
Più armi, meno welfare
Pressenza - Sunday, October 4, 2026Il costo sociale del riarmo: sanità, scuola e territorio davanti alla scelta italiana
Nel 2025 l’Italia ha destinato 35,5 miliardi di euro alle spese militari. L’obiettivo indicato per i prossimi anni è portare questa cifra fino a circa 48 miliardi nel 2028. Sono numeri che non riguardano soltanto la Difesa: interrogano direttamente il modello di società che il Paese intende finanziare e, soprattutto, le priorità alle quali destinare le risorse pubbliche.
Il punto da considerare è che la pressione NATO non riguarda più soltanto il vecchio obiettivo del 2% del Pil. Al vertice dell’Aia del giugno 2025, i 32 Paesi dell’Alleanza hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5% del Pil complessivo per difesa e sicurezza, articolato in almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture, resilienza, cybersicurezza e altri settori collegati. La NATO definisce questa una traiettoria progressiva, con piani nazionali annuali.
Per l’Italia questo significa un’accelerazione della spesa militare proprio mentre il bilancio pubblico deve affrontare sanità, scuola, welfare e territorio. Al vertice NATO di Ankara del luglio 2026, il segretario generale Mark Rutte ha citato esplicitamente l’Italia tra i grandi Paesi che hanno compiuto il passaggio verso il 2% e che si sono impegnati a proseguire verso il nuovo obiettivo dell’Aia. La stessa NATO ha sottolineato che nel 2025 gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa militare di quasi il 20% in termini reali rispetto al 2024.
Ma mentre una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata a raggiungere gli obiettivi NATO, il confronto con gli stanziamenti per sanità, scuola, servizi sociali, prevenzione del dissesto e transizione ambientale diventa inevitabile. La NATO considera questo aumento necessario alla propria strategia di deterrenza; quanti propongono una riconversione dal militare al sociale contesta invece la priorità assegnata a questo incremento e chiede di valutare gli stessi vincoli finanziari dal punto di vista dei bisogni sociali.
L’analisi di Francesco Gesualdi
Il rapporto tra riarmo e welfare è al centro del dossier “Dal militare al sociale”, realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo e dedicato proprio alla possibilità di riconvertire le risorse destinate alla spesa militare in investimenti sociali e ambientali. Il lavoro raccoglie anche analisi di Francesco Gesualdi, fondatore del Centro, che da anni studia il rapporto tra economia, disuguaglianze, debito pubblico, ambiente e giustizia sociale.
La questione non è soltanto quanto si spende, ma per fare che cosa. Un bilancio pubblico è infatti anche una fotografia delle priorità politiche: ogni aumento strutturale di una grande voce di spesa restringe, a parità di altre condizioni, lo spazio disponibile per altre politiche oppure richiede maggiori entrate o maggiore indebitamento.
È questa la domanda posta da Gesualdi: mentre crescono le risorse destinate al comparto militare, quali sono i problemi che rimangono senza risposte adeguate?
La sanità è uno dei primi. Secondo i dati contenuti nel Documento di finanza pubblica, la spesa sanitaria italiana è prevista in crescita in valore assoluto, ma il suo rapporto con il Pil viene mantenuto intorno al 6,4% nel periodo successivo. Il problema, dunque, non è semplicemente stabilire se la spesa nominale aumenti, ma verificare se cresca abbastanza rispetto ai bisogni, ai costi e all’evoluzione demografica.
Nel frattempo il Servizio sanitario nazionale deve affrontare liste d’attesa, carenza di personale, invecchiamento della popolazione e aumento della domanda di assistenza. In questo quadro la domanda sollevata dal dossier è molto concreta: quanto potrebbe cambiare la capacità dello Stato di intervenire se una parte delle risorse aggiuntive previste per il riarmo fosse invece indirizzata stabilmente verso la sanità territoriale, la prevenzione, la medicina di prossimità e l’assistenza alle persone non autosufficienti?
Un ragionamento analogo riguarda la scuola
I dati dell’OCSE mostrano che l’Italia investe nell’istruzione, dal livello primario a quello terziario, il 3,9% del Pil, contro una media OCSE del 4,7%. Inoltre, tra il 2015 e il 2022, la quota dei bilanci pubblici italiani destinata all’istruzione è scesa dal 7,1% al 6,7%. Sono numeri che rendono difficile considerare scuola, formazione, ricerca e università come semplici capitoli di spesa. Sono invece investimenti sulla capacità futura del Paese: sulla qualità del lavoro, sulla mobilità sociale, sulla ricerca scientifica e sulla possibilità per i giovani di costruire il proprio futuro.
Gesualdi allarga però lo sguardo anche oltre sanità e istruzione. Nel suo ragionamento rientrano la difesa del territorio dal dissesto idrogeologico, il servizio idrico, l’accoglienza dei migranti, la cooperazione internazionale, la protezione sociale e la transizione ambientale. Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo indica infatti tra i propri ambiti di ricerca proprio disuguaglianze, welfare, ambiente, migrazioni, cooperazione internazionale e debito.
È sufficiente guardare alle fragilità strutturali del territorio italiano per comprendere la portata della questione. Frane, alluvioni, dissesto delle infrastrutture, reti idriche che necessitano di manutenzione e territori sottoposti agli effetti della crisi climatica richiedono una programmazione pluriennale. Non sono emergenze che possano essere affrontate soltanto dopo che il danno è avvenuto.
La stessa logica vale per l’acqua. Investire nelle reti, ridurre le perdite, garantire la manutenzione degli acquedotti e tutelare una risorsa essenziale significa costruire sicurezza sociale. Sono opere spesso meno visibili di un grande sistema d’arma, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone.
C’è poi il tema del debito pubblico. L’Italia parte da un livello di indebitamento molto elevato e la Banca d’Italia continua a pubblicare mensilmente i dati sul debito delle amministrazioni pubbliche, proprio perché la sostenibilità della finanza pubblica rappresenta un vincolo permanente per le politiche di bilancio.
Gesualdi mette dunque in discussione l’idea che il riarmo possa essere considerato una scelta neutrale dal punto di vista economico. Anche quando un aumento di spesa militare viene finanziato senza un taglio immediato e contabilmente visibile alla sanità o alla scuola, le risorse pubbliche rimangono limitate. Nel medio periodo, le alternative sono sostanzialmente tre: aumentare le entrate, aumentare il debito oppure ridurre o contenere altre voci di spesa.
Le ricadute sociali della spesa militare
Se una maggiore spesa militare viene accompagnata da politiche di contenimento della spesa sociale, l’effetto può essere quello di accentuare una tendenza già osservabile in alcuni settori. Il DFP 2025, per esempio, prevedeva che la spesa per le altre prestazioni sociali in denaro, al netto delle pensioni, passasse dal 5,2% del Pil nel 2025 al 5,0% nel 2027, con una crescita media annua prevista dell’1% nel 2026-2027.
Non significa che ogni riduzione relativa della spesa sociale sia automaticamente causata dall’aumento della spesa militare: intervengono dinamiche demografiche, inflazione, crescita economica, pensioni, vincoli europei e molte altre variabili. Ma significa che la discussione sulle priorità non può essere rimossa.
In effetti, l’articolo 11 non stabilisce un semplice automatismo contabile tra spesa militare e spesa sociale, né impedisce in quanto tale ogni finanziamento alla Difesa. Ma costituisce un principio fondamentale con il quale le politiche di sicurezza e di bilancio devono confrontarsi.
La proposta contenuta nel lavoro di Gesualdi è allora quella di spostare il punto di vista: dalla domanda “quanto dobbiamo spendere per armarci?” alla domanda “quali sono le emergenze che minacciano concretamente la vita delle persone e quanto dobbiamo investire per affrontarle?”.
In un Paese nel quale l’istruzione pubblica rimane sotto la media OCSE per quota di Pil, nel quale la sanità deve fare i conti con crescenti bisogni e nel quale il territorio richiede importanti opere di prevenzione, questa domanda non è astratta.
Francesco Gesualdi pone la sua alternativa in termini molto netti: invece di destinare risorse crescenti al militare, occorre interrogarsi sulla possibilità di utilizzarle per rispondere ai bisogni sociali e ambientali che già oggi condizionano profondamente la vita degli italiani.