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Greenwashing e sostegno al genocidio a Gaza: il curriculum perfetto di un alto dirigente della Vitol
Non è così impossibile individuare, anche all’interno di un quadro complicato di assetti societari opachi, le singole persone, con responsabilità dirigenziali o poteri di firma, implicate nelle triangolazioni dei traffici d’armi, di idrocarburi o peggio, come in questo caso, nel fiancheggiamento di fatto degli autori del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo già avuto modo di conoscere le trame occulte e il cinismo imprenditoriale della multinazionale degli idrocarburi Vitol, impresa dall’assetto societario furbesco basato su quattrocento soci sparsi per il mondo e con varie sedi legali in Paesi fiscalmente “generosi”: insomma  un capolavoro di scatole cinesi finanziarie in cui è sempre molto difficile, ma appunto non impossibile, individuare il responsabile delle malefatte. Nell’articolo di Pressenza e soprattutto nel report a cui fa riferimento emerge la totale assenza di etica degli affari – sempre che questa possa mai esistere –  considerato che i profitti della Vitol, tramite triangolazioni che coinvolgono anche la Sardegna attraverso uno dei suoi petrolchimici più importanti, la Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, si accumulano alle spalle dei palestinesi,  legittimi proprietari dei giacimenti di gas di fronte alla striscia di Gaza. In pieno genocidio anche l’italianissima ENI fino a qualche mese fa era implicata in questo affare losco, ma molto strategico dopo il taglio del tubo del gas proveniente dalla Russia. Ciò che lascia ancora più sbalorditi, però, è la relazione pericolosa, in perfetto stile greenwashing, tra uno dei suoi più attivi e importanti dirigenti, il tunisino Mehdi Chennoufi e l’associazione no-profit Anonima Riforestazioni, con sede a Roma, che si occupa appunto di riforestazioni un po’ in tutto il mondo, compresa Stromboli, recentemente bruciata a causa di un incidente tanto inaspettato quanto paradossale, durante l’allestimento di un set cinematografico. L’impegno, sempre all’insegna del greenwashing, non finisce qui, perché durante i ritagli di tempo tra le sue numerose attività, di recente passate da Singapore alla ben più strategica Dubai, in veste di responsabile per il Medio Oriente della Vitol, Mehdi Chennoufi gestisce, sempre insieme ai vertici dell’associazione no-profit per le riforestazioni, anche un’iniziativa, questa volta 100% “profit”, con la Wanakaset SrL, impresa turistica specializzata in “glamping” (glamour camping) in aree naturalistiche incontaminate. Si tratta di un turismo ecocompatibile, un ossimoro, ma che piace molto a quei ricchi desiderosi di passare qualche giorno in un bungalow superluxe ma nel bel mezzo di una foresta tropicale incontaminata, con la convinzione di fare del bene alla natura circostante! Come spesso si riscontra tra i mega-dirigenti aziendali, una delle tipiche passioni status-symbol e quindi anche per il nostro manager della Vitol, è quella della vela, che ci offre l’opportunità di concludere questo articolo con il “botto finale”: la sua barca a vela, infatti, ormeggiata da anni a Tunisi, in un primo momento sembrava ufficialmente dovesse far parte della Global Sumud Flotilla che nel 2025, tra agosto e settembre, era in partenza da Augusta diretta a Gaza. La barca a vela in questione, però, invece di essere revisionata e riparata sul posto date le sue pessime condizioni, si è scoperto successivamente aver  lasciato il porto di Tunisi in tutta fretta, tanto che si dovette urgentemente fermare dopo poche miglia all’isola di Pantelleria, dove si trova ancora nel cantiere antistante il porto, dopo aver rischiato l’affondamento. La barca, in realtà – secondo alcune indiscrezioni – doveva assolutamente partire per non rischiare di coinvolgerlo in polemiche e accuse perché messa sotto sequestro dalle autorità tunisine, che già nel 2025 avevano messo sotto pressione l’organizzazione locale della Global Sumud Flotilla. Fin qui nulla di “anormale”, se non che la barca in questione è di proprietà, appunto, del nostro manager della Vitol, che però è anche fratello di Nabil Chennoufi, un esponente di spicco a livello locale dello steering committee della Global Sumud Flotilla, finito in carcere per sospetti di collegamenti occulti con le milizie di Hamas e dei suoi finanziatori, spesso palesemente pretestuosi. Un collegamento diretto che il manager della Vitol si guardò bene dal rendere palese.  La barca, quindi, si sarebbe dovuta mescolare all’interno della flottiglia e con ogni probabilità sarebbe finita sotto sequestro o affondata dalle truppe d’assalto dell’IDF. Abortita sul nascere l’avventura con la Global Sumud Flotilla ci fu, poco tempo dopo, anche un potenziale acquirente dell’imbarcazione, allettato dal suo prezzo apparentemente “stracciato” di 10.000 euro, lo stesso che fu proposto poco tempo prima ai responsabili della selezione e dell’acquisto delle imbarcazioni per la GSF. Anche in quel caso era in ballo un progetto sociale e no-profit, ma contemporaneamente anche sul fronte ecologico. Il progetto, come fu presentato all’armatore, era volto a sensibilizzare la popolazione intorno al problema del gas liquefatto trasportato nelle gasiere e poi rigassificato, secondo una trafila che nei vari passaggi rilascia tonnellate di metano nell’aria causando un effetto serra dieci volte più potente dell’anidride carbonica. “Meglio non parlare di questo obiettivo all’armatore – pare abbia detto l’intermediario alla vendita al potenziale compratore – lui col gas ci campa! Più che altro lui è contrario al carbone e ci sostiene nelle riforestazioni”. Quindi, ricapitolando, greenwashing a go go, con un approccio “profit” ma anche benefico, (sebbene non dichiarato ufficialmente) e complicità nel genocidio: insomma il curriculum perfetto dell’alto dirigente della Vitol, attualmente di stanza negli Emirati Arabi Uniti. Stefano Bertoldi
July 8, 2026
Pressenza
«Abiti puliti», 1 maggio 26: nuovo report sul Bangladesh…
… pubblicato in 13 lingue. E a Prato viene presentato il «Manifesto globale per la transizione giusta della moda» «La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice» scrive Luca Martinelli su «L’extra-terrestre» (inserto del giovedì nel quotidiano «il manifesto») parlando dell’appuntamengto «Il diavolo veste Prato 2» e intervistando Deborah Lucchetti, la coordinatrice di Abiti puliti su
Le nuove regole UE contro il greenwashing lasciano fuori gran parte del mercato
Le nuove regole europee sui fondi “sostenibili” – dalle linee guida dell’Autorità europea dei mercati finanziari (ESMA) sui nomi dei fondi alla proposta di riforma della normativa europea SFDR – rappresentano un primo passo contro il greenwashing, ma lasciano ancora scoperta la parte più ampia del mercato. È quanto emerge dal nuovo rapporto Finally Fossil Free pubblicato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. ReCommon ha analizzato separatamente i dati relativi al mercato italiano, con un focus specifico su Intesa Sanpaolo, disponibile al link assieme ad una versione italiana della sintesi del report. Le linee guida ESMA stabiliscono che i fondi che presentano nel nome termini come “sustainable”, “environment” o “impact” devono limitare gli investimenti nei combustibili fossili. Alla fine del 2024 in Europa esistevano 4.037 fondi con queste denominazioni. Prima delle nuove regole, circa la metà investiva ancora 18 miliardi di euro nei combustibili fossili. Dopo l’entrata in vigore, alcuni fondi hanno disinvestito 3,3 miliardi di euro. Molti gestori però hanno scelto di cambiare nome ai fondi invece di disinvestire: 604 fondi hanno eliminato i riferimenti alla sostenibilità, evitando così la vendita di 11,4 miliardi di euro di titoli fossili. Nei fondi che continuano a usare termini “green” restano comunque 1,9 miliardi di euro di investimenti fossili. Il problema principale riguarda però molti fondi che dichiarano di promuovere caratteristiche ambientali o sociali – come previsto dalla normativa europea SFDR – ma non lo indicano nel nome. Questi fondi non rientrano nelle esclusioni previste dalle linee guida ESMA e, secondo l’attuale proposta di riforma della SFDR (la cosiddetta “SFDR 2.0”), non sarebbero soggetti nemmeno ai nuovi criteri che richiederebbero il disinvestimento dalle aziende che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Di conseguenza, la parte più ampia del mercato dei fondi ESG resterebbe fuori dalle nuove esclusioni sull’espansione fossile. La riforma della SFDR potrebbe comunque avere un impatto su una parte del mercato: alcuni fondi dovrebbero vendere complessivamente circa 5 miliardi di euro di investimenti fossili. Tuttavia, una categoria di fondi “ESG basics” non avrebbe obblighi sull’espansione dei combustibili fossili. Questi fondi potrebbero escludere solo alcune società del carbone per circa 3,9 miliardi di euro, pur detenendo oltre 100 miliardi di euro in aziende che stanno ampliando le attività fossili. Particolarmente significativo è il caso di Intesa Sanpaolo. I fondi del gruppo risultano esposti per circa 3,62 miliardi di euro a imprese che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Solo il 3,3% di questa esposizione ricadrebbe nei fondi coperti dalle nuove regole ESMA e dalla riforma SFDR, mentre il 96,7% – circa 3,5 miliardi di euro – resterebbe fuori dalle nuove esclusioni. In altre parole, le nuove norme toccherebbero solo una piccola parte dei fondi del gruppo. Nel dettaglio, gli investimenti in Eni tramite fondi del gruppo ammontano a circa 314 milioni di euro, di cui il 99,85% non coperto dalle nuove esclusioni. Gli investimenti in Snam ammontano invece a circa 60 milioni di euro, di cui il 99,24% non coperto. “Il caso Intesa Sanpaolo è emblematico: parliamo della prima banca fossile italiana e quasi tutta l’esposizione dei suoi fondi all’espansione dei combustibili fossili resterebbe fuori dalle nuove esclusioni europee. Senza regole più ampie, il rischio concreto è che gran parte dei fondi che si presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività fossili”, commenta Daniela Finamore di ReCommon. Re: Common
February 25, 2026
Pressenza
Irruzione al Festival di Sanremo: attivisti contro il greenwashing degli sponsor
Nella serata di martedì 24 febbraio la passerella del teatro Ariston a Sanremo è stata interrotta da una protesta di una decina di attivisti di Extinction Rebellion, che hanno fatto irruzione sul blue carpet per denunciare le operazioni di greenwashing degli sponsor principali del Festival, in particolare ENI e Costa Crociere. Gli attivisti hanno scavalcato le transenne che li separavano dalla passerella — recentemente allestita nei colori di ENI — e hanno cercato di esporre cartelli con slogan come “‘Stella Stellina’, l’ecocidio si avvicina”, “Eni ‘sei tu’ che distruggi il pianeta” e “Bellissimo Sanremo ma ‘che fastidio’ questi sponsor”. La sicurezza del Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e trascinando via in malo modo i manifestanti, che sono stati poi portati via in stato di fermo. Fermate anche alcune persone che stavano documentando la scena con telefoni e videocamere. Una denuncia contro il greenwashing di ENI La protesta di Extinction Rebellion rientra in una più ampia contestazione contro le politiche di greenwashing di ENI, che secondo il movimento starebbe investendo massicciamente nella sponsorizzazione di eventi sportivi e culturali per migliorare la propria immagine pubblica, senza però assumere impegni concreti sulla riduzione dell’impatto ambientale. Secondo un report di Oil Change International del 2023, “nel 2022 le attività commerciali di Eni hanno causato più inquinamento netto da gas serra a livello mondiale dell’Italia stessa”. Un più recente studio dell’organizzazione A Sud evidenzia come l’azienda abbia messo in campo una strategia di marketing culturale di vasta portata, legando il proprio marchio a numerose iniziative, senza però fornire reali contributi alle cause sociali e ambientali che dichiara di sostenere. Nel mirino anche Costa Crociere Extinction Rebellion ha inoltre criticato Costa Crociere, altro main sponsor del Festival. Pur avendo presentato un piano di sostenibilità che prevede la neutralità climatica entro il 2050, la compagnia continua a promuovere l’uso del gas fossile (GNL) per le proprie navi come soluzione “sostenibile”, scelta che gli attivisti contestano duramente. Il messaggio del movimento “Così come sarebbe inaccettabile che le grandi aziende del tabacco sponsorizzassero il Festival, è inaccettabile permettere alle aziende maggiormente responsabili della crisi eco-climatica di ripulire la propria immagine pubblica”, dichiara Extinction Rebellion. Il movimento sottolinea inoltre il valore storico e culturale dell’evento: “Dal 1951 Sanremo è la colonna sonora della storia del nostro Paese, ma non c’è musica su un pianeta morto. Non possiamo permettere che un evento che celebra la musica e chi la crea sia finanziato proprio da chi minaccia il futuro del pianeta”. Gli attivisti per il clima concludono ribadendo la necessità di ascoltare la scienza, che da decenni lancia allarmi sulle conseguenze delle emissioni climalteranti, troppo spesso ignorate dai governi.   Erica Cardin
February 25, 2026
Pressenza
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Europa-clima: 10 anni dopo Parigi, il passo indietro che…
… ci allontana dal futuro.  di Luca Graziano (*) (un’automobile Porsche elettrica del 1898: l’Europa era più avanti nel XIX secolo)   L’Europa ingrana la retromarcia sotto la spinta della ”brown economy”. Manca una visione sistemica che integri la giustizia climatica, la partecipazione democratica e la riduzione delle disuguaglianze. La transizione resta centralizzata, affidata a grandi attori industriali, mentre le
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri
La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU). Si tratta di un testo molto lungo, ma che […] L'articolo La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo su Contropiano.
December 20, 2025
Contropiano
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
December 16, 2025
DINAMOpress
Finanziaria di guerra: l’ambiente paga le conseguenze. In piazza per cambiare tutto!
19/11 H19 Assemblea nazionale online verso il 28 e 29 novembre: Sciopero Generale e Manifestazione Nazionale Viviamo in un momento storico di forte accelerazione dell’escalation bellica e della crisi ecologica, con tutti gli effetti che entrambe hanno sui territori. In pochi anni abbiamo visto l’Unione Europea passare dalla retorica della […] L'articolo Finanziaria di guerra: l’ambiente paga le conseguenze. In piazza per cambiare tutto! su Contropiano.
November 14, 2025
Contropiano
Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità”
Dal 10 novembre fino al 21 novembre si tiene la Conferenza delle Parti a Belém, in Brasile. Non si può prevedere il futuro, e dunque quali saranno le conclusioni di questo summit internazionale, ma le linee di tendenza sono chiarissime da anni, e sono quelle dell’incompatibilità dello ‘sviluppo’ (si fa […] L'articolo Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità” su Contropiano.
November 9, 2025
Contropiano