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Appello alla mobilitazione il 24 ottobre, contro il ritorno del nucleare in Italia
Il governo ha approvato la legge delega sul nucleare: fermiamoli! Mobilitiamoci su tutti i territori contro il ritorno del nucleare in Italia! Nella Giornata Internazionale Contro i Cambiamenti Climatici, il 24 ottobre, affermiamo chiaro e tondo che IL NUCLEARE È INSOSTENIBILE! Il Governo ha appena convertito in legge il quadro […] L'articolo Appello alla mobilitazione il 24 ottobre, contro il ritorno del nucleare in Italia su Contropiano.
October 10, 2026
Contropiano
Direttiva anti-greenwashing: cose che il consumatore deve sapere
È ufficialmente entrata in vigore il 27 settembre la direttiva UE 2024/825 denominata Empowering Consumers for the Green Transition, con la quale l’Europa tenta di arginare il greenwashing e le pratiche scorrette a danno dei consumatori. In Italia verrà modificato il Codice del Consumo, saranno introdotti molti vincoli sulle dichiarazioni ambientali e inserite informazioni su durabilità e garanzie. L’ambientalismo di facciata è uno dei problemi sorti negli ultimi anni, dove improvvisamente tutto si è tinto di verde, accompagnato da diciture come “eco”, “green” e “sostenibile”, più per seguire il crescente interesse delle persone verso questi temi che come prova del reale impegno delle aziende. Più facile investire in pubblicità accattivanti e manipolatorie che impegnarsi realmente per un’economia verde e circolare; ecco il perché di questa direttiva che si propone di arginare il greenwashing e di spingere le imprese verso un cambio radicale. La novità più consistente riguarda le dichiarazioni ambientali e di sostenibilità dei prodotti: “carbon neutral”, “zero emission”, “eco sostenibile” e altri modi di dire non potranno più essere usati se non accompagnati da dati dimostrabili. Vietato anche mostrare etichette o marchi di sostenibilità se non accompagnati da un sistema di certificazione pubblico (non valgono autocertificazioni). Concretezza e dimostrabilità vengono applicate a prodotti, categorie di prodotti, marchi ma anche ad attività di professionisti. La dicitura “green”, insomma, non basta più: ci vogliono le prove. Ecco perché affermazioni generiche e vaghe come “rispettoso dell’ambiente”, “ecologico”, “biodegradabile” sono state bandite in quanto ingannevoli e commercialmente irrilevanti. Non sono informazioni concrete, ma claim per attirare le persone in maniera fuorviante. Stessa sorte riguarda etichette e marchi ambientali: questi ultimi, se non basati su un sistema di certificazione riconosciuto o istituito da un’autorità pubblica, non potranno essere usati. E, quando presenti, dovranno avere un QR Code dove saranno pubblicate le informazioni riguardo ai requisiti di conformità, chi ha effettuato la verifica e cosa indicano i marchi in questione. Trasparenza prima di tutto, perché molte certificazioni sono risultate non verificabili o autoreferenziali. Ecco perché dovranno essere precise anche le informazioni apposte sul packaging, che spesso raccontano le caratteristiche dell’involucro ma non del prodotto: “realizzato con materiale riciclato” sul contenitore può creare confusione e, anche in questo caso, la direttiva vieta questa vaghezza. Ultimo tassello anti-greenwashing è quello che riguarda le dichiarazioni sulle emissioni. “Impatto zero”, “carbon neutral” o “emissioni ridotte” sono alcune delle parole che non si possono usare quando tale risultato deriva dalla compensazione delle emissioni di gas serra. Spesso i prodotti sono associati a un progetto di compensazione ma questo non vuol dire che, durante la sua produzione, distribuzione o uso, questo non generi emissioni. Fare credere che si stia acquistando un prodotto a “impatto zero” non è più ammesso dalla nuova normativa; il marketing dovrà creare un nuovo linguaggio, più onesto e meno ammiccante. COSA CAMBIA IN ITALIA Per una maggiore trasparenza, le etichette ingannevoli con termini come “Impatto zero”, “carbon neutral” o “emissioni ridotte” saranno bandite Onestà e trasparenza anche sulla durata e sulla riparabilità. Attraverso la modifica dell’art. 48 del Codice del Consumo, l’Italia introduce obblighi informativi sulla durata