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Vanity sizing: come il sistema delle taglie dei vestiti è diventato un inganno
Il sistema delle taglie è un’invenzione che risale alla metà dell’ottocento, in ambito prettamente militare, consolidandosi come necessità commerciale solo negli anni 40/50 del XIX secolo. L’abbigliamento di un tempo era fatto su misura in casa o dal sarto, senza bisogno di standardizzazioni. I primi accenni alle taglie arrivano per sopperire alla necessità di uniformi militari: è in questo ambito che si iniziano a raccogliere dati e misure per poi giungere alle prime tabelle che daranno luogo al concetto di taglia “small/medium/large” così come le conosciamo oggi. Prima che le case di moda iniziassero a mandare tutto in confusione per compiacere chi vuole entrare in una taglia più piccola: si chiama vanity sizing, ed è un sistema studiato al centimetro. Fondamentalmente si tratta di un imbroglio autorizzato (un po’ come quello che sta succedendo nei supermercati, con le scatole di cibo di uguali dimensioni, stesso prezzo ma minor quantità di prodotto al loro interno) dove la misura riportata sul cartellino non corrisponde assolutamente a quella tabella standard di taglie quasi universalmente riconosciuta (con qualche centimetro di differenza tra i vari Stati, ma fondamentalmente usata un po’ ovunque da anni). La scala taglie slitta in avanti: la S sul cartellino resta uguale, ma il vestito magicamente si allarga. Il giro vita che un tempo corrispondeva ad una 46, negli anni ottanta ad una 44, adesso equivale ad una 42. E qui entra in campo la vanità (e la psicologia) di riuscire finalmente ad entrare in una taglia “più piccola” di quella abituale, con una maggior propensione all’acquisto. Un fenomeno che non è di questi anni, ma inizia subdolamente alla fine degli anni 80, negli USA, dove l’aumento del peso medio delle donne americane ha fatto accendere un lumino ai titolari delle aziende: invece di sprecare tempo in campagne per alimentazione corretta e controllo del peso, iniziamo a mentire sulle taglie così da spingerle a comprare con più voglia. Il tema attorno a cui ruota tutto è sempre il corpo delle donne e quel picco di autostima che si genera quando la taglia sul cartellino è più piccola (le aspettative sul corpo femminile sono sempre più alte). In questo modo, agli inizi degli anni duemila, sono iniziate ad apparire taglie minuscole come la doppia XS, in un gioco al ribasso al limite della follia. Se un tempo erano in vigore delle tabelle precise di corrispondenza tra centimetri e numeri, adesso quegli standard sono assolutamente aleatori e quasi nessun marchio adotta un sistema di taglie univoco per cui, in termini pratici, ogni marchio ha la propria idea di taglie. Si può entrare tranquillamente nella 42 di un brand e nello stesso tempo nella L di un altro. Solitamente il fast fashion tende ad essere più accomodante, aderendo in maniera totale al vanity sizing; il lusso ama mantenere le distanze dai comuni mortali, con misure rigide capaci di conservare quel sapore elitario che lo caratterizza da sempre. Tutti gli altri giocano nel mezzo, alimentando il caos e l’incertezza (per cui, soprattutto per gli acquisti online, meglio controllare la tabella taglie con le misure che affidarsi ai generici “S-M-L”, e diffidare da chi non offre riferimenti specifici in cm). Questo slittamento delle taglie, se da una parte genera compiacimento, dall’altra può generare uno choc con l’effetto diametralmente opposto: entrare in una 42 e dopo tre settimane essere costretti ad acquistare una 46 può avere effetti devastanti sulla psiche e sull’autostima. Ecco perché è bene non affidarsi alle taglie come prova del proprio valore personale. Essere consapevoli del proprio corpo, con tanto di centimetro alla mano, è uno dei modi più sicuri per non cascare negli inganni della moda (i centimetri sono l’unica lingua universale che questi signori sono tenuti a rispettare). Non fare affidamento alla taglia, ma i centimetri, è l’unico modo per sfangarla in questa confusione; confrontare le tabelle prima di fare acquisti e, per ultimo, fare pace con il fatto di poter possedere nel proprio armadio taglie diverse, senza che questo intacchi la propria autostima. La taglia, come l’età, è solo un numero: l’importante è essere in pace con se stesse, in barba a questi subdoli meccanismi di controllo.  The post Vanity sizing: come il sistema delle taglie dei vestiti è diventato un inganno appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Legge sugli imballaggi nella moda: quando la sostenibilità è (troppo) uguale per tutti
Favorire la circolarità, ridurre gli sprechi, invogliare ad una presa di responsabilità per chi immette e fa circolare prodotti nel mercato europeo. Il PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) non è altro che la normativa di riferimento sugli imballaggi in Europa (Regolamento (UE) 2025/40) ed è entrato in vigore e pienamente applicativo dal 12 agosto 2026. Un regolamento che si applica a tutti i settori e a tutti i tipi di imballaggi: a prescindere dal materiale impiegato, la disposizione si applica a tutti i rifiuti di imballaggio, inclusi quelli generati nella vendita al dettaglio, nella distribuzione, nei servizi, nella somministrazione e nelle attività di commercio all’ingrosso. Ad essere coinvolti in questo cambio sono produttori di imballaggi, aziende che vendono prodotti imballati con il proprio marchio, importatori di prodotti o imballaggi da Paesi extra-UE, distributori e rivenditori, imprese che fanno e-commerce, aziende che disimballano prodotti senza essere l’utilizzatore finale, fornitori di imballaggi, operatori di sistemi di riuso, ricarica e deposito cauzionale. Chiunque abbia a che fare con spedizioni e spostamenti di merci, incluse imprese ed aziende del settore moda, per le quali il packaging non è solo un mezzo per proteggere il prodotto, ma anche un veicolo per comunicare valore, identità e posizionamento del marchio (e proprio per questo molte volte esuberante ed effimero). QUALI SONO LE NOVITÀ Uno degli obiettivi principali di questa normativa è andare nella direzione della riciclabilità totale degli imballaggi. Ecco perché dal 2030 gli imballaggi dovranno essere progettati per essere riciclabili su scala industriale ed economicamente sostenibile. La riciclabilità sarà valutata attraverso classi di prestazione, classe A, B e C, con un graduale adeguamento, ma entro il 2038 l’imballaggio dovrà raggiungere almeno la classe B per poter essere immesso sul mercato. Dal 2035 la valutazione terrà conto anche del fatto che il materiale venga effettivamente riciclato su scala industriale, non soltanto del suo design teoricamente riciclabile. Una normativa che rimette in discussione materiali, formati, colle, vari componenti e chiusure alla luce di questi nuovi principi. L’altro aspetto che verrà valutato è la dimensione: peso e volume dovranno essere in grado di garantire la necessaria protezione e sicurezza, ma niente imballi sovradimensionati o con materiale promozionale o decorativo eccessivo (finalmente gli unboxing saranno più sobri, rapidi e meno pieni di materiale inutile). Per gli imballaggi destinati al trasporto e all’e-commerce il rapporto tra spazio vuoto e spazio occupato dal prodotto sarà soggetto a un limite massimo del 50%, secondo le condizioni previste dal regolamento. L’imballaggio dovrà essere funzionale ed essenziale. Altro tema messo in discussione è l’uso della plastica: sempre dal 2030 gli imballaggi in plastica dovranno contenere una quota minima di materiale riciclato post-consumo, che aumenterà dal 2040.. Gli obiettivi variano in base al tipo di imballaggio: per esempio, sono previsti target specifici per bottiglie per bevande, imballaggi a contatto con alimenti e altri contenitori in plastica. E, a proposito di plastica, le limitazioni si applicano anche alle confezioni monouso, soprattutto quelle impiegate in ambito alimentare quando evidentemente inutili e non necessarie. Altre restrizioni riguardano la presenza di PFAS negli imballaggi: dal 12 agosto 2026 gli imballaggi a contatto con alimenti non potranno contenere PFAS oltre le soglie fissate dal regolamento, con limitazioni anche sui metalli pesanti come piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente. Il packaging, dunque, dovrà essere ideato, controllato, etichettato correttamente secondo le nuove normative e progettato per più cicli, facendo in modo che entri in un sistema concreto di raccolta, riconsegna, lavaggio, riparazione o ricondizionamento (sempre a seconda del tipo di imballo). ADEMPIMENTI CONCRETI Ogni nuova norma porta con sé nuovi adempimenti e passi da compiere per mettersi in regola. A partire dal 12 agosto 2026, il fabbricante (colui che produce fisicamente l’imballo) deve predisporre una dichiarazione UE di conformità per gli imballaggi soggetti al regolamento, attestante il packaging rispetta i requisiti previsti dagli articoli da 5 a 12 della PPWR, per il quale deve fornire un fascicolo tecnico che attesti: i materiali e la composizione, peso e dimensioni, valutazione della riciclabilità, calcoli sullo spazio vuoto, percentuale di materiale riciclato, informazioni su PFAS e altre sostanze, prove di riutilizzabilità, dati e dichiarazioni dei fornitori, etichette e istruzioni di conferimento, eventuali test e norme tecniche applicate. Per un brand fashion, beauty o lifestyle, la conformità non riguarda soltanto la scatola principale, ma l’intera esperienza di confezionamento: buste protettive, polybag, carta velina, cartellini, nastri, scatole di spedizione, packaging regalo e imballaggi dei resi. Le imprese, oltre a controllare gli adempimenti dei fornitori, dovranno verificare gli obblighi di responsabilità estesa del produttore, registrarsi nei sistemi previsti dai singoli Stati membri e finanziare la raccolta e il trattamento dei rifiuti di imballaggio. In Italia ciò significa coordinare gli adempimenti PPWR con CONAI, i consorzi di filiera, il contributo ambientale e le procedure nazionali applicabili. Una mole di lavoro aggiunto non indifferente e che, come spesso succede, non tiene conto delle dimensioni e dei volumi di affari di un’azienda. L’IMPATTO DELLA NORMA SULLE MICRO-IMPRESE La norma non fa eccezione per nessuno e si applica indistintamente anche a piccole e micro-imprese, caricandole degli stessi obblighi di controllo, certificazione, registrazione e pagamento delle imposte come qualsiasi altra azienda. In concreto, una piccola boutique che vende abiti online in scatole e buste protettive non è automaticamente esonerata dalla PPWR. Dovrà comunque sapere quali imballaggi immette sul mercato, ridurre packaging e spazi vuoti non necessari, raccogliere dai fornitori le informazioni sui materiali, verificare gli obblighi EPR e CONAI in Italia, adeguarsi alle regole di etichettatura, conservare la documentazione richiesta e registrarsi (e pagare) sui vari siti a seconda del paese in cui spedisce la merce (al momento non è previsto un sito unificato ma ogni stato membro dell’UE ha il proprio). L’unica esenzione per una microimpresa che immette non più di 1.000 kg di imballaggi in uno Stato membro, è quella dai relativi obiettivi obbligatori di riutilizzo (sempre se ricorrono tutte le condizioni previste). Mentre da un lato è sensato che tutti facciano la loro parte per ridurre e riciclare gli imballaggi, prendendosi la propria responsabilità, dall’altro i legislatori europei non riescono ancora a percepire la differenza strutturale ed i limiti operativi delle imprese più piccole, caricandole di burocrazia e costi alla pari delle multinazionali. Spesso costringendole a ridimensionare ulteriormente il proprio business (o, nella peggiore delle ipotesi, a chiudere). Per questo è già attiva una petizione per chiedere la revisione della norma che agevoli concretamente le micro-imprese. The post Legge sugli imballaggi nella moda: quando la sostenibilità è (troppo) uguale per tutti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE