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Il blocco UE delle carni brasiliane può far crollare la produzione di bresaola
Dal 3 settembre 2026 è entrato in vigore nella UE il nuovo Regolamento (UE) 2026/1189 che riguarda l’applicazione delle restrizioni all’impiego di determinati medicinali antimicrobici (antibiotici) negli allevamenti animali. In sostanza, questo comporterà un divieto di importazione di alcuni alimenti provenienti dal Brasile: non si potrà più esportare nell’Unione Europea diverse tipologie di prodotti animali, tra cui la carne bovina e suina, il miele e le uova. Il divieto di importare queste ultime non tocca minimamente l’Italia, che è completamente autosufficiente da anni nella loro produzione e non importa da nessun Paese questo prodotto. Altro discorso vale per il miele, dal momento alcune aziende mischelano miele brasiliano e argentino con quello italiano per creare prodotti finali che poi si vendono comunemente nei supermercati. A preoccupare più di tutto è tuttavia il blocco della carne, dal momento che questo ha come possibile effeto immediato la paralisi della produzione della bresaola, un salume che si consuma non solo in Italia ma che viene poi esportato in tutto il mondo. Le preoccupazioni riguardano soprattutto un eventuale forte calo della produzione nei prossimi mesi e un rialzo acuto dei costi di produzione e dei prezzi al consumo di questo prodotto. PERCHÈ LA CARNE BRASILIANA VIENE BLOCCATA Il motivo del blocco non è un’allerta alimentare tale per cui la carne brasiliana o il miele già presenti sul mercato europeo siano pericolosi per il consumo. La questione è un’altra e riguarda le garanzie sanitarie richieste dall’Unione Europea sull’utilizzo di determinati medicinali antibiotici negli allevamenti del Sudamerica. «Chiariamo subito – spiega al Sole24Ore Davide Calderone, direttore di Assica, l’associazione degli industriali della carne e dei salumi – che qui non c’è un rischio sanitario per il consumatore. Il punto è che il Brasile, anche per effetto dell’accordo tra UE e Mercosur si sarebbe dovuto dotare di questo sistema di certificazione per escludere l’utilizzo dell’antibiotico e al momento ancora non l’ha fatto. Lo hanno fatto invece i produttori di Argentina, Paraguay e Uruguay, gli altri Paesi firmatari dell’intesa UE-Mercosur e dai quali stiamo cercando di incrementare le nostre importazioni». Il motivo del blocco non è un’allerta alimentare ma riguarda le garanzie sanitarie richieste dall’Unione Europea sull’utilizzo di determinati medicinali antibiotici negli allevamenti del Sudamerica La Commissione Europea ha stabilito che potranno entrare nell’UE soltanto gli alimenti provenienti da Paesi in grado di dimostrare il rispetto dei requisiti previsti dalla normativa europea. Questi requisiti prevedono l’assenza di utilizzo di alcuni antibiotici che in Europa sono vietati da oltre 20 anni, l’assenza di trattamenti antimicrobici (antibiotici e altri farmaci) per la crescita rapida degli animali negli allevamenti e, infine, l’assenza di somministrazione agli animali di antibiotici utilizzati per gli esseri umani. Il 3 settembre è entrato in vigore «l’elenco dei Paesi che sostanzialmente rispettano le nostre norme sugli antimicrobici. Il Brasile al momento non è presente nell’elenco. Non abbiamo garanzie di conformità». Questo è ciò che ha spiegato nei giorni scorsi la portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova. Il Brasile, per alcune categorie, non ha fornito in tempo le garanzie necessarie ed è quindi stato escluso dall’elenco, mentre altri Paesi come Argentina, Paraguay e Uruguay, firmatari anch’essi col Brasile dell’accordo UE-Mercosur entrato in vigore il 1° Maggio 2026, hanno rispettato le garanzie richieste e potranno continuare a esportare in Europa (e in Italia) le loro carni.  Il Brasile è il quinto Paese più grande del mondo e un decisivo fornitore mondiale di carni, è un partner commerciale di molti Stati Membri, tra cui l’Italia oltre a Germania, Francia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi. Il Brasile si è detto “sorpreso” per la decisione, mentre la Commissione Europea ha dichiarato di essere al lavoro con le autorità brasiliane per risolvere le criticità e consentire la ripresa delle importazioni nel più breve tempo possibile. Nessuna guerra commerciale, insomma, da parte della UE.  MA COSA C’ENTRA LA BRESAOLA DELLA VALTELLINA? La Bresaola della Valtellina IGP si basa in gran parte su materie prime d’oltreoceano (cosce di carne bovina), un dettaglio ancora poco noto al grande pubblico. Nonostante l’immaginario comune associ questo salume ai pascoli e ai bovini delle vallate lombarde, la reale catena di fornitura è globale: la maggior parte delle carni arriva dagli allevamenti del Sudamerica di Brasile e Argentina. I produttori scelgono la carne di zebù brasiliano o argentino per la sua straordinaria magrezza e uniformità, caratteristiche fondamentali per gli standard qualitativi richiesti e non disponibili localmente nelle quantità necessarie (in Italia i bovini si allevano ormai da decenni solo col metodo intensivo e dentro i capannoni, le carni diventano molto grasse e di scarsa qualità gustativa). La certificazione IGP tutela soltanto la storica arte della lavorazione e stagionatura in territorio valtellinese, ma consente l’importazione della carne da ogni parte del mondo. Questo salume in pratica nacque in passato come un prodotto locale di alta qualità gastronomica e con l’intera filiera italiana, poi è diventato industriale, con filiera globale e di media qualità. Mario Moro, il presidente del Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP, ha spiegato a Il Sole24Ore, che la bresaola della Valtellina IGP è prodotta per l’82% con carne sudamericana che al 60% proviene dal Brasile Adesso però i produttori del consorzio di bresaola valtellinese si ritrovano all’improvviso con una patata bollente tra le mani. Poiché il settore dipende in larga parte dalla materia prima brasiliana, i produttori temono una riduzione delle forniture fino al 25% e un conseguente aumento dei costi di produzione e dei prezzi di vendita finali. «La nostra Bresaola – ha spiegato il presidente del Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP, Mario Moro a Il Sole24Ore – è prodotta per l’82% con carne sudamericana che al 60% proviene dal Brasile. Questo stop farà venir meno nell’immediato almeno il 25% della materia prima a noi necessaria. Stiamo cercando di correre ai ripari cercando di rafforzare gli acquisti da altri Paesi ma la disponibilità è limitata». UN’ANALISI CRITICA OLTRE LA FACCIATA SALUTISTICA UE La UE permette già, anche nelle produzioni europee (e italiane), tanto l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti animali, quanto quello di sostanze promotrici della crescita (ormoni) per quanto riguarda l’agricoltura e le produzioni vegetali. L’idea che le carni provenienti dal Brasile siano piene di antibiotici e quindi di pessima qualità, mentre le carni italiane ne sono prive e quindi di qualità migliore, è un falso mito, smentibile dalle analisi in laboratorio effettuate in Italia tanto per le carni bovine quanto per il pollame. In definitiva, come spunto pratico per il consumatore, va ribadito che se si vuole mangiare carni più sane e prive di residui di farmaci, ormoni e pesticidi, la scelta deve sempre ricadere su prodotti che derivano da filiere biologiche, di piccolo produttore, e non industriali. In sostanza, le carni in vendita al supermercato, in grande maggioranza, sono industriali e contengono questi residui, anche se prodotte e allevate in Italia o nei Paesi UE. Il fatto che la politica europea stia cercando di introdurre un principio di equivalenza tra le carni allevate nella UE e quelle extra-UE non significa che stia promuovendo filiere più etiche e più consone per la salute. Inoltre, i blocchi UE sul Brasile sono dovuti in gran parte all’azione di protesta e opposizione delle associazioni agricole europee come Confagricoltura e Coldiretti, che da anni si battono per contrastare l’import di prodotti alimentari dal Sudamerica che penalizzano le produzioni italiane a vantaggio delle multinazionali sudamericane.  «Non può esserci tutela del reddito degli agricoltori, né della salute dei cittadini se nel mercato europeo entrano prodotti ottenuti secondo standard diversi e meno rigorosi rispetto a quelli richiesti alle nostre imprese», dichiara Coldiretti. La decisione sul Brasile, aggiunge, «costituisce ora un precedente politico che l’Europa deve avere il coraggio di applicare a tutte le importazioni. Ci auguriamo che quanto fatto con il Brasile sia fatto anche per il grano canadese trattato in preraccolta con glifosato – molecola considerata da alcuni studi potenzialmente cancerogena – secondo pratiche non consentite agli agricoltori italiani». Una posizione condivisibile, ma a tutela di un sistema di allevamento e produzione agricola (quello europeo) ugualmente industriale e facente uso di antibiotici, ormoni, pesticidi e altre sostanze chimiche di vario genere. The post Il blocco UE delle carni brasiliane può far crollare la produzione di bresaola appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Vanity sizing: come il sistema delle taglie dei vestiti è diventato un inganno
Il sistema delle taglie è un’invenzione che risale alla metà dell’ottocento, in ambito prettamente militare, consolidandosi come necessità commerciale solo negli anni 40/50 del XIX secolo. L’abbigliamento di un tempo era fatto su misura in casa o dal sarto, senza bisogno di standardizzazioni. I primi accenni alle taglie arrivano per sopperire alla necessità di uniformi militari: è in questo ambito che si iniziano a raccogliere dati e misure per poi giungere alle prime tabelle che daranno luogo al concetto di taglia “small/medium/large” così come le conosciamo oggi. Prima che le case di moda iniziassero a mandare tutto in confusione per compiacere chi vuole entrare in una taglia più piccola: si chiama vanity sizing, ed è un sistema studiato al centimetro. Fondamentalmente si tratta di un imbroglio autorizzato (un po’ come quello che sta succedendo nei supermercati, con le scatole di cibo di uguali dimensioni, stesso prezzo ma minor quantità di prodotto al loro interno) dove la misura riportata sul cartellino non corrisponde assolutamente a quella tabella standard di taglie quasi universalmente riconosciuta (con qualche centimetro di differenza tra i vari Stati, ma fondamentalmente usata un po’ ovunque da anni). La scala taglie slitta in avanti: la S sul cartellino resta uguale, ma il vestito magicamente si allarga. Il giro vita che un tempo corrispondeva ad una 46, negli anni ottanta ad una 44, adesso equivale ad una 42. E qui entra in campo la vanità (e la psicologia) di riuscire finalmente ad entrare in una taglia “più piccola” di quella abituale, con una maggior propensione all’acquisto. Un fenomeno che non è di questi anni, ma inizia subdolamente alla fine degli anni 80, negli USA, dove l’aumento del peso medio delle donne americane ha fatto accendere un lumino ai titolari delle aziende: invece di sprecare tempo in campagne per alimentazione corretta e controllo del peso, iniziamo a mentire sulle taglie così da spingerle a comprare con più voglia. Il tema attorno a cui ruota tutto è sempre il corpo delle donne e quel picco di autostima che si genera quando la taglia sul cartellino è più piccola (le aspettative sul corpo femminile sono sempre più alte). In questo modo, agli inizi degli anni duemila, sono iniziate ad apparire taglie minuscole come la doppia XS, in un gioco al ribasso al limite della follia. Se un tempo erano in vigore delle tabelle precise di corrispondenza tra centimetri e numeri, adesso quegli standard sono assolutamente aleatori e quasi nessun marchio adotta un sistema di taglie univoco per cui, in termini pratici, ogni marchio ha la propria idea di taglie. Si può entrare tranquillamente nella 42 di un brand e nello stesso tempo nella L di un altro. Solitamente il fast fashion tende ad essere più accomodante, aderendo in maniera totale al vanity sizing; il lusso ama mantenere le distanze dai comuni mortali, con misure rigide capaci di conservare quel sapore elitario che lo caratterizza da sempre. Tutti gli altri giocano nel mezzo, alimentando il caos e l’incertezza (per cui, soprattutto per gli acquisti online, meglio controllare la tabella taglie con le misure che affidarsi ai generici “S-M-L”, e diffidare da chi non offre riferimenti specifici in cm). Questo slittamento delle taglie, se da una parte genera compiacimento, dall’altra può generare uno choc con l’effetto diametralmente opposto: entrare in una 42 e dopo tre settimane essere costretti ad acquistare una 46 può avere effetti devastanti sulla psiche e sull’autostima. Ecco perché è bene non affidarsi alle taglie come prova del proprio valore personale. Essere consapevoli del proprio corpo, con tanto di centimetro alla mano, è uno dei modi più sicuri per non cascare negli inganni della moda (i centimetri sono l’unica lingua universale che questi signori sono tenuti a rispettare). Non fare affidamento alla taglia, ma i centimetri, è l’unico modo per sfangarla in questa confusione; confrontare le tabelle prima di fare acquisti e, per ultimo, fare pace con il fatto di poter possedere nel proprio armadio taglie diverse, senza che questo intacchi la propria autostima. La taglia, come l’età, è solo un numero: l’importante è essere in pace con se stesse, in barba a questi subdoli meccanismi di controllo.  The post Vanity sizing: come il sistema delle taglie dei vestiti è diventato un inganno appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Giocattoli con amianto, numerosi richiami: l’elenco dei prodotti coinvolti
Il ministero della Salute ha emesso quattro provvedimenti per il ritiro dal mercato di giocattoli per bambini contenenti sabbia contaminata. Quest’ultima, infatti, potrebbe contenere tremolite, una tipologia di amianto: in caso di rottura dell’involucro che la contiene, il giocattolo potrebbe dunque diventare estremamente pericoloso per le persone che vi entrano in contatto, soprattutto se si tratta di bambini piccoli. L’amianto, infatti, è considerato un cancerogeno di categoria 1A, ovvero i cui effetti cancerogeni diretti sull’uomo sono certi. In alcuni di questi prodotti, la percentuale di amianto rilevata è compresa tra l’1 e il 5%. Si tratta di giocattoli che sono destinati al mercato europeo, anche italiano, tanto fisico quanto online. Alcuni dei giocattoli segnalati dal ministero della Salute italiano Di seguito, l’elenco dei giocattoli segnalati fino ad ora dal ministero della Salute italiano: * Fun Sand Scented Blueberry (marca HTI; n. modello: 1376732.V25; lotto 14WW4) * Super Stretchy Soldier (marca TOI-TOYS; n. modello: 35162Z; lotto 2300596) * Magic Voodoo Feel Better Buddy – Amico da schiacciare (marca Trendhouse; n. modello: 964700; lotto 2026 = CH34194; 2025 = CH33501) * Happy Spring Time – Carote elastiche (marca Trendhouse; n. modello: 967176; lotto 2025 = CH33287) * Alphabet Sand Painting (marca Lion; n. modello: tws-9266; lotto sconosciuto) * Sand Play Set Unicorn (marca Hohosunlar; n. modello: WIN-126; lotto 2024-WIN-126-001) * Rainbow Coloured Sand Bags x7 (marca Baker Ross; n. modello: AX960 ASIN B093PWRQZ6, lotto sconosciuto) * Amazing Sand (marca Xiaohong; modello: pacco da 12 contenitori in plastica da 4lbs con sabbia di colori vari; lotto 2025108 2025/10/08) * x7 Pack Colourful Magic Sand (marca Meiest Toy; n. modello: 0042; lotto 20240803001) La parte contaminata del giocattolo è la sabbia: in alcuni, questa è contenuta all’interno di involucri che rischiano di rompersi; in altri, la sabbia è presente libera in diversi colori, pronta da utilizzare. Sebbene questi siano specificatamente destinati al mercato italiano, le segnalazioni di giocattoli contenenti asbesto e dunque inserite nel Rapex (il sistema europeo di allerta rapido per i prodotti non alimentari pericolosi) sono numerose in Europa.   The post Giocattoli con amianto, numerosi richiami: l’elenco dei prodotti coinvolti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Legge sugli imballaggi nella moda: quando la sostenibilità è (troppo) uguale per tutti
Favorire la circolarità, ridurre gli sprechi, invogliare ad una presa di responsabilità per chi immette e fa circolare prodotti nel mercato europeo. Il PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) non è altro che la normativa di riferimento sugli imballaggi in Europa (Regolamento (UE) 2025/40) ed è entrato in vigore e pienamente applicativo dal 12 agosto 2026. Un regolamento che si applica a tutti i settori e a tutti i tipi di imballaggi: a prescindere dal materiale impiegato, la disposizione si applica a tutti i rifiuti di imballaggio, inclusi quelli generati nella vendita al dettaglio, nella distribuzione, nei servizi, nella somministrazione e nelle attività di commercio all’ingrosso. Ad essere coinvolti in questo cambio sono produttori di imballaggi, aziende che vendono prodotti imballati con il proprio marchio, importatori di prodotti o imballaggi da Paesi extra-UE, distributori e rivenditori, imprese che fanno e-commerce, aziende che disimballano prodotti senza essere l’utilizzatore finale, fornitori di imballaggi, operatori di sistemi di riuso, ricarica e deposito cauzionale. Chiunque abbia a che fare con spedizioni e spostamenti di merci, incluse imprese ed aziende del settore moda, per le quali il packaging non è solo un mezzo per proteggere il prodotto, ma anche un veicolo per comunicare valore, identità e posizionamento del marchio (e proprio per questo molte volte esuberante ed effimero). QUALI SONO LE NOVITÀ Uno degli obiettivi principali di questa normativa è andare nella direzione della riciclabilità totale degli imballaggi. Ecco perché dal 2030 gli imballaggi dovranno essere progettati per essere riciclabili su scala industriale ed economicamente sostenibile. La riciclabilità sarà valutata attraverso classi di prestazione, classe A, B e C, con un graduale adeguamento, ma entro il 2038 l’imballaggio dovrà raggiungere almeno la classe B per poter essere immesso sul mercato. Dal 2035 la valutazione terrà conto anche del fatto che il materiale venga effettivamente riciclato su scala industriale, non soltanto del suo design teoricamente riciclabile. Una normativa che rimette in discussione materiali, formati, colle, vari componenti e chiusure alla luce di questi nuovi principi. L’altro aspetto che verrà valutato è la dimensione: peso e volume dovranno essere in grado di garantire la necessaria protezione e sicurezza, ma niente imballi sovradimensionati o con materiale promozionale o decorativo eccessivo (finalmente gli unboxing saranno più sobri, rapidi e meno pieni di materiale inutile). Per gli imballaggi destinati al trasporto e all’e-commerce il rapporto tra spazio vuoto e spazio occupato dal prodotto sarà soggetto a un limite massimo del 50%, secondo le condizioni previste dal regolamento. L’imballaggio dovrà essere funzionale ed essenziale. Altro tema messo in discussione è l’uso della plastica: sempre dal 2030 gli imballaggi in plastica dovranno contenere una quota minima di materiale riciclato post-consumo, che aumenterà dal 2040.. Gli obiettivi variano in base al tipo di imballaggio: per esempio, sono previsti target specifici per bottiglie per bevande, imballaggi a contatto con alimenti e altri contenitori in plastica. E, a proposito di plastica, le limitazioni si applicano anche alle confezioni monouso, soprattutto