
Le manovre di Trump, Netanyahu e Milei per rovesciare il presidente Lula in Brasile
L'INDIPENDENTE - Sunday, September 27, 2026Manca una settimana alla tornata elettorale in Brasile, che vedrà l’attuale presidente Lula scontrarsi con Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato per un tentato colpo di Stato. Bolsonaro Jr., come lo ha definito Trump, ha ricevuto l’endorsement di Netanyahu e del presidente argentino Javier Milei ed è, senza ombra di dubbio, il candidato preferito dagli Stati Uniti. L’amministrazione Lula teme possibili interferenze e ha presentato ricorsi che hanno spinto le autorità giudiziarie ad aprire fascicoli sul possibile tentativo degli Stati Uniti di influenzare le elezioni, riconoscendo la potenziale concretezza di tale scenario. Non si tratta, tuttavia, soltanto di timori: Meta ha sospeso temporaneamente gli account del presidente Lula, mentre indagini indipendenti hanno evidenziato controversie relative ai meccanismi di tutela delle sue piattaforme. Recentemente, gli Stati Uniti hanno inoltre rinnovato le proprie misure economiche nei confronti del Brasile, mentre l’amministrazione Trump mantiene solidi contatti con esponenti della famiglia Bolsonaro, incontrandoli con regolarità.
I riferimenti fatti da Lula in occasione del discorso di apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite lasciano poco spazio alle interpretazioni: «Il Brasile non è il giardino di casa di nessuno», ha affermato il presidente. «Ancora una volta assistiamo a interferenze esterne nei processi elettorali». Sulla base delle azioni intraprese da Trump negli ultimi mesi e di un fascicolo dei servizi segreti brasiliani reso noto dalla CNN Brasil, Lula ha sottoposto il caso delle potenziali ingerenze statunitensi nel processo elettorale brasiliano sia alla Corte Suprema sia al Tribunale Elettorale. Entrambi gli organi hanno riconosciuto il potenziale rischio di interferenze da parte di Washington. Del resto, non sarebbe la prima volta che Trump prova a intervenire nella politica brasiliana: già lo scorso anno, il presidente degli Stati Uniti aveva imposto pesanti dazi sul Brasile, accusando il Paese di perseguire politicamente Bolsonaro in quella che Trump aveva definito una «caccia alle streghe giudiziaria». La misura era dichiaratamente politica ed era accompagnata da sanzioni nei confronti di Alexandre de Moraes, il giudice incaricato del procedimento a carico di Bolsonaro.
Il nodo dei dazi è tornato a giugno: la nuova misura statunitense interessa circa 3.000 beni di importazione brasiliana, tra cui mobili, macchinari, calzature, etanolo e zucchero, sui quali è stata imposta una tariffa del 25%. Questa volta i dazi statunitensi non sono stati annunciati esplicitamente come forma di ritorsione politica, ma i sospetti rimangono. Tra le motivazioni delle nuove tariffe, infatti, gli Stati Uniti menzionano la presunta mancata «applicazione della lotta alla corruzione». Anche in questo caso, tale riferimento parrebbe riguardare, tra gli altri, il giudice Alexandre de Moraes. A sostegno di questa ipotesi vi sarebbero i recenti incontri, tenutisi a settembre, tra Eduardo Bolsonaro, altro figlio di Jair, e l’amministrazione statunitense, che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Bolsonaro all’agenzia di stampa Reuters, sarebbero stati finalizzati proprio all’imposizione di nuove sanzioni nei confronti del magistrato. Bolsonaro ha affermato che il caso è in agenda da tempo, ma il tempismo degli incontri, avvenuti a meno di un mese dalle elezioni, risulta quanto meno degno di attenzione.
Tra le varie misure, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni anche nei confronti dei gruppi criminali Comando Vermelho e Primeiro Comando da Capital, designandoli come organizzazioni terroristiche. Lula ha criticato la scelta di Trump, definendola un’ingerenza negli affari interni del Brasile e mettendo in guardia dalla possibilità che la nuova classificazione possa aprire la strada a un intervento statunitense nel Paese. Non sarebbe, in ogni caso, la prima volta che gli Stati Uniti utilizzano la minaccia rappresentata da gruppi criminali — reali o presunti — per giustificare un intervento in Paesi terzi, o anche soltanto per formulare accuse e dichiarazioni volte a delegittimare governi rivali: è già accaduto con il Venezuela di Maduro e con la Colombia di Petro.
Le manovre più controverse nei confronti dell’amministrazione Lula, tuttavia, starebbero venendo portate avanti da Meta. Nonostante le proprie linee guida, sulle piattaforme social del colosso tecnologico sono comparsi centinaia di profili e migliaia di contenuti fittizi che invocano la mobilitazione per «riprendere Brasilia», richiamando il tentato colpo di Stato dell’8 gennaio 2023. Secondo un’analisi della ONG Eko, Meta avrebbe approvato l’87% degli annunci generati con l’intelligenza artificiale che diffondono disinformazione elettorale, incitano alla violenza e prendono di mira i legislatori con discorsi d’odio. Lula ha denunciato il caso al Tribunale Elettorale, che ha accettato di aprire un fascicolo sulla vicenda. Secondo la denuncia del presidente, il fenomeno avrebbe raggiunto 1.826 pubblicazioni collaborative riconducibili a 492 profili, potenzialmente in grado di raggiungere una platea vastissima. Meta ha inoltre bloccato temporaneamente gli account di Lula e della sua campagna elettorale, senza fornire alcuna spiegazione. Parallelamente, Bolsonaro sta trovando l’appoggio dello stesso Trump, che starebbe facendo monitorare le elezioni da uffici di analisi a lui vicini, del presidente argentino Javier Milei e di Benjamin Netanyahu, che hanno espresso pubblicamente il proprio sostegno alla sua candidatura.
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