Luigi Veronelli / Un canto d’amore per tutta la terra (e anarchia)

Pulp Magazine - Friday, October 2, 2026

Prima di essere un enologo, Luigi Veronelli ha scontato tre mesi di carcere per un libro e ha speso anni a restituire un nome a una tomba anonima, quella di Gaetano Bresci. In lui l’anarchia non è un tratto caratteriale né una posa da intellettuale libertario applicata sopra un mestiere borghese come la critica enologica: è la matrice da cui quel mestiere stesso nasce. Il volume che elèuthera pubblica ora, Ode al vino e all’anarchia, con prefazione di Simonetta Lorigliola, ha il merito di restituire questa continuità, spesso smarrita nell’agiografia gastronomica che di Veronelli conserva solo l’aneddoto ignorando la biografia politica che lo sorregge.

Quella biografia comincia presto. Cresciuto nel quartiere popolare milanese dell’Isola, Veronelli studia filosofia, diventa assistente di Giovanni Emanuele Bariè e si avvicina al pensiero anarchico, al quale resterà fedele per tutta la vita. Nel 1956 fonda tre riviste — “I problemi del socialismo”, “Il Pensiero”, “Il gastronomo” — e l’anno successivo traduce La questione sociale di Proudhon insieme a un testo del marchese de Sade: la pubblicazione gli costa tre mesi di carcere per oscenità, e il libro di Sade finirà bruciato a Varese, replica novecentesca di un rogo che la storia avrebbe dovuto rendere impossibile. Non è dettaglio erudito: è la prova che l’anarchismo di Veronelli non si esaurisce nel lessico o nella simpatia ideologica, ma si è pagato in carcere.

Il libro va letto anche alla luce di un episodio meno noto e più radicale di qualunque dichiarazione di poetica: nel 1973 Veronelli si reca sull’isola-carcere di Santo Stefano, a Ventotene, e si addentra nel cimitero degli ergastolani dicendosi ragionevolmente certo, per intuizione più che per prova documentale, di aver individuato la tomba di Gaetano Bresci, il regicida anarchico giustiziere di Umberto I, “re mitraglia”. Da quella visita nasce una mappa nominale che ricostruisce l’identità di gran parte delle quarantasette tombe del camposanto, poco prima anonime. È un gesto che dice più di molte pagine sul senso che Veronelli attribuisce alla memoria dei vinti: restituire un nome ai morti dimenticati dal potere è lo stesso atto, spostato di ambito, con cui più tardi restituirà dignità al “vignaiuolo” cancellato dall’agro-industria. Non stupisce che quella mappa sia diventata negli anni meta di un pellegrinaggio laico compiuto ogni giugno da collettivi e cooperative, un pellegrinaggio annuale costruito, letteralmente, sul testamento che Veronelli ha lasciato loro.

C’è poi la televisione, terreno apparentemente estraneo all’anarchia ma in realtà suo prolungamento tattico. Diffidente all’inizio — dopo una prima apparizione nel 1960 se ne tiene a distanza, impaurito dall’eccessiva semplificazione del linguaggio del piccolo schermo — Veronelli cede nel 1971 alle insistenze della Rai torinese e conduce Colazione allo studio 7, che nel 1973 diventa A tavola alle 7 al fianco di Ave Ninchi: il 22 marzo 1974 va in onda quella che è considerata la prima vera trasmissione italiana di cucina ed enogastronomia, capostipite di tutto ciò che seguirà fino a Masterchef. Ma il programma più rivelatore resta Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini (1979-1980), docufilm di aggiornamento sulla viticoltura, elogio della civiltà contadina e denuncia delle leggi apertamente favorevoli all’industria, da cui nasce uno degli aforismi più netti di Veronelli, quello sul vino contadino sempre migliore del miglior vino industriale. Anche in tivù, insomma, Veronelli non intrattiene: usa la popolarità come cassa di risonanza per la stessa battaglia condotta sulla carta.

È in questo intreccio — carcere, cimitero degli anarchici, salotto Rai, colonna del “Giorno” — che va collocata la frase che costituisce il leitmotiv del libro: il vino è il canto della terra verso il cielo. Quando Veronelli scrive di sentire, assaggiando un vino, tutto ciò che è accaduto nella terra dove è nato e nelle mani che l’hanno toccato, non sta producendo una metafora consolatoria da etichetta. Sta applicando al calice lo stesso metodo con cui ha letto una tomba anonima a Santo Stefano: risalire, attraverso un frammento materiale, a una storia umana concreta e alle sue ingiustizie. Il “canto verso il cielo” non è trascendenza estetizzante, è la voce di un lavoro — quello del vignaiolo, quello dei “giovani estremi” chiamati a sovvertire il sistema — che sale e chiede di essere ascoltata.

Qui il libro rende giustizia soprattutto al secondo tempo della parabola di Veronelli, quello di Critical Wine e di “Terra e libertà”, il progetto costruito con centri sociali come il Leoncavallo o la Chimica di Verona per opporre all’agro-industria un catalogo di autocertificazione dal basso, la denominazione comunale d’origine, il prezzo sorgente: anarchia non predicata ma organizzata, con tanto di attriti — non tutto il movimento anarchico approvò il dialogo di Veronelli con le istituzioni — che il volume non nasconde. Ma è sull’oggi che la lettura si fa più tagliente, ed è qui che Ode al vino e all’anarchia rende un servizio migliore che altrove: mostrare quanto di quel lessico — sostenibilità, artigianalità, “piccolo il podere, grande il vino” — sia sopravvissuto come pratica reale e quanto sia stato invece liofilizzato in marketing. Il naturale, il biodinamico, il “senza chimica” sono oggi rivendicazioni di scaffale prima ancora che di vigna; l’estetica anarco-contadina che Veronelli aveva costruito come atto di rottura viene riassorbita, tal quale, dallo stesso sistema distributivo che pretendeva di combattere — bottiglie “ribelli” vendute a prezzo di boutique, etichette che si appropriano di un immaginario libertario svuotandolo di ogni conseguenza politica.

È il destino, del resto, che tocca a ogni pensiero critico ridotto ad aforisma citabile: diventa slogan stampabile su una maglietta indossata al corteo del Primo Maggio, formula riconoscibile e per ciò stesso innocua. Il paradosso è che proprio la frase-manifesto del libro — il vino come canto della terra — rischia oggi la stessa sorte: reperibile su un’etichetta di vino “naturale” prodotto secondo logiche del tutto convenzionali, spogliata del carcere, della tomba di Bresci, delle inchieste contro l’industria che le davano peso. Restituire quella frase al contesto che Ode al vino e all’anarchia ricostruisce — biografico, giudiziario, persino cimiteriale — non è un esercizio filologico: è l’unico modo per impedire che l’ultima ode rimasta di Veronelli si riduca, anch’essa, a un canto senza più terra sotto.

 

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