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Dagli allevamenti ai nostri vestiti: il costo oscuro della filiera della lana
Durante la settimana della moda di New York di quest’anno, la sfilata di COS (gruppo H&M) è stata presa di mira dagli attivisti della PETA, la più grande organizzazione no-profit al mondo per la difesa dei diritti degli animali. Questi hanno fatto irruzione in passerella per denunciare le crudeltà della filiera della lana, in particolare quella utilizzata dal gruppo H&M. Una filiera opaca dietro ad una fattoria apparentemente dotata di certificazioni, alle quali però non corrisponde il trattamento previsto per gli animali. Le campagne di sensibilizzazione denunciano maltrattamenti diffusi e documentati durante le operazioni di tosatura, oltre a pratiche di mutilazione e alla destinazione alla macellazione degli animali quando la resa della fibra diminuisce. Un ulteriore elemento critico, poi, riguarda l’impatto ambientale. Secondo PETA, gli ovini, in quanto ruminanti, producono metano, contribuendo così all’impronta climatica degli allevamenti. A questo si aggiungono l’elevato consumo di suolo, la perdita di biodiversità legata al pascolo intensivo e l’impiego significativo di acqua e sostanze chimiche nei processi industriali di lavaggio della lana. Eppure, la lana è un materiale che si usa da sempre e che, se lavorato in modo corretto con una filiera trasparente, ha più pregi che difetti. La lana è una fibra naturale e controversa: naturale, rinnovabile e anche biodegradabile, ma non propriamente a impatto zero. Gli allevamenti di pecore comportano l’uso di ampie zone di pascolo che vengono così sottratte ad altri tipi di colture, di molta acqua, un alto consumo di erba e foraggio. Ma sono soprattutto le feci delle pecore a essere letali, sia per via dell’azoto in esse contenuto, che favorisce l’effetto serra, sia per via di ammoniaca e ossidi che possono contaminare le acque di falde superficiali. Acqua che s’inquina e acqua che si consuma: per rimuovere terra, erba e altre impurità dal pelo dell’animale appena tosato, i volumi di acqua utilizzati sono ingenti, così come se ne consuma molta in fase di tintura e dei vari finissaggi (momenti in cui si aggiungono saponi, agenti chimici e sostanze coloranti). Quello sul quale gli animalisti puntano il dito sono però alcune pratiche pre-tosatura non troppo rispettose dell’animale, come il mulesing, ovvero la rimozione di una parte di pelle intorno alle natiche dell’animale per evitare che le mosche ci depongano le uova. La pratica, oltre ad essere incredibilmente dolorosa per gli animali, comporta la morte di molte pecore per infezione post lacerazione.  Anche per i peli “pregiati” la situazione non è migliore: la grande richiesta dei marchi di lusso di materiali come alpaca, mohair, cashmere, angora e così via, che provengono da animali residenti in specifiche aree geografiche (Mongolia, Perù, Ande), ha intensificato gli allevamenti provocando un notevole squilibrio delle aree naturali che sono state trasformate in pascoli, spesso desertificando. Il dato positivo riguarda l’impatto in fase di utilizzo: la lana, di fatto, trattiene gli odori molto meglio del cotone e parecchio meglio del poliestere, consentendo un minor numero di lavaggi a temperature decisamente più basse, con consumi idrici ed energetici molto più bassi di tutte le altre categorie di fibre. Inoltre ha un ciclo di vita molto lungo ed è perfettamente riciclabile. Scarti di produzione o indumenti post-consumo possono essere ri-immessi nel ciclo della lana rigenerata, una pratica che si fa da decenni nel distretto pratese (e che si trova spiegato molto bene all’interno del Museo del Tessuto a Prato). Il processo della rigenerazione è una pratica dove gli indumenti, detti stracci, vengono divisi per colore, ripuliti da zip e bottoni, e poi smontati per creare un nuovo tessuto. In questo modo i risparmi in fatto di consumi sono notevoli (-77% di energia, -90% di acqua, -90% di prodotti chimici, -95% di CO₂, -100% di coloranti chimici perché grazie alla suddivisione degli stracci per colore non c’è bisogno di procedere alla tintura). L’antica arte dei cenciaioli pratesi ha una storia lunga più di 200 anni e recentemente è stata riportata in auge da marchi giovani che ne hanno intravisto le potenzialità in un’ottica sostenibile e circolare. L’idea di fare totalmente a meno della lana appare alquanto irrealistica, anche perché lascerebbe spazio ad altri materiali sintetici (come il poliestere di cui già siamo pieni); meglio è puntare ad una filiera trasparente, controllata e con pratiche dignitose per gli animali. Approfondire e conoscere fibre e materiali, anche da consumatori, è fondamentale per fare scelte consapevoli e non farsi prendere da estremismi pericolosi. Un ottimo strumento di conoscenza ed approfondimento, in questo caso specifico, è il Green Book della Lana, pubblicato dalla IWTO, International Wool Textile Organization. In ogni caso, ridurre i volumi produttivi rimane sempre la via percorribile più sostenibile. The post Dagli allevamenti ai nostri vestiti: il costo oscuro della filiera della lana appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 30, 2026
L'INDIPENDENTE
Direttiva anti-greenwashing: cose che il consumatore deve sapere
È ufficialmente entrata in vigore il 27 settembre la direttiva UE 2024/825 denominata Empowering Consumers for the Green Transition, con la quale l’Europa tenta di arginare il greenwashing e le pratiche scorrette a danno dei consumatori. In Italia verrà modificato il Codice del Consumo, saranno introdotti molti vincoli sulle dichiarazioni ambientali e inserite informazioni su durabilità e garanzie. L’ambientalismo di facciata è uno dei problemi sorti negli ultimi anni, dove improvvisamente tutto si è tinto di verde, accompagnato da diciture come “eco”, “green” e “sostenibile”, più per seguire il crescente interesse delle persone verso questi temi che come prova del reale impegno delle aziende. Più facile investire in pubblicità accattivanti e manipolatorie che impegnarsi realmente per un’economia verde e circolare; ecco il perché di questa direttiva che si propone di arginare il greenwashing e di spingere le imprese verso un cambio radicale. La novità più consistente riguarda le dichiarazioni ambientali e di sostenibilità dei prodotti: “carbon neutral”, “zero emission”, “eco sostenibile” e altri modi di dire non potranno più essere usati se non accompagnati da dati dimostrabili. Vietato anche mostrare etichette o marchi di sostenibilità se non accompagnati da un sistema di certificazione pubblico (non valgono autocertificazioni). Concretezza e dimostrabilità vengono applicate a prodotti, categorie di prodotti, marchi ma anche ad attività di professionisti. La dicitura “green”, insomma, non basta più: ci vogliono le prove. Ecco perché affermazioni generiche e vaghe come “rispettoso dell’ambiente”, “ecologico”, “biodegradabile” sono state bandite in quanto ingannevoli e commercialmente irrilevanti. Non sono informazioni concrete, ma claim per attirare le persone in maniera fuorviante. Stessa sorte riguarda etichette e marchi ambientali: questi ultimi, se non basati su un sistema di certificazione riconosciuto o istituito da un’autorità pubblica, non potranno essere usati. E, quando presenti, dovranno avere un QR Code dove saranno pubblicate le informazioni riguardo ai requisiti di conformità, chi ha effettuato la verifica e cosa indicano i marchi in questione. Trasparenza prima di tutto, perché molte certificazioni sono risultate non verificabili o autoreferenziali. Ecco perché dovranno essere precise anche le informazioni apposte sul packaging, che spesso raccontano le caratteristiche dell’involucro ma non del prodotto: “realizzato con materiale riciclato” sul contenitore può creare confusione e, anche in questo caso, la direttiva vieta questa vaghezza. Ultimo tassello anti-greenwashing è quello che riguarda le dichiarazioni sulle emissioni. “Impatto zero”, “carbon neutral” o “emissioni ridotte” sono alcune delle parole che non si possono usare quando tale risultato deriva dalla compensazione delle emissioni di gas serra. Spesso i prodotti sono associati a un progetto di compensazione ma questo non vuol dire che, durante la sua produzione, distribuzione o uso, questo non generi emissioni. Fare credere che si stia acquistando un prodotto a “impatto zero” non è più ammesso dalla nuova normativa; il marketing dovrà creare un nuovo linguaggio, più onesto e meno ammiccante. COSA CAMBIA IN ITALIA Per una maggiore trasparenza, le etichette ingannevoli con termini come “Impatto zero”, “carbon neutral” o “emissioni ridotte” saranno bandite Onestà e trasparenza anche sulla durata e sulla riparabilità. Attraverso la modifica dell’art. 48 del Codice del Consumo, l’Italia introduce obblighi informativi sulla durata dei beni, come “l’indice di riparabilità”, la possibilità di trovare pezzi di ricambio, se è possibile o meno aggiornare software e se esistono limitazioni alla riparazione. In un mondo fatto di obsolescenza programmata, avere fin dal principio informazioni del genere permette di scegliere con maggior coscienza cosa si sta acquistando. L’ultima novità riguarda la garanzia di un prodotto. Dal 27 settembre 2026, negozi ed e-commerce italiani dovranno esporre in modo visibile il nuovo avviso armonizzato sui diritti di garanzia legale dei consumatori: in cassa per i punti vendita fisici, in homepage o nelle pagine dedicate per i siti online (in media, nei 27 Stati membri dell’UE, la garanzia legale è di almeno due anni). Accanto all’avviso, viene introdotta l’etichetta volontaria GARAN, obbligatoria solo per i produttori che decidono di offrire, a costo zero per il cliente, una garanzia commerciale di durabilità superiore ai due anni e valida per l’intero prodotto. L’etichetta rende trasparente e immediatamente riconoscibile un impegno che finora poteva restare nascosto nelle condizioni contrattuali. La direttiva è ufficialmente entrata in vigore, ma comunque darà dei tempi di adeguamento a tutte quelle aziende i cui prodotti sono già sul mercato con le diciture (etichette, bollini, packaging) scorrette; un tempo che non può superare i sei mesi e che comporta adeguamenti della comunicazione almeno in vetrina e nel punto vendita dedicato. Per informazioni ulteriori sull’applicazione il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha predisposto una guida con materiali dedicati. Per i consumatori sarà forse la svolta verso scelte più consapevoli e non indotte da un marketing “verde” sempre più invadente. 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September 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Innovazioni circolari: novità tecnologiche dal mondo del tessile
I materiali non fanno la sostenibilità, ma è anche vero che la ricerca e le innovazioni nel mondo dei tessuti sono parte di un (lungo) processo di trasformazione dell’industria. O se non altro del tentativo di aprire strade alternative. Questo è quanto è emerso tra le corsie dell’ultima edizione del Texworld Apparel Sourcing Paris 2026, una delle fiere internazionali più importanti d’Europa dedicate all’industria tessile e all’abbigliamento, che ha offerto un’istantanea rivelatrice di un settore in transizione il cui messaggio sembra chiaro: il futuro dell’approvvigionamento nel settore della moda non riguarda solo dove e come produciamo, ma l’assunzione di responsabilità per i volumi di produzione, la qualità del prodotto, la riciclabilità e l’impronta di carbonio. Numerose le novità, tra cui capi coltivati con cellulosa batterica, cristalli ricavati dal sudore umano, tecnologie progettate per prevenire gli sprechi tessili prima ancora che esistano. Anche se il mondo della moda sembra in stallo, tra una crisi del lusso e nuove regolamentazioni che faticano ad entrare nelle abitudini produttive delle aziende, la ricerca di nuove opportunità e soluzioni non si ferma. Si amplia il numero dei Paesi produttori, la geografia disegna nuove mappe di approvvigionamento perché affidarsi ad un unico luogo sembra non essere più una scelta efficace. Meglio guardare avanti e diversificare in nome di sostenibilità, tracciabilità ed innovazione. Ed è nell’area Avantex che si sono incontrate le idee più innovative, all’apparenza assurde, ma che dimostrano come si possano effettivamente ripensare i materiali con cui fare moda, unendo circolarità, biotecnologie e sperimentazione, mentre al contempo solleva una domanda fondamentale: cos’è un materiale per la moda oggi? A questo hanno cercato di rispondere in maniera singolare alcuni progetti internazionali, come quello di A New Kind of Blue di Tim van der Loo, che ha presentato la trasformazione del denim di scarto in nuovi tessuti e nuovi capi ricostruendo le fibre con il ricamo industriale. Un processo che vuole essere circolare ed artigianale lavorando sull’esistente e non dovendo partire da qualcosa di nuovo.  Totalmente diverso il lavoro di Alice Potts, che ha lavorato con cristalli cresciuti dal sudore umano. Sweat Crystals è un archivio biologico in cui il sudore umano diventa una decorazione organica di un accessorio. Niente applicazioni extra, solo strutture cristalline che crescono nelle fibre tessili, proponendo un’alternativa a paillettes, resine e colle chimiche a base di petrolio. I decori così ottenuti su cappelli, scarpe & co, diventano anche testimonianza intima del corpo che lo indossa, essendo ogni profilo biologico differente e conferendo la stessa unicità ai cristalli cresciuti sul capo.  Alice Potts ha esposto in occasione della manifestazione una serie di berretti, scarpe e abiti sui quali sembrano crescere dei cristalli. Ma è la loro natura ad attirare l’attenzione dei visitatori: si tratta di sudore cristallizzato. Il suo progetto prende il nome di Sweat Crystals [foto di Messe Frankfurt France] Nel progetto Citation Needed, invece, Carol de Lara esplora un materiale coltivato tramite fermentazione – la cellulosa batterica – unendolo a vere e proprie impalcature in maglia che in qualche modo guidano la cellulosa nella sua crescita in forme tridimensionali. La domanda alla base del progetto unisce un nuovo livello di progettazione alla ricerca dei materiali: e se in futuro gli abiti potessero essere coltivati e prendere direttamente forma? In questo senso, pur trattandosi di progetti altamente sperimentali, il valore che apportano è quello di un cambio radicale di approccio: non si tratta più solo di sostituire un materiale convenzionale con un altro, ma di riconsiderare cosa si intende per risorsa, come vengono creati i materiali e quanto effettivamente è necessario produrre. Porsi le domande giuste. Prevenire invece che curare. Ridurre e non aggiungere costantemente. Questi i principi che hanno animato l’ultima edizione di questa fiera che sì è per addetti ai lavori, ma che propone cambiamenti in grado di impattare (meno) sulla vita di tutti, tutti i giorni. Perché l’innovazione dei materiali non può viaggiare su binari slegati dalle regolamentazioni, così come non si può parlare di circolarità senza entrare nel merito del design e della progettazione che sta a monte. L’intelligenza artificiale ha il potere di influenzare le previsioni, ma anche di aiutare nello sviluppo di modelli, nella gestione delle scorte e della produzione. La tracciabilità incide sia sulla conformità con le nuove regole ma anche sulla fiducia dei consumatori. E l’instabilità geopolitica sta rendendo la resilienza della catena di approvvigionamento una considerazione strategica, piuttosto che un rischio astratto: fermo restando che la produzione asiatica rimane fondamentale, nello stesso tempo stanno emergendo nuovi territori di approvvigionamento, riportando il sourcing in zone sempre più vicine e di prossimità (sia mai che dopo secoli di delocalizzazione si inizi a guardare un po’ più vicino, anche solo per una questione di riduzione di emissioni dovute ai frequenti trasporti). Il prossimo capitolo della moda non dipende né da un nuovo materiale né da una tecnologia miracolosa; piuttosto dal porsi le domande giuste (abbiamo davvero bisogno di estrarre un’altra risorsa? È possibile prevenire gli sprechi anziché riciclarli? La biologia può diventare una collaboratrice anziché una semplice risorsa?) e dal capire che la vera circolarità non è gestire le conseguenze di scelte sbagliate, ma quella di prevenirle fin dall’inizio. [Crediti immagine di copertina: Messe Frankfurt France] The post Innovazioni circolari: novità tecnologiche dal mondo del tessile appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Vanity sizing: come il sistema delle taglie dei vestiti è diventato un inganno
Il sistema delle taglie è un’invenzione che risale alla metà dell’ottocento, in ambito prettamente militare, consolidandosi come necessità commerciale solo negli anni 40/50 del XIX secolo. L’abbigliamento di un tempo era fatto su misura in casa o dal sarto, senza bisogno di standardizzazioni. I primi accenni alle taglie arrivano per sopperire alla necessità di uniformi militari: è in questo ambito che si iniziano a raccogliere dati e misure per poi giungere alle prime tabelle che daranno luogo al concetto di taglia “small/medium/large” così come le conosciamo oggi. Prima che le case di moda iniziassero a mandare tutto in confusione per compiacere chi vuole entrare in una taglia più piccola: si chiama vanity sizing, ed è un sistema studiato al centimetro. Fondamentalmente si tratta di un imbroglio autorizzato (un po’ come quello che sta succedendo nei supermercati, con le scatole di cibo di uguali dimensioni, stesso prezzo ma minor quantità di prodotto al loro interno) dove la misura riportata sul cartellino non corrisponde assolutamente a quella tabella standard di taglie quasi universalmente riconosciuta (con qualche centimetro di differenza tra i vari Stati, ma fondamentalmente usata un po’ ovunque da anni). La scala taglie slitta in avanti: la S sul cartellino resta uguale, ma il vestito magicamente si allarga. Il giro vita che un tempo corrispondeva ad una 46, negli anni ottanta ad una 44, adesso equivale ad una 42. E qui entra in campo la vanità (e la psicologia) di riuscire finalmente ad entrare in una taglia “più piccola” di quella abituale, con una maggior propensione all’acquisto. Un fenomeno che non è di questi anni, ma inizia subdolamente alla fine degli anni 80, negli USA, dove l’aumento del peso medio delle donne americane ha fatto accendere un lumino ai titolari delle aziende: invece di sprecare tempo in campagne per alimentazione corretta e controllo del peso, iniziamo a mentire sulle taglie così da spingerle a comprare con più voglia. Il tema attorno a cui ruota tutto è sempre il corpo delle donne e quel picco di autostima che si genera quando la taglia sul cartellino è più piccola (le aspettative sul corpo femminile sono sempre più alte). In questo modo, agli inizi degli anni duemila, sono iniziate ad apparire taglie minuscole come la doppia XS, in un gioco al ribasso al limite della follia. Se un tempo erano in vigore delle tabelle precise di corrispondenza tra centimetri e numeri, adesso quegli standard sono assolutamente aleatori e quasi nessun marchio adotta un sistema di taglie univoco per cui, in termini pratici, ogni marchio ha la propria idea di taglie. Si può entrare tranquillamente nella 42 di un brand e nello stesso tempo nella L di un altro. Solitamente il fast fashion tende ad essere più accomodante, aderendo in maniera totale al vanity sizing; il lusso ama mantenere le distanze dai comuni mortali, con misure rigide capaci di conservare quel sapore elitario che lo caratterizza da sempre. Tutti gli altri giocano nel mezzo, alimentando il caos e l’incertezza (per cui, soprattutto per gli acquisti online, meglio controllare la tabella taglie con le misure che affidarsi ai generici “S-M-L”, e diffidare da chi non offre riferimenti specifici in cm). Questo slittamento delle taglie, se da una parte genera compiacimento, dall’altra può generare uno choc con l’effetto diametralmente opposto: entrare in una 42 e dopo tre settimane essere costretti ad acquistare una 46 può avere effetti devastanti sulla psiche e sull’autostima. Ecco perché è bene non affidarsi alle taglie come prova del proprio valore personale. Essere consapevoli del proprio corpo, con tanto di centimetro alla mano, è uno dei modi più sicuri per non cascare negli inganni della moda (i centimetri sono l’unica lingua universale che questi signori sono tenuti a rispettare). Non fare affidamento alla taglia, ma i centimetri, è l’unico modo per sfangarla in questa confusione; confrontare le tabelle prima di fare acquisti e, per ultimo, fare pace con il fatto di poter possedere nel proprio armadio taglie diverse, senza che questo intacchi la propria autostima. La taglia, come l’età, è solo un numero: l’importante è essere in pace con se stesse, in barba a questi subdoli meccanismi di controllo.  The post Vanity sizing: come il sistema delle taglie dei vestiti è diventato un inganno appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Legge sugli imballaggi nella moda: quando la sostenibilità è (troppo) uguale per tutti
Favorire la circolarità, ridurre gli sprechi, invogliare ad una presa di responsabilità per chi immette e fa circolare prodotti nel mercato europeo. Il PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) non è altro che la normativa di riferimento sugli imballaggi in Europa (Regolamento (UE) 2025/40) ed è entrato in vigore e pienamente applicativo dal 12 agosto 2026. Un regolamento che si applica a tutti i settori e a tutti i tipi di imballaggi: a prescindere dal materiale impiegato, la disposizione si applica a tutti i rifiuti di imballaggio, inclusi quelli generati nella vendita al dettaglio, nella distribuzione, nei servizi, nella somministrazione e nelle attività di commercio all’ingrosso. Ad essere coinvolti in questo cambio sono produttori di imballaggi, aziende che vendono prodotti imballati con il proprio marchio, importatori di prodotti o imballaggi da Paesi extra-UE, distributori e rivenditori, imprese che fanno e-commerce, aziende che disimballano prodotti senza essere l’utilizzatore finale, fornitori di imballaggi, operatori di sistemi di riuso, ricarica e deposito cauzionale. Chiunque abbia a che fare con spedizioni e spostamenti di merci, incluse imprese ed aziende del settore moda, per le quali il packaging non è solo un mezzo per proteggere il prodotto, ma anche un veicolo per comunicare valore, identità e posizionamento del marchio (e proprio per questo molte volte esuberante ed effimero). QUALI SONO LE NOVITÀ Uno degli obiettivi principali di questa normativa è andare nella direzione della riciclabilità totale degli imballaggi. Ecco perché dal 2030 gli imballaggi dovranno essere progettati per essere riciclabili su scala industriale ed economicamente sostenibile. La riciclabilità sarà valutata attraverso classi di prestazione, classe A, B e C, con un graduale adeguamento, ma entro il 2038 l’imballaggio dovrà raggiungere almeno la classe B per poter essere immesso sul mercato. Dal 2035 la valutazione terrà conto anche del fatto che il materiale venga effettivamente riciclato su scala industriale, non soltanto del suo design teoricamente riciclabile. Una normativa che rimette in discussione materiali, formati, colle, vari componenti e chiusure alla luce di questi nuovi principi. L’altro aspetto che verrà valutato è la dimensione: peso e volume dovranno essere in grado di garantire la necessaria protezione e sicurezza, ma niente imballi sovradimensionati o con materiale promozionale o decorativo eccessivo (finalmente gli unboxing saranno più sobri, rapidi e meno pieni di materiale inutile). Per gli imballaggi destinati al trasporto e all’e-commerce il rapporto tra spazio vuoto e spazio occupato dal prodotto sarà soggetto a un limite massimo del 50%, secondo le condizioni previste dal regolamento. L’imballaggio dovrà essere funzionale ed essenziale. Altro tema messo in discussione è l’uso della plastica: sempre dal 2030 gli imballaggi in plastica dovranno contenere una quota minima di materiale riciclato post-consumo, che aumenterà dal 2040.. Gli obiettivi variano in base al tipo di imballaggio: per esempio, sono previsti target specifici per bottiglie per bevande, imballaggi a contatto con alimenti e altri contenitori in plastica. E, a proposito di plastica, le limitazioni si applicano anche alle confezioni monouso, soprattutto quelle impiegate in ambito alimentare quando evidentemente inutili e non necessarie. Altre restrizioni riguardano la presenza di PFAS negli imballaggi: dal 12 agosto 2026 gli imballaggi a contatto con alimenti non potranno contenere PFAS oltre le soglie fissate dal regolamento, con limitazioni anche sui metalli pesanti come piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente. Il packaging, dunque, dovrà essere ideato, controllato, etichettato correttamente secondo le nuove normative e progettato per più cicli, facendo in modo che entri in un sistema concreto di raccolta, riconsegna, lavaggio, riparazione o ricondizionamento (sempre a seconda del tipo di imballo). ADEMPIMENTI CONCRETI Ogni nuova norma porta con sé nuovi adempimenti e passi da compiere per mettersi in regola. A partire dal 12 agosto 2026, il fabbricante (colui che produce fisicamente l’imballo) deve predisporre una dichiarazione UE di conformità per gli imballaggi soggetti al regolamento, attestante il packaging rispetta i requisiti previsti dagli articoli da 5 a 12 della PPWR, per il quale deve fornire un fascicolo tecnico che attesti: i materiali e la composizione, peso e dimensioni, valutazione della riciclabilità, calcoli sullo spazio vuoto, percentuale di materiale riciclato, informazioni su PFAS e altre sostanze, prove di riutilizzabilità, dati e dichiarazioni dei fornitori, etichette e istruzioni di conferimento, eventuali test e norme tecniche applicate. Per un brand fashion, beauty o lifestyle, la conformità non riguarda soltanto la scatola principale, ma l’intera esperienza di confezionamento: buste protettive, polybag, carta velina, cartellini, nastri, scatole di spedizione, packaging regalo e imballaggi dei resi. Le imprese, oltre a controllare gli adempimenti dei fornitori, dovranno verificare gli obblighi di responsabilità estesa del produttore, registrarsi nei sistemi previsti dai singoli Stati membri e finanziare la raccolta e il trattamento dei rifiuti di imballaggio. In Italia ciò significa coordinare gli adempimenti PPWR con CONAI, i consorzi di filiera, il contributo ambientale e le procedure nazionali applicabili. Una mole di lavoro aggiunto non indifferente e che, come spesso succede, non tiene conto delle dimensioni e dei volumi di affari di un’azienda. L’IMPATTO DELLA NORMA SULLE MICRO-IMPRESE La norma non fa eccezione per nessuno e si applica indistintamente anche a piccole e micro-imprese, caricandole degli stessi obblighi di controllo, certificazione, registrazione e pagamento delle imposte come qualsiasi altra azienda. In concreto, una piccola boutique che vende abiti online in scatole e buste protettive non è automaticamente esonerata dalla PPWR. Dovrà comunque sapere quali imballaggi immette sul mercato, ridurre packaging e spazi vuoti non necessari, raccogliere dai fornitori le informazioni sui materiali, verificare gli obblighi EPR e CONAI in Italia, adeguarsi alle regole di etichettatura, conservare la documentazione richiesta e registrarsi (e pagare) sui vari siti a seconda del paese in cui spedisce la merce (al momento non è previsto un sito unificato ma ogni stato membro dell’UE ha il proprio). L’unica esenzione per una microimpresa che immette non più di 1.000 kg di imballaggi in uno Stato membro, è quella dai relativi obiettivi obbligatori di riutilizzo (sempre se ricorrono tutte le condizioni previste). Mentre da un lato è sensato che tutti facciano la loro parte per ridurre e riciclare gli imballaggi, prendendosi la propria responsabilità, dall’altro i legislatori europei non riescono ancora a percepire la differenza strutturale ed i limiti operativi delle imprese più piccole, caricandole di burocrazia e costi alla pari delle multinazionali. Spesso costringendole a ridimensionare ulteriormente il proprio business (o, nella peggiore delle ipotesi, a chiudere). Per questo è già attiva una petizione per chiedere la revisione della norma che agevoli concretamente le micro-imprese. The post Legge sugli imballaggi nella moda: quando la sostenibilità è (troppo) uguale per tutti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE