Più armi, meno welfare
Il costo sociale del riarmo: sanità, scuola e territorio davanti alla scelta
italiana
Nel 2025 l’Italia ha destinato 35,5 miliardi di euro alle spese militari.
L’obiettivo indicato per i prossimi anni è portare questa cifra fino a circa 48
miliardi nel 2028. Sono numeri che non riguardano soltanto la Difesa:
interrogano direttamente il modello di società che il Paese intende finanziare
e, soprattutto, le priorità alle quali destinare le risorse pubbliche.
Il punto da considerare è che la pressione NATO non riguarda più soltanto il
vecchio obiettivo del 2% del Pil. Al vertice dell’Aia del giugno 2025, i 32
Paesi dell’Alleanza hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5% del
Pil complessivo per difesa e sicurezza, articolato in almeno il 3,5% per le
esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture, resilienza,
cybersicurezza e altri settori collegati. La NATO definisce questa una
traiettoria progressiva, con piani nazionali annuali.
Per l’Italia questo significa un’accelerazione della spesa militare proprio
mentre il bilancio pubblico deve affrontare sanità, scuola, welfare e
territorio. Al vertice NATO di Ankara del luglio 2026, il segretario generale
Mark Rutte ha citato esplicitamente l’Italia tra i grandi Paesi che hanno
compiuto il passaggio verso il 2% e che si sono impegnati a proseguire verso il
nuovo obiettivo dell’Aia. La stessa NATO ha sottolineato che nel 2025 gli
Alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa militare di quasi il 20% in
termini reali rispetto al 2024.
Ma mentre una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata a
raggiungere gli obiettivi NATO, il confronto con gli stanziamenti per sanità,
scuola, servizi sociali, prevenzione del dissesto e transizione ambientale
diventa inevitabile. La NATO considera questo aumento necessario alla propria
strategia di deterrenza; quanti propongono una riconversione dal militare al
sociale contesta invece la priorità assegnata a questo incremento e chiede di
valutare gli stessi vincoli finanziari dal punto di vista dei bisogni sociali.
L’analisi di Francesco Gesualdi
Il rapporto tra riarmo e welfare è al centro del dossier “Dal militare al
sociale”, realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo e dedicato proprio
alla possibilità di riconvertire le risorse destinate alla spesa militare in
investimenti sociali e ambientali. Il lavoro raccoglie anche analisi di
Francesco Gesualdi, fondatore del Centro, che da anni studia il rapporto tra
economia, disuguaglianze, debito pubblico, ambiente e giustizia sociale.
La questione non è soltanto quanto si spende, ma per fare che cosa. Un bilancio
pubblico è infatti anche una fotografia delle priorità politiche: ogni aumento
strutturale di una grande voce di spesa restringe, a parità di altre condizioni,
lo spazio disponibile per altre politiche oppure richiede maggiori entrate o
maggiore indebitamento.
È questa la domanda posta da Gesualdi: mentre crescono le risorse destinate al
comparto militare, quali sono i problemi che rimangono senza risposte adeguate?
La sanità è uno dei primi. Secondo i dati contenuti nel Documento di finanza
pubblica, la spesa sanitaria italiana è prevista in crescita in valore assoluto,
ma il suo rapporto con il Pil viene mantenuto intorno al 6,4% nel periodo
successivo. Il problema, dunque, non è semplicemente stabilire se la spesa
nominale aumenti, ma verificare se cresca abbastanza rispetto ai bisogni, ai
costi e all’evoluzione demografica.
Nel frattempo il Servizio sanitario nazionale deve affrontare liste d’attesa,
carenza di personale, invecchiamento della popolazione e aumento della domanda
di assistenza. In questo quadro la domanda sollevata dal dossier è molto
concreta: quanto potrebbe cambiare la capacità dello Stato di intervenire se una
parte delle risorse aggiuntive previste per il riarmo fosse invece indirizzata
stabilmente verso la sanità territoriale, la prevenzione, la medicina di
prossimità e l’assistenza alle persone non autosufficienti?
Un ragionamento analogo riguarda la scuola
I dati dell’OCSE mostrano che l’Italia investe nell’istruzione, dal livello
primario a quello terziario, il 3,9% del Pil, contro una media OCSE del 4,7%.
Inoltre, tra il 2015 e il 2022, la quota dei bilanci pubblici italiani destinata
all’istruzione è scesa dal 7,1% al 6,7%. Sono numeri che rendono difficile
considerare scuola, formazione, ricerca e università come semplici capitoli di
spesa. Sono invece investimenti sulla capacità futura del Paese: sulla qualità
del lavoro, sulla mobilità sociale, sulla ricerca scientifica e sulla
possibilità per i giovani di costruire il proprio futuro.
Gesualdi allarga però lo sguardo anche oltre sanità e istruzione. Nel suo
ragionamento rientrano la difesa del territorio dal dissesto idrogeologico, il
servizio idrico, l’accoglienza dei migranti, la cooperazione internazionale, la
protezione sociale e la transizione ambientale. Il Centro Nuovo Modello di
Sviluppo indica infatti tra i propri ambiti di ricerca proprio disuguaglianze,
welfare, ambiente, migrazioni, cooperazione internazionale e debito.
È sufficiente guardare alle fragilità strutturali del territorio italiano per
comprendere la portata della questione. Frane, alluvioni, dissesto delle
infrastrutture, reti idriche che necessitano di manutenzione e territori
sottoposti agli effetti della crisi climatica richiedono una programmazione
pluriennale. Non sono emergenze che possano essere affrontate soltanto dopo che
il danno è avvenuto.
La stessa logica vale per l’acqua. Investire nelle reti, ridurre le perdite,
garantire la manutenzione degli acquedotti e tutelare una risorsa essenziale
significa costruire sicurezza sociale. Sono opere spesso meno visibili di un
grande sistema d’arma, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana delle
persone.
C’è poi il tema del debito pubblico. L’Italia parte da un livello di
indebitamento molto elevato e la Banca d’Italia continua a pubblicare
mensilmente i dati sul debito delle amministrazioni pubbliche, proprio perché la
sostenibilità della finanza pubblica rappresenta un vincolo permanente per le
politiche di bilancio.
Gesualdi mette dunque in discussione l’idea che il riarmo possa essere
considerato una scelta neutrale dal punto di vista economico. Anche quando un
aumento di spesa militare viene finanziato senza un taglio immediato e
contabilmente visibile alla sanità o alla scuola, le risorse pubbliche rimangono
limitate. Nel medio periodo, le alternative sono sostanzialmente tre: aumentare
le entrate, aumentare il debito oppure ridurre o contenere altre voci di spesa.
Le ricadute sociali della spesa militare
Se una maggiore spesa militare viene accompagnata da politiche di contenimento
della spesa sociale, l’effetto può essere quello di accentuare una tendenza già
osservabile in alcuni settori. Il DFP 2025, per esempio, prevedeva che la spesa
per le altre prestazioni sociali in denaro, al netto delle pensioni, passasse
dal 5,2% del Pil nel 2025 al 5,0% nel 2027, con una crescita media annua
prevista dell’1% nel 2026-2027.
Non significa che ogni riduzione relativa della spesa sociale sia
automaticamente causata dall’aumento della spesa militare: intervengono
dinamiche demografiche, inflazione, crescita economica, pensioni, vincoli
europei e molte altre variabili. Ma significa che la discussione sulle priorità
non può essere rimossa.
In effetti, l’articolo 11 non stabilisce un semplice automatismo contabile tra
spesa militare e spesa sociale, né impedisce in quanto tale ogni finanziamento
alla Difesa. Ma costituisce un principio fondamentale con il quale le politiche
di sicurezza e di bilancio devono confrontarsi.
La proposta contenuta nel lavoro di Gesualdi è allora quella di spostare il
punto di vista: dalla domanda “quanto dobbiamo spendere per armarci?” alla
domanda “quali sono le emergenze che minacciano concretamente la vita delle
persone e quanto dobbiamo investire per affrontarle?”.
In un Paese nel quale l’istruzione pubblica rimane sotto la media OCSE per quota
di Pil, nel quale la sanità deve fare i conti con crescenti bisogni e nel quale
il territorio richiede importanti opere di prevenzione, questa domanda non è
astratta.
Francesco Gesualdi pone la sua alternativa in termini molto netti: invece di
destinare risorse crescenti al militare, occorre interrogarsi sulla possibilità
di utilizzarle per rispondere ai bisogni sociali e ambientali che già oggi
condizionano profondamente la vita degli italiani.
Laura Tussi