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Oltre gli agricoltori, oltre il giusto prezzo
QUANDO ANCHE IL PRINCIPALE ATTORE DEL BIOLOGICO ITALIANO RILANCIA IL TEMA DEL GIUSTO PREZZO, LA QUESTIONE NON È PIÙ SOLO QUANTO PAGHIAMO IL CIBO, MA CHI DECIDE IL SUO VALORE E CHI VIENE RICONOSCIUTO COME ATTORE DELLA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA. UN’ANALISI CRITICA DEL GIUSTO PREZZO, DEL CAPITALISMO VERDE E DEL RUOLO POLITICO DEL LAVORO NEI SISTEMI AGRICOLI E ALIMENTARI Introduzione Ho fatto la spesa da NaturaSì per l’Epifania. Lo ammetto: sono una persona piena di contraddizioni. Da anni mi batto per un’altra agricoltura, per il diritto dei produttori e dei lavoratori agricoli a un reddito dignitoso. Eppure, sempre più spesso, faccio la spesa al supermercato. A volte anche da NaturaSì. Non spesso, però, perché i prezzi sono più alti di quelli dei supermercati “ordinari”. Anche se, di norma, a quel prezzo corrisponde anche una qualità diversa dei prodotti. All’uscita del negozio, com’è mia abitudine fare, ho preso una copia del magazine di NaturaSì. Solo settimane dopo, però, ho trovato il tempo di aprirlo per leggerlo. Quando l’ho fatto ho scoperto che NaturaSì ha deciso di aprire l’anno rilanciando il suo impegno per il “giusto prezzo”. A pagina 6 del primo numero del nuovo anno del magazine, infatti, ho trovato un articolo dal titolo eloquente: «L’agricoltore è custode del Pianeta: qual è il giusto prezzo da riconoscere per il suo lavoro?» L’articolo[1] — non firmato, e presumibilmente a cura della redazione — è un’intervista al Responsabile Sostenibilità di EcorNaturaSì, pubblicata in occasione dei quarant’anni dalla nascita di NaturaSì. La mia prima reazione è stata immediata: «Questo è un fatto che ci deve interrogare tutte e tutti». Non è certo la prima volta che il tema del giusto prezzo entra nel dibattito pubblico. Da anni rappresenta un nodo centrale nelle pratiche dell’economia solidale e delle filiere alternative. Il fatto nuovo è che una grande catena del biologico scelga oggi di farne un terreno di intervento esplicito. Che cosa significa? Che cosa ci dice — a noi, ai movimenti, alle consumatrici, alle produttrici — e più in generale a chi lavora e vive dentro questi sistemi – questo fatto? La questione del giusto prezzo è una questione fondamentale La questione del giusto prezzo è una questione fondamentale. Nei circuiti agroalimentari alternativi e nelle reti di economia solidale rappresenta da anni uno dei nodi centrali del dibattito e della pratica quotidiana. Nel mio piccolo, è almeno da una decina d’anni che cerco di interrogarmi su questo tema — e di tradurlo in scelte concrete. Per diversi anni ho fatto parte di SOS Rosarno, un’esperienza che ha posto la battaglia per il giusto prezzo al centro della propria azione, rivendicando l’introduzione di norme che impongano la pubblicazione del prezzo sorgente (cioè il prezzo realmente pagato all’agricoltore) accanto al prezzo di vendita dei prodotti. Allo stesso tempo, come molte altre attiviste delle reti di economia solidale, tanto in SOS Rosarno quanto in altre esperienze di costruzione di circuiti agroecologici solidali nel territorio della Città Metropolitana di Napoli e della Campania, ho partecipato a percorsi collettivi di costruzione di prezzi trasparenti, provando a ricostruire i costi di produzione, trasformazione e distribuzione del cibo per applicare ai prodotti distribuiti nei circuiti in costruzione un prezzo giusto per le persone e l’ambiente. Negli ultimi anni, le campagne per un giusto prezzo del cibo e dei prodotti alimentari si sono intensificate, promosse da coalizioni di associazioni della società civile, sindacati e attiviste per la giustizia sociale. Nel campo dei movimenti, l’ultimo esempio di una campagna per il giusto prezzo del cibo è rappresentato da Ultima Generazione – una campagna che ha contribuito a rilanciare il dibattito sul tema anche tra le nuove generazione di attiviste per la giustizia climatica[2]. Il senso politico delle campagne per il giusto prezzo Le battaglie sul giusto prezzo puntano a denunciare le cause strutturali della crisi delle piccole agricoltrici e — in alcune declinazioni — dello sfruttamento e della crisi di riproduzione sociale delle lavoratrici agricole. Al centro di queste campagne sono situate le disuguaglianze politiche ed economiche che attraversano le filiere agroalimentari e, in particolare, le responsabilità dei supermercati e delle aziende dominanti che si appropriano di una parte sproporzionata del valore prodotto lungo la filiera. Nelle versioni più recenti, come ad esempio in quella promossa da Ultima Generazione, questa denuncia politica si è arricchita di una sensibilità ecologica più pronunciata: la garanzia di un prezzo giusto viene indicata come condizione affinché le agricoltrici possano intraprendere una reale transizione agroecologica. Perché il caso NaturaSì non è neutro Chi conosce questa storia potrebbe pensare: «Siamo contenti che NaturaSì abbia finalmente abbracciato questa battaglia. È quello che diciamo da anni. A noi questo cosa cambia?». Io non la penso così. Anzi: il fatto che sia proprio NaturaSì a rilanciare oggi una campagna sul giusto prezzo non è affatto irrilevante. Solleva interrogativi politici importanti non solo per ciò che viene detto, ma per chi lo dice, da quale posizione e con quali effetti potenziali. Chi è NaturaSì NaturaSì non è semplicemente un marchio del biologico. È oggi il principale attore italiano della distribuzione specializzata in prodotti biologici e biodinamici. Secondo i dati riportati nella Relazione d’Impatto 2024 del gruppo EcorNaturaSì[3], l’insegna conta 330 supermercati, un fatturato superiore ai 413 milioni di euro e una rete di oltre 250 aziende agricole coinvolte stabilmente nelle proprie filiere. NaturaSì concentra, inoltre, circa il 20% del mercato italiano del biologico nel canale specializzato, configurandosi come l’attore dominante di questo segmento. Ma NaturaSì non è solo grande: è anche un’impresa orientata alla crescita e alla redditività. Opera dunque secondo logiche pienamente capitalistiche: compete sul mercato, governa filiere, definisce standard produttivi e contribuisce in modo significativo alla formazione dei prezzi nel settore del biologico. È qui che il punto diventa politico: NaturaSì rappresenta una forma avanzata di capitalismo verde, capace di integrare istanze ecologiche e sociali dentro una strategia d’impresa orientata al valore. L’evoluzione della campagna sul giusto prezzo: l’elemento nuovo dell’ecosistema Il giusto prezzo attraversa da anni la narrazione e le pratiche di NaturaSì, come tentativo di distinguersi dalla grande distribuzione convenzionale e di costruire relazioni stabili con i produttori agricoli. Nel tempo, questo impegno si è articolato attorno a due elementi: trasparenza nella formazione del prezzo e riconoscimento di un prezzo in grado di coprire i costi e remunerare il lavoro agricolo. La novità che emerge oggi è l’allargamento esplicito alla dimensione ecologica. NaturaSì introduce con maggiore chiarezza il tema dei servizi ecosistemici, sostenendo che il prezzo del cibo dovrebbe includere anche il valore delle pratiche agricole che contribuiscono alla tutela della biodiversità, alla fertilità dei suoli, allo stoccaggio del carbonio e, più in generale, al mantenimento degli equilibri ecologici. Questo passaggio si colloca in linea con l’evoluzione delle politiche europee, e in particolare con la Nature Restoration Law, ovvero il Nuovo Regolamento Europeo per il ripristino della natura[4]. Ma segna anche un salto politico: il giusto prezzo non è più solo redistribuzione di valore economico lungo la filiera; diventa meccanismo per tradurre in prezzo di mercato costi e benefici ambientali finora esternalizzati. Da un punto di vista del linguaggio e del discorso politico, inoltre, c’è un elemento che cattura l’attenzione. In questa prospettiva, infatti, l’agricoltore viene descritto come “Custode del Pianeta” – e il giusto prezzo come lo strumento per remunerare questo ruolo. E’ un elemento che non mi sembra irrilevante e che ha effetti a tratti stranianti. A leggere il titolo di sfuggita si potrebbe pensare che l’articolo sia un’intervista a un’esponente del movimento contadino transnazionale La Via Campesina, piuttosto che al Responsabile Sostenibilità di un supermercato. Capitalismo verde: minoritario ma strategico Non è la prima volta che il linguaggio dei movimenti contadini e per la sovranità (e/o l’autodeterminazione) alimentare viene appropriato da imprese produttive o commerciali o da politici decisamente estranei a questi movimenti. Già nel 2005 la sociologa canadese Harriet Friedmann, con la sua brillante capacità di analisi, sostenne che il sistema alimentare mondiale vive una fase di ristrutturazione all’interno di una transizione verso nuove forme di capitalismo verde[5]. Più di recente, Harriet Friedmann ha descritto con parole tanto poetiche quanto efficaci come la spinta propulsiva di questa transizione risiede in “una danza di creatività e appropriazione tra iniziative sociali e capitali agroalimentari”[6]. L’articolo pubblicato sulla rivista di NaturaSì mi ha fatto pensare per l’ennesima volta a quanto sia stata lungimirante la sua analisi e quanto appropriate siano le sue parole. Nel panorama italiano, NaturaSì è una delle punte più avanzate di forme di capitalismo verde che sono in espansione, in un contesto in cui numerose aziende agricole e del sistema alimentare non si fermano a semplici operazioni di greenwashing ma intraprendono traiettorie diverse – e a volte anche molto differenti – di greening delle proprie attività. Al tempo stesso è bene rilevare che NaturaSì è solo uno dei volti di questo capitalismo verde che cresce oggi in agricoltura, ma che resta ancora minoritario tanto rispetto ai modelli dominanti. Anche nel campo più ampio di ciò che può essere definito – o amerebbe essere definito – capitalismo verde, la policy presentata da NaturaSì sul giusto prezzo non è moneta comune. Insomma, la filiera di NaturaSì può coinvolgere un numero di agricoltrici e produttrici decisamente superiore a quella di una delle reti agroalimentari alternative che tante di noi animano, promuovono e costruiscono. Le sue pratiche, quindi, possono probabilmente avere un impatto maggiore di quelle che riesce ad avere una filiera corta autogestita, almeno in termini numerici e di outreach. Tuttavia, il numero di produttrici, la quantità di prodotto distribuita e il numero di consumatrici raggiunte resta una piccola frazione del totale di ognuna di queste categorie nel panorama italiano. Ad ogni buon conto, esplicitato questo caveat, proprio per questo suo specifico posizionamento, mi sembra essere rilevante che NaturaSì si faccia promotrice di una campagna sul giusto prezzo. Perché, per NaturaSì, questa battaglia è anche un’arma di posizionamento, distinzione e legittimità dentro il mercato. E’ una mossa strategica che ci può dare indicazione di una direzione verso cui si orienta il cambiamento in atto. Un passo che porta avanti e oltre la danza di cui parla Harriet Friedmann. E proprio per questo, se un attore di questa portata apre l’anno chiedendo quale sia il giusto prezzo da riconoscere all’agricoltore “custode del Pianeta”, non possiamo rimanere in silenzio. È necessario entrare nel merito. Tre questioni aperte (e politicamente decisive) 1) Il giusto prezzo come processo politico e democratico Chiedersi quale sia il “giusto prezzo” non significa semplicemente interrogarsi su una cifra. Significa aprire un campo di confronto, negoziazione e possibile conflitto. La costruzione del giusto prezzo è un processo politico: dipende da chi partecipa, da quali interessi vengono rappresentati, da quali voci vengono ascoltate e da quali restano escluse. Chi ha partecipato alla costruzione di reti e filiere agroecologiche solidali lo sa bene: la definizione di un prezzo trasparente può essere un esercizio di cittadinanza e democrazia, un processo che rende visibili costi, asimmetrie e scelte, e che può generare nuove relazioni. È a partire da qui che il caso NaturaSì smette di essere solo un esempio e diventa una questione politica. Non dobbiamo solo “chiederci” come NaturaSì calcola ed elabora il giusto prezzo: dobbiamo chiederlo a NaturaSì, e farlo apertamente, ingaggiando un dialogo pubblico. In concreto: attraverso quali processi prende forma il prezzo, con quali meccanismi di governance e di partecipazione, quali soggetti vengono inclusi e quali no. Sono processi che riequilibrano almeno in parte le relazioni di potere all’interno delle filiere e le rendono più democratiche? Non sono domande inquisitorie, ma domande esplorative. Che cosa possono dirci le pratiche di NaturaSì sulla possibilità di estendere questi meccanismi ad altre filiere e ad altri territori? Cosa possiamo imparare — anche criticamente — da un’esperienza che tenta di rendere trasparente la formazione del prezzo su scala industriale? E qui si apre un ulteriore punto. Una riflessione franca sulla composizione del prezzo, infatti, potrebbe portarci a una domanda ancora più radicale: alla luce della quota di valore che viene oggi accaparrata dalle catene di distribuzione, i supermercati — così come esistono oggi, nelle diverse forme organizzative che si danno — sono davvero la forma più economica, o addirittura la forma più ecologica, di organizzazione della distribuzione del cibo? È una domanda che tende a rimanere fuori dal dibattito pubblico. A dire il vero, più che un dibattito, esistono spesso due campi polarizzati che danno per scontato due posizioni alternative: o che i supermercati vadano esclusi tout court da una visione di sistema alimentare giusto e sostenibile; oppure che la grande distribuzione sia l’infrastruttura inevitabile della modernità alimentare. Ma una discussione seria sul giusto prezzo può — e forse deve — aprire una discussione non ideologica anche su questo. Nell’intervista emerge, però, una tendenza a confinare la partecipazione alla transizione ecologica nel ruolo di consumatrici di cibo biologico o biodinamico venduto al prezzo giusto. Come ci ricorda Fabio Ciconte, il cibo è politica[7]. Rivendicare il giusto prezzo significa esercitare cittadinanza attiva. L’esercizio della cittadinanza attiva trova, e deve trovare espressione nella costruzione di spazi di autogoverno e circuiti e filiere autogestite. Tuttavia, non può limitarsi esclusivamente a questo. La questione, allora, è anche il ruolo che le istituzioni possono e devono avere nella trasformazione dei sistemi agricoli e alimentari: su ciò che l’intervento e le politiche pubbliche possono fare per promuovere soluzioni innovative o sostenerne l’espansione, senza che movimento e contro-movimento si muovano esclusivamente nella sfera del privato. Ingaggiare un dibattito pubblico con NaturaSì su questi temi mi sembra una prospettiva interessante per provare a muovere in questa direzione. 2) “Giusto prezzo”, ma giusto per chi? Nell’intervista e nella narrazione proposta da NaturaSì, il soggetto chiamato in causa è l’agricoltore — talvolta il contadino — elevato a Custode del Pianeta. Una figura declinata al maschile e presentata come omogenea, quasi astratta. Ma questa apparente semplicità nasconde differenze e disuguaglianze che non possono essere ignorate, soprattutto se si parla di giusta remunerazione del lavoro. Chi sono oggi gli agricoltori e le agricoltrici che si celano dietro questa etichetta e di cui parliamo? Cosa producono? In quali contesti agroecologici e territoriali? Con quali tecniche? Con quale accesso a risorse fondamentali? Come organizzano il lavoro? E quali relazioni ecologiche e sociali (ri)producono? Affrontare il tema del giusto prezzo non può prescindere da un’osservazione basilare: i costi di produzione variano enormemente da contesto a contesto, da azienda ad azienda, a seconda delle variabili a cui fanno riferimento le domande appena formulate – e molte altre. E la risposta alla domanda sulla giusta remunerazione non può emergere senza affrontare anche il modo in cui il lavoro produttivo si intreccia con quello riproduttivo, le relazioni di genere e le condizioni materiali di vita nelle aree rurali. Alla luce di questo, serve resistere alla tendenza ad usare etichette omogeneizzanti e declinare al plurale il soggetto prima ancora di iniziare qualsiasi percorso di discussione intorno al giusto prezzo. Ed è urgente declinarlo anche al femminile – a scanso di equivoci, giusto per essere sicure di non invisibilizzare le donne che lavorano in agricoltura e il lavoro di cura e la sfera della riproduzione sociale, a cui pure alludiamo quando parliamo della custodia del Pianeta. C’è poi una seconda invisibilizzazione, forse ancora più problematica. NaturaSì ha presentato la sua policy sul giusto prezzo illustrando come essa possa essere anche uno strumento per contrastare lo sfruttamento dei braccianti agricoli[8]. Oggi, nella torsione ecologista del discorso, il focus si sposta sull’agricoltore e gli altri soggetti che rendono possibile la produzione del cibo scompaiono. Eppure, esistono, e sono centrali. Sono le lavoratrici e i lavoratori agricoli, componente strutturale dell’agricoltura contemporanea: lavoro salariato, spesso precario, sfruttato – talvolta gravemente, quasi sempre poco riconosciuto. Se il prezzo deve essere giusto, può esserlo solo per l’agricoltore e non per chi lavora nei campi? E per chi lavora nella trasformazione, nella logistica, nel trasporto, nella distribuzione? L’agricoltura contemporanea è un sistema complesso, segnato da forti asimmetrie di potere, spesso articolate lungo linee di classe, “razza”, genere e generazione, e da una crescente dipendenza dal lavoro salariato. Non basta democratizzare le filiere: è necessario interrogare anche le relazioni di potere dentro le aziende agricole e le unità produttive. E soprattutto è necessario farlo con l’obiettivo di trasformarle e democratizzarle. E se oggi una sensibilità ecologica riscopre finalmente il ruolo cruciale del lavoro agricolo nella rigenerazione della vita e degli ecosistemi, allora serve fare un passo oltre: non sono solo gli agricoltori i custodi del Pianeta. Lo sono anche le lavoratrici e i lavoratori dell’agricoltura e delle filiere agroalimentari. Riconoscere le lavoratrici e i lavoratori agricoli come agenti della trasformazione (agro-)ecologica non è solo un vezzo stilistico o una nota a margine; è un punto politico sostanziale. Significa interrogarsi su quanto le pratiche promosse dai movimenti per il cibo e le alternative sviluppate siano veramente accessibili e percorribili dalle lavoratrici agricole e, al contempo, chiedersi se nelle forme quotidiane di agency delle lavoratrici agricole risiedano semi di altre vie “operaie” (o working class, se si preferisce)all’agroecologia. Serve inserire nelle nostre discussioni una consapevolezza più esplicita: una giusta transizione agroecologica non si farà senza le lavoratrici e i lavoratori agricoli. Un discorso che gira esclusivamente intorno al topos centrale al populismo agrario del “contadino” come custode del suolo – o del Pianeta – non mi sembra aiutare molto in tal senso, così come non mi sembra facilitare una lettura franca delle differenze enormi che esistono tra agricoltrici e agricoltrici, e dei diversi interessi di cui ognuna di esse è portatrice. Soprattutto oggi, quando quel linguaggio viene appropriato anche da supermercati come NaturaSì o da esponenti politici della destra di governo, il problema non è più solo usarlo: è decidere a chi serve, e contro chi viene usato. 3) Dal giusto prezzo al giusto salario Se il prezzo del cibo deve garantire una giusta remunerazione del lavoro agricolo, chi garantisce la giusta remunerazione del lavoro di chi quel cibo lo acquista? Negli ultimi anni, le analisi sul cheap food regime — il cibo a buon mercato — hanno mostrato come il contenimento del costo del cibo sia stato parte del contenimento del costo del lavoro e della riproduzione del sistema economico[9]. Oggi viviamo una lunga erosione dei salari reali, precarizzazione e aumento del costo della vita. In questo contesto diventa sempre più evidente che la questione del giusto prezzo non può essere separata da quella del giusto salario. Senza salari dignitosi e condizioni di vita giuste, l’accesso al cibo “giusto” rischia di restare esclusivamente un privilegio per poche – e sempre meno. I circuiti agroalimentari alternativi e le filiere agroalimentari autogestite che abbiamo costruito incontrano limiti di crescita. E questo accade anche — e soprattutto — per una ragione materiale: lo scarso potere di acquisto di ampie fasce della popolazione che appartengono alla classe lavoratrice. L’investimento di NaturaSì in pratiche ispirate al principio del giusto prezzo, da solo, non sposta il quadro complessivo, dati i costi reali che hanno i prodotti alimentari quando questi principi sono applicati[10]. Il basso costo dei prodotti alimentari, invece, è uno degli elementi principali su cui fanno leva molte imprese dei circuiti standard della grande distribuzione. Eppure, quasi in modo ironico, il discorso promosso da NaturaSì interpella soprattutto il nostro ruolo di consumatrici. Ma noi siamo prima di tutto lavoratrici e lavoratori, spesso a basso reddito. La possibilità di partecipare alla transizione agroecologica dipende dalle condizioni materiali della nostra esistenza: tempo, risorse, sicurezza (o insicurezza) del lavoro. Una transizione che non metta al centro il lavoro — tutto il lavoro — rischia di restare socialmente fragile. E, in ultima analisi, di fallire. La giusta remunerazione riguarda reddito, ma anche orari, sicurezza, stabilità, diritti, possibilità di organizzazione e partecipazione. Per essere chiari: il giusto salario di cui parlo va inteso come cifra anche di un equilibrio più giusto tra lavoro e vita, tra tempo del lavoro produttivo e tempo della riproduzione. E’ quest’ultimo il tempo che oggi spesso manca a molte e molti di noi. Ed è proprio la sua mancanza che limita la possibilità di un diverso coinvolgimento nelle filiere corte e alternative, o nelle pratiche agroecologiche più diffuse nei movimenti del cibo. In questo campo, più che in altri, non si può evitare la questione del pubblico: il ruolo dello Stato e delle politiche sui salari, sul welfare e sui servizi. Come per i punti precedenti, anche qui c’è un elemento che riguarda il livello del discorso politico – il nostro discorso politico. Non basta riconoscere agency (agro-)ecologica soltanto alle lavoratrici agricole. Allo stesso modo, c’è da riconoscere tutte le lavoratrici e i lavoratori come agenti della transizione agroecologica. Serve interrogarsi su quanto le pratiche quotidiane dei segmenti più a basso reddito della classe lavoratrice possano prefigurare altre vie ad una trasformazione agroecologica – strade che non abbiamo riconosciuto come tali perché abbiamo fino ad oggi operato con una visione troppo stretta di cosa sia o possa essere l’agroecologia. La questione politica ineludibile è che non ci sarà una giusta transizione agroecologica senza le lavoratrici e i lavoratori. Se non affrontiamo questo nodo, la transizione agroecologica rischia di essere costruita sulle spalle di chi non ha le condizioni materiali per sostenerla. Conclusioni NaturaSì rilancia la campagna per il giusto prezzo e pone una domanda importante. Ma il percorso fatto fin qui mostra che la battaglia per il giusto prezzo non è automaticamente anticapitalista: può essere compatibile con un capitalismo verde capace di integrare istanze ecologiche e sociali dentro strategie di mercato. Questo non significa in alcun modo che dobbiamo abbandonare quella battaglia. Significa riconoscere che, se vogliamo che sia davvero trasformativa, dobbiamo rilanciarla su terreni più esigenti: democrazia economica, ruolo pubblico, redistribuzione del potere e riconoscimento dei soggetti reali che rendono possibile il cibo. Ed è qui che si colloca il punto politicamente più rilevante: la transizione agroecologica non può limitarsi a celebrare l’agricoltore come custode del Pianeta. Deve riconoscere pienamente il ruolo del lavoro agricolo — e del lavoro lungo le filiere — come attore (agro-)ecologico, capace di incidere sui processi di riproduzione della vita e sugli equilibri ecosistemici. Riconoscere questo ruolo significa riconoscere l’agency di lavoratrici e lavoratori: capacità di agire, scegliere, resistere, trasformare pratiche produttive e relazioni sociali ed ecologiche. Ma non esiste agency senza condizioni materiali: salario, diritti, sicurezza, tempo, potere nei luoghi di lavoro. Solo a queste condizioni la questione del giusto prezzo potrà diventare parte di una trasformazione profonda dei sistemi agricoli e alimentari, e non una correzione etica dell’esistente. È su questo terreno — quello del lavoro come soggetto ecologico e politico — che si giocherà una parte decisiva della possibilità di costruire sistemi agricoli e alimentari davvero giusti. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Nel corso della redazione di questo articolo ho scoperto che l’intervista è stata anche pubblicata online ed è accessibile qui: https://www.naturasi.it/notizie/lagricoltore-e-custode-del-pianeta-qual-e-il-giusto-prezzo-da-riconoscere-per-il-suo-lavoro?srsltid=AfmBOop-I1q-1npoJJmYJEpsjJkmRLH9jzSj14qbAKXU2prM7zEFCiez [2] Per la campagna di Ultima Generazione, si veda: https://ultima-generazione.com/il-giusto-prezzo/ [3] La Relazione d’Impatto 2024 di EcorNaturaSì è disponibile sul sito internet della società, al seguente link: https://www.naturasi.it/relazione-dimpatto?srsltid=AfmBOorj4QFbopCNFuZnPOUUSKmb3Dz7Ctmx6BTSxOrik5aLFXSKzVUF [4] Nell’intervista il Responsabile Sostenibilità di EcorNaturaSì che spiega: “Su questo fronte si sta muovendo anche l’Europa, in particolare con il Nuovo Regolamento Europeo per il ripristino della natura (Nature Restoration Law – NRL), obbligatorio per tutti gli Stati membri, che devono presentare entro il 2026 i Piani Nazionali di Ripristino. L’obiettivo è ripristinare almeno il 30% delle aree degradate entro il 2030 e il 90% entro il 2050, anche tramite pratiche di ripristino degli ecosistemi agricoli, come lo stock di carbonio organico nel suolo e la biodiversità.” E’ anche interessante notare come NaturaSì si spinga oltre con l’esplicitazione di un posizionamento decisamente meno comune nel campo dell’economia politica agroalimentare: “In Italia, a oggi, esistono fonti di finanziamento attive o in fase di programmazione per sostenere l’attuazione della legge. Poiché i servizi ecosistemici sono beni comuni, il nostro auspicio è che Europa e Italia ripensino i sussidi agricoli ecologici, riconoscendo e finanziando in particolar modo gli agricoltori che forniscono benefici ambientali.” [5] Il saggio a cui faccio riferimento è: Friedmann, H. (2005) “From Colonialism to Green Capitalism: Social Movements and the Emergence of Food Regimes”, New Directions in the Sociology of Global Development, Research in Rural Sociology and Development, Volume 11, 229–267 https://www.emerald.com/books/edited-volume/15790/chapter-abstract/87437171/From-Colonialism-to-Green-Capitalism-Social [6] L’espressione è usata nell’articolo: Friedmann, H. (2016) “Commentary: Food regime analysis and agrarian questions: widening the conversation”, Journal of Peasant Studies, Volume 46, Issue 3, 671-692 https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/03066150.2016.1146254 [7] Qui faccio riferimento al titolo dell’ultimo libro di Fabio Ciconte che propone una discussione più estesa di alcuni dei temi che tratto qui in modo estremamente conciso e ha alimentato enormemente la mia riflessione su aspetti importanti di quanto tratto in questo articolo. Il libro citato è: Ciconte, F. 2025 Il cibo è politica. Torino: Giulio Enaudi Editore. [8] Si veda ad esempio la pagina “Giusto prezzo” sul sito di NaturaSì: https://www.naturasi.it/impegno/giusto-prezzo?srsltid=AfmBOoo96pvnYPP3S-Rm8AxarVuc-G3TrHu4YrS9B4xartcsmbpZtuQ_ [9] L’articolo che mi sembra più illuminante in questo filone – oltre ad essere quello che ha dato il via alle analisi sul tema – è: Araghi, F. (2003) “Food regime and the production of value: some methodological issue”, Journal of Peasant Studies, Volume 30, Issue 2, 41-70. [10] Nonostante le iniziative promosse da NaturaSì per creare linee di prodotto maggiormente accessibili che, comunque, per onestà intelletuale, vanno menzionate. L'articolo Oltre gli agricoltori, oltre il giusto prezzo proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info
Uno scudo all’impunità made in Italy
SOCIETÀ CIVILE E SINDACATI LANCIANO UN APPELLO URGENTE AL PARLAMENTO: “LO SCUDO PENALE NEL DDL PMI LEGALIZZA LO SFRUTTAMENTO NELLA MODA» Non è una passerella né un evento glamour quello che ha riportato in prima pagina nomi come Armani, Loro Piana, Valentino e Tod’s. È l’ennesima inchiesta della Procura di Milano ad aver svelato l’altra faccia del lusso italiano: laboratori nascosti, turni massacranti, salari da fame, condizioni degradanti. Dietro l’etichetta del “Made in Italy” si nasconde un sistema di sfruttamento strutturale che coinvolge l’intera catena del valore. Proprio mentre la magistratura indaga sulle responsabilità delle grandi case di moda, il Parlamento si appresta a votare una legge che rischia di fare il passo opposto: il Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese (DDL PMI), già approvato al Senato, introduce una certificazione volontaria di conformità della filiera che, dietro la facciata della trasparenza, contiene un pericoloso scudo penale per le aziende capofila, anche in caso di sfruttamento o caporalato nella subfornitura. «Questa proposta non tutela il Made in Italy, ma lo tradisce», denunciano le organizzazioni promotrici dell’appello “No al caporalato Made in Italy”, lanciando oggi – martedì 11 novembre 2025 – un appello urgente al Parlamento: «Non votate un testo che legalizza l’impunità dello sfruttamento.  Il vero Made in Italy non nasce dallo sfruttamento, ma dal lavoro dignitoso.  È tempo che la politica stia dalla parte di chi lavora, non di chi chiude gli occhi». UNO SCUDO ALL’IMPUNITÀ Il DDL PMI, presentato come strumento di trasparenza, prevede una certificazione unica di conformità estesa a tutta la filiera. Ma si tratta di una misura volontaria, priva di obblighi reali di controllo o di miglioramento delle condizioni di lavoro. «Qualsiasi misura volontaria, che non sposti l’onere di controllo e prevenzione in capo ai committenti stessi (due diligence), è destinata ad avere impatti molto limitati», spiega Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, rete internazionale di oltre 220 organizzazioni. «Finché non verrà introdotto un obbligo vincolante di trasparenza e responsabilità, le stesse logiche di sfruttamento continueranno a prosperare». Le indagini milanesi hanno mostrato come le case madri non possano dirsi estranee alle violazioni dei propri fornitori. Tuttavia, invece di rafforzare le responsabilità, il DDL propone una sorta di bollino volontario che rischia di trasformarsi in un paravento per comportamenti irresponsabili e in un ulteriore onere burocratico per i subfornitori più deboli. L’APPELLO: “CAMBIARE MODELLO, NON BLINDARLO” Nel testo dell’appello, le organizzazioni firmatarie sottolineano con forza che: «Con il DDL PMI, il governo pensa di poter eliminare lo sfruttamento nel settore moda semplicemente inserendo una nuova certificazione estesa a tutta la filiera.  Ma lo sfruttamento è strutturale, e l’ennesima certificazione rischia di essere controproducente perché opera come un velo dietro al quale si possono continuare a nascondere violazioni e illegalità. Ancora più grave è lo scudo penale per caporalato previsto nel testo licenziato al Senato: una norma che a parole tutela il Made in Italy, ma nei fatti protegge un sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori in condizione di maggiore vulnerabilità. Questa norma consegna alle imprese capofila una licenza a sfruttare e porta nell’oscurità anni di lotte e istanze sindacali». Le organizzazioni promotrici — tra cui sindacati, reti della società civile e campagne per la moda etica — contestano apertamente la norma e chiedono che il Parlamento elimi lo scudo penale e avvii finalmente una vera riforma industriale del settore, basata su due diligence obbligatoria, tracciabilità delle filiere, ispezioni pubbliche rafforzate e tutela effettiva dei diritti delle persone che producono la “moda italiana”. UN’ALTRA MODA È POSSIBILE «Ciò di cui il settore moda in Italia ha bisogno – si legge ancora nell’appello – sono serie politiche industriali e del lavoro per rilanciare un tessuto produttivo sano, basato su innovazione, transizione ecologica e pieno godimento dei diritti nelle fabbriche». Per chi lavora da decenni nella difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del tessile, questo passaggio politico è cruciale: decidere se il “Made in Italy” sarà sinonimo di dignità o di sfruttamento. L’appello “No al caporalato Made in Italy” si può leggere qui [LINK]. L'articolo Uno scudo all’impunità made in Italy proviene da Comune-info.
November 12, 2025
Comune-info
La via delle scelte disarmanti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Mondeggi Bene Comune -------------------------------------------------------------------------------- Come ogni brava sentinella addetta a segnalare il pericolo, da cinquantaquattro anni l’istituto statunitense Global Footprint Network vigila per avvertirci quando oltrepassiamo il limite di sicurezza imposto dalla capacità biologica del pianeta. Quest’anno il nostro ingresso in zona insicura è scattato il 24 luglio, un record mai raggiunto prima. Più precisamente il 24 luglio segna la data in cui l’umanità ha esaurito tutto ciò che il sistema naturale è stato capace di fornire per il 2025 attraverso il meccanismo della rigenerazione biologica: nuovi raccolti agricoli, nuove piante da taglio, nuovi animali per alimentarci, nuovo sistema fogliare per sbarazzarci dell’anidride carbonica. Il Global Footprint Network chiama questo giorno “overshootday”, in inglese “giorno del sorpasso”, ad indicare la data in cui nostra voracità supera la capacità di rigenerazione della natura. E se ci pare che il problema non esista è perché finiamo l’anno a spese del capitale naturale, un po’ come quella famiglia che avendo finito la legna da ardere, continua a scaldarsi gettando nel cammino suppellettili o addirittura travicelli del tetto. Lì per lì sembra che tutto tenga, ma se l’operazione si ripete ogni anno, finisce che quella famiglia si ritrova senza legna e senza casa. L’umanità corre lo stesso rischio, precisando che la responsabilità dello squilibro non ricade su tutti nella stessa misura. Qualcuno, addirittura, non ha colpa alcuna. Il Global Footprint Network ci ricorda che per rimanere in equilibrio con la capacità rigenerativa del pianeta ognuno di noi dovrebbe avere un’impronta ecologica non superiore a 1,6. In altre parole dovremmo mantenere i nostri consumi annuali di cibo, legname, prodotti energetici, entro livelli compatibili con 1,6 ettari di terra fertile. In realtà gli abitanti del Lussemburgo hanno consumi che richiedono la disponibilità pro capite di 12,8 ettari, gli statunitensi di 7,9, gli italiani di 4,5 ettari. Solo tre paesi (Sudan, Senegal, Sud Sudan), per un totale di appena 80 milioni di abitanti, sono in linea con l’impronta sostenibile di 1,6. Ma poi ce ne sono altre decine con un’impronta inferiore. Schematicamente potremmo dividere l’umanità in tre gruppi: un terzo con un’impronta di molto superiore a quella sostenibile, un terzo di poco superiore, un terzo al di sotto. Il terzo con un’impronta di molto superiore è quella che conserva la responsabilità maggiore dello squilibrio planetario e quindi deve tagliare di più i propri consumi. La riduzione dei consumi richiama tre livelli: quello d’impresa, di famiglie e di collettività. A livello d’impresa la grande sfida è cambiare filosofia. Più che in termini di denaro, le imprese devono ragionare in termini di risorse, quelle concrete: minerali, acqua, energia, rifiuti. Oggi il loro obiettivo è spendere meno soldi possibile. Domani dovranno chiedersi come fare per ottenere prodotti col minor impiego di risorse e la minor produzione di rifiuti possibile. I loro bilanci non dovranno essere solo economici, ma soprattutto idrici, energetici, ambientali. Più che di ragionieri dovranno dotarsi di esperti che sappiano calcolare i consumi di risorse, le emissioni di veleni, non solo durante la fase produttiva di loro diretta pertinenza, ma durante l’intero arco di vita del prodotto. L’ufficio per l’eco-efficienza dovrà essere il comparto più sviluppato di ogni singola azienda, sapendo che le strategie della sostenibilità produttiva passano per quattro vie: il risparmio come capacità di ridurre al minimo la quantità di energia e di materiale impiegato; la rinnovabilità come capacità di ottenere energia e materie prime da fonti rinnovabili; il recupero come capacità di sfruttare al meglio ogni unità di energia, di acqua, di materiale, attraverso operazioni di sinergia e riciclo; il locale come capacità di privilegiare approvvigionamento, scambi e vendita a livello territoriale. Come famiglie, la sfida è cambiare stili di vita cominciando ad eliminare l’inutile e il superfluo. Nei nostri armadi accumuliamo troppi vestiti e ne diamo troppi allo straccivendolo. Sprechiamo l’acqua e usiamo l’automobile anche quando potremmo andare a piedi o in bicicletta. In concreto dobbiamo convertirci alla sobrietà che non significa vita di stenti, ma meno quantità più qualità, meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno recipienti a perdere più prodotti alla spina. Significa anche capacità di diventare “prosumatori”, ossia produttori di ciò che consumiamo, come succede quando dotiamo le nostre case di pannelli solari o produciamo da soli la nostra insalata. Ci sono aspetti del modo di vivere che tutti possono cambiare senza difficoltà, anzi traendone benefici per il portafogli e la salute. Valga come esempio la riduzione del consumo di carne. Ma ci sono cambiamenti a volte impossibili a causa della propria condizione economica o del contesto in cui si vive. I più poveri, ad esempio, difficilmente potranno fare gli investimenti che servono per migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione o convertirsi alle rinnovabili. Allo stesso modo risulterà difficile sbarazzarsi dell’auto se si vive in una periferia sprovvista di servizi e di trasporti pubblici. Per questo è importante chiamare in causa la collettività l’unico soggetto in grado di rimuovere gli ostacoli che impediscono anche ai più deboli di compiere scelte di tipo sostenibile. Una funzione che la collettività può svolgere garantendo ovunque buoni trasporti pubblici, una buona connessione internet, un forte sostegno agli investimenti di transizione energetica, ma soprattutto buoni servizi sanitari, sociali e scolastici. Si è a lungo parlato dell’esigenza di consumo critico e responsabile da parte delle famiglie. Ma ora dobbiamo chiedere anche alla sfera pubblica di adottare criteri di spesa critica e responsabile. Tanto più oggi che si parla insistentemente di aumento delle spese militari. La peggiore delle spese possibili non solo perché finalizzata alla morte, ma perché gravida di conseguenze negative anche da un punto di vista finanziario, sociale, ambientale. Il sistema militare si basa su un uso massiccio di combustibili fossili che lo pongono fra i maggiori produttori di gas a effetto serra. Secondo le organizzazioni Conflict and Environment Observatory (CEOBS) e Scientists for Global Responsibility (SGR), il sistema bellico contribuisce al 5.5% delle emissioni globali, tanto che se fosse una nazione sarebbe al quarto posto della graduatoria mondiale. Senza contare ciò che viene rilasciato durante le guerre. Un gruppo di esperti ha calcolato che durante i primi tre anni di guerra fra Russia e Ucraina sono state prodotte 230 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente di quante ne emettono in un anno Austria, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, messi insieme. L’Unione Europea ha lanciato un piano di riarmo europeo del valore di 800 miliardi di euro, che se venisse applicato farebbe aumentare considerevolmente le emissioni del settore, in aperto contrasto con l’Accordo di Parigi del 2015 e con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. I nostri governanti sostengono che bisogna armarsi per prevenire la possibile morte indotta da potenziali aggressioni. Ma ha senso esporsi a rischi certi per evitare rischi potenziali? O non sarebbe più intelligente seguire la via della pace disarmata e disarmante indicata da papa Leone? -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche ad Avvenire -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ALEX ZANOTELLI: > Disobbedienza civile contro il riarmo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La via delle scelte disarmanti proviene da Comune-info.
July 26, 2025
Comune-info
Equa, l’app per il consumo critico
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- In un mercato globalizzato, in cui le filiere produttive sono sempre più opache e distanti, il rispetto dei diritti delle persone, dell’ambiente e degli animali da parte delle imprese spesso non è garantito. Vengono continuamente scoperti comportamenti ai limiti della legalità, così come vere e proprie strategie di social e greenwashing, messi in atto dalle compagnie al solo scopo di preservare la propria reputazione di fronte a una crescente attenzione pubblica alla sostenibilità. Le etichette ambientali, dai simboli bio alla scala energetica sugli elettrodomestici fino alle svariate certificazioni in circolazione, offrono informazioni preziose, ma spesso parziali e raramente indipendenti. Mancano quasi sempre riferimenti chiari al rispetto dei diritti dei lavoratori, alla trasparenza fiscale, alla sostenibilità della filiera o all’eventuale coinvolgimento in settori controversi. I metodi più completi, come l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment), restano poco diffusi, complessi da realizzare e quasi assenti sulle confezioni. Illudersi che questi attori economici adottino spontaneamente comportamenti più etici, dunque, è irrealistico. Il potere di chi consuma La pressione esercitata dai cittadini consumatori attraverso scelte di acquisto consapevoli può diventare un elemento decisivo per spingere le imprese verso un cambiamento reale. Ed è in questo contesto che si inserisce Equa, la prima app in Italia sul consumo responsabile, pubblicata a luglio 2024 proprio per offrire uno strumento di analisi indipendente e facilmente accessibile che permetta di valutare prodotti e servizi in base ai propri valori, andando oltre la logica del prezzo più basso. Equa è un’app gratuita (con contenuti extra a pagamento) che valuta le aziende secondo tre macro-criteri – rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e del benessere animale – articolati in circa 120 indicatori. Il risultato è un punteggio da 0 a 100, accompagnato da una scheda sintetica, riferimenti alle fonti e informazioni utili per decifrare proprietà e marchi commerciali. Equa è stata ideata e sviluppata dall’associazione non profit Osservatorio sui Diritti Umani ETS. Un motore di ricerca etico Disponibile per Android e iOS (basta cercare “Equa” su Google Play o App Store), l’applicazione si presenta di fatto come un motore di ricerca critico: si inserisce il nome di un’azienda e si ottiene una valutazione complessiva, suddivisa per area tematica, con i principali elementi emersi nell’analisi. Oltre al punteggio complessivo, l’app fornisce l’elenco dei brand collegati alla società, la sua struttura proprietaria e un articolo che ne sintetizza il comportamento in ambito sociale e ambientale. L’utente può consultare gratuitamente tutte le schede inserendo il nome dell’impresa, mentre alcune funzionalità aggiuntive – come la ricerca per categoria di prodotto o l’accesso alle alternative più sostenibili – sono disponibili in abbonamento. Anche per i contenuti premium, comunque, la logica seguita è quella dell’inclusività: si può scegliere tra diversi tagli (da 20 fino a 70 euro all’anno), ma qualunque sia la cifra scelta si avrà accesso a tutti i contenuti a pagamento, così da permettere agli utenti di sostenere il progetto in base alle proprie possibilità. Oltre all’informazione, Equa propone strumenti per l’azione. In pochi click, infatti, è possibile inviare all’azienda analizzata un messaggio precompilato, via social o email, con richieste di miglioramento o, nel caso di comportamenti virtuosi, con un riconoscimento pubblico. Una forma di pressione diffusa, utile per stimolare cambiamenti e costruire alleanze tra consumatori critici e imprese responsabili. Come funziona la valutazione Le analisi toccano, per ciascuna delle aziende considerate, tre macro aree – rispetto dei diritti umani, dell’ambiente, degli animali – a propria volta suddivise in sedici griglie e circa 120 punti. I ricercatori utilizzano fonti indipendenti e affidabili per valutare vari aspetti del comportamento aziendale, come la presenza in paradisi fiscali, i collegamenti con regimi oppressivi, il rispetto dei lavoratori e molto altro (cliccando qui si scoprono altri dettagli). Naturalmente sono analizzati in profondità anche i documenti diffusi dalle aziende, come report di sostenibilità o richieste fatte nella catena del valore ai fornitori in merito a queste tematiche. Anche in questo caso, però, non è sufficiente un’autodichiarazione per raggiungere il punteggio massimo: nei casi in cui i ricercatori dovessero trovare delle critiche provenienti da fonti affidabili proprio sugli impegni presi pubblicamente delle imprese, queste potranno perdere anche tutti i punti raggiunti in quella determinata sezione. Se un’impresa, per esempio, promuove un’immagine ecologica di sé, ma è stata oggetto di critiche documentate da fonti attendibili – come rapporti di Greenpeace o campagne della società civile – il punteggio finale ne risulterà fortemente penalizzato. Nella sezione premium di Equa è possibile leggere il dettaglio di ogni singola valutazione, comprese le fonti utilizzate con relativo link, la data di consultazione e il dettaglio dei punteggi suddivisi per ciascuna delle tre aree di analisi (diritti umani, ambiente, animali). Un progetto indipendente e con radici solide L’app Equa nasce da una rete di collaborazioni con esperienze consolidate nel campo del consumo critico. Il riferimento più diretto è il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, che per anni ha pubblicato la storica Guida al Consumo Critico a cui Equa si ispira apertamente. A permettere a questo progetto di decollare, poi, c’è stato l’importante aiuto di Ethical Consumer, la più importante realtà al mondo sul tema del consumo responsabile attiva a Manchester dal 1989. Equa oggi fa parte della rete globale Ethical Consumer Partners, che ha contribuito alla formazione dei ricercatori e alla definizione dei criteri di valutazione delle aziende. Il comitato scientifico di Equa comprende poi esperti in vari settori: Francesco Gesualdi (fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo), Deborah Lucchetti (coordinatrice italiana della Campagna Abiti Puliti), Ugo Biggeri (già presidente di Banca Etica e coordinatore europeo di Global Alliance for Banking on Values), Gabriella D’Amico (Assobotteghe) e Jason Nardi (Rete Italiana Economia Solidale). I limiti e le prospettive Essendo uno strumento lanciato da poco (è stata pubblicata a fine luglio 2024), l’app soffre per ora di una copertura limitata. A oggi, infatti, sono presenti valutazioni su una selezione di settori: alimentare (pasta, bibite), elettronica (smartphone, tablet, computer) e bevande (bibite gassate). L’obiettivo dichiarato, però, è allargare progressivamente la banca dati, fino a coprire i principali beni e servizi acquistati quotidianamente in Italia. Il progetto è stato avviato anche grazie al sostegno economico di Etica Sgr, società del Gruppo Banca Etica. Ma il modello di sostenibilità si basa oggi soprattutto su abbonamenti, donazioni individuali e partnership con realtà del consumo solidale, come Gruppi di acquisto, Distretti dell’economia solidale e botteghe del commercio equo. Per informazioni e proposte di collaborazione o supporto è possibile scrivere a segreteria@equapp.it. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Equa, l’app per il consumo critico proviene da Comune-info.
July 11, 2025
Comune-info
Unicoop Firenze rinuncia ai prodotti israeliani. La campagna portata avanti da socie e soci Coop, ha vinto
“Questo genocidio viene commesso a causa della terra, per la terra. Israele vuole la terra senza i palestinesi. E per i palestinesi rimanere sulla terra fa parte di ciò che sono come popolo. Ecco perché lo chiamo genocidio di … Leggi tutto L'articolo Unicoop Firenze rinuncia ai prodotti israeliani. La campagna portata avanti da socie e soci Coop, ha vinto sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.