno freni per i procedimenti penali per diffamazione, che in
Italia rappresentano lo strumento più utilizzato per intimidire giornalisti,
attivisti e cittadini impegnati nel dibattito pubblico (in gran parte d’Europa
la diffamazione è invece stata depenalizzata).
Il problema non riguarda soltanto l’esclusione delle cause interne. Il decreto
italiano sembra avere ristretto persino il perimetro delineato dalla stessa
direttiva europea. La normativa UE, infatti, considera una controversia
transfrontaliera salvo che entrambe le parti siano domiciliate nello stesso
Stato del tribunale e che tutti gli altri elementi rilevanti della vicenda siano
localizzati esclusivamente in quel Paese. Il testo italiano, invece, prende in
considerazione solo e soltanto il criterio del domicilio: in tal modo, anche una
controversia con elementi sostanzialmente internazionali rischia di essere
considerata non transfrontaliera se entrambe le parti risiedono in Italia.
Il Parlamento avrebbe potuto chiedere al governo di ampliare le garanzie. Le
Commissioni Giustizia di Camera e Senato, lo scorso 5 agosto, hanno invece
partorito pareri favorevoli, con due osservazioni sostanzialmente identiche.
Nessuna riguarda il principale limite del decreto. Una proposta di modifica
relativa al criterio della dimensione transfrontaliera era comparsa al Senato
per poi sparire dal testo finale; l’unica osservazione entrata nel merito delle
tutele riesce addirittura a peggiorare il testo: entrambe le Commissioni
chiedono all’esecutivo di eliminare la norma che consente al giudice di far
pagare a chi ha promosso una causa abusiva l’intera parcella dell’avvocato della
vittima, anche oltre le tariffe forensi, laddove la direttiva europea prevede
esattamente l’opposto. «Una legge nata per proteggere chi subisce le cause
bavaglio esce dal Parlamento con una sola richiesta sul merito delle tutele: che
alla vittima venga rimborsato di meno – ha spiegato Andi Shehu, policy officer
dalla ong The Good Lobby e componente della coalizione contro le liti temerarie
Case Italia -. Per un cronista freelance quella differenza è la ragione per cui
la prossima volta non scriverà».
Secondo i dati raccolti da Case (Coalition Against Slapp in Europe), le SLAPP
transfrontaliere censite rappresentano meno del 10% del totale europeo. I
processi penali, invece, costituiscono circa un quinto delle azioni temerarie
registrate fino alla fine del 2024. Il risultato è che il recepimento italiano
rischia di proteggere meno di un caso su dieci. L’Italia, peraltro, è da due
anni il Paese europeo con il maggior numero di querele temerarie censite.
L’iter vedrà ora Il testo fare ritorno al Consiglio dei Ministri per
l’approvazione definitiva, che dovrebbe arrivare entro la fine del mese. Il
Governo può ancora correggerlo, oppure firmarlo così come è. Alla Camera il
sottosegretario alla Giustizia ha già dichiarato di condividere il parere del
relatore. Il governo ha ventiquattro mesi per adottare un decreto correttivo, ma
intanto la procedura d’infrazione aperta il 15 luglio per il ritardo, qualora il
recepimento venisse giudicato difforme, potrebbe evolvere in una contestazione
di non conformità. In quel caso, potrebbero verificarsi conseguenze legali e
finanziarie più pesanti per lo Stato italiano.
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