quelle impiegate in ambito alimentare quando evidentemente inutili e non necessarie. Altre restrizioni riguardano la presenza di PFAS negli imballaggi: dal 12 agosto 2026 gli imballaggi a contatto con alimenti non potranno contenere PFAS oltre le soglie fissate dal regolamento, con limitazioni anche sui metalli pesanti come piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente. Il packaging, dunque, dovrà essere ideato, controllato, etichettato correttamente secondo le nuove normative e progettato per più cicli, facendo in modo che entri in un sistema concreto di raccolta, riconsegna, lavaggio, riparazione o ricondizionamento (sempre a seconda del tipo di imballo). ADEMPIMENTI CONCRETI Ogni nuova norma porta con sé nuovi adempimenti e passi da compiere per mettersi in regola. A partire dal 12 agosto 2026, il fabbricante (colui che produce fisicamente l’imballo) deve predisporre una dichiarazione UE di conformità per gli imballaggi soggetti al regolamento, attestante il packaging rispetta i requisiti previsti dagli articoli da 5 a 12 della PPWR, per il quale deve fornire un fascicolo tecnico che attesti: i materiali e la composizione, peso e dimensioni, valutazione della riciclabilità, calcoli sullo spazio vuoto, percentuale di materiale riciclato, informazioni su PFAS e altre sostanze, prove di riutilizzabilità, dati e dichiarazioni dei fornitori, etichette e istruzioni di conferimento, eventuali test e norme tecniche applicate. Per un brand fashion, beauty o lifestyle, la conformità non riguarda soltanto la scatola principale, ma l’intera esperienza di confezionamento: buste protettive, polybag, carta velina, cartellini, nastri, scatole di spedizione, packaging regalo e imballaggi dei resi. Le imprese, oltre a controllare gli adempimenti dei fornitori, dovranno verificare gli obblighi di responsabilità estesa del produttore, registrarsi nei sistemi previsti dai singoli Stati membri e finanziare la raccolta e il trattamento dei rifiuti di imballaggio. In Italia ciò significa coordinare gli adempimenti PPWR con CONAI, i consorzi di filiera, il contributo ambientale e le procedure nazionali applicabili. Una mole di lavoro aggiunto non indifferente e che, come spesso succede, non tiene conto delle dimensioni e dei volumi di affari di un’azienda. L’IMPATTO DELLA NORMA SULLE MICRO-IMPRESE La norma non fa eccezione per nessuno e si applica indistintamente anche a piccole e micro-imprese, caricandole degli stessi obblighi di controllo, certificazione, registrazione e pagamento delle imposte come qualsiasi altra azienda. In concreto, una piccola boutique che vende abiti online in scatole e buste protettive non è automaticamente esonerata dalla PPWR. Dovrà comunque sapere quali imballaggi immette sul mercato, ridurre packaging e spazi vuoti non necessari, raccogliere dai fornitori le informazioni sui materiali, verificare gli obblighi EPR e CONAI in Italia, adeguarsi alle regole di etichettatura, conservare la documentazione richiesta e registrarsi (e pagare) sui vari siti a seconda del paese in cui spedisce la merce (al momento non è previsto un sito unificato ma ogni stato membro dell’UE ha il proprio). L’unica esenzione per una microimpresa che immette non più di 1.000 kg di imballaggi in uno Stato membro, è quella dai relativi obiettivi obbligatori di riutilizzo (sempre se ricorrono tutte le condizioni previste). Mentre da un lato è sensato che tutti facciano la loro parte per ridurre e riciclare gli imballaggi, prendendosi la propria responsabilità, dall’altro i legislatori europei non riescono ancora a percepire la differenza strutturale ed i limiti operativi delle imprese più piccole, caricandole di burocrazia e costi alla pari delle multinazionali. Spesso costringendole a ridimensionare ulteriormente il proprio business (o, nella peggiore delle ipotesi, a chiudere). Per questo è già attiva una petizione per chiedere la revisione della norma che agevoli concretamente le micro-imprese. The post Legge sugli imballaggi nella moda: quando la sostenibilità è (troppo) uguale per tutti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Latte di riso: una bevanda da cui è meglio stare alla larga
La bevanda vegetale di riso, chiamata comunemente anche “latte di riso” con dicitura non appropriata da un punto di vista normativo, è una bevanda ricca in zuccheri semplici, non adatta da un punto di vista nutrizionale per una larga fetta di popolazione. Tuttavia, viene ritenuta una bevanda sana perché ricade sotto l’ombrello generico delle bevande “vegetali” – dicitura che spesso viene erroneamente usata per definire un cibo “salutare”. POSSIAMO CHIAMARLO “LATTE” DI RISO? No, in effetti la dicitura legale e corretta è quella di “bevanda vegetale”, non quella di latte vegetale. Ai sensi della normativa dell’UE, i nomi relativi ai prodotti lattiero-caseari, tra cui “latte“, “formaggio” e “burro“, possono essere utilizzati solo per fare riferimento a prodotti di derivazione animale. Lo stabilisce una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Questo vale “anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione”. I regolamenti di legge sono così fiscali e severi nel ritenere che le bevande vegetali non debbano essere classificate come “latte” perché non si tratta affatto di “alternativa” o di “sostituto” di questo prodotto. I nutrienti che contengono le due bevande sono completamente differenti e diverso risulta di conseguenza anche l’impatto nutrizionale sull’organismo. Le sostanze contenute nel latte di mucca sono diverse da quelle contenute nell’avena, nel riso o nella soia. Ma il marketing delle bevande vegetali fa credere che siano due alimenti “equivalenti” o sovrapponibili, soltanto perché vengono venduti in forma liquida di colore bianco e con un packaging del tutto simile. PERCHÉ HA TANTI ZUCCHERI? La spiegazione dell’elevato contenuto di zuccheri è collegata al fatto che questa bevanda deriva da un cereale ricco in carboidrati, il riso. Il chicco di riso contiene amidi, ma la bevanda di riso contiene amidi che sono stati trasformati in zuccheri proprio nel processo industriale di produzione della bevanda. Capiamo meglio: per trasformare il contenuto solido del chicco di riso in un derivato di “latte” liquido è necessario effettuare un procedimento industriale che si chiama idrolisi, che idrolizza gli amidi del riso trasformandoli in zuccheri semplici. L’amido non è altro che una catena lunga di molecole di glucosio attaccate fra di loro: l’idrolisi spacchetta tutte queste molecole lasciandole libere e non più unite fra loro. In pratica si passa da carboidrati complessi (amido) a zuccheri semplici (glucosio). Dopo questa trasformazione chimica la bevanda di riso diventa naturalmente ricca di zuccheri semplici ad alto indice glicemico, spesso paragonabile ad acqua e zucchero, anche senza l’aggiunta di ulteriori zuccheri da parte del produttore. Il latte di riso contiene infatti sostanzialmente acqua e zuccheri, oltre a un po’ di olio di girasole e un po’ di sale. Se analizziamo l’etichetta di un “latte di riso”, possiamo vedere chiaramente come il contenuto in zuccheri sia molto elevato. Basta guardare alla voce “Carboidrati, di cui zuccheri” per accorgersi che di norma ci sono circa 13-15 grammi di carboidrati e circa 8-10 grammi di zuccheri per 100 ml di bevanda. Un quantitativo che corrisponde a 2 cucchiaini di zucchero ogni 100 ml di prodotto: considerando che un bicchiere o tazza mediamente contiene 200 ml di bevanda, questo comporta che si introducano ben 4 cucchiaini di zuccheri semplici, senza nemmeno rendersene conto. Consideriamo inoltre che il valore da attenzionare in realtà è quello che si trova alla voce “carboidrati”, e non solo quello della voce “di cui zuccheri”, perché lo scarto tra il valore in grammi degli zuccheri e quello dei carboidrati ci dice quanti grammi di amidi sono rimasti nel prodotto finale. La biochimica della Nutrizione insegna che gli amidi sono una forma di carboidrati facilmente digeribile e si trasformano anche questi velocemente in zuccheri nel nostro apparato digerente. Se una bevanda di riso biologica contiene 13,1 grammi di carboidrati, “di cui zuccheri” 8,5 grammi, lo scarto tra 8,5 e 13,1 sono amidi, che diventano glucosio nel nostro organismo nel giro di qualche minuto soltanto dal momento dell’ingestione. PER CHI NON È ADATTA LA BEVANDA DI RISO Per i motivi elencati, tale bevanda non è consigliabile per la colazione del mattino, specialmente in tutte quelle persone che hanno problemi di diabete, insulino-resistenza, sovrappeso. In sostanza non è adatta per la persona comune sedentaria, che al mattino non dovrebbe assumere troppi zuccheri. Meglio puntare semmai ad una bevanda vegetale più equilibrata e meno ricca in zuccheri, come il “latte” di avena o il latte di soia o di mandorla, se si vuole optare per un sostituto vegetale del latte di mucca. La bevanda di riso potrebbe invece essere adatta per gli sportivi, che spesso necessitano di una bevanda molto zuccherina a ridosso di un allenamento, come bevanda pre-workout (prima dell’allenamento) o post-workout (dopo l’allenamento). Questo perché lo sportivo ha in effetti un aumentato fabbisogno di zuccheri e carboidrati, rispetto alla persona media e sedentaria che non compie nessuna attività sportiva. Gli sportivi devono cioè assumere una quantità superiore di carboidrati e zuccheri, pena un decadimento della massa muscolare e un peggioramento della prestazione atletica. E negli sportivi non si verificano nemmeno tutti gli effetti negativi tipici di un apporto alto in zuccheri, come aumento di peso, incremento eccessivo della glicemia e dell’insulina. La bevanda di riso è poi sconsigliata per i bambini, che sono già fin troppo vittime di un apporto eccessivo di zucchero oggigiorno. The post Latte di riso: una bevanda da cui è meglio stare alla larga appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 11, 2026
L'INDIPENDENTE
L’app che confronta i prezzi dei distributori di carburante in tutta Italia
C’è uno strumento pubblico, gratuito e poco conosciuto, che permette di scoprire dove conviene fare rifornimento nella propria zona: si chiama Osservaprezzi Carburanti, è raggiungibile dal portale ufficiale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, di recente lanciato anche come applicazione per smartphone, e permette di individuare i distributori con il prezzo più basso, anche lungo un percorso o su un’intera tratta autostradale. La sua utilità si misura proprio in giornate come questa: oggi il governo torna a riunirsi per decidere se prorogare lo sconto sulle accise sul gasolio, reintrodotto il 27 luglio dopo la nuova impennata dei prezzi e in scadenza il 6 agosto. È l’ultimo capitolo di una serie di interventi sulla tassazione dei carburanti avviata a marzo, in risposta alla guerra in Medio Oriente e alla chiusura dello stretto di Hormuz. Il conto per chi guida si aggira intanto sui due euro al litro per la benzina self service e supera i due euro e nove centesimi per il gasolio: i valori più alti dell’anno, secondo i dati del Mimit. Al blocco temporaneo dello stretto si è aggiunto lo stop alle esportazioni di gasolio deciso da Mosca un mese fa, mentre alcune raffinerie europee restano ferme e le scorte di diesel sono ai minimi da giugno 2022. Il risultato è un sorpasso ormai strutturale: il gasolio, tradizionalmente più economico, costa oggi più della benzina, con ricadute dirette su autotrasporto, pendolari e riscaldamento. Sul fronte delle misure, il governo è intervenuto una prima volta il 18 marzo, tagliando le accise di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio per venti giorni; è seguita una sequenza di decreti che ha rinnovato lo sconto, riducendone via via l’entità, fino a farlo scadere il 3 luglio. La nuova impennata di fine luglio ha imposto un decreto ponte, che dal 28 luglio al 6 agosto taglia di 17 centesimi al litro, tra accise e Iva, il prezzo del solo gasolio – esteso dal 30 luglio anche a Hvo e biodiesel – lasciando fuori la benzina. È su questa proroga che l’esecutivo si confronta oggi, con l’ipotesi, ancora sul tavolo, di allargare lo sconto anche alla benzina. Il cuore del sito è la sezione “Ricerca impianti“, che offre cinque modalità di ricerca, tutte accessibili dalla barra in alto. La più immediata è “in zona“: si cerca entro un raggio impostabile intorno alla propria posizione, individuata tramite geolocalizzazione, oppure disegnando a mano un’area sulla mappa. Chi preferisce partire da un riferimento amministrativo può usare “per area geografica“, selezionando in sequenza Regione, Provincia, Comune e infine i singoli distributori. Per chi è in viaggio, la modalità “su percorso” permette di inserire indirizzo di partenza e di arrivo, e confrontare i prezzi lungo il tragitto; la ricerca “per tratta autostradale” fa un lavoro analogo selezionando direttamente una delle tratte della rete autostradale, utile a chi percorre un’autostrada specifica senza conoscerne gli svincoli. Chiude l’elenco “per impianto“, pensata per chi conosce già il nome del distributore e vuole controllarne rapidamente il listino. In tutte le modalità si può filtrare per tipo di carburante – benzina, gasolio, Gpl, metano, Gnl – e ordinare i risultati dal più economico al più caro, con la mappa che si aggiorna in tempo reale man mano che si affinano i criteri. Dal 20 luglio esiste anche un’app dedicata, che si chiama “Osservaprezzi Carburanti”, scaricabile gratis su iOS e Android, che attinge agli stessi dati del portale ma con una logica più semplice: si seleziona la Regione, si apre una mappa con gli impianti della zona e si clicca su un distributore per leggerne il prezzo e lo scarto rispetto alla media regionale del giorno. Mancano però le cinque modalità di ricerca del sito – niente selezione per Provincia e Comune, niente ricerca su percorso o per tratta autostradale, niente ricerca diretta per nome dell’impianto – e le associazioni dei consumatori l’hanno criticata fin dal debutto: il Codacons lamenta l’assenza di un confronto diretto tra i prezzi dei vari distributori in un’unica lista e segnala listini fermi anche a giugno, mentre l’Unione Nazionale Consumatori contesta il raggio di ricerca, limitato a 10 chilometri. C’è poi una seconda funzione, meno nota ma altrettanto utile: la sezione “Confrontare i prezzi dei carburanti“, disponibile solo sul portale, visto che al momento non risulta replicata nell’applicazione. Viene applicata una metodologia comune a livello europeo per rendere paragonabili carburanti diversi, tradizionali e alternativi, esprimendo il costo di ciascuno in base a una percorrenza standard di 100 chilometri, anziché al semplice prezzo al litro o al chilo. I dati, aggiornati al 2023, sono il modo più diretto per capire, al netto delle diverse unità di misura, se convenga davvero passare al Gpl, al metano o a un’alimentazione elettrica rispetto alla propria auto a benzina o gasolio, una domanda che, con i prezzi attuali, si fanno sempre più automobilisti, e che non può avere risposta dalla sola lettura del cartello all’impianto.   The post L’app che confronta i prezzi dei distributori di carburante in tutta Italia appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 4, 2026
L'INDIPENDENTE
La piccola bottega contro l’iper-mondo
Il nuovo libro di Saverio Pipitone (*) «Dentro la società dei consumi: dal supermercato globale alle comunità di scambio locale» è in cerca di editore, speriamo che lo trovi presto. Anticipiamo la presentazione e la scheda con l’indice.   La bottega contro l’iper-mondo Una volta c’era la bottega con il commerciante che accoglieva, conversava e accontentava i clienti. La sua
Oltre gli agricoltori, oltre il giusto prezzo
QUANDO ANCHE IL PRINCIPALE ATTORE DEL BIOLOGICO ITALIANO RILANCIA IL TEMA DEL GIUSTO PREZZO, LA QUESTIONE NON È PIÙ SOLO QUANTO PAGHIAMO IL CIBO, MA CHI DECIDE IL SUO VALORE E CHI VIENE RICONOSCIUTO COME ATTORE DELLA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA. UN’ANALISI CRITICA DEL GIUSTO PREZZO, DEL CAPITALISMO VERDE E DEL RUOLO POLITICO DEL LAVORO NEI SISTEMI AGRICOLI E ALIMENTARI Introduzione Ho fatto la spesa da NaturaSì per l’Epifania. Lo ammetto: sono una persona piena di contraddizioni. Da anni mi batto per un’altra agricoltura, per il diritto dei produttori e dei lavoratori agricoli a un reddito dignitoso. Eppure, sempre più spesso, faccio la spesa al supermercato. A volte anche da NaturaSì. Non spesso, però, perché i prezzi sono più alti di quelli dei supermercati “ordinari”. Anche se, di norma, a quel prezzo corrisponde anche una qualità diversa dei prodotti. All’uscita del negozio, com’è mia abitudine fare, ho preso una copia del magazine di NaturaSì. Solo settimane dopo, però, ho trovato il tempo di aprirlo per leggerlo. Quando l’ho fatto ho scoperto che NaturaSì ha deciso di aprire l’anno rilanciando il suo impegno per il “giusto prezzo”. A pagina 6 del primo numero del nuovo anno del magazine, infatti, ho trovato un articolo dal titolo eloquente: «L’agricoltore è custode del Pianeta: qual è il giusto prezzo da riconoscere per il suo lavoro?» L’articolo[1] — non firmato, e presumibilmente a cura della redazione — è un’intervista al Responsabile Sostenibilità di EcorNaturaSì, pubblicata in occasione dei quarant’anni dalla nascita di NaturaSì. La mia prima reazione è stata immediata: «Questo è un fatto che ci deve interrogare tutte e tutti». Non è certo la prima volta che il tema del giusto prezzo entra nel dibattito pubblico. Da anni rappresenta un nodo centrale nelle pratiche dell’economia solidale e delle filiere alternative. Il fatto nuovo è che una grande catena del biologico scelga oggi di farne un terreno di intervento esplicito. Che cosa significa? Che cosa ci dice — a noi, ai movimenti, alle consumatrici, alle produttrici — e più in generale a chi lavora e vive dentro questi sistemi – questo fatto? La questione del giusto prezzo è una questione fondamentale La questione del giusto prezzo è una questione fondamentale. Nei circuiti agroalimentari alternativi e nelle reti di economia solidale rappresenta da anni uno dei nodi centrali del dibattito e della pratica quotidiana. Nel mio piccolo, è almeno da una decina d’anni che cerco di interrogarmi su questo tema — e di tradurlo in scelte concrete. Per diversi anni ho fatto parte di SOS Rosarno, un’esperienza che ha posto la battaglia per il giusto prezzo al centro della propria azione, rivendicando l’introduzione di norme che impongano la pubblicazione del prezzo sorgente (cioè il prezzo realmente pagato all’agricoltore) accanto al prezzo di vendita dei prodotti. Allo stesso tempo, come molte altre attiviste delle reti di economia solidale, tanto in SOS Rosarno quanto in altre esperienze di costruzione di circuiti agroecologici solidali nel territorio della Città Metropolitana di Napoli e della Campania, ho partecipato a percorsi collettivi di costruzione di prezzi trasparenti, provando a ricostruire i costi di produzione, trasformazione e distribuzione del cibo per applicare ai prodotti distribuiti nei circuiti in costruzione un prezzo giusto per le persone e l’ambiente. Negli ultimi anni, le campagne per un giusto prezzo del cibo e dei prodotti alimentari si sono intensificate, promosse da coalizioni di associazioni della società civile, sindacati e attiviste per la giustizia sociale. Nel campo dei movimenti, l’ultimo esempio di una campagna per il giusto prezzo del cibo è rappresentato da Ultima Generazione – una campagna che ha contribuito a rilanciare il dibattito sul tema anche tra le nuove generazione di attiviste per la giustizia climatica[2]. Il senso politico delle campagne per il giusto prezzo Le battaglie sul giusto prezzo puntano a denunciare le cause strutturali della crisi delle piccole agricoltrici e — in alcune declinazioni — dello sfruttamento e della crisi di riproduzione sociale delle lavoratrici agricole. Al centro di queste campagne sono situate le disuguaglianze politiche ed economiche che attraversano le filiere agroalimentari e, in particolare, le responsabilità dei supermercati e delle aziende dominanti che si appropriano di una parte sproporzionata del valore prodotto lungo la filiera. Nelle versioni più recenti, come ad esempio in quella promossa da Ultima Generazione, questa denuncia politica si è arricchita di una sensibilità ecologica più pronunciata: la garanzia di un prezzo giusto viene indicata come condizione affinché le agricoltrici possano intraprendere una reale transizione agroecologica. Perché il caso NaturaSì non è neutro Chi conosce questa storia potrebbe pensare: «Siamo contenti che NaturaSì abbia finalmente abbracciato questa battaglia. È quello che diciamo da anni. A noi questo cosa cambia?». Io non la penso così. Anzi: il fatto che sia proprio NaturaSì a rilanciare oggi una campagna sul giusto prezzo non è affatto irrilevante. Solleva interrogativi politici importanti non solo per ciò che viene detto, ma per chi lo dice, da quale posizione e con quali effetti potenziali. Chi è NaturaSì NaturaSì non è semplicemente un marchio del biologico. È oggi il principale attore italiano della distribuzione specializzata in prodotti biologici e biodinamici. Secondo i dati riportati nella Relazione d’Impatto 2024 del gruppo EcorNaturaSì[3], l’insegna conta 330 supermercati, un fatturato superiore ai 413 milioni di euro e una rete di oltre 250 aziende agricole coinvolte stabilmente nelle proprie filiere. NaturaSì concentra, inoltre, circa il 20% del mercato italiano del biologico nel canale specializzato, configurandosi come l’attore dominante di questo segmento. Ma NaturaSì non è solo grande: è anche un’impresa orientata alla crescita e alla redditività. Opera dunque secondo logiche pienamente capitalistiche: compete sul mercato, governa filiere, definisce standard produttivi e contribuisce in modo significativo alla formazione dei prezzi nel settore del biologico. È qui che il punto diventa politico: NaturaSì rappresenta una forma avanzata di capitalismo verde, capace di integrare istanze ecologiche e sociali dentro una strategia d’impresa orientata al valore. L’evoluzione della campagna sul giusto prezzo: l’elemento nuovo dell’ecosistema Il giusto prezzo attraversa da anni la narrazione e le pratiche di NaturaSì, come tentativo di distinguersi dalla grande distribuzione convenzionale e di costruire relazioni stabili con i produttori agricoli. Nel tempo, questo impegno si è articolato attorno a due elementi: trasparenza nella formazione del prezzo e riconoscimento di un prezzo in grado di coprire i costi e remunerare il lavoro agricolo. La novità che emerge oggi è l’allargamento esplicito alla dimensione ecologica. NaturaSì introduce con maggiore chiarezza il tema dei servizi ecosistemici, sostenendo che il prezzo del cibo dovrebbe includere anche il valore delle pratiche agricole che contribuiscono alla tutela della biodiversità, alla fertilità dei suoli, allo stoccaggio del carbonio e, più in generale, al mantenimento degli equilibri ecologici. Questo passaggio si colloca in linea con l’evoluzione delle politiche europee, e in particolare con la Nature Restoration Law, ovvero il Nuovo Regolamento Europeo per il ripristino della natura[4]. Ma segna anche un salto politico: il giusto prezzo non è più solo redistribuzione di valore economico lungo la filiera; diventa meccanismo per tradurre in prezzo di mercato costi e benefici ambientali finora esternalizzati. Da un punto di vista del linguaggio e del discorso politico, inoltre, c’è un elemento che cattura l’attenzione. In questa prospettiva, infatti, l’agricoltore viene descritto come “Custode del Pianeta” – e il giusto prezzo come lo strumento per remunerare questo ruolo. E’ un elemento che non mi sembra irrilevante e che ha effetti a tratti stranianti. A leggere il titolo di sfuggita si potrebbe pensare che l’articolo sia un’intervista a un’esponente del movimento contadino transnazionale La Via Campesina, piuttosto che al Responsabile Sostenibilità di un supermercato. Capitalismo verde: minoritario ma strategico Non è la prima volta che il linguaggio dei movimenti contadini e per la sovranità (e/o l’autodeterminazione) alimentare viene appropriato da imprese produttive o commerciali o da politici decisamente estranei a questi movimenti. Già nel 2005 la sociologa canadese Harriet Friedmann, con la sua brillante capacità di analisi, sostenne che il sistema alimentare mondiale vive una fase di ristrutturazione all’interno di una transizione verso nuove forme di capitalismo verde[5]. Più di recente, Harriet Friedmann ha descritto con parole tanto poetiche quanto efficaci come la spinta propulsiva di questa transizione risiede in “una danza di creatività e appropriazione tra iniziative sociali e capitali agroalimentari”[6]. L’articolo pubblicato sulla rivista di NaturaSì mi ha fatto pensare per l’ennesima volta a quanto sia stata lungimirante la sua analisi e quanto appropriate siano le sue parole. Nel panorama italiano, NaturaSì è una delle punte più avanzate di forme di capitalismo verde che sono in espansione, in un contesto in cui numerose aziende agricole e del sistema alimentare non si fermano a semplici operazioni di greenwashing ma intraprendono traiettorie diverse – e a volte anche molto differenti – di greening delle proprie attività. Al tempo stesso è bene rilevare che NaturaSì è solo uno dei volti di questo capitalismo verde che cresce oggi in agricoltura, ma che resta ancora minoritario tanto rispetto ai modelli dominanti. Anche nel campo più ampio di ciò che può essere definito – o amerebbe essere definito – capitalismo verde, la policy presentata da NaturaSì sul giusto prezzo non è moneta comune. Insomma, la filiera di NaturaSì può coinvolgere un numero di agricoltrici e produttrici decisamente superiore a quella di una delle reti agroalimentari alternative che tante di noi animano, promuovono e costruiscono. Le sue pratiche, quindi, possono probabilmente avere un impatto maggiore di quelle che riesce ad avere una filiera corta autogestita, almeno in termini numerici e di outreach. Tuttavia, il numero di produttrici, la quantità di prodotto distribuita e il numero di consumatrici raggiunte resta una piccola frazione del totale di ognuna di queste categorie nel panorama italiano. Ad ogni buon conto, esplicitato questo caveat, proprio per questo suo specifico posizionamento, mi sembra essere rilevante che NaturaSì si faccia promotrice di una campagna sul giusto prezzo. Perché, per NaturaSì, questa battaglia è anche un’arma di posizionamento, distinzione e legittimità dentro il mercato. E’ una mossa strategica che ci può dare indicazione di una direzione verso cui si orienta il cambiamento in atto. Un passo che porta avanti e oltre la danza di cui parla Harriet Friedmann. E proprio per questo, se un attore di questa portata apre l’anno chiedendo quale sia il giusto prezzo da riconoscere all’agricoltore “custode del Pianeta”, non possiamo rimanere in silenzio. È necessario entrare nel merito. Tre questioni aperte (e politicamente decisive) 1) Il giusto prezzo come processo politico e democratico Chiedersi quale sia il “giusto prezzo” non significa semplicemente interrogarsi su una cifra. Significa aprire un campo di confronto, negoziazione e possibile conflitto. La costruzione del giusto prezzo è un processo politico: dipende da chi partecipa, da quali interessi vengono rappresentati, da quali voci vengono ascoltate e da quali restano escluse. Chi ha partecipato alla costruzione di reti e filiere agroecologiche solidali lo sa bene: la definizione di un prezzo trasparente può essere un esercizio di cittadinanza e democrazia, un processo che rende visibili costi, asimmetrie e scelte, e che può generare nuove relazioni. È a partire da qui che il caso NaturaSì smette di essere solo un esempio e diventa una questione politica. Non dobbiamo solo “chiederci” come NaturaSì calcola ed elabora il giusto prezzo: dobbiamo chiederlo a NaturaSì, e farlo apertamente, ingaggiando un dialogo pubblico. In concreto: attraverso quali processi prende forma il prezzo, con quali meccanismi di governance e di partecipazione, quali soggetti vengono inclusi e quali no. Sono processi che riequilibrano almeno in parte le relazioni di potere all’interno delle filiere e le rendono più democratiche? Non sono domande inquisitorie, ma domande esplorative. Che cosa possono dirci le pratiche di NaturaSì sulla possibilità di estendere questi meccanismi ad altre filiere e ad altri territori? Cosa possiamo imparare — anche criticamente — da un’esperienza che tenta di rendere trasparente la formazione del prezzo su scala industriale? E qui si apre un ulteriore punto. Una riflessione franca sulla composizione del prezzo, infatti, potrebbe portarci a una domanda ancora più radicale: alla luce della quota di valore che viene oggi accaparrata dalle catene di distribuzione, i supermercati — così come esistono oggi, nelle diverse forme organizzative che si danno — sono davvero la forma più economica, o addirittura la forma più ecologica, di organizzazione della distribuzione del cibo? È una domanda che tende a rimanere fuori dal dibattito pubblico. A dire il vero, più che un dibattito, esistono spesso due campi polarizzati che danno per scontato due posizioni alternative: o che i supermercati vadano esclusi tout court da una visione di sistema alimentare giusto e sostenibile; oppure che la grande distribuzione sia l’infrastruttura inevitabile della modernità alimentare. Ma una discussione seria sul giusto prezzo può — e forse deve — aprire una discussione non ideologica anche su questo. Nell’intervista emerge, però, una tendenza a confinare la partecipazione alla transizione ecologica nel ruolo di consumatrici di cibo biologico o biodinamico venduto al prezzo giusto. Come ci ricorda Fabio Ciconte, il cibo è politica[7]. Rivendicare il giusto prezzo significa esercitare cittadinanza attiva. L’esercizio della cittadinanza attiva trova, e deve trovare espressione nella costruzione di spazi di autogoverno e circuiti e filiere autogestite. Tuttavia, non può limitarsi esclusivamente a questo. La questione, allora, è anche il ruolo che le istituzioni possono e devono avere nella trasformazione dei sistemi agricoli e alimentari: su ciò che l’intervento e le politiche pubbliche possono fare per promuovere soluzioni innovative o sostenerne l’espansione, senza che movimento e contro-movimento si muovano esclusivamente nella sfera del privato. Ingaggiare un dibattito pubblico con NaturaSì su questi temi mi sembra una prospettiva interessante per provare a muovere in questa direzione. 2) “Giusto prezzo”, ma giusto per chi? Nell’intervista e nella narrazione proposta da NaturaSì, il soggetto chiamato in causa è l’agricoltore — talvolta il contadino — elevato a Custode del Pianeta. Una figura declinata al maschile e presentata come omogenea, quasi astratta. Ma questa apparente semplicità nasconde differenze e disuguaglianze che non possono essere ignorate, soprattutto se si parla di giusta remunerazione del lavoro. Chi sono oggi gli agricoltori e le agricoltrici che si celano dietro questa etichetta e di cui parliamo? Cosa producono? In quali contesti agroecologici e territoriali? Con quali tecniche? Con quale accesso a risorse fondamentali? Come organizzano il lavoro? E quali relazioni ecologiche e sociali (ri)producono? Affrontare il tema del giusto prezzo non può prescindere da un’osservazione basilare: i costi di produzione variano enormemente da contesto a contesto, da azienda ad azienda, a seconda delle variabili a cui fanno riferimento le domande appena formulate – e molte altre. E la risposta alla domanda sulla giusta remunerazione non può emergere senza affrontare anche il modo in cui il lavoro produttivo si intreccia con quello riproduttivo, le relazioni di genere e le condizioni materiali di vita nelle aree rurali. Alla luce di questo, serve resistere alla tendenza ad usare etichette omogeneizzanti e declinare al plurale il soggetto prima ancora di iniziare qualsiasi percorso di discussione intorno al giusto prezzo. Ed è urgente declinarlo anche al femminile – a scanso di equivoci, giusto per essere sicure di non invisibilizzare le donne che lavorano in agricoltura e il lavoro di cura e la sfera della riproduzione sociale, a cui pure alludiamo quando parliamo della custodia del Pianeta. C’è poi una seconda invisibilizzazione, forse ancora più problematica. NaturaSì ha presentato la sua policy sul giusto prezzo illustrando come essa possa essere anche uno strumento per contrastare lo sfruttamento dei braccianti agricoli[8]. Oggi, nella torsione ecologista del discorso, il focus si sposta sull’agricoltore e gli altri soggetti che rendono possibile la produzione del cibo scompaiono. Eppure, esistono, e sono centrali. Sono le lavoratrici e i lavoratori agricoli, componente strutturale dell’agricoltura contemporanea: lavoro salariato, spesso precario, sfruttato – talvolta gravemente, quasi sempre poco riconosciuto. Se il prezzo deve essere giusto, può esserlo solo per l’agricoltore e non per chi lavora nei campi? E per chi lavora nella trasformazione, nella logistica, nel trasporto, nella distribuzione? L’agricoltura contemporanea è un sistema complesso, segnato da forti asimmetrie di potere, spesso articolate lungo linee di classe, “razza”, genere e generazione, e da una crescente dipendenza dal lavoro salariato. Non basta democratizzare le filiere: è necessario interrogare anche le relazioni di potere dentro le aziende agricole e le unità produttive. E soprattutto è necessario farlo con l’obiettivo di trasformarle e democratizzarle. E se oggi una sensibilità ecologica riscopre finalmente il ruolo cruciale del lavoro agricolo nella rigenerazione della vita e degli ecosistemi, allora serve fare un passo oltre: non sono solo gli agricoltori i custodi del Pianeta. Lo sono anche le lavoratrici e i lavoratori dell’agricoltura e delle filiere agroalimentari. Riconoscere le lavoratrici e i lavoratori agricoli come agenti della trasformazione (agro-)ecologica non è solo un vezzo stilistico o una nota a margine; è un punto politico sostanziale. Significa interrogarsi su quanto le pratiche promosse dai movimenti per il cibo e le alternative sviluppate siano veramente accessibili e percorribili dalle lavoratrici agricole e, al contempo, chiedersi se nelle forme quotidiane di agency delle lavoratrici agricole risiedano semi di altre vie “operaie” (o working class, se si preferisce)all’agroecologia. Serve inserire nelle nostre discussioni una consapevolezza più esplicita: una giusta transizione agroecologica non si farà senza le lavoratrici e i lavoratori agricoli. Un discorso che gira esclusivamente intorno al topos centrale al populismo agrario del “contadino” come custode del suolo – o del Pianeta – non mi sembra aiutare molto in tal senso, così come non mi sembra facilitare una lettura franca delle differenze enormi che esistono tra agricoltrici e agricoltrici, e dei diversi interessi di cui ognuna di esse è portatrice. Soprattutto oggi, quando quel linguaggio viene appropriato anche da supermercati come NaturaSì o da esponenti politici della destra di governo, il problema non è più solo usarlo: è decidere a chi serve, e contro chi viene usato. 3) Dal giusto prezzo al giusto salario Se il prezzo del cibo deve garantire una giusta remunerazione del lavoro agricolo, chi garantisce la giusta remunerazione del lavoro di chi quel cibo lo acquista? Negli ultimi anni, le analisi sul cheap food regime — il cibo a buon mercato — hanno mostrato come il contenimento del costo del cibo sia stato parte del contenimento del costo del lavoro e della riproduzione del sistema economico[9]. Oggi viviamo una lunga erosione dei salari reali, precarizzazione e aumento del costo della vita. In questo contesto diventa sempre più evidente che la questione del giusto prezzo non può essere separata da quella del giusto salario. Senza salari dignitosi e condizioni di vita giuste, l’accesso al cibo “giusto” rischia di restare esclusivamente un privilegio per poche – e sempre meno. I circuiti agroalimentari alternativi e le filiere agroalimentari autogestite che abbiamo costruito incontrano limiti di crescita. E questo accade anche — e soprattutto — per una ragione materiale: lo scarso potere di acquisto di ampie fasce della popolazione che appartengono alla classe lavoratrice. L’investimento di NaturaSì in pratiche ispirate al principio del giusto prezzo, da solo, non sposta il quadro complessivo, dati i costi reali che hanno i prodotti alimentari quando questi principi sono applicati[10]. Il basso costo dei prodotti alimentari, invece, è uno degli elementi principali su cui fanno leva molte imprese dei circuiti standard della grande distribuzione. Eppure, quasi in modo ironico, il discorso promosso da NaturaSì interpella soprattutto il nostro ruolo di consumatrici. Ma noi siamo prima di tutto lavoratrici e lavoratori, spesso a basso reddito. La possibilità di partecipare alla transizione agroecologica dipende dalle condizioni materiali della nostra esistenza: tempo, risorse, sicurezza (o insicurezza) del lavoro. Una transizione che non metta al centro il lavoro — tutto il lavoro — rischia di restare socialmente fragile. E, in ultima analisi, di fallire. La giusta remunerazione riguarda reddito, ma anche orari, sicurezza, stabilità, diritti, possibilità di organizzazione e partecipazione. Per essere chiari: il giusto salario di cui parlo va inteso come cifra anche di un equilibrio più giusto tra lavoro e vita, tra tempo del lavoro produttivo e tempo della riproduzione. E’ quest’ultimo il tempo che oggi spesso manca a molte e molti di noi. Ed è proprio la sua mancanza che limita la possibilità di un diverso coinvolgimento nelle filiere corte e alternative, o nelle pratiche agroecologiche più diffuse nei movimenti del cibo. In questo campo, più che in altri, non si può evitare la questione del pubblico: il ruolo dello Stato e delle politiche sui salari, sul welfare e sui servizi. Come per i punti precedenti, anche qui c’è un elemento che riguarda il livello del discorso politico – il nostro discorso politico. Non basta riconoscere agency (agro-)ecologica soltanto alle lavoratrici agricole. Allo stesso modo, c’è da riconoscere tutte le lavoratrici e i lavoratori come agenti della transizione agroecologica. Serve interrogarsi su quanto le pratiche quotidiane dei segmenti più a basso reddito della classe lavoratrice possano prefigurare altre vie ad una trasformazione agroecologica – strade che non abbiamo riconosciuto come tali perché abbiamo fino ad oggi operato con una visione troppo stretta di cosa sia o possa essere l’agroecologia. La questione politica ineludibile è che non ci sarà una giusta transizione agroecologica senza le lavoratrici e i lavoratori. Se non affrontiamo questo nodo, la transizione agroecologica rischia di essere costruita sulle spalle di chi non ha le condizioni materiali per sostenerla. Conclusioni NaturaSì rilancia la campagna per il giusto prezzo e pone una domanda importante. Ma il percorso fatto fin qui mostra che la battaglia per il giusto prezzo non è automaticamente anticapitalista: può essere compatibile con un capitalismo verde capace di integrare istanze ecologiche e sociali dentro strategie di mercato. Questo non significa in alcun modo che dobbiamo abbandonare quella battaglia. Significa riconoscere che, se vogliamo che sia davvero trasformativa, dobbiamo rilanciarla su terreni più esigenti: democrazia economica, ruolo pubblico, redistribuzione del potere e riconoscimento dei soggetti reali che rendono possibile il cibo. Ed è qui che si colloca il punto politicamente più rilevante: la transizione agroecologica non può limitarsi a celebrare l’agricoltore come custode del Pianeta. Deve riconoscere pienamente il ruolo del lavoro agricolo — e del lavoro lungo le filiere — come attore (agro-)ecologico, capace di incidere sui processi di riproduzione della vita e sugli equilibri ecosistemici. Riconoscere questo ruolo significa riconoscere l’agency di lavoratrici e lavoratori: capacità di agire, scegliere, resistere, trasformare pratiche produttive e relazioni sociali ed ecologiche. Ma non esiste agency senza condizioni materiali: salario, diritti, sicurezza, tempo, potere nei luoghi di lavoro. Solo a queste condizioni la questione del giusto prezzo potrà diventare parte di una trasformazione profonda dei sistemi agricoli e alimentari, e non una correzione etica dell’esistente. È su questo terreno — quello del lavoro come soggetto ecologico e politico — che si giocherà una parte decisiva della possibilità di costruire sistemi agricoli e alimentari davvero giusti. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Nel corso della redazione di questo articolo ho scoperto che l’intervista è stata anche pubblicata online ed è accessibile qui: https://www.naturasi.it/notizie/lagricoltore-e-custode-del-pianeta-qual-e-il-giusto-prezzo-da-riconoscere-per-il-suo-lavoro?srsltid=AfmBOop-I1q-1npoJJmYJEpsjJkmRLH9jzSj14qbAKXU2prM7zEFCiez [2] Per la campagna di Ultima Generazione, si veda: https://ultima-generazione.com/il-giusto-prezzo/ [3] La Relazione d’Impatto 2024 di EcorNaturaSì è disponibile sul sito internet della società, al seguente link: https://www.naturasi.it/relazione-dimpatto?srsltid=AfmBOorj4QFbopCNFuZnPOUUSKmb3Dz7Ctmx6BTSxOrik5aLFXSKzVUF [4] Nell’intervista il Responsabile Sostenibilità di EcorNaturaSì che spiega: “Su questo fronte si sta muovendo anche l’Europa, in particolare con il Nuovo Regolamento Europeo per il ripristino della natura (Nature Restoration Law – NRL), obbligatorio per tutti gli Stati membri, che devono presentare entro il 2026 i Piani Nazionali di Ripristino. L’obiettivo è ripristinare almeno il 30% delle aree degradate entro il 2030 e il 90% entro il 2050, anche tramite pratiche di ripristino degli ecosistemi agricoli, come lo stock di carbonio organico nel suolo e la biodiversità.” E’ anche interessante notare come NaturaSì si spinga oltre con l’esplicitazione di un posizionamento decisamente meno comune nel campo dell’economia politica agroalimentare: “In Italia, a oggi, esistono fonti di finanziamento attive o in fase di programmazione per sostenere l’attuazione della legge. Poiché i servizi ecosistemici sono beni comuni, il nostro auspicio è che Europa e Italia ripensino i sussidi agricoli ecologici, riconoscendo e finanziando in particolar modo gli agricoltori che forniscono benefici ambientali.” [5] Il saggio a cui faccio riferimento è: Friedmann, H. (2005) “From Colonialism to Green Capitalism: Social Movements and the Emergence of Food Regimes”, New Directions in the Sociology of Global Development, Research in Rural Sociology and Development, Volume 11, 229–267 https://www.emerald.com/books/edited-volume/15790/chapter-abstract/87437171/From-Colonialism-to-Green-Capitalism-Social [6] L’espressione è usata nell’articolo: Friedmann, H. (2016) “Commentary: Food regime analysis and agrarian questions: widening the conversation”, Journal of Peasant Studies, Volume 46, Issue 3, 671-692 https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/03066150.2016.1146254 [7] Qui faccio riferimento al titolo dell’ultimo libro di Fabio Ciconte che propone una discussione più estesa di alcuni dei temi che tratto qui in modo estremamente conciso e ha alimentato enormemente la mia riflessione su aspetti importanti di quanto tratto in questo articolo. Il libro citato è: Ciconte, F. 2025 Il cibo è politica. Torino: Giulio Enaudi Editore. [8] Si veda ad esempio la pagina “Giusto prezzo” sul sito di NaturaSì: https://www.naturasi.it/impegno/giusto-prezzo?srsltid=AfmBOoo96pvnYPP3S-Rm8AxarVuc-G3TrHu4YrS9B4xartcsmbpZtuQ_ [9] L’articolo che mi sembra più illuminante in questo filone – oltre ad essere quello che ha dato il via alle analisi sul tema – è: Araghi, F. (2003) “Food regime and the production of value: some methodological issue”, Journal of Peasant Studies, Volume 30, Issue 2, 41-70. [10] Nonostante le iniziative promosse da NaturaSì per creare linee di prodotto maggiormente accessibili che, comunque, per onestà intelletuale, vanno menzionate. L'articolo Oltre gli agricoltori, oltre il giusto prezzo proviene da Comune-info.
February 3, 2026
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Uno scudo all’impunità made in Italy
SOCIETÀ CIVILE E SINDACATI LANCIANO UN APPELLO URGENTE AL PARLAMENTO: “LO SCUDO PENALE NEL DDL PMI LEGALIZZA LO SFRUTTAMENTO NELLA MODA» Non è una passerella né un evento glamour quello che ha riportato in prima pagina nomi come Armani, Loro Piana, Valentino e Tod’s. È l’ennesima inchiesta della Procura di Milano ad aver svelato l’altra faccia del lusso italiano: laboratori nascosti, turni massacranti, salari da fame, condizioni degradanti. Dietro l’etichetta del “Made in Italy” si nasconde un sistema di sfruttamento strutturale che coinvolge l’intera catena del valore. Proprio mentre la magistratura indaga sulle responsabilità delle grandi case di moda, il Parlamento si appresta a votare una legge che rischia di fare il passo opposto: il Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese (DDL PMI), già approvato al Senato, introduce una certificazione volontaria di conformità della filiera che, dietro la facciata della trasparenza, contiene un pericoloso scudo penale per le aziende capofila, anche in caso di sfruttamento o caporalato nella subfornitura. «Questa proposta non tutela il Made in Italy, ma lo tradisce», denunciano le organizzazioni promotrici dell’appello “No al caporalato Made in Italy”, lanciando oggi – martedì 11 novembre 2025 – un appello urgente al Parlamento: «Non votate un testo che legalizza l’impunità dello sfruttamento.  Il vero Made in Italy non nasce dallo sfruttamento, ma dal lavoro dignitoso.  È tempo che la politica stia dalla parte di chi lavora, non di chi chiude gli occhi». UNO SCUDO ALL’IMPUNITÀ Il DDL PMI, presentato come strumento di trasparenza, prevede una certificazione unica di conformità estesa a tutta la filiera. Ma si tratta di una misura volontaria, priva di obblighi reali di controllo o di miglioramento delle condizioni di lavoro. «Qualsiasi misura volontaria, che non sposti l’onere di controllo e prevenzione in capo ai committenti stessi (due diligence), è destinata ad avere impatti molto limitati», spiega Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, rete internazionale di oltre 220 organizzazioni. «Finché non verrà introdotto un obbligo vincolante di trasparenza e responsabilità, le stesse logiche di sfruttamento continueranno a prosperare». Le indagini milanesi hanno mostrato come le case madri non possano dirsi estranee alle violazioni dei propri fornitori. Tuttavia, invece di rafforzare le responsabilità, il DDL propone una sorta di bollino volontario che rischia di trasformarsi in un paravento per comportamenti irresponsabili e in un ulteriore onere burocratico per i subfornitori più deboli. L’APPELLO: “CAMBIARE MODELLO, NON BLINDARLO” Nel testo dell’appello, le organizzazioni firmatarie sottolineano con forza che: «Con il DDL PMI, il governo pensa di poter eliminare lo sfruttamento nel settore moda semplicemente inserendo una nuova certificazione estesa a tutta la filiera.  Ma lo sfruttamento è strutturale, e l’ennesima certificazione rischia di essere controproducente perché opera come un velo dietro al quale si possono continuare a nascondere violazioni e illegalità. Ancora più grave è lo scudo penale per caporalato previsto nel testo licenziato al Senato: una norma che a parole tutela il Made in Italy, ma nei fatti protegge un sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori in condizione di maggiore vulnerabilità. Questa norma consegna alle imprese capofila una licenza a sfruttare e porta nell’oscurità anni di lotte e istanze sindacali». Le organizzazioni promotrici — tra cui sindacati, reti della società civile e campagne per la moda etica — contestano apertamente la norma e chiedono che il Parlamento elimi lo scudo penale e avvii finalmente una vera riforma industriale del settore, basata su due diligence obbligatoria, tracciabilità delle filiere, ispezioni pubbliche rafforzate e tutela effettiva dei diritti delle persone che producono la “moda italiana”. UN’ALTRA MODA È POSSIBILE «Ciò di cui il settore moda in Italia ha bisogno – si legge ancora nell’appello – sono serie politiche industriali e del lavoro per rilanciare un tessuto produttivo sano, basato su innovazione, transizione ecologica e pieno godimento dei diritti nelle fabbriche». Per chi lavora da decenni nella difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del tessile, questo passaggio politico è cruciale: decidere se il “Made in Italy” sarà sinonimo di dignità o di sfruttamento. L’appello “No al caporalato Made in Italy” si può leggere qui [LINK]. L'articolo Uno scudo all’impunità made in Italy proviene da Comune-info.
November 12, 2025
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La via delle scelte disarmanti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Mondeggi Bene Comune -------------------------------------------------------------------------------- Come ogni brava sentinella addetta a segnalare il pericolo, da cinquantaquattro anni l’istituto statunitense Global Footprint Network vigila per avvertirci quando oltrepassiamo il limite di sicurezza imposto dalla capacità biologica del pianeta. Quest’anno il nostro ingresso in zona insicura è scattato il 24 luglio, un record mai raggiunto prima. Più precisamente il 24 luglio segna la data in cui l’umanità ha esaurito tutto ciò che il sistema naturale è stato capace di fornire per il 2025 attraverso il meccanismo della rigenerazione biologica: nuovi raccolti agricoli, nuove piante da taglio, nuovi animali per alimentarci, nuovo sistema fogliare per sbarazzarci dell’anidride carbonica. Il Global Footprint Network chiama questo giorno “overshootday”, in inglese “giorno del sorpasso”, ad indicare la data in cui nostra voracità supera la capacità di rigenerazione della natura. E se ci pare che il problema non esista è perché finiamo l’anno a spese del capitale naturale, un po’ come quella famiglia che avendo finito la legna da ardere, continua a scaldarsi gettando nel cammino suppellettili o addirittura travicelli del tetto. Lì per lì sembra che tutto tenga, ma se l’operazione si ripete ogni anno, finisce che quella famiglia si ritrova senza legna e senza casa. L’umanità corre lo stesso rischio, precisando che la responsabilità dello squilibro non ricade su tutti nella stessa misura. Qualcuno, addirittura, non ha colpa alcuna. Il Global Footprint Network ci ricorda che per rimanere in equilibrio con la capacità rigenerativa del pianeta ognuno di noi dovrebbe avere un’impronta ecologica non superiore a 1,6. In altre parole dovremmo mantenere i nostri consumi annuali di cibo, legname, prodotti energetici, entro livelli compatibili con 1,6 ettari di terra fertile. In realtà gli abitanti del Lussemburgo hanno consumi che richiedono la disponibilità pro capite di 12,8 ettari, gli statunitensi di 7,9, gli italiani di 4,5 ettari. Solo tre paesi (Sudan, Senegal, Sud Sudan), per un totale di appena 80 milioni di abitanti, sono in linea con l’impronta sostenibile di 1,6. Ma poi ce ne sono altre decine con un’impronta inferiore. Schematicamente potremmo dividere l’umanità in tre gruppi: un terzo con un’impronta di molto superiore a quella sostenibile, un terzo di poco superiore, un terzo al di sotto. Il terzo con un’impronta di molto superiore è quella che conserva la responsabilità maggiore dello squilibrio planetario e quindi deve tagliare di più i propri consumi. La riduzione dei consumi richiama tre livelli: quello d’impresa, di famiglie e di collettività. A livello d’impresa la grande sfida è cambiare filosofia. Più che in termini di denaro, le imprese devono ragionare in termini di risorse, quelle concrete: minerali, acqua, energia, rifiuti. Oggi il loro obiettivo è spendere meno soldi possibile. Domani dovranno chiedersi come fare per ottenere prodotti col minor impiego di risorse e la minor produzione di rifiuti possibile. I loro bilanci non dovranno essere solo economici, ma soprattutto idrici, energetici, ambientali. Più che di ragionieri dovranno dotarsi di esperti che sappiano calcolare i consumi di risorse, le emissioni di veleni, non solo durante la fase produttiva di loro diretta pertinenza, ma durante l’intero arco di vita del prodotto. L’ufficio per l’eco-efficienza dovrà essere il comparto più sviluppato di ogni singola azienda, sapendo che le strategie della sostenibilità produttiva passano per quattro vie: il risparmio come capacità di ridurre al minimo la quantità di energia e di materiale impiegato; la rinnovabilità come capacità di ottenere energia e materie prime da fonti rinnovabili; il recupero come capacità di sfruttare al meglio ogni unità di energia, di acqua, di materiale, attraverso operazioni di sinergia e riciclo; il locale come capacità di privilegiare approvvigionamento, scambi e vendita a livello territoriale. Come famiglie, la sfida è cambiare stili di vita cominciando ad eliminare l’inutile e il superfluo. Nei nostri armadi accumuliamo troppi vestiti e ne diamo troppi allo straccivendolo. Sprechiamo l’acqua e usiamo l’automobile anche quando potremmo andare a piedi o in bicicletta. In concreto dobbiamo convertirci alla sobrietà che non significa vita di stenti, ma meno quantità più qualità, meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno recipienti a perdere più prodotti alla spina. Significa anche capacità di diventare “prosumatori”, ossia produttori di ciò che consumiamo, come succede quando dotiamo le nostre case di pannelli solari o produciamo da soli la nostra insalata. Ci sono aspetti del modo di vivere che tutti possono cambiare senza difficoltà, anzi traendone benefici per il portafogli e la salute. Valga come esempio la riduzione del consumo di carne. Ma ci sono cambiamenti a volte impossibili a causa della propria condizione economica o del contesto in cui si vive. I più poveri, ad esempio, difficilmente potranno fare gli investimenti che servono per migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione o convertirsi alle rinnovabili. Allo stesso modo risulterà difficile sbarazzarsi dell’auto se si vive in una periferia sprovvista di servizi e di trasporti pubblici. Per questo è importante chiamare in causa la collettività l’unico soggetto in grado di rimuovere gli ostacoli che impediscono anche ai più deboli di compiere scelte di tipo sostenibile. Una funzione che la collettività può svolgere garantendo ovunque buoni trasporti pubblici, una buona connessione internet, un forte sostegno agli investimenti di transizione energetica, ma soprattutto buoni servizi sanitari, sociali e scolastici. Si è a lungo parlato dell’esigenza di consumo critico e responsabile da parte delle famiglie. Ma ora dobbiamo chiedere anche alla sfera pubblica di adottare criteri di spesa critica e responsabile. Tanto più oggi che si parla insistentemente di aumento delle spese militari. La peggiore delle spese possibili non solo perché finalizzata alla morte, ma perché gravida di conseguenze negative anche da un punto di vista finanziario, sociale, ambientale. Il sistema militare si basa su un uso massiccio di combustibili fossili che lo pongono fra i maggiori produttori di gas a effetto serra. Secondo le organizzazioni Conflict and Environment Observatory (CEOBS) e Scientists for Global Responsibility (SGR), il sistema bellico contribuisce al 5.5% delle emissioni globali, tanto che se fosse una nazione sarebbe al quarto posto della graduatoria mondiale. Senza contare ciò che viene rilasciato durante le guerre. Un gruppo di esperti ha calcolato che durante i primi tre anni di guerra fra Russia e Ucraina sono state prodotte 230 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente di quante ne emettono in un anno Austria, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, messi insieme. L’Unione Europea ha lanciato un piano di riarmo europeo del valore di 800 miliardi di euro, che se venisse applicato farebbe aumentare considerevolmente le emissioni del settore, in aperto contrasto con l’Accordo di Parigi del 2015 e con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. I nostri governanti sostengono che bisogna armarsi per prevenire la possibile morte indotta da potenziali aggressioni. Ma ha senso esporsi a rischi certi per evitare rischi potenziali? O non sarebbe più intelligente seguire la via della pace disarmata e disarmante indicata da papa Leone? -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche ad Avvenire -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ALEX ZANOTELLI: > Disobbedienza civile contro il riarmo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La via delle scelte disarmanti proviene da Comune-info.
July 26, 2025
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