La gran parte dei soldi del riarmo europeo sta finendo negli Stati Uniti

L'INDIPENDENTE - Tuesday, September 29, 2026

Non è un mistero che l’Europa abbia preso parte all’ultima corsa agli armamenti. Lo strumento principale è il piano ReArm Europe — ribattezzato Readiness 2030 in uno slancio eufemistico — con il quale i membri dell’UE si sono impegnati a spendere una cifra complessiva di 800 miliardi di euro nel settore militare. Con non poche perplessità. Di recente, la Corte dei Conti europea ha messo nero su bianco gli ostacoli agli obiettivi dichiarati da Bruxelles, come il «coordinamento insufficiente tra i vari flussi di finanziamento dell’UE, nonché tra i finanziamenti dell’UE e quelli nazionali». A ciò si aggiunge «la continua dipendenza dagli Stati Uniti». Due aspetti su cui ha indagato Investigate Europe, denunciando l’estrema frammentazione dei sistemi d’arma nel vecchio continente e il fatto che «gli europei comprano circa il 40 per cento del loro equipaggiamento militare dagli Stati Uniti, mentre questi ultimi ne acquistano appena l’1 per cento dall’Europa». Ciò vuol dire che, nonostante i proclami di Bruxelles sull’indipendenza militare, il riarmo premierà Washington, sia dal punto di vista economico che da quello strategico.

Nel suo ultimo rapporto, la Corte dei Conti europea metteva in guardia dal rischio di sprecare risorse pubbliche, procedendo con acquisti mal coordinati. Queste preoccupazioni sono state confermate dal recente lavoro di inchiesta realizzato da Investigate Europe. Come denuncia il collettivo, «attualmente non esiste una politica comune completa dell’UE in materia di spesa per la Difesa e ogni governo dà priorità alla sovranità nazionale, perseguendo il riarmo alle proprie condizioni». La frammentazione ha diverse conseguenze, a partire da un coordinamento più complicato tra i vari eserciti europei, abituati a sistemi d’arma diversi. Per la precisione, ne utilizzano 178, mentre le forze armate statunitensi solo 30 — come sottolineato l’anno scorso da Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo. Non va poi sottovalutato l’aspetto economico: ordini nazionali e dunque frammentati riguardano unità relativamente basse, a prezzi più elevati rispetto a quelli che scatterebbero in caso di acquisti numericamente sostenuti.

Per finanziare parte del ReArm Europe, Bruxelles ha messo a punto un fondo di prestiti agevolati dal valore complessivo di 150 miliardi di euro. Investigate Europe ha scoperto una lacuna all’interno del programma, che permette ai Paesi UE aderenti (19, tra cui l’Italia) di usare i suoi fondi per pagare i contratti firmati prima di giugno 2026 con le aziende statunitensi.

La dipendenza europea verso Washington passa soprattutto per i cieli, dove dominano gli F-35 di progettazione americana. Due settimane fa, Berlino ha ricevuto il suo primo caccia targato Lockheed Martin. Al momento ne risultano ordinati 35. La Germania ha stipulato negli anni diversi contratti militari, per un valore di 72 miliardi di euro. La cifra, condivisa dalla Polonia, è la più alta in termini assoluti tra i membri UE.

A inizio settembre, il governo svedese ha autorizzato l’acquisto di un sistema HIMARS dalla statunitense Lockheed Martin, chiudendo un accordo da oltre 600 milioni di euro. I lanciarazzi proteggeranno anche il territorio della Finlandia, che nel corso degli anni ha aumentato vertiginosamente la sua dipendenza dalle forniture americane, rappresentando il 90% di quelle totali. Gli Stati Uniti sono il primo fornitore di armi anche dell’Italia. Soltanto dal 2023, Roma ha avviato nove nuovi programmi di acquisizione, dal valore di circa 2 miliardi di euro, prevedendo un onere complessivo di 4,4 miliardi. C’è poi il progetto relativo alla produzione di 25 caccia F-35, che costerà all’Italia almeno 7 miliardi di euro, secondo le ultime stime. I nuovi acquisti si inseriscono in una più ampia corsa al riarmo che vede l’Italia, insieme agli altri Paesi NATO, intenzionata a spendere il 5% del proprio PIL nel settore della Difesa.

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