La rabbia dei liceali

Comune-info - Friday, October 9, 2026

La protesta è esplosa a fine settembre coinvolgendo in pochissimo tempo oltre mille licei in tutta la Francia. Il movimento ha portato mezzo milione di persone a manifestare il 6 ottobre. Alle proteste dei liceali si sono uniti in sciopero universitari, docenti, genitori, sindacati. La polizia ha risposto con fermi di massa e cariche violentissime, causando centinaia di feriti in diverse città, in gran parte quindicenni. Studenti e studentesse protestano non solo per i tagli alla scuola, la carenza di docenti, il sovrappopolamento delle aule, la fatiscenza delle strutture, la repressione poliziesca che dura da tempo. La questione che di fatto sollevano va oltre la richiesta di aumentare i soldi per la scuola, riguarda quale idea di persona e di cittadinanza la scuola incarni. Per questo il potere teme gli adolescenti. Ma una società può dirsi attenta ai processi democratici se i giovani possono contribuire a cambiarla, scrive Emilia De Rienzo. Ascoltarli sul serio significa accettare che possano mettere in discussione le priorità definite dagli adulti. Quei ragazzi nelle strade ci ricordano prima di tutto che il contrario della democrazia non è soltanto l’autoritarismo. È anche l’idea che il mondo, così com’è, non possa essere messo in discussione

    Foto di Elliott Ledain su Unsplash

    Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2026, le proteste degli studenti francesi si sono diffuse in centinaia di istituti. I ragazzi chiedono insegnanti presenti, classi meno affollate, edifici scolastici dignitosi e maggiori investimenti nell’istruzione. Non sono richieste rivoluzionarie: riguardano le condizioni necessarie per poter studiare. Eppure la risposta delle forze dell’ordine ha prodotto conseguenze gravissime. Un quindicenne ha perso una mano in seguito all’esplosione di una granata durante un intervento della polizia; decine di adolescenti hanno riportato lesioni agli occhi e al volto. Sono state avviate indagini su diversi episodi e il ministro dell’Interno è stato costretto a sospendere almeno l’uso delle granate stordenti durante queste manifestazioni.

    A scuola chiediamo ai ragazzi di imparare a ragionare, a esprimersi, a essere cittadini responsabili. Poi, quando provano a esercitare queste capacità fuori dalle aule, rischiamo di considerarli soprattutto un problema di ordine pubblico. E c’è un paradosso ancora più doloroso: chiediamo ai giovani di prepararsi a un futuro sul quale avranno responsabilità, ma spesso non riconosciamo loro un’autorità sufficiente per discutere il presente che stiamo consegnando loro.

    Finché i giovani imparano, ascoltano, si preparano a entrare nella società, vengono considerati nel loro ruolo. Quando cominciano a contestare le condizioni che gli adulti hanno costruito, diventano improvvisamente inesperti, manipolabili, irresponsabili. Se protestano, qualcuno sostiene che non capiscono le conseguenze delle loro azioni; se sono arrabbiati, si cerca chi li abbia sobillati; se la protesta si radicalizza, le ragioni iniziali rischiano di scomparire dietro le immagini degli scontri. È un meccanismo che non riguarda soltanto la Francia. Invece di chiedersi perché i giovani siano arrivati a protestare, ci si concentra su come riportarli all’ordine.

    A scuola per imparare impara a discutere e a dissentire

    Non tutte le proteste necessariamente sono giuste per il solo fatto di essere giovani, e i ragazzi non sono un gruppo omogeneo. Hanno contraddizioni, pregiudizi, possono sbagliare. Ma proprio per questo dovrebbero essere riconosciuti come interlocutori, non trattati come persone alle quali spetta soltanto imparare dagli adulti. Una democrazia non protegge i giovani impedendo loro di sbagliare. Li protegge garantendo che possano dissentire, partecipare e mettere in discussione le decisioni, senza essere esposti a rischi ingiustificati. La scuola, in questo senso, è un luogo decisivo: è uno dei primi luoghi in cui si sperimenta se la propria voce conta, se le regole possono essere discusse, se chi ha autorità è disposto ad ascoltare, se il dissenso viene accolto oppure punito. Se la democrazia si insegna soltanto come materia, ma non si pratica nelle relazioni quotidiane, diventa una parola vuota imparata a memoria. Per questo molto insegnanti, capi d’istituto e genitori appoggiano i loro figli e studenti e manifestano con loro.

    Che cosa teme allora il potere negli adolescenti che chiedono una scuola diversa? Perché impedisce loro di partecipare alle decisioni che li riguardano? Questi ragazzi non stanno chiedendo di abbattere il sistema. Chiedono che una delle istituzioni fondamentali della società democratica sia all’altezza della propria funzione. E allora la questione non è soltanto quanti soldi vengano investiti nella scuola, benché le risorse siano essenziali. È anche quale idea di persona e di cittadinanza la scuola incarni. Una scuola democratica non è quella in cui tutti sono d’accordo. È quella in cui si impara a discutere, a dissentire, a riconoscere le ragioni altrui e a partecipare alle decisioni comuni. Una scuola nella quale i ragazzi sperimentino di avere una voce, anziché apprendere soltanto che l’autorità ha sempre l’ultima parola. Per questo, quando la protesta studentesca viene affrontata prevalentemente come un problema di sicurezza, si perde un’occasione educativa e politica. Si può anche riaprire un istituto, disperdere un assembramento o arrestare chi ha commesso un reato, ma non si può esimere di rispondere alle domande che hanno portato i ragazzi in strada.

    Una società è democratica se i giovani e gli studenti possono contribuire a cambiarla. Ascoltarli davvero significa accettare che possano mettere in discussione le nostre priorità, il modo in cui spendiamo le risorse, la scuola che abbiamo costruito, il mondo del lavoro che li aspetta e persino l’idea di futuro che abbiamo preparato per loro. Significa rinunciare, almeno in parte, alla presunzione di sapere già che cosa sia meglio per loro. E questo vale per la scuola, ma anche per la politica.

    Forse la domanda più scomoda che ci pongono quei ragazzi francesi non è soltanto perché protestino. È questa: che valore attribuiamo alla loro parola, se siamo disposti ad ascoltarla soltanto quando non mette in discussione nulla? Una protesta può essere numerosa, visibile, capace di coinvolgere molti istituti e tuttavia rimanere minoritaria rispetto all’insieme della popolazione. E una maggioranza silenziosa, o semplicemente non coinvolta, può giudicarla non in base alle domande che pone, ma al disagio che produce: le strade bloccate, le lezioni interrotte, gli scontri, la sensazione che qualcuno stia mettendo in discussione un equilibrio al quale si è abituati. E su questo purtroppo che fanno leva molti politici. Quando il bisogno di tranquillità diventa più importante della necessità di ascoltare, il mantenimento dell’ordine può finire per valere più delle ragioni per cui una società dovrebbe cambiare.

    La democrazia non è la difesa dell’esistente

    La democrazia non consiste nel conservare ciò che c’è, ma nel mantenere aperta la possibilità di trasformarlo. Se una generazione incontra una scuola che non risponde ai suoi bisogni, ha il diritto di chiedere che cambi. Se i giovani vedono un futuro diverso da quello che gli adulti hanno immaginato per loro, non stanno necessariamente rifiutando la società: possono star cercando di renderla più abitabile. E la loro richiesta non dovrebbe essere accolta soltanto se è compatibile con le nostre abitudini. La democrazia è una ricerca continua di maggiore libertà, uguaglianza, partecipazione. È ciò che apre spazi che prima non esistevano e riconosce diritti che prima non erano riconosciuti.

    Difendere la democrazia significa anche difendere il diritto di cambiare la società democratica. Altrimenti, in nome della stabilità, finiamo per proteggere soprattutto chi si trova già in una posizione di potere.

    Quando la richiesta di cambiamento viene percepita da una parte della popolazione come una minaccia all’ordine, quali forze riescono a raccogliere quel disagio? E che responsabilità hanno le forze democratiche nel non lasciare che la domanda di sicurezza cancelli quella di giustizia? Una democrazia si misura anche dalla sua capacità di accogliere chi non si accontenta del mondo che ha ereditato. I giovani non hanno necessariamente tutte le risposte, ma non è questo che dovremmo chiedere loro. Dovremmo domandarci se siamo ancora capaci di ascoltare le domande che ci rivolgono, anche quando ci costringono a cambiare. Perché il contrario della democrazia non è soltanto l’autoritarismo. È anche l’idea che il mondo, così com’è, non possa essere messo in discussione.

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