dei beni, come “l’indice di riparabilità”, la possibilità di trovare pezzi di ricambio, se è possibile o meno aggiornare software e se esistono limitazioni alla riparazione. In un mondo fatto di obsolescenza programmata, avere fin dal principio informazioni del genere permette di scegliere con maggior coscienza cosa si sta acquistando. L’ultima novità riguarda la garanzia di un prodotto. Dal 27 settembre 2026, negozi ed e-commerce italiani dovranno esporre in modo visibile il nuovo avviso armonizzato sui diritti di garanzia legale dei consumatori: in cassa per i punti vendita fisici, in homepage o nelle pagine dedicate per i siti online (in media, nei 27 Stati membri dell’UE, la garanzia legale è di almeno due anni). Accanto all’avviso, viene introdotta l’etichetta volontaria GARAN, obbligatoria solo per i produttori che decidono di offrire, a costo zero per il cliente, una garanzia commerciale di durabilità superiore ai due anni e valida per l’intero prodotto. L’etichetta rende trasparente e immediatamente riconoscibile un impegno che finora poteva restare nascosto nelle condizioni contrattuali. La direttiva è ufficialmente entrata in vigore, ma comunque darà dei tempi di adeguamento a tutte quelle aziende i cui prodotti sono già sul mercato con le diciture (etichette, bollini, packaging) scorrette; un tempo che non può superare i sei mesi e che comporta adeguamenti della comunicazione almeno in vetrina e nel punto vendita dedicato. Per informazioni ulteriori sull’applicazione il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha predisposto una guida con materiali dedicati. Per i consumatori sarà forse la svolta verso scelte più consapevoli e non indotte da un marketing “verde” sempre più invadente. 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September 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo
A partire da ieri, 27 settembre, entrano in vigore in Italia i cambiamenti che la UE ha deciso di introdurre per i prodotti sugli scaffali dei supermercati e anche sulle pagine dell’e-commerce. Si tratta di una stretta sull’utilizzo di alcune formule (“green“, “ecologico”, “amico dell’ambiente”, “climate friendly“) che non possono […] L'articolo Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo su Contropiano.
September 28, 2026
Contropiano
Nuove regole contro il greenwashing: le aziende dovranno dimostrare ciò che promettono
Dal 27 settembre sarà più difficile vendere un prodotto come “green” o “sostenibile” senza dimostrare su quali basi lo sia davvero. In Italia entreranno infatti in applicazione le nuove norme europee contro le dichiarazioni ambientali ingannevoli, recepite nel Codice del consumo. Per chi acquista significa poter contare su informazioni più precise e verificabili; per le aziende, invece, usare la sostenibilità come argomento pubblicitario richiederà prove adeguate e una maggiore attenzione a quanto scritto su confezioni, siti e materiali promozionali.  Le dichiarazioni ambientali fuorvianti era... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Nuove regole contro il greenwashing: le aziende dovranno dimostrare ciò che promettono appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
In Danimarca una protesta internazionale ha bloccato uno stabilimento di pesticidi tossici
«Ciò che è tossico per noi, è tossico per tutti». Sulla base di questo principio, centinaia di attivisti provenienti da tutta Europa si sono radunati davanti allo stabilimento dell’azienda chimica Cheminova di Harboøre, in Danimarca, per bloccare le spedizioni di pesticidi vietati nell’Unione Europea verso Paesi terzi. La protesta rientra nel più ampio raduno internazionale Break the Chain, organizzato in Danimarca dalla Nordic Climate Justice Coalition per contestare le attività di alcune aziende danesi e le loro catene di approvvigionamento, accusate di contribuire a forme di sfruttamento ambientale e sociale. Durante l’azione, gli attivisti hanno bloccato i camion in uscita dai cancelli dello stabilimento e sono tornati a chiedere il divieto di esportazione verso Paesi terzi di pesticidi il cui utilizzo è vietato nell’UE per i loro rischi per la salute e l’ambiente. Cheminova è un’azienda danese attiva nel settore chimico, recentemente acquisita dal colosso agrochimico statunitense FMC. Gli attivisti la indicano come simbolo di un modello che, a loro avviso, delocalizza oltre i confini nazionali ed europei i costi ambientali e sanitari della produzione di sostanze vietate nell’UE. L’azienda, sostengono, è conosciuta «in Danimarca per i numerosi disastri ambientali causati dai suoi stabilimenti» e rappresenterebbe un «modello di greenwashing da smantellare». «Oggi la Danimarca produce pesticidi così tossici da essere illegali nell’UE che vengono esportati nei Paesi del Sud del mondo, dove le loro conseguenze distruttive sono ben documentate», scrivono gli attivisti. «In Paesi come Argentina, Sud Africa, Pakistan e Filippine, gli agricoltori muoiono ogni giorno come conseguenza diretta di questi pesticidi». Secondo gli stessi attivisti, anche alcuni ministri dell’Ambiente danesi avrebbero in passato criticato questo modello, senza tuttavia riuscire a regolamentarlo. Alla luce di queste accuse, gli attivisti hanno portato avanti una lunga protesta contro le attività dello stabilimento: dopo aver manifestato per giorni davanti alla fabbrica di Harboøre, sono arrivati a bloccarne le esportazioni. Alcuni di loro, inoltre, sono entrati nell’area dello stabilimento e hanno prelevato campioni di terreno per verificare l’entità della contaminazione del suolo circostante, che secondo gli attivisti non sarebbe stata ancora adeguatamente mappata. «Abbiamo in programma di inviare i campioni all’Università di Aarhus e chiedere che li analizzino. Dopotutto, l’università ha posseduto la fabbrica per 50 anni e ne ha ricavato una fortuna, ma non ha contribuito praticamente per nulla allo sforzo di pulizia», si legge nel comunicato della campagna. Gli attivisti chiedono alle istituzioni di vietare l’esportazione di pesticidi tossici verso Paesi terzi e di predisporre un piano a lungo termine per la chiusura di Cheminova, che affronti «il grave inquinamento intergenerazionale nella zona» garantendo al contempo ai lavoratori un’occupazione etica e sostenibile sul piano economico, produttivo e ambientale. Alla protesta hanno partecipato persone provenienti da diversi Paesi europei, tra cui esponenti di movimenti ambientalisti italiani, come la sezione di Extinction Rebellion del Belpaese. L’iniziativa si inserisce nella più ampia campagna Break the Chain, che ha organizzato un raduno di due settimane coinvolgendo migliaia di attivisti da tutto il mondo, con l’obiettivo di costruire una rete, condividere competenze e conoscenze e promuovere iniziative comuni. Il raduno è stato inaugurato lo scorso 7 agosto e terminerà domani, 21 agosto. La campagna punta a contestare le multinazionali danesi accusate di sfruttare territori indigeni, inquinare le acque del Paese, contribuire al genocidio in Palestina e alimentare l’espansione dell’industria dei combustibili fossili. Tra le iniziative organizzate c’è stata anche una manifestazione, la prima nel suo genere, davanti alla raffineria petrolifera di Kalundborg. Secondo gli attivisti, la struttura copre circa il 15% del fabbisogno energetico della Danimarca e rappresenta quindi «l’esempio più chiaro della dipendenza danese dai combustibili fossili, una dipendenza che aggrava il collasso climatico globale». Gli attivisti hanno chiesto il ridimensionamento dell’industria fossile danese, lo stop alle nuove concessioni petrolifere e, ancora una volta, «la garanzia di un lavoro verde per i lavoratori del settore fossile». The post In Danimarca una protesta internazionale ha bloccato uno stabilimento di pesticidi tossici appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Greenwashing e sostegno al genocidio a Gaza: il curriculum perfetto di un alto dirigente della Vitol
Non è così impossibile individuare, anche all’interno di un quadro complicato di assetti societari opachi, le singole persone, con responsabilità dirigenziali o poteri di firma, implicate nelle triangolazioni dei traffici d’armi, di idrocarburi o peggio, come in questo caso, nel fiancheggiamento di fatto degli autori del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo già avuto modo di conoscere le trame occulte e il cinismo imprenditoriale della multinazionale degli idrocarburi Vitol, impresa dall’assetto societario furbesco basato su quattrocento soci sparsi per il mondo e con varie sedi legali in Paesi fiscalmente “generosi”: insomma  un capolavoro di scatole cinesi finanziarie in cui è sempre molto difficile, ma appunto non impossibile, individuare il responsabile delle malefatte. Nell’articolo di Pressenza e soprattutto nel report a cui fa riferimento emerge la totale assenza di etica degli affari – sempre che questa possa mai esistere –  considerato che i profitti della Vitol, tramite triangolazioni che coinvolgono anche la Sardegna attraverso uno dei suoi petrolchimici più importanti, la Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, si accumulano alle spalle dei palestinesi,  legittimi proprietari dei giacimenti di gas di fronte alla striscia di Gaza. In pieno genocidio anche l’italianissima ENI fino a qualche mese fa era implicata in questo affare losco, ma molto strategico dopo il taglio del tubo del gas proveniente dalla Russia. Ciò che lascia ancora più sbalorditi, però, è la relazione pericolosa, in perfetto stile greenwashing, tra uno dei suoi più attivi e importanti dirigenti, il tunisino Mehdi Chennoufi e l’associazione no-profit Anonima Riforestazioni, con sede a Roma, che si occupa appunto di riforestazioni un po’ in tutto il mondo, compresa Stromboli, recentemente bruciata a causa di un incidente tanto inaspettato quanto paradossale, durante l’allestimento di un set cinematografico. L’impegno, sempre all’insegna del greenwashing, non finisce qui, perché durante i ritagli di tempo tra le sue numerose attività, di recente passate da Singapore alla ben più strategica Dubai, in veste di responsabile per il Medio Oriente della Vitol, Mehdi Chennoufi gestisce, sempre insieme ai vertici dell’associazione no-profit per le riforestazioni, anche un’iniziativa, questa volta 100% “profit”, con la Wanakaset SrL, impresa turistica specializzata in “glamping” (glamour camping) in aree naturalistiche incontaminate. Si tratta di un turismo ecocompatibile, un ossimoro, ma che piace molto a quei ricchi desiderosi di passare qualche giorno in un bungalow superluxe ma nel bel mezzo di una foresta tropicale incontaminata, con la convinzione di fare del bene alla natura circostante! Come spesso si riscontra tra i mega-dirigenti aziendali, una delle tipiche passioni status-symbol e quindi anche per il nostro manager della Vitol, è quella della vela, che ci offre l’opportunità di concludere questo articolo con il “botto finale”: la sua barca a vela, infatti, ormeggiata da anni a Tunisi, in un primo momento sembrava ufficialmente dovesse far parte della Global Sumud Flotilla che nel 2025, tra agosto e settembre, era in partenza da Augusta diretta a Gaza. La barca a vela in questione, però, invece di essere revisionata e riparata sul posto date le sue pessime condizioni, si è scoperto successivamente aver  lasciato il porto di Tunisi in tutta fretta, tanto che si dovette urgentemente fermare dopo poche miglia all’isola di Pantelleria, dove si trova ancora nel cantiere antistante il porto, dopo aver rischiato l’affondamento. La barca, in realtà – secondo alcune indiscrezioni – doveva assolutamente partire per non rischiare di coinvolgerlo in polemiche e accuse perché messa sotto sequestro dalle autorità tunisine, che già nel 2025 avevano messo sotto pressione l’organizzazione locale della Global Sumud Flotilla. Fin qui nulla di “anormale”, se non che la barca in questione è di proprietà, appunto, del nostro manager della Vitol, che però è anche fratello di Nabil Chennoufi, un esponente di spicco a livello locale dello steering committee della Global Sumud Flotilla, finito in carcere per sospetti di collegamenti occulti con le milizie di Hamas e dei suoi finanziatori, spesso palesemente pretestuosi. Un collegamento diretto che il manager della Vitol si guardò bene dal rendere palese.  La barca, quindi, si sarebbe dovuta mescolare all’interno della flottiglia e con ogni probabilità sarebbe finita sotto sequestro o affondata dalle truppe d’assalto dell’IDF. Abortita sul nascere l’avventura con la Global Sumud Flotilla ci fu, poco tempo dopo, anche un potenziale acquirente dell’imbarcazione, allettato dal suo prezzo apparentemente “stracciato” di 10.000 euro, lo stesso che fu proposto poco tempo prima ai responsabili della selezione e dell’acquisto delle imbarcazioni per la GSF. Anche in quel caso era in ballo un progetto sociale e no-profit, ma contemporaneamente anche sul fronte ecologico. Il progetto, come fu presentato all’armatore, era volto a sensibilizzare la popolazione intorno al problema del gas liquefatto trasportato nelle gasiere e poi rigassificato, secondo una trafila che nei vari passaggi rilascia tonnellate di metano nell’aria causando un effetto serra dieci volte più potente dell’anidride carbonica. “Meglio non parlare di questo obiettivo all’armatore – pare abbia detto l’intermediario alla vendita al potenziale compratore – lui col gas ci campa! Più che altro lui è contrario al carbone e ci sostiene nelle riforestazioni”. Quindi, ricapitolando, greenwashing a go go, con un approccio “profit” ma anche benefico, (sebbene non dichiarato ufficialmente) e complicità nel genocidio: insomma il curriculum perfetto dell’alto dirigente della Vitol, attualmente di stanza negli Emirati Arabi Uniti. Stefano Bertoldi
July 8, 2026
Pressenza
«Abiti puliti», 1 maggio 26: nuovo report sul Bangladesh…
… pubblicato in 13 lingue. E a Prato viene presentato il «Manifesto globale per la transizione giusta della moda» «La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice» scrive Luca Martinelli su «L’extra-terrestre» (inserto del giovedì nel quotidiano «il manifesto») parlando dell’appuntamengto «Il diavolo veste Prato 2» e intervistando Deborah Lucchetti, la coordinatrice di Abiti puliti su
Le nuove regole UE contro il greenwashing lasciano fuori gran parte del mercato
Le nuove regole europee sui fondi “sostenibili” – dalle linee guida dell’Autorità europea dei mercati finanziari (ESMA) sui nomi dei fondi alla proposta di riforma della normativa europea SFDR – rappresentano un primo passo contro il greenwashing, ma lasciano ancora scoperta la parte più ampia del mercato. È quanto emerge dal nuovo rapporto Finally Fossil Free pubblicato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. ReCommon ha analizzato separatamente i dati relativi al mercato italiano, con un focus specifico su Intesa Sanpaolo, disponibile al link assieme ad una versione italiana della sintesi del report. Le linee guida ESMA stabiliscono che i fondi che presentano nel nome termini come “sustainable”, “environment” o “impact” devono limitare gli investimenti nei combustibili fossili. Alla fine del 2024 in Europa esistevano 4.037 fondi con queste denominazioni. Prima delle nuove regole, circa la metà investiva ancora 18 miliardi di euro nei combustibili fossili. Dopo l’entrata in vigore, alcuni fondi hanno disinvestito 3,3 miliardi di euro. Molti gestori però hanno scelto di cambiare nome ai fondi invece di disinvestire: 604 fondi hanno eliminato i riferimenti alla sostenibilità, evitando così la vendita di 11,4 miliardi di euro di titoli fossili. Nei fondi che continuano a usare termini “green” restano comunque 1,9 miliardi di euro di investimenti fossili. Il problema principale riguarda però molti fondi che dichiarano di promuovere caratteristiche ambientali o sociali – come previsto dalla normativa europea SFDR – ma non lo indicano nel nome. Questi fondi non rientrano nelle esclusioni previste dalle linee guida ESMA e, secondo l’attuale proposta di riforma della SFDR (la cosiddetta “SFDR 2.0”), non sarebbero soggetti nemmeno ai nuovi criteri che richiederebbero il disinvestimento dalle aziende che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Di conseguenza, la parte più ampia del mercato dei fondi ESG resterebbe fuori dalle nuove esclusioni sull’espansione fossile. La riforma della SFDR potrebbe comunque avere un impatto su una parte del mercato: alcuni fondi dovrebbero vendere complessivamente circa 5 miliardi di euro di investimenti fossili. Tuttavia, una categoria di fondi “ESG basics” non avrebbe obblighi sull’espansione dei combustibili fossili. Questi fondi potrebbero escludere solo alcune società del carbone per circa 3,9 miliardi di euro, pur detenendo oltre 100 miliardi di euro in aziende che stanno ampliando le attività fossili. Particolarmente significativo è il caso di Intesa Sanpaolo. I fondi del gruppo risultano esposti per circa 3,62 miliardi di euro a imprese che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Solo il 3,3% di questa esposizione ricadrebbe nei fondi coperti dalle nuove regole ESMA e dalla riforma SFDR, mentre il 96,7% – circa 3,5 miliardi di euro – resterebbe fuori dalle nuove esclusioni. In altre parole, le nuove norme toccherebbero solo una piccola parte dei fondi del gruppo. Nel dettaglio, gli investimenti in Eni tramite fondi del gruppo ammontano a circa 314 milioni di euro, di cui il 99,85% non coperto dalle nuove esclusioni. Gli investimenti in Snam ammontano invece a circa 60 milioni di euro, di cui il 99,24% non coperto. “Il caso Intesa Sanpaolo è emblematico: parliamo della prima banca fossile italiana e quasi tutta l’esposizione dei suoi fondi all’espansione dei combustibili fossili resterebbe fuori dalle nuove esclusioni europee. Senza regole più ampie, il rischio concreto è che gran parte dei fondi che si presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività fossili”, commenta Daniela Finamore di ReCommon. Re: Common
February 25, 2026
Pressenza
Irruzione al Festival di Sanremo: attivisti contro il greenwashing degli sponsor
Nella serata di martedì 24 febbraio la passerella del teatro Ariston a Sanremo è stata interrotta da una protesta di una decina di attivisti di Extinction Rebellion, che hanno fatto irruzione sul blue carpet per denunciare le operazioni di greenwashing degli sponsor principali del Festival, in particolare ENI e Costa Crociere. Gli attivisti hanno scavalcato le transenne che li separavano dalla passerella — recentemente allestita nei colori di ENI — e hanno cercato di esporre cartelli con slogan come “‘Stella Stellina’, l’ecocidio si avvicina”, “Eni ‘sei tu’ che distruggi il pianeta” e “Bellissimo Sanremo ma ‘che fastidio’ questi sponsor”. La sicurezza del Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e trascinando via in malo modo i manifestanti, che sono stati poi portati via in stato di fermo. Fermate anche alcune persone che stavano documentando la scena con telefoni e videocamere. Una denuncia contro il greenwashing di ENI La protesta di Extinction Rebellion rientra in una più ampia contestazione contro le politiche di greenwashing di ENI, che secondo il movimento starebbe investendo massicciamente nella sponsorizzazione di eventi sportivi e culturali per migliorare la propria immagine pubblica, senza però assumere impegni concreti sulla riduzione dell’impatto ambientale. Secondo un report di Oil Change International del 2023, “nel 2022 le attività commerciali di Eni hanno causato più inquinamento netto da gas serra a livello mondiale dell’Italia stessa”. Un più recente studio dell’organizzazione A Sud evidenzia come l’azienda abbia messo in campo una strategia di marketing culturale di vasta portata, legando il proprio marchio a numerose iniziative, senza però fornire reali contributi alle cause sociali e ambientali che dichiara di sostenere. Nel mirino anche Costa Crociere Extinction Rebellion ha inoltre criticato Costa Crociere, altro main sponsor del Festival. Pur avendo presentato un piano di sostenibilità che prevede la neutralità climatica entro il 2050, la compagnia continua a promuovere l’uso del gas fossile (GNL) per le proprie navi come soluzione “sostenibile”, scelta che gli attivisti contestano duramente. Il messaggio del movimento “Così come sarebbe inaccettabile che le grandi aziende del tabacco sponsorizzassero il Festival, è inaccettabile permettere alle aziende maggiormente responsabili della crisi eco-climatica di ripulire la propria immagine pubblica”, dichiara Extinction Rebellion. Il movimento sottolinea inoltre il valore storico e culturale dell’evento: “Dal 1951 Sanremo è la colonna sonora della storia del nostro Paese, ma non c’è musica su un pianeta morto. Non possiamo permettere che un evento che celebra la musica e chi la crea sia finanziato proprio da chi minaccia il futuro del pianeta”. Gli attivisti per il clima concludono ribadendo la necessità di ascoltare la scienza, che da decenni lancia allarmi sulle conseguenze delle emissioni climalteranti, troppo spesso ignorate dai governi.   Erica Cardin
February 25, 2026
Pressenza
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri