
Il caso del volo Dubai-Tel Aviv e l’ennesima figuraccia dei media mainstream
L'INDIPENDENTE - Wednesday, September 30, 2026Un pilota russo, un copilota ucraino e una lite capace di mettere in pericolo un aereo Flydubai diretto a Tel Aviv. La mattina del 30 settembre, un’emergenza ancora da chiarire aveva già trovato la sua spiegazione nei titoli di diverse testate. Sebbene si trattasse di una storia improbabile che avrebbe richiesto dei riscontri ufficiali, la ricostruzione era perfetta per suggerire che il conflitto tra Mosca e Kiev fosse arrivato persino nella cabina di pilotaggio. Nel giro di poche ore sono arrivate informazioni che contraddicevano quella versione: secondo i media israeliani, ai comandi ci sarebbero stati un omanita e un emiratino. Le indagini restano aperte, ma la versione della coppia di piloti russo-ucraino è stata abbandonata anche da chi l’aveva messa in circolazione. Per l’ennesima volta, la fretta di non bucarsi una notizia ha scavalcato il dovere di verificarla e un’informazione incerta è diventata il perno dei titoli prima che fossero chiariti i protagonisti e la dinamica della vicenda.
Le tracce sono ancora online. L’ANSA ha diffuso la versione della lite tra pilota russo e copilota ucraino, conservata negli indici e nelle riprese del lancio. Repubblica titolava Pilota russo e copilota ucraino, lite in volo sul Flydubai: il titolo è cambiato, mentre l’indirizzo della pagina conserva quelle nazionalità. Il Foglio le aveva inserite nel titolo, poi ridotto a Un dirottamento, anzi una lite fra piloti. Il Secolo d’Italia rilanciava con pathos: Terrore nei cieli: lite tra pilota russo e copilota ucraino sul Dubai-Tel Aviv. Anche Open aveva messo in evidenza il russo e l’ucraino, eliminati dalla versione attuale, ma ancora presenti nel risultato indicizzato. Lo stesso confronto si può fare con RaiNews. La notizia rimbalzava tra agenzie e testate, ma la moltiplicazione delle riprese non equivaleva a una verifica indipendente: Adnkronos attribuiva esplicitamente le presunte nazionalità a Channel 12, emittente richiamata anche dal lancio ANSA. Citare una fonte non esonera dal valutarne l’attendibilità, soprattutto quando un’indiscrezione viene promossa a spiegazione dell’accaduto. Ripeterla in coro non la rende più vera.
Il volo FZ1073, partito da Dubai e diretto al Ben Gurion, è atterrato in emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. I dati di tracciamento mostrano una brusca perdita di quota; sono stati trasmessi il codice 7700, per l’emergenza generale, e il 7500, associato a un’interferenza illecita. Israele ha fatto decollare i caccia. Le testimonianze raccolte dai media israeliani descrivono urla, sangue nella cabina e un pilota ferito con un coltello, oltre all’intervento di persone a bordo per immobilizzare l’aggressore. L’operatore dell’aeroporto saudita ha comunicato il ricovero di entrambi i piloti. Flydubai ha confermato un incidente durante il volo e l’atterraggio sicuro a Tabuk, senza precisarne nella nota la causa né le identità dei piloti. Secondo la successiva ricostruzione israeliana, il copilota omanita avrebbe accoltellato il comandante emiratino e tentato di dirottare l’aereo con a bordo 177 israeliani per farlo schiantare al suolo, ma sarebbe stato fermato. In attesa di riscontri, il condizionale è d’obbligo. Funzionari israeliani ipotizzano un attacco terroristico, ma non è una conclusione investigativa definitiva. Dinamica e movente restano da accertare. Colpisce anche la tempistica: l’incidente arriva all’indomani dell’allarme di Netanyahu su possibili attacchi prima delle elezioni, mentre il premier è sotto pressione per le rivelazioni sui presunti avvertimenti ricevuti prima del 7 ottobre; una coincidenza che i media hanno ignorato e che, invece, dovrebbe riproporre l’interrogativo sull’uso politico della paura e sulla sua capacità di spostare l’attenzione dalle responsabilità del governo.
Tornando alle testate italiane, le rettifiche sono arrivate solo in parte: ANSA ha contraddetto le precedenti informazioni sulle nazionalità dei piloti; Repubblica e RaiNews hanno segnalato il cambiamento nel testo, Adnkronos ha sospeso la pagina. Altri mezzi di informazione si sono limitati a modificare o a cancellare le tracce dell’errore, senza smentite. La contraddizione pesa ancora di più per chi rivendica un ruolo nella lotta alla disinformazione. Open, per esempio, dichiara sul proprio sito la partecipazione al programma di fact-checking di Meta: il controllo dei fatti deve valere anche per i propri articoli. E per le testate che invocano restrizioni contro l’informazione indipendente accusata di diffondere fake news, la domanda è inevitabile: quando l’errore arriva dai propri titoli, basta chiamarlo «aggiornamento»? La fretta non può essere un’attenuante riservata ai grandi giornali, mentre agli altri si chiedono penalizzazioni e censura. Chi pretende di vigilare sull’affidabilità dell’informazione dovrebbe verificare prima di pubblicare e rendere le rettifiche visibili quanto le notizie sbagliate. Altrimenti, il fact-checking diventa un marchio di autorità da esibire contro i concorrenti, anziché un criterio da rispettare nella propria redazione.
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