Direttiva anti-greenwashing: cose che il consumatore deve sapere

L'INDIPENDENTE - Tuesday, September 29, 2026

È ufficialmente entrata in vigore il 27 settembre la direttiva UE 2024/825 denominata Empowering Consumers for the Green Transition, con la quale l’Europa tenta di arginare il greenwashing e le pratiche scorrette a danno dei consumatori. In Italia verrà modificato il Codice del Consumo, saranno introdotti molti vincoli sulle dichiarazioni ambientali e inserite informazioni su durabilità e garanzie. L’ambientalismo di facciata è uno dei problemi sorti negli ultimi anni, dove improvvisamente tutto si è tinto di verde, accompagnato da diciture come “eco”, “green” e “sostenibile”, più per seguire il crescente interesse delle persone verso questi temi che come prova del reale impegno delle aziende. Più facile investire in pubblicità accattivanti e manipolatorie che impegnarsi realmente per un’economia verde e circolare; ecco il perché di questa direttiva che si propone di arginare il greenwashing e di spingere le imprese verso un cambio radicale.

La novità più consistente riguarda le dichiarazioni ambientali e di sostenibilità dei prodotti: “carbon neutral”, “zero emission”, “eco sostenibile” e altri modi di dire non potranno più essere usati se non accompagnati da dati dimostrabili. Vietato anche mostrare etichette o marchi di sostenibilità se non accompagnati da un sistema di certificazione pubblico (non valgono autocertificazioni). Concretezza e dimostrabilità vengono applicate a prodotti, categorie di prodotti, marchi ma anche ad attività di professionisti. La dicitura “green”, insomma, non basta più: ci vogliono le prove. Ecco perché affermazioni generiche e vaghe come “rispettoso dell’ambiente”, “ecologico”, “biodegradabile” sono state bandite in quanto ingannevoli e commercialmente irrilevanti. Non sono informazioni concrete, ma claim per attirare le persone in maniera fuorviante. Stessa sorte riguarda etichette e marchi ambientali: questi ultimi, se non basati su un sistema di certificazione riconosciuto o istituito da un’autorità pubblica, non potranno essere usati. E, quando presenti, dovranno avere un QR Code dove saranno pubblicate le informazioni riguardo ai requisiti di conformità, chi ha effettuato la verifica e cosa indicano i marchi in questione. Trasparenza prima di tutto, perché molte certificazioni sono risultate non verificabili o autoreferenziali.

Ecco perché dovranno essere precise anche le informazioni apposte sul packaging, che spesso raccontano le caratteristiche dell’involucro ma non del prodotto: “realizzato con materiale riciclato” sul contenitore può creare confusione e, anche in questo caso, la direttiva vieta questa vaghezza.

Ultimo tassello anti-greenwashing è quello che riguarda le dichiarazioni sulle emissioni. “Impatto zero”, “carbon neutral” o “emissioni ridotte” sono alcune delle parole che non si possono usare quando tale risultato deriva dalla compensazione delle emissioni di gas serra. Spesso i prodotti sono associati a un progetto di compensazione ma questo non vuol dire che, durante la sua produzione, distribuzione o uso, questo non generi emissioni. Fare credere che si stia acquistando un prodotto a “impatto zero” non è più ammesso dalla nuova normativa; il marketing dovrà creare un nuovo linguaggio, più onesto e meno ammiccante.

Cosa cambia in Italia

Per una maggiore trasparenza, le etichette ingannevoli con termini come “Impatto zero”, “carbon neutral” o “emissioni ridotte” saranno bandite

Onestà e trasparenza anche sulla durata e sulla riparabilità. Attraverso la modifica dell’art. 48 del Codice del Consumo, l’Italia introduce obblighi informativi sulla durata dei beni, come “l’indice di riparabilità”, la possibilità di trovare pezzi di ricambio, se è possibile o meno aggiornare software e se esistono limitazioni alla riparazione. In un mondo fatto di obsolescenza programmata, avere fin dal principio informazioni del genere permette di scegliere con maggior coscienza cosa si sta acquistando. L’ultima novità riguarda la garanzia di un prodotto. Dal 27 settembre 2026, negozi ed e-commerce italiani dovranno esporre in modo visibile il nuovo avviso armonizzato sui diritti di garanzia legale dei consumatori: in cassa per i punti vendita fisici, in homepage o nelle pagine dedicate per i siti online (in media, nei 27 Stati membri dell’UE, la garanzia legale è di almeno due anni). Accanto all’avviso, viene introdotta l’etichetta volontaria GARAN, obbligatoria solo per i produttori che decidono di offrire, a costo zero per il cliente, una garanzia commerciale di durabilità superiore ai due anni e valida per l’intero prodotto. L’etichetta rende trasparente e immediatamente riconoscibile un impegno che finora poteva restare nascosto nelle condizioni contrattuali.

La direttiva è ufficialmente entrata in vigore, ma comunque darà dei tempi di adeguamento a tutte quelle aziende i cui prodotti sono già sul mercato con le diciture (etichette, bollini, packaging) scorrette; un tempo che non può superare i sei mesi e che comporta adeguamenti della comunicazione almeno in vetrina e nel punto vendita dedicato. Per informazioni ulteriori sull’applicazione il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha predisposto una guida con materiali dedicati. Per i consumatori sarà forse la svolta verso scelte più consapevoli e non indotte da un marketing “verde” sempre più invadente.

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