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Vietato criticare ENI: la multinazionale diffida un avvocato per dei video su Instagram
Commentare sui social network le strategie commerciali di un colosso energetico può costare una richiesta di cancellazione dei contenuti e una rettifica da concordare con l’azienda. È quanto accaduto all’avvocato romano Riccardo Veli, raggiunto da una diffida di ENI dopo aver pubblicato sul proprio account Instagram tre video dedicati al tetto sui carburanti e allo sconto sulle bollette. La società denuncia argomentazioni diffamatorie, mentre Veli si difende rivendicando il diritto di critica e dicendo no alla rimozione dei video. La vicenda riporta al centro il rapporto tra potere economico e libertà di espressione: l’Italia ha appena recepito le norme europee contro le cause bavaglio, ma lo ha fatto con un provvedimento che escluderebbe nove casi su dieci. Nel primo video contestato, datato 26 settembre, Veli è partito dal price cap lanciato da ENI a fine settembre – con il tetto di 2,19 euro al litro per il gasolio e di 1,99 per la benzina e lo sconto del 30% su luce e gas – per parlare di scorte. «A fine 2025 ENI aveva in magazzino 3,8 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi», ha dichiarato l’avvocato, aggiungendo che in Italia devono essere garantite riserve pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette. Il prezzo alla pompa, ha sostenuto, non dipende solo dal petrolio del giorno, ma anche da contratti e forniture già programmati. «E qui arriva il trucco – ha detto nel video -, se alzano troppo il prezzo a un certo punto la gente consuma meno». Gli altri due filmati riguardano le bollette: dietro lo sconto, ipotizza l’avvocato, ci sarebbero il timore di perdere clienti e quello di un’imposta sugli extraprofitti. Come riferito da Veli, ENI ha risposto con una diffida, inviata all’avvocato tramite uno studio milanese, chiedendo di cancellare subito i contenuti e di pubblicare una rettifica da concordare in anticipo, annunciando altrimenti azioni giudiziarie, richiesta di risarcimento e un ricorso urgente per far rimuovere i contenuti. In merito alle scorte, ENI sostiene che «la riserva obbligatoria non può essere venduta»; i video sulle bollette, invece, conterrebbero «affermazioni false» diffuse «con il solo scopo di screditare l’operato della società», senza però dare ulteriori specifiche. Gli effetti negativi, causati in particolare dal filmato sul price cap, sarebbero secondo il colosso petrolifero già visibili, essendo apparso un cartello con la scritta «ENI! Non generosità ma farsa» fuori da una stazione Enilive di Massa, poi fatto rimuovere dai carabinieri. Il nesso causale con i video, tuttavia, è tutto da dimostrare. La società ha negato di monitorare sistematicamente i social: il primo filmato sarebbe apparso casualmente – forse per le combinazioni algoritmiche – a un suo addetto alla comunicazione. L’avvocato Veli, a ogni modo, non ha intenzione di rimuovere i contenuti non graditi ad ENI. «Non ho formulato accuse personali né intrapreso campagne contro l’azienda», ha spiegato, affermando di aver voluto solo rendere comprensibili dinamiche economiche assenti dalle comunicazioni della società. Attraverso il suo legale ha inoltre evidenziato di non aver mai attribuito a ENI un uso illecito delle scorte obbligatorie: la lettura della società sarebbe «estensiva», non corrispondendo al «tenore letterale del contenuto». Le sue parole sono, per la difesa, «espressione di opinione, commento e critica», tutelate dalla libertà di manifestazione del pensiero. La vicenda va in scena mentre l’Italia ha appena recepito, peraltro con enorme ritardo, la direttiva UE 2024/1069 contro le SLAPP, le azioni legali temerarie usate per intimidire giornalisti, attivisti e whistleblower. Il decreto però protegge solo i casi transfrontalieri e i procedimenti civili, lasciando fuori quelli domestici e quelli penali, inclusa la diffamazione. Quest’ultima rappresenta in Italia lo strumento più utilizzato per intimidire giornalisti, attivisti e cittadini impegnati nel dibattito pubblico (mentre in gran parte dei Paesi d’Europa è stata depenalizzata). Secondo il decreto, inoltre, basta che attore e convenuto siano domiciliati in Italia per escludere le tutele: in tal modo, anche una controversia con elementi sostanzialmente internazionali rischia di essere considerata non transfrontaliera se entrambe le parti risiedono in Italia. Secondo i dati raccolti da Case (Coalition Against Slapp in Europe) – coalizione di 17 organizzazioni della società civile – le SLAPP transfrontaliere censite rappresentano meno del 10% del totale europeo. I processi penali, invece, costituiscono circa un quinto delle azioni temerarie registrate fino alla fine del 2024. CASE ha fatto sapere che porterà la questione alla Commissione europea, mentre il 22 ottobre scenderà in piazza a Roma per chiedere maggiori tutele. The post Vietato criticare ENI: la multinazionale diffida un avvocato per dei video su Instagram appeared first on L'Indipendente.
October 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Slapp, il governo recepisce la Direttiva ma lascia senza tutela nove casi su dieci. Il 22 ottobre protesta a Roma
SLAPP, il Governo recepisce la direttiva contro le azioni legali temerarie ai danni di giornalisti, attiviste e whistleblower, ma lascia senza tutela 9 casi su 10 CASE Italia denuncia le criticità del decreto, porterà la questione all’attenzione della Commissione europea e il 22 ottobre scenderà in piazza a Roma per chiedere maggiori tutele contro le querele bavaglio. Alla fine è accaduto. Da quanto apprendiamo, lo scorso venerdì il Governo ha recepito la direttiva europea (Ue) 2024/1069, contro le SLAPP – Strategic Lawsuits Against Public Participation – conosciute anche come querele bavaglio, con un atto normativo deludente  che arriva addirittura a restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva. Le SLAPP sono tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attivisti, ricercatori, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo. Il decreto con cui l’Italia recepisce la direttiva europea contro le SLAPP offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati. Il provvedimento, inoltre, si applica inoltre solo nei procedimenti civili e lascia fuori quelli penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia, Paese dove si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’UE. Questo significa di fatto lasciare senza tutele 9 casi su 10, come denuncia da tempo  CASE Italia, il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe, che riunisce 17 organizzazioni della società civile. Purtroppo però il decreto non si limita a ignorare le le raccomandazioni della Commissione europea (2022/758) e del Consiglio d’Europa (CM/Rec(2024)2), che invitavano i Paesi dell’Ue ad estendere le protezioni della direttiva a tutti i tipi di procedimenti – civili, penali, amministrativi, e a tutti i casi di SLAPP – transfrontalieri e nazionali, su cui le istituzioni europee non erano riuscite a intervenire a causa dei limiti imposti dai trattati. La norma approvata dal Governo introduce una nozione più restrittiva dei casi transfrontalieri rispetto a quella delineata dalla direttiva. Quest’ultima stabilisce infatti che un caso  può essere considerato transfrontaliero non solo quando attore e convenuto siano domiciliati in Paesi differenti, ma anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato. Proprio per evitare esclusioni indebite, l’articolo 5 della Direttiva richiede che una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato. Per l’Italia, invece, basta il solo fatto che attore e convenuto siano domiciliati in Italia per essere sicuramente di fronte a un caso “non transfrontaliero” e quindi privo di tutele. Una scelta che rende l’applicazione delle protezioni legali contenute nel decreto ancora più marginale e che solleva dubbi in merito alla conformità della disciplina nazionale al diritto europeo. L’esame finale del Consiglio dei Ministri del 2 ottobre arriva al termine di un percorso che ha messo alla prova il processo di partecipazione e consultazione della società civile, caratterizzato da numerosi inviti inascoltati da parte di CASE Italia ad un confronto concreto con il Ministero della Giustizia e da un processo parlamentare incardinato a ridosso della chiusura estiva che si è ridotto ad un esercizio di partecipazione meramente formale. Le competenti Commissioni parlamentari hanno esaminato lo schema di decreto legislativo in meno di un mese e le osservazioni delle organizzazioni della società civile, comprese quelle presentate da CASE Italia nel corso dell’audizione, non sono state recepite nel testo finale.  “Il nostro Paese arriva in ritardo, dando un esempio che rischia di trasformarsi in una vera e propria bad practice a livello europeo. Riteniamo che questo risultato così deludente sia anche il riflesso del rifiuto di un confronto effettivo con le componenti più rilevanti della società civile. – dichiara Sielke Kelner, portavoce di CASE Italia. “A fronte di un risultato così problematico, CASE Italia porterà all’attenzione della Commissione europea le principali criticità del decreto, affinché venga valutata la conformità rispetto agli obblighi previsti dalla Direttiva. Ciò avviene peraltro in un contesto in cui la Commissione ha già inviato all’Italia una lettera di richiamo per il mancato recepimento della Direttiva entro i termini previsti. (7 maggio).”  Il 22 ottobre la coalizione scenderà in piazza Capranica, a Roma dalle ore 10 alle ore 13, per protestare contro una legge incapace di difendere la libertà di espressione e per costruire insieme a giornalisti, attiviste, giuristi e organizzazioni della società civile una risposta più forte alle querele bavaglio: chiederemo al Governo e al Parlamento di intervenire per correggere una normativa che rischia di lasciare senza protezione la grande maggioranza delle vittime di SLAPP. L’azione cade pochi giorni dopo l’anniversario dell’assassinio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017, un omicidio che, a distanza di nove anni, rimane tutt’oggi impunito. Al momento della sua morte, Daphne Caruana Galizia stava fronteggiando una cinquantina di SLAPP, molte delle quali avviate da esponenti del governo maltese dell’epoca nel tentativo di ostacolare e mettere a tacere le sue inchieste sulla corruzione, l’abuso di potere e i legami tra politica e interessi economici a Malta. È anche per questo, e per il significativo contributo della famiglia di Daphne al movimento europeo contro le SLAPP e al processo che ha portato all’adozione della Direttiva europea, che quest’ultima è nota come «legge Daphne».
October 9, 2026
ReCommon
Libertà di informare, SLAPP e tele-Meloni
di Danilo Tosarelli PREMESSA Mi rendo conto che parlare di libertà di stampa e d’informazione sia estremamente difficile e complesso. E’ un mondo. E’ come immergersi nell’Oceano dopo esser stati abbandonati al largo. Ovunque guardi non vedi punti d’approdo. Non per questo, bisogna però arrendersi all’idea di essere impotenti di fronte a ciò che accade. Io non ci sto e voi?
September 16, 2026
La Bottega del Barbieri
La Commissione approva la norma truffa per (non) proteggere i giornalisti dalle querele temerarie
In piena estate, la Commissione giustizia di Camera e Senato ha espresso parere favorevole al decreto di recepimento della direttiva europea contro le querele temerarie approntato dal governo Meloni, che però è pieno di evidenti buchi e criticità. Presentato lo scorso 9 luglio e da allora al vaglio del Parlamento, il testo limita infatti l’efficacia delle nuove garanzie alle sole cause civili a carattere transfrontaliero, lasciando fuori i procedimenti penali e le controversie interamente nazionali. Una scelta che, nell’Italia maglia nera europea per azioni bavaglio, lascia privi di protezione oltre nove casi su dieci e rischia di spalancare le porte a nuove sanzioni da parte di Bruxelles. La direttiva europea, approvata nel 2024 e spesso indicata come «legge Daphne» in memoria della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa nel 2017, avrebbe dovuto essere recepita dall’Italia entro il 7 maggio 2026. Il ritardo ha già prodotto una procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea il 15 luglio. Ma è soprattutto il contenuto del decreto a sollevare le maggiori perplessità. L’Italia ha infatti scelto di recepire la direttiva europea contro le SLAPP, le cosiddette querele bavaglio, applicando il perimetro più stretto consentito: le nuove garanzie delineate nello schema di decreto legislativo lo scorso 9 luglio valgono infatti esclusivamente per le cause civili che presentano un elemento transfrontaliero, ovvero quando le parti coinvolte risiedono in Stati membri diversi. Vengono dunque escluse tutte le cause interne: non ci saranno freni per i procedimenti penali per diffamazione, che in Italia rappresentano lo strumento più utilizzato per intimidire giornalisti, attivisti e cittadini impegnati nel dibattito pubblico (in gran parte d’Europa la diffamazione è invece stata depenalizzata). Il problema non riguarda soltanto l’esclusione delle cause interne. Il decreto italiano sembra avere ristretto persino il perimetro delineato dalla stessa direttiva europea. La normativa UE, infatti, considera una controversia transfrontaliera salvo che entrambe le parti siano domiciliate nello stesso Stato del tribunale e che tutti gli altri elementi rilevanti della vicenda siano localizzati esclusivamente in quel Paese. Il testo italiano, invece, prende in considerazione solo e soltanto il criterio del domicilio: in tal modo, anche una controversia con elementi sostanzialmente internazionali rischia di essere considerata non transfrontaliera se entrambe le parti risiedono in Italia. Il Parlamento avrebbe potuto chiedere al governo di ampliare le garanzie. Le Commissioni Giustizia di Camera e Senato, lo scorso 5 agosto, hanno invece partorito pareri favorevoli, con due osservazioni sostanzialmente identiche. Nessuna riguarda il principale limite del decreto. Una proposta di modifica relativa al criterio della dimensione transfrontaliera era comparsa al Senato per poi sparire dal testo finale; l’unica osservazione entrata nel merito delle tutele riesce addirittura a peggiorare il testo: entrambe le Commissioni chiedono all’esecutivo di eliminare la norma che consente al giudice di far pagare a chi ha promosso una causa abusiva l’intera parcella dell’avvocato della vittima, anche oltre le tariffe forensi, laddove la direttiva europea prevede esattamente l’opposto. «Una legge nata per proteggere chi subisce le cause bavaglio esce dal Parlamento con una sola richiesta sul merito delle tutele: che alla vittima venga rimborsato di meno – ha spiegato Andi Shehu, policy officer dalla ong The Good Lobby e componente della coalizione contro le liti temerarie Case Italia -. Per un cronista freelance quella differenza è la ragione per cui la prossima volta non scriverà». Secondo i dati raccolti da Case (Coalition Against Slapp in Europe), le SLAPP transfrontaliere censite rappresentano meno del 10% del totale europeo. I processi penali, invece, costituiscono circa un quinto delle azioni temerarie registrate fino alla fine del 2024. Il risultato è che il recepimento italiano rischia di proteggere meno di un caso su dieci. L’Italia, peraltro, è da due anni il Paese europeo con il maggior numero di querele temerarie censite. L’iter vedrà ora Il testo fare ritorno al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva, che dovrebbe arrivare entro la fine del mese. Il Governo può ancora correggerlo, oppure firmarlo così come è. Alla Camera il sottosegretario alla Giustizia ha già dichiarato di condividere il parere del relatore. Il governo ha ventiquattro mesi per adottare un decreto correttivo, ma intanto la procedura d’infrazione aperta il 15 luglio per il ritardo, qualora il recepimento venisse giudicato difforme, potrebbe evolvere in una contestazione di non conformità. In quel caso, potrebbero verificarsi conseguenze legali e finanziarie più pesanti per lo Stato italiano. The post La Commissione approva la norma truffa per (non) proteggere i giornalisti dalle querele temerarie appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 10, 2026
L'INDIPENDENTE
Report Assemblea annuale No Triv
Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Venerdì 29 maggio 2026 si è tenuta, come stabilito, l’assemblea annuale dei soci del CNNT (Coordinamento nazionale No Triv). L’assemblea, tenutasi in modalità on-line, aperta anche a soggetti non iscritti all’associazione, è iniziata alle ore 18,30, per poter trattare e deliberare sui seguenti punti all’o.d.g.: 1)   Approvazione relazioni attività,
Informazione libera: le querele temerarie sono tabù
Ci sarebbe il «Media Freedom Act» ma l’Italia (guarda un po’) si è distratta Lettera aperta a Carlo Nordio, ministro della Giustizia,                         della Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE)                         E’ scaduto il 7 maggio il termine